
La Cina che avanza zoppicando
Il 5% è il totem della politica economica cinese. È l’obiettivo di crescita del PIL che Pechino si è dato nel 2024, confermato nel 2025 e riproposto per il 2026 con una lieve sfumatura al ribasso, “intorno al 5%”, formula semanticamente più flessibile. E il 5%, ufficialmente, viene raggiunto. Pechino celebra i dati, i mercati reagiscono, i comunicati stampa escono puntuali. Ma basta grattare la superficie per trovare una realtà più incerta.
La realtà del Dragone è quella di un Paese in deflazione, con una crescita a uno dei livelli più bassi degli ultimi decenni, crisi demografica inarrestabile e numeri di espansione sostenuti soprattutto dall’export. Logan Wright, partner di Rhodium Group, ha stimato che la crescita reale cinese si aggira tra il 2,4 e il 2,8%, una cifra che rende la narrativa ufficiale del 5% quanto meno difficile da sostenere. La transizione verso un nuovo modello di sviluppo è segnata dall’incoerenza tra obiettivi economici e fiscali: il governo non affronta il nodo centrale della debolezza della domanda interna, e la crescita continua a dipendere dall’export.
Il paradosso è strutturale: sul piano interno le riforme annunciate non decollano e i consumi non crescono alla velocità di un tempo; sul piano esterno Pechino domina i mercati grazie a un eccesso di capacità produttiva in settori ad alto valore aggiunto. Tra il 2014 e il 2019 la crescita media annua delle vendite al dettaglio era del 10,46%; tra il 2020 e il 2024 è scesa al 5,14%. Il mercato immobiliare, che per decenni ha trainato l’economia insieme all’export, è in crisi profonda e non dà segnali di recupero solido.
Una popolazione che invecchia senza rete
Se la crescita stenta, la demografia è il problema che nessuna misura di stimolo può aggirare. La popolazione cinese è diminuita di 1,4 milioni nel 2024, a causa dei bassi tassi di natalità e di una forza lavoro che invecchia. È il terzo anno consecutivo di calo demografico assoluto, e il governo risponde puntando sull’automazione e sulla robotica per mantenere i livelli di produttività.
Ma la Cina sta invecchiando a una velocità che sarebbe sostenibile solo in un Paese con un sistema di welfare avanzato, e questo non è il caso. La copertura sanitaria e previdenziale è frammentata, profondamente diseguale tra aree urbane e rurali, sistematicamente sottofinanziata rispetto ai bisogni reali di una popolazione anziana in rapida crescita. Il modello degli ultimi decenni ha privilegiato produzione ed export rispetto al consumo e alla protezione sociale: il risultato è un Paese in cui le famiglie risparmiano per precauzione, deprimendo i consumi e rendendo più difficile la transizione verso un’economia trainata dalla domanda interna che Xi Jinping dice di voler costruire.
Nel 2024 il salario medio è salito solo del 2,8%, rispetto a ritmi medi del 7,5% nel periodo 2019-2023 e quasi al 10% nel quinquennio pre-pandemia. I lavoratori migranti (la spina dorsale della “fabbrica del mondo”)vedono i propri redditi stagnare proprio nel momento in cui il Paese chiede loro di diventare consumatori. Si chiede alla stessa generazione che ha costruito la ricchezza cinese con bassi salari di cambiare identità economica e trainare la ripresa con i propri acquisti. La contraddizione non è piccola.
Armi e chip, non ospedali e scuole
È in questo contesto che si capisce meglio dove va il denaro pubblico cinese. Il governo ha stanziato 398 miliardi di yuan, circa 54,7 miliardi di dollari, per le spese in scienza e tecnologia nel 2025, con un aumento del 10% rispetto all’anno precedente. La spesa per la difesa pianificata supera i 249 miliardi di dollari, con un aumento del 7,2 per cento. Secondo il rapporto del Dipartimento della Difesa americano al Congresso del 2025, Pechino ha speso in realtà tra i 304 e i 377 miliardi di dollari per la difesa nel 2024, dal 32 al 63% in più rispetto al bilancio dichiarato ufficialmente. Le voci escluse dal dato comunicato includono il programma spaziale militare, le pensioni dei soldati, i fondi per la ricerca sulle tecnologie dual use e le organizzazioni paramilitari.
Sul piano della capacità bellica, i progressi sono impressionanti. Al 2024 la Cina è diventata la più grande costruttrice navale del mondo, con una capacità circa 230 volte superiore a quella degli USA. Tra il 2021 e l’inizio del 2024 ha prodotto più di 400 moderni aerei da combattimento e 20 grandi navi da guerra, ha raddoppiato le testate nucleari in scorta e più che raddoppiato i missili balistici e da crociera. Xi Jinping punta a completare la modernizzazione militare entro il 2035.
Tutto questo mentre sanità e istruzione restano sottodimensionati rispetto alle medie delle economie comparabili. Il sistema sanitario cinese, pur avendo compiuto progressi enormi rispetto agli anni Novanta, presenta coperture assicurative insufficienti nelle aree rurali e ospedali di qualità concentrati nelle grandi città. Il sistema universitario subisce la pressione distorta del gaokao, l’esame di ammissione che produce anni di formazione iperspecializzata, e una fuga di cervelli verso l’estero che Xi ha cercato di invertire con risultati parziali.

La tecnologia come leva di potere
La Cina è un Paese spaccato a metà: da un lato le campagne ancora non del tutto modernizzate con una popolazione che svolge lavori manuali simbolo della vecchia “Cina-fabbrica”, dall’altro le grandi metropoli dove si sperimentano tecnologie e forme di convivenza futuristiche. Xi ha scelto da che parte stare. Il progetto “Made in China 2025” e le successive strategie di autonomia tecnologica (semiconduttori, intelligenza artificiale, auto elettriche, costruzione navale) puntano all’indipendenza dal sistema produttivo e tecnologico occidentale. È stato istituito un fondo statale da 344 miliardi di yuan, circa 46 miliardi di dollari, per potenziare l’industria dei chip. Il governo sta mobilitando capitali di rischio interni per sostenere le imprese nazionali, riducendo la dipendenza dai finanziamenti esteri.
DeepSeek, il modello di intelligenza artificiale cinese che all’inizio del 2025 ha scosso i mercati tecnologici globali dimostrando capacità competitive con i migliori sistemi americani a costi molto più bassi, è il simbolo più visibile di questa strategia. Non è un caso isolato: è il frutto di anni di investimento statale mirato e di formazione ingegneristica su scala industriale. La capacità cinese di produrre risultati tecnologici rilevanti è reale. Quello che resta aperto è se questa tecnologia servirà anche a migliorare la vita dei cittadini o resterà uno strumento di controllo e competizione geopolitica.
La diplomazia del vuoto
È sul piano internazionale che il paradosso cinese diventa più clamoroso. Un Paese con fragilità economiche strutturali, demograficamente in declino, con tensioni sociali latenti e un sistema politico che non tollera il dissenso si è trasformato nell’ultimo anno e mezzo nell’interlocutore più cercato della diplomazia globale. Questo non accade perché Pechino sia diventata un campione del diritto internazionale. Accade perché il disordine prodotto dall’amministrazione Trump ha creato un vuoto che la Cina ha rapidamente occupato. Diversi leader internazionali hanno cercato un contatto diretto con Xi Jinping nelle ultime settimane: il presidente cinese ha ricevuto almeno cinque interlocutori di alto livello, tra cui il premier spagnolo Pedro Sánchez, alla sua quarta visita in quattro anni, segnando un’accelerazione evidente dell’attivismo diplomatico di Pechino.
La mediazione tra Arabia Saudita e Iran del 2023 è stata il colpo diplomatico più spettacolare. Il 30 maggio 2025, con la firma ad Hong Kong da parte di 33 Paesi e l’appoggio di oltre 20 organizzazioni internazionali della convenzione istitutiva dell’Organizzazione internazionale per la mediazione (IOMed), Pechino ha dato forma concreta alla propria visione di una governance globale alternativa a quella occidentale, fondata sulla mediazione invece che sull’arbitrato. La strategia è accreditarsi come potenza responsabile davanti al Sud globale, proporre un ordine fondato su sovranità e non ingerenza.
Il filo che tiene insieme le contraddizioni
Come si tengono insieme tutte queste contraddizioni? La risposta è che Xi Jinping ha fatto una scommessa precisa: che la tenuta del sistema non richieda benessere diffuso ma controllo efficace; che la proiezione internazionale sia più urgente della redistribuzione interna; che la tecnologia possa sostituire il lavoro umano prima che il calo demografico eroda la forza produttiva.
È una scommessa rischiosa, e i segnali di tensione sono già visibili. La disoccupazione giovanile ha toccato livelli record nel 2023, prima che il governo smettesse di pubblicare il dato. La crisi immobiliare resta irrisolta. Le pressioni deflazionistiche persistono. “Dovremo far fronte a un ambiente più complesso e risolvere contraddizioni più radicate”, ha ammesso Xi Jinping parlando ai delegati dello Jiangsu: una delle rare ammissioni di fragilità da parte di un leader che ha costruito la propria legittimità sull’immagine di una Cina che vince. Il nuovo piano quinquennale fino al 2030 indica nell’espansione della domanda interna la prima priorità, riconoscendo implicitamente che il modello precedente ha raggiunto i propri limiti. Ma espandere la domanda interna significa distribuire più reddito, costruire una rete di sicurezza sociale credibile: operazioni che richiedono risorse che oggi vanno altrove.
La Cina avanza. Ma avanza zoppicando, con un peso sempre più grande sulle spalle e un terreno sempre meno stabile sotto i piedi. La partita si gioca sulla tenuta di un contratto sociale mai scritto tra partito e cittadini, fondato sulla promessa di prosperità crescente. Quando quella promessa vacilla, il sistema non ha valvole di sfogo istituzionali. Ed è lì che la contraddizione principale della Cina di Xi si fa più acuta.








