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Piano Casa, Panci (CNAPPC): “Serve una revisione completa della legge urbanistica”
Alessandro Panci, presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti (CNAPPC)
© Imagoeconomica
15 Maggio 2026

Piano Casa, Panci (CNAPPC): “Serve una revisione completa della legge urbanistica”

Il neopresidente nazionale dell’Ordine, intervistato in esclusiva da PPN ADI Agenzia delle Infrastrutture, si è soffermato sulla strategia strutturale entrata in vigore a inizio maggio, sui rincari sui materiali, i tempi tecnici del PNRR e l’avvento dell’IA.

Il nuovo presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti (CNAPPC), Alessandro Panci, in un’intervista esclusiva a PPN ADI Agenzia delle Infrastrutture, traccia le linee guida per il futuro del settore in Italia e invoca una revisione organica della legge urbanistica ferma al 1942. Commentando il nuovo Piano Casa, Panci sottolinea che si tratti di una grande manovra e invoca l’uniformità di interventi in tutto il territorio nazionale. Di fronte alle sfide del PNRR e al rischio che la fretta di spendere i fondi comprometta la qualità architettonica, il presidente ribadisce la centralità del concorso di progettazione come strumento di eccellenza. Infine, volge lo sguardo all’innovazione tecnologica: l’intelligenza artificiale non va temuta ma governata come uno strumento al servizio del pensiero umano, ponendo però una necessaria riflessione sull’etica e sulla percezione del progetto architettonico contemporaneo.

Partiamo con il Piano Casa, cosa punta a migliorare il nuovo provvedimento del Governo?

Si tratta di una grande manovra, come fu quella di Fanfani, che punta a riqualificare o realizzare il patrimonio dell’edilizia residenziale pubblica. L’obiettivo è dare l’accesso alla casa a tutte le fasce meno abbienti, che non possono andare sul libero mercato.

Il Piano si articola così: i fondi stabiliti nei prossimi anni vanno in parte sia all’edilizia residenziale pubblica già esistente, sia per realizzarne dei nuovi dagli enti che fanno edilizia residenziale pubblica. La seconda parte del Piano prevede i privati, che devono realizzare alloggi residenziali pubblici. Questi privati vengono finanziati per poter realizzare questi alloggi che diventano patrimonio pubblico. Credo sia fondamentale che questi interventi così cospicui dal punto di vista economico abbiano una vera ricaduta sui territori di tutta Italia, oltretutto che ci possano lavorare degli architetti con progetti di qualità e che poi abbiano dei riflessi positivi sull’urbanistica.

Rimaniamo in tema piano casa. Le volevo fare una domanda sullo slogan del presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “100.000 case in 10 anni”. Secondo lei è possibile?

Io credo che sia sicuramente possibile. Consideriamo che, se andiamo a vedere anche quelli che possono essere gli interventi che oggi noi immaginiamo col piano casa, ci rendiamo conto che tanti sono legati ai mobili esistenti non utilizzati. Quindi di fatto non si parla di dover costruire 100.000 case, ma di intervenire in molti casi su edifici esistenti non utilizzabili o non agibili che attraverso i fondi del Piano Casa saremo in condizioni di poter mettere a disposizione degli utenti. Per arrivare a questo obiettivo non possiamo fermarci solo all’attuale a norma che mette dei finanziamenti i primi anni e poi si ferma. Ci deve essere continuità.

Cosa serve per passare da una logica di regolarizzazione a una vera e propria legge nazionale sulla rigenerazione urbana?

Una legge sulla regolarizzazione urbana con tanta fatica c’è. La proposta è presente, l’abbiamo seguita anche in passato negli altri ruoli che ho rivestito ed è una legge estremamente importante nella misura in cui riesce a dare una linea di pensiero, una linea di modalità di intervento in ambito nazionale. Oggi il panorama nazionale è formato da tante leggi sulla rigenerazione urbana regionale. Ogni regione ha la propria norma e dà la possibilità o meno di fare determinati interventi. Ci sono regioni dove questi interventi si riescono ad attuare in maniera più semplice e altre regioni dove questi interventi non riusciamo proprio a realizzarli. Di conseguenza sarebbe opportuno avere non solo la linea guida nazionale sulla legge urbana, ma una considerazione più profonda. Noi abbiamo una legge urbanistica ferma alla legge 1150 del 1942. L’intervento nella maggior parte dei casi avviene sul costruito, sull’esistente e quando si interviene sull’esistente ci sono dei fattori molto più complessi, perché entriamo in un tessuto socioeconomico già presente. Entriamo in spazi già utilizzati e abitati e quindi probabilmente questa è la scommessa futura della nostra urbanistica: la cosa a cui teniamo di più e che ci sia una revisione completa della legge urbanistica.

Passiamo ai rincari, argomento più attuale che mai. Con l’aumento del prezzo dei metalli, in che modo si garantisce che l’architettura non diventi solo edilizia tecnica, ma continui a produrre bellezza?

Sulla qualità dell’architettura, noi abbiamo da sempre sensibilizzato una delle procedure di gara previste all’interno del codice dei contratti. È legata alla qualità ed è il concorso di progettazione, perché è l’unica forma di gara che va a valutare il progetto e non altri fattori, come può essere un ribasso economico o il fatturato di un’impresa. Mi permetto di parlare di impresa in tutti i sensi, perché oramai noi professionisti, ahimè, siamo visti a livello legislativo come operatori economici e non come professionisti. Ci tengo sempre a ribadire che avere dei bravi professionisti significa avere una garanzia di qualità, avere quella garanzia di qualità oggi c’è ed è normata in Italia grazie proprio alla presenza degli ordini e dei consigli nazionali che oggi rappresento.

Siamo nel bel mezzo del PNRR, il 2026 è l’anno cruciale. Le stazioni appaltanti secondo lei sono all’altezza della sfida o la fretta di concludere in tempo sta sacrificando la qualità e la visione dei progetti?

La risposta è già dentro la domanda, la fretta non ha mai aiutato nessuno. Il PNRR ci ha messo di fronte a due necessità: spendere tanti soldi e farlo in tempi brevissimi. E quello che noi abbiamo sempre evidenziato, con rammarico, è che le fasi di progettazione devono essere ben distinte dalla fase successiva di realizzazione. Il finanziamento deve essere pensato programmato, progettato e poi realizzato. Bisogna lavorare a livello qualitativo nel programmare e progettare. Prendiamo come esempio il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: piuttosto che dare dei fondi sulla realizzazione di un’opera, diamo dei fondi prima per progettare e dare possibilità alle amministrazioni di avere quelle risorse per poter fare anche un po’ il punto di programmazione all’interno dei propri territori e, subito dopo, partire con i finanziamenti per le realizzazioni su progetti. A quel punto, le amministrazioni hanno avuto modo di poter realizzare, programmare, pensare e quindi di conseguenza poter spendere anche velocemente, sapendo già qual è l’obiettivo su cui devono spendere.

L’intelligenza artificiale sta un po’ ridisegnando tutti quelli che sono i processi creativi. La considera una minaccia per la paternità del progetto oppure un’opportunità di crescita professionale?

L’intelligenza artificiale, come a suo tempo l’avvento del CAD e poi il BIM e così via, è uno strumento. Fin quando saremo in grado di utilizzarli e di pensarli come degli strumenti che devono essere utilizzati attraverso un pensiero che rimane nostro, sicuramente è una tecnologia di grande aiuto. Non va demonizzata, anche perché non siamo in grado di farlo; sappiamo bene che la tecnologia avanza nella misura in cui c’è richiesta e oggi ovviamente la richiesta è alta da parte di tanti settori. In conclusione, il rischio legato all’intelligenza artificiale è di carattere etico. Non tanto per la paternità in sé per sé del progetto, ma per la percezione.  Credo però, che aldilà di tutto l’IA sia un valido strumento.

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