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Tutti vogliono il Monte dei Paschi
© Imagoeconomica
8 Giugno 2026

Tutti vogliono il Monte dei Paschi

In una domenica di giugno il sistema bancario italiano si è rimesso in moto. Banco BPM ha proposto la fusione con MPS, Intesa Sanpaolo ha risposto con un’Opas da 30,6 miliardi. Al centro della partita ci sono Mediobanca, Generali e il risparmio degli italiani.

Sembrava una domenica di inizio giugno come tante, con le Borse chiuse e i comunicati che possono circolare senza produrre immediatamente scossoni sui mercati. Eppure nel giro di poche ore il sistema bancario e assicurativo italiano ha subito un sommovimento che non si vedeva da anni. Prima è arrivata la proposta di Banco BPM: il consiglio di amministrazione guidato da Giuseppe Castagna ha approvato all’unanimità un invito rivolto al Monte dei Paschi di Siena ad aprire un confronto per una fusione tra pari. L’obiettivo dichiarato è quello di creare il secondo operatore bancario nazionale, con quasi 2.900 sportelli e una capitalizzazione di mercato vicina ai 50 miliardi di euro, capace di reggere il confronto con i grandi gruppi europei.

L’offerta di BPM è costruita secondo lo schema del merger of equals: nessun prezzo indicato, nessun’acquisizione ostile, ma una fusione paritetica che preserverebbe identità, marchi e radicamento territoriale dei due istituti. Le sinergie stimate dal gruppo milanese superano il miliardo di euro lordi su base annua, con una creazione di valore netta di almeno 5,5 miliardi. È, nelle intenzioni di Castagna, una risposta preventiva a un’eventuale offerta esterna su Siena, che i mercati avevano già iniziato ad anticipare.

Ma prima ancora che il Monte dei Paschi potesse rispondere, è arrivata la contromossa di Intesa Sanpaolo. Nella serata dello stesso giorno il consiglio di amministrazione di Ca’ de Sass si è riunito in seduta straordinaria. Il lunedì mattina, a mercati ancora chiusi, ha comunicato il lancio di un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria sull’intero capitale della banca senese: 30,6 miliardi di euro, il corrispettivo di 1,6 azioni Intesa di nuova emissione più un euro in contanti per ogni azione MPS, con un premio del 12,5 per cento sull’ultima chiusura di Borsa e del 17,4 per cento rispetto alla media ponderata degli ultimi tre mesi.

La posta in gioco: Mediobanca, Generali e il risparmio italiano

Capire perché MPS sia diventata la banca più contesa d’Italia richiede un passo indietro. L’istituto senese, fondato nel 1472 e per anni tenuto in vita da ripetuti salvataggi pubblici, ha completato sotto la guida di Luigi Lovaglio una straordinaria stagione di risanamento. Nel primo trimestre del 2026 ha registrato un utile netto di 521 milioni di euro, ricavi per quasi due miliardi e un coefficiente patrimoniale Cet1 al 15,9 per cento. Ma soprattutto, nell’arco dell’ultimo anno, ha acquisito Mediobanca, estendendo il proprio perimetro al wealth management, al private banking, al consumer finance e all’investment banking. Con Piazzetta Cuccia, MPS ha messo le mani anche su una quota dell’86 per cento di Mediobanca e, per il tramite di quest’ultima, su una partecipazione del 13,3 per cento in Assicurazioni Generali, il più grande gruppo assicurativo privato italiano.

È lì che si annida il vero oggetto del desiderio. Chi acquisisce MPS entra inevitabilmente in Mediobanca e, attraverso di essa, in Generali: un gioiello da quasi 800 miliardi di euro in gestione, con ramificazioni in Germania e Francia e un peso decisivo negli equilibri finanziari del Paese. Non a caso Carlo Messina, l’amministratore delegato di Intesa, ha accompagnato l’Opas su MPS con l’approvazione da parte del consiglio dell’acquisto di un ulteriore 3,01 per cento di Generali, funzionale a mantenere il trattamento contabile della partecipazione detenuta da Mediobanca secondo il metodo del patrimonio netto.

Nell’architettura dell’offerta di Intesa c’è anche un tassello industriale pensato per gestire proattivamente i profili antitrust. Con un accordo vincolante sottoscritto con Unipol, la banca di Messina si impegna, in caso di successo dell’Opas, a cedere al gruppo bolognese guidato da Carlo Cimbri una banca operante sotto il marchio Monte dei Paschi, composta da 635 filiali e dalle principali strutture centrali necessarie a operare in modo indipendente, per un corrispettivo stimato tra i 3 e i 3,5 miliardi di euro. A Unipol, già primo azionista di Bper con una quota vicina al 20 per cento, andrebbe così la rete commerciale di Siena da fondere con Bper, replicando in forma allargata la logica dell’operazione Intesa-Ubi-Bper del 2020. Intesa manterrebbe invece Mediobanca, circa 625 filiali MPS e le attività a maggiore valore aggiunto della banca senese, a partire dalla partecipazione in Generali.

I protagonisti e la galassia degli azionisti

La complessità della partita non si misura solo in miliardi. Si misura anche nella fitta rete di partecipazioni incrociate che lega tra loro i protagonisti. Banco BPM ha come primo azionista il Crédit Agricole con il 22,8 per cento: i francesi, già artefici di una fallita scalata a MPS via Unicredit nel 2006, potrebbero trovarsi ad avere un peso decisivo nella partita per Generali, cosa che il governo italiano osserva con apprensione. In MPS siedono invece il fondo della holding Delfin degli eredi Del Vecchio con il 10,1 per cento, il gruppo Caltagirone con il 6,3 e il Ministero dell’Economia che detiene ancora una quota del 4,86 per cento, valutata intorno a 1,3 miliardi. Blackrock è presente tanto in MPS quanto in Bper e in Intesa.

Tra le figure che danno forma a questa stagione del risiko bancario spicca Luigi Lovaglio, l’ex manager di Unicredit che ha trasformato il Monte dei Paschi da paria del credito europeo a banca contesa. Dall’autunno 2022, quando la banca capitalizzava 2,5 miliardi, l’istituto è cresciuto fino agli oltre 27 miliardi di oggi, ha acquistato Mediobanca e detenuto la quota in Generali che ora fa gola a tutti. Altrettanto centrale la figura di Carlo Cimbri, presidente di Unipol, il cui gruppo assicurativo ha rivoluzionato il modello dell’assurance in Italia ed è azionista di riferimento di Bper: è lui ad aver mosso le pedine che hanno portato alla fusione Bper-Pop Sondrio completata nell’aprile 2026, e ora si appresta a raccogliere la rete commerciale di Siena come ricompensa dell’alleanza con Intesa.

Sullo sfondo rimane Unicredit, che con Andrea Orcel ha già il 9 per cento di Generali e ha tentato in passato di scalare Banco BPM, operazione bloccata in modo controverso dal governo attraverso il golden power. A questo punto Unicredit difficilmente potrà stare a guardare, ma un eventuale rilancio su BPM o su altri asset renderebbe la partita ancora più complicata, come notano diversi analisti.

Il governo diviso tra interesse nazionale e logica di mercato

La risposta della politica è stata, almeno nelle prime ore, quella del silenzio istituzionale. Il governo, informato delle intenzioni di Carlo Messina prima ancora dell’annuncio pubblico, ha preferito non rilasciare comunicati ufficiali: la linea è quella della “non ostilità” all’operazione di Intesa, con palazzo Chigi che si è limitato ad attendere gli sviluppi. Ma dentro la maggioranza le posizioni sono tutt’altro che uniformi.

La Lega, con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, guarda con favore alla creazione di un terzo polo bancario italiano attorno a MPS e Banco BPM, un’architettura che il governo aveva ipotizzato nei mesi scorsi come argine all’influenza straniera nel credito nazionale. Questa visione collide frontalmente con il progetto di Intesa, che non solo non prevede quel polo ma rischia di consegnare a una banca straniera, il Crédit Agricole, un peso indiretto in Generali attraverso gli assetti del nuovo gruppo BPM-MPSqualora l’offerta di Castagna andasse in porto. Fratelli d’Italia e Forza Italia si sono mostrate più caute, con il responsabile economico di FI Maurizio Casasco che ha sottolineato come il governo abbia già dimostrato capacità di valorizzare MPS, e invitato a non toccare gli extraprofitti che rischiano di danneggiare la stabilità del sistema.

Il percorso dell’offerta di Intesa dovrà in ogni caso passare attraverso il vaglio del governo sul golden power, un passaggio che la legge prevede ogni volta che un’operazione coinvolge asset considerati strategici per la sicurezza economica del Paese. Il completamento dell’operazione è atteso entro dicembre 2026, ma prima l’offerta dovrà ottenere il via libera di Consob, Banca d’Italia, BCE, Ivass, Antitrust e autorità estere competenti. L’assemblea straordinaria di Intesa per la delega all’aumento di capitale è convocata per il 10 settembre.

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