Passa al contenuto principale
Seguici su:
Tieniti aggiornato:
Facciamo il punto
Pechino sorride, Washington porta a casa la soia
© Imagoeconomica
15 Maggio 2026

Pechino sorride, Washington porta a casa la soia

Due giorni di vertice tra Trump e Xi Jinping si chiudono con accordi commerciali roboanti nelle parole, cauti nei contenuti. Taiwan è rimasta fuori dal comunicato ufficiale americano. Hormuz è rimasto aperto solo a parole.

Ci sono voluti ventun colpi di cannone in piazza Tienanmen, una lunga fila di bambini con le bandierine americane, un banchetto nella Grande Sala del Popolo e un tè a Zhongnanhai, il cuore blindato del potere comunista cinese, per arrivare alla conclusione di un vertice che, a leggerne i risultati effettivi, appare più ricco di scenografia che di sostanza. Donald Trump è ripartito giovedì pomeriggio da Pechino sul suo Air Force One dichiarando di aver concluso ”accordi commerciali fantastici, ottimi per entrambi i Paesi”. Xi Jinping, da par suo, ha annunciato una nuova fase nei rapporti bilaterali: una “relazione costruttiva di stabilità strategica”. Due formule, entrambe volutamente vaghe, che fotografano bene il tono dell’intero vertice.

Quello che si è fatto

Sul fronte commerciale, qualcosa di concreto è stato annunciato, anche se i dettagli operativi restano da definire. La Cina si impegna ad acquistare petrolio, soia e 200 aerei Boeing dagli Stati Uniti, e i due leader hanno concordato di istituire un Board of Trade per discutere la riduzione dei dazi su prodotti “non sensibili”. Il rappresentante al commercio Jamieson Greer ha dichiarato di aspettarsi acquisti agricoli cinesi per un valore superiore a 10 miliardi di dollari all’anno nei prossimi tre anni.

La commessa Boeing merita qualche precisazione. Trump ha precisato che Xi è stato “particolarmente d’accordo” sull’acquisto di 200 aerei, aggiungendo però: “credo che si tratti piuttosto di un impegno. Una distinzione non da poco. Si tratta comunque di una cifra inferiore all’ordine di 500 velivoli, tra 737 MAX e aerei a fusoliera larga, di cui la stampa parlava da mesi. Sul fronte tecnologico, l’accordo più atteso, cioè la riapertura delle forniture di chip avanzati Nvidia al mercato cinese, è rimasto in una zona grigia: l’intesa tecnologica è rimasta congelata, anche se Jensen Huang di Nvidia era presente a Pechino su esplicita richiesta di Trump.

Il dossier Iran

Il tema su cui Trump aveva bisogno di risultati visibili era lo Stretto di Hormuz, chiuso dall’Iran dall’inizio della guerra. Secondo la Casa Bianca, i due leader hanno concordato che lo Stretto debba rimanere aperto per sostenere il libero flusso delle materie prime energetiche, e Xi ha ribadito l’opposizione della Cina alla militarizzazione del corridoio marittimo. Trump ha riferito che Xi gli avrebbe dichiarato “con forza” che la Cina non avrebbe fornito materiale militare all’Iran, e che “se può essere d’aiuto in qualche modo, sarà lieto di farlo”.

Ma il New York Times e altri osservatori hanno notato che non sono emersi segnali di un impegno cinese concreto a collaborare per convincere Teheran a riaprire lo Stretto. La posizione cinese, come sottolineato da analisti di Pechino, è che la crisi iraniana non sia responsabilità della Cina. E la dipendenza cinese dal petrolio che transita per Hormuz, circa il 50% delle importazioni energetiche, rende Pechino più vittima del problema che arbitro della soluzione.

Taiwan: la voce che manca

Il dato politicamente più significativo del vertice è, forse, quello che non appare nel comunicato americano. Il resoconto ufficiale della Casa Bianca ha evitato di citare Taiwan, nonostante Xi abbia insistito in modo ossessivo sulla questione nei colloqui a porte chiuse. Già nella prima giornata, il presidente cinese aveva messo le cose in chiaro: Taiwan è “la questione più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti” e una sua cattiva gestione potrebbe portare a “scontri o perfino conflitti”.

Il segretario di Stato Rubio ha assicurato che la politica americana su Taiwan “non cambia”, mentre Bessent, il segretario al Tesoro, ha fatto sapere che di Taiwan si parlerà “dopo”. Un rinvio che a Pechino è stato letto come un contentino all’ospite cinese, e a Taipei come un segnale preoccupante. Il governo taiwanese ha dichiarato di non voler diventare “una nuova Ucraina” e di puntare a rafforzare le proprie difese autonome, inclusa la produzione di droni.

Chi ha vinto ai punti

Il quadro complessivo che emerge da Pechino è quello di un vertice fortemente asimmetrico nelle aspettative di partenza. Trump arrivava con tre urgenze: sbloccare Hormuz, strappare accordi commerciali da esibire prima delle elezioni di medio termine di novembre e ridurre le tensioni tecnologiche. Xi aveva un’agenda più lunga e più paziente: guadagnare tempo, presentarsi al mondo come potenza responsabile e stabile, e ottenere da Washington ammorbidimenti su Taiwan senza concedere nulla di strategico.

Trump riparte con contratti Boeing e promesse sulla soia, ma con il sapore di chi ha capito di non essere più l’unico sceriffo in città. Il vertice ha sancito una tregua fragile, utile a evitare crisi prima delle elezioni di novembre, ma che non risolve i problemi strutturali. Il deficit commerciale resta enorme. La rivalità tecnologica è intatta. E Taiwan, come sempre, è rimasta lì: al centro di tutto, nominata da tutti, risolta da nessuno.

Leggi anche…

Facciamo il punto