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I numeri dell’OCSE avvertono l’Italia
Stefano Scarpetta, capo economista dell’OCSE
© Imagoeconomica
3 Giugno 2026

I numeri dell’OCSE avvertono l’Italia

Nell’Economic Outlook l’Organizzazione stima il PIL nostrano in aumento, +0,5%, complici soprattutto gli interventi legati al PNRR, ma avvisa: servono riforme strutturali su produttività e occupazione. A livello globale pesa la situazione di totale incertezza in Medio Oriente.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha pubblicato questa mattina a Parigi l’Economic Outlook di giugno 2026, che ha tracciato il nuovo quadro delle previsioni macroeconomiche del biennio 2026-2027. Il report delinea una situazione di pura incertezza, vista la delicata situazione in Medio Oriente, diventato il fulcro che determina sia le prospettive di crescita, sia l’inflazione a livello globale. E nonostante l’economia mondiale sia entrata nel 2026 con una resilienza superiore alle previsioni, il quadro ora è sotto pressione. Data la volatilità del momento, l’OCSE ha concentrato le sue previsioni su due binari: da un lato uno scenario di interruzione temporanea (perturbazioni brevi e calo graduale dei prezzi energetici dalla metà del 2026, in linea con i mercati e con la possibilità di un accordo di pace di medio/lungo termine), dall’altro uno scenario di interruzione prolungata (ipotesi del conflitto protratta fino al 2027 e inflazione globale aumentata dello 0,4%).

L’importanza del PNRR

Capitolo Italia. Nel nostro Paese l’OCSE ha segnalato un leggero rialzo sulla stima del PIL per il 2026 (da 0,4% a 0,5%). Per il 2027 si attende un aumento ulteriore, 0,6%, anche se il profilo economico rimane inserito in un contesto di crescita piuttosto debole. Gli interventi che trainano questi numeri sono soprattutto gli investimenti pubblici legati al PNRR, che spingono gli investimenti totali oltre il 3,8% del PIL, con un picco rispetto agli ultimi 35 anni che ha avuto ricadute positive sui settori dell’edilizia e della manifattura collegata. Così Stefano Scarpetta, capo economista dell’OCSE: “La piena attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza è un obiettivo importante per l’Italia, come lo è il mantenimento del processo verso il consolidamento fiscale”.

I numeri della finanza pubblica

Per quanto riguarda la finanza pubblica, il deficit italiano mostra un percorso progressivo di consolidamento fiscale, con una discesa stimata dal 3,1% del 2025 al 2,9% nel 2026. Il debito pubblico però fa registrare ancora livelli elevati (138,8%), complici gli effetti finanziari legati al Superbonus. Le condizioni di finanziamento al settore privato rimangono stabili ma modeste; l’Organizzazione evidenzia una riduzione dei costi per i nuovi prestiti alle aziende, a fronte di un incremento di quelli a tasso fisso destinati alle famiglie.

Produttività, occupazione e spesa pensionistica: i nodi del Belpaese

Nel rapporto l’OCSE consiglia all’Italia riforme strutturali per l’incremento della produttività e dell’occupazione, oltre a raccomandare il contenimento della spesa pensionistica visto l’invecchiamento demografico e l’efficientamento della spesa pubblica. Da Parigi arrivano suggerimenti anche per un miglioramento dell’adempimento fiscale, con l’obiettivo di ridurre il carico d’imposta sui lavoratori a basso reddito, insieme alla richiesta di rendere temporanee e mirate le misure di supporto contro il caro energia. Sì, perché la questione energetica tiene banco: molti governi europei hanno introdotto rapide misure di sostegno al caro energia, con riduzioni fiscali e tetti ai prezzi. E, per quanto possano essere considerate nobili queste contromisure, nel documento c’è scritto che questi sussidi in realtà indeboliscono gli incentivi a ridurre il consumo di energia e gravano sui bilanci pubblici. In un contesto di spazio fiscale limitato da debiti pubblici elevati, costi dell’invecchiamento, spese per la difesa e frequenza di eventi meteorologici estremi, l’OCSE raccomanda che tali aiuti siano mirati e provvisti di clausole di scadenza automatica (sunset clauses).

Lo shock sui costi delle materie prime energetiche si ripercuote, ovviamente, sul potere d’acquisto. In Italia, l’impennata dei prezzi dell’energia determina una spinta inflazionistica che comprime i consumi delle famiglie, gli investimenti privati e il settore dell’export. Lo scenario, di riflesso, pesa sulle retribuzioni: solo alcuni salari italiani recuperano in minima parte le perdite subite negli ultimi anni a causa dell’aumento dei prezzi al consumo. Si stima inoltre un rallentamento nella crescita dell’occupazione, pur con un aumento contenuto del tasso di disoccupazione dovuto a un minor ingresso di adulti nella forza lavoro.

La proposta dell’OCSE

Nella conclusione dell’Economic Outlook l’Organizzazione lancia un chiaro avvertimento: l’economia globale non può dipendere dal blocco di un unico chokepoint come quello dello Stretto di Hormuz, ci deve essere una strategia condivisa per cui si possa procedere anche quando un passaggio marittimo strategico viene chiuso. Questa fragilità dimostra che non è più rinviabile cambiare le fonti da cui si compra l’energia, evitare gli sprechi e investire con forza sulle alternative, così da non essere più ricattabili o legati alle importazioni di petrolio e gas.

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