
L’OCSE promuove l’Italia ma chiede di fare riforme su giovani, energia e produttività
Il giudizio dell’OCSE sull’Italia è, come quasi sempre, di quelli che lasciano un retrogusto amaro. L’occupazione è ai massimi, i bilanci di famiglie e imprese si sono rafforzati, il settore finanziario regge. Tutto vero. Ma la crescita è rimasta strutturalmente inferiore alla media europea, la produttività del lavoro ristagna dalla metà degli anni Novanta, e le sfide di lungo periodo, demografiche, fiscali, energetiche, non accennano a ridursi.
Per il 2026 le proiezioni OCSE indicano una crescita reale dello 0,4%, in rallentamento rispetto allo 0,8% del 2024. L’impennata dei prezzi energetici legata alla crisi in Medio Oriente pesa sulla domanda interna, mentre l’inflazione risale al 2,4% spinta proprio dalle forniture di gas. Solo nel 2027, con un ipotetico allentamento delle tensioni internazionali, la crescita dovrebbe risalire allo 0,6%.

Il debito non scende, la spesa sale
Il capitolo più preoccupante è quello fiscale. Il deficit scende, ma il debito pubblico sale: dal 133,9% del PIL nel 2023 al 137,5% stimato nel 2026. È un po’ come pagare puntualmente le rate del mutuo senza che il capitale scenda mai: i conti sembrano in ordine, ma il peso non si alleggerisce.
La radice del problema è nella struttura della spesa. Le pensioni costano il 15,6% del PIL, contro una media OCSE del 9,5%, e continueranno a crescere fino alla metà degli anni 2030. Dall’altro lato del bilancio, la spesa pubblica per l’istruzione si ferma al 4,2%. Il paese spende quasi quattro volte di più per chi ha già lavorato che per chi si sta preparando a farlo. L’OCSE raccomanda di mantenere l’età pensionabile agganciata all’aspettativa di vita e di evitare nuovi incentivi al pensionamento anticipato. Sul fronte fiscale, rimangono ampi margini per ridurre l’evasione: il regime semplificato per le partite IVA distorce gli incentivi, i valori catastali sono fermi da decenni, l’economia sommersa resiste.

I giovani che se ne vanno
Una delle raccomandazioni più ricorrenti, e più inascoltate, riguarda i giovani. L’Italia ha una delle quote più elevate di NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione o aggiornamento professionale) nell’area OCSE: circa il 17% nella fascia 20-24 anni, contro l’8% della Germania. Molti vivono ancora con i genitori ben oltre i trent’anni, non per scelta ma per mancanza di alternative: i redditi crescono lentamente e il percorso verso un’occupazione stabile è lungo e incerto. Molti, alla fine, scelgono di emigrare. È difficile non leggerci il riflesso diretto di un Paese che continua a destinare risorse a chi è già uscito dal mercato del lavoro, piuttosto che a chi cerca di entrarci.
Il dualismo del mercato del lavoro, con tutele concentrate sui lavoratori già inseriti e incertezza per chi entra, è uno dei fattori principali. Molti giovani restano bloccati in una sequenza di contratti a tempo determinato senza prospettive di stabilizzazione. L’OCSE raccomanda di ridurre il cuneo fiscale sulle fasce di reddito più basse e di riformare la legislazione sul licenziamento per ridurne l’incertezza, oltre a potenziare gli Istituti Tecnologici Superiori come alternativa concreta per chi esce dalla scuola secondaria.

Energia e piccole imprese: le due debolezze competitive
Due capitoli del rapporto affrontano il costo dell’energia e la struttura produttiva, due debolezze strutturali strettamente legate. Sul primo: l’Italia compra cara l’energia che potrebbe produrre da sola. Ha una quota di combustibili fossili importati tra le più alte dell’area OCSE, e i processi di autorizzazione per le rinnovabili sono tra i più lenti d’Europa, nonostante il sole e il vento non manchino. Il rapporto raccomanda di accelerare gli investimenti in generazione e trasmissione dell’energia e di sostituire le sovvenzioni generalizzate con misure mirate per le famiglie più vulnerabili.
Sul fronte della struttura produttiva, l’OCSE ripete un tema ricorrente: le imprese italiane sono competitive nella loro fascia dimensionale, ma ce ne sono troppe di piccole e troppo poche di grandi. Le barriere normative e fiscali scoraggiano la crescita, i mercati dei capitali restano sottosviluppati, la spesa privata in ricerca e sviluppo è ben sotto la media OCSE. La direzione indicata è semplificare il contesto regolatorio e sviluppare incentivi per il capitale di rischio.
Il quadro che emerge è quello di un Paese che ha retto agli shock meglio del previsto, grazie alla diversificazione dell’economia e all’impulso del PNRR, ma la strada verso una crescita più sostenuta passa per una scelta che i numeri rendono difficile ignorare: continuare a destinare risorse sproporzionate al passato, o investire seriamente nel futuro. Le riforme che l’OCSE chiede toccano interessi consolidati e richiedono coraggio politico, in un momento in cui lo spazio di bilancio è stretto. Ma i giovani che ogni anno lasciano il Paese non aspettano.








