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Il Mediterraneo, laboratorio globale delle infrastrutture critiche
© Imagoeconomica
9 Giugno 2026

Il Mediterraneo, laboratorio globale delle infrastrutture critiche

Energia e dati corrono lungo gli stessi fondali del Mare Nostrum. Con 850 infrastrutture sensibili e un reticolo di cavi in rapida espansione, il Mediterraneo è diventato il cuore pulsante della sicurezza strategica europea.

L’immagine è quella di un fondale affollato quanto una metropoli: il Mediterraneo, che copre appena l’1% delle acque del globo, è attraversato ogni giorno da 3.500 navi e ospita 850 infrastrutture sensibili fra gasdotti, oleodotti, cavi elettrici e dorsali in fibra ottica. Una concentrazione senza eguali, destinata a crescere: da qui al 2030 sono già in cantiere almeno altri sessanta progetti. Il dato emerge dall’analisi condotta da 24OreNextmed, che ha mappato la rete di infrastrutture critiche presenti nei fondali e lungo le coste del bacino mediterraneo. In questo ecosistema cablato, energia e telecomunicazioni non viaggiano più su binari separati: condividono rotte, vulnerabilità e, sempre più, decisioni politiche.

La ragnatela digitale sotto il mare

Dei 150.000 chilometri di cavi in fibra ottica che percorrono i fondali mediterranei, 65 dorsali principali collegano 260 sistemi primari. Nomi come Medusa, Blue Raman e Blue Med segnano le direttrici lungo cui scorre il 95% delle comunicazioni intercontinentali. Il Canale di Sicilia, quasi privo di isole ma densissimo di infrastrutture, è uno dei tratti a maggiore concentrazione al mondo: qui transita anche il 2Africa, il cavo più lungo del pianeta, con oltre 45.000 chilometri di estensione e una rete di 33 Paesi collegati, gestita da un consorzio che include Meta, Vodafone e aziende statali egiziane e saudite. La gestione condivisa di queste infrastrutture è una delle poche cose che porta a collaborare soggetti con relazioni diplomatiche tutt’altro che distese. Entro il 2030, con l’aggiunta delle sotto-dorsali previste, si arriverà a 118 sistemi distinti con una capacità complessiva di 450 petabyte al secondo. Gli investimenti riflettono questa corsa: se nel triennio 2020–2023 il settore aveva mobilitato 2,5 miliardi di euro, per il periodo 2027–2030 la stima sale a 4,5 miliardi.

Energia elettrica, il nuovo fronte

Parallelamente alla rete digitale, il Mediterraneo si sta coprendo di un’altra infrastruttura strategica: i cavi elettrici ad alta tensione in corrente continua. Il progetto più atteso è Elmed, la prima interconnessione elettrica diretta tra Europa e Africa, promossa da Terna e dalla Società tunisina di elettricità e gas (Steg). Un collegamento da 600 megawatt e 500 kilovolt, lungo circa 220 chilometri di cui oltre 200 in cavo sottomarino attraverso il Canale di Sicilia, destinato a unire la stazione di Partanna, nella Sicilia occidentale, con Cap Bon, nel nord-est della Tunisia. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha rilasciato l’autorizzazione nel maggio 2024 e Terna ha recentemente prorogato al 15 giugno il termine per la presentazione delle offerte relative al supporto ingegneristico per le stazioni di conversione HVDC, del valore complessivo di 1,43 milioni di euro. Elmed è riconosciuto come Progetto di Interesse Comune (PCI) dell’Unione europea e beneficia dei fondi del programma Connecting Europe Facility. Sul versante dei cavi elettrici, Terna ha anche stabilito un record mondiale di posa a 2.150 metri di profondità nel tratto del Tyrrhenian Link tra Sicilia e Sardegna, un’opera da 3,7 miliardi di euro e 1.000 megawatt di potenza che ridisegna la mappa energetica interna del Paese.

La duplice sfida della sicurezza

A fronte di questa densità infrastrutturale, il tema della protezione fisica è diventato urgente. Il precedente più citato è il Mar Baltico, dove fra il 2022 e il gennaio 2025 sono stati danneggiati almeno sei infrastrutture sottomarine critiche, gasdotti e cavi in fibra ottica compresi, con navi russe identificate nelle vicinanze in tutti i casi. Nel Mediterraneo la concentrazione di infrastrutture italiane è incomparabilmente più alta, ma non esiste ancora una risposta NATO equivalente all’Operazione Baltic Sentry. Nel novembre 2025 la rete NATO per le Infrastrutture Critiche Sottomarine si è riunita a Roma per la prima volta con la partecipazione di Paesi partner non appartenenti all’Alleanza, concentrandosi sulle minacce ibride nel Mediterraneo. Sul fronte tecnologico, la risposta più innovativa arriva dalla Finlandia: la società di telecomunicazioni Elisa ha testato con successo un sistema di monitoraggio basato su Distributed Acoustic Sensing (DAS), che trasforma le fibre ottiche già posate in sensori distribuiti capaci di rilevare vibrazioni e anomalie sul fondale. I test, condotti nel Golfo di Finlandia con la partecipazione della Guardia Costiera e della Marina militare finlandesi, hanno simulato scenari di danneggiamento intenzionale. L’obiettivo è un servizio automatizzato di allerta in tempo reale: la tecnologia DAS potrebbe essere applicata anche nel Mediterraneo, dove la densità delle infrastrutture rende ogni chilometro di cavo un bersaglio potenziale.

L’Italia nel mezzo del gioco

L’Italia siede al centro di questa partita, con una posizione geografica che è insieme opportunità e vulnerabilità. Il Paese è il quarto produttore mondiale di cavi sottomarini e ospita 34 sistemi complessivi, distribuiti tra Sicilia, Puglia e Liguria. Sparkle, società del gruppo TIM, gestisce oltre un terzo dei cavi sottomarini nel Mediterraneo; non a caso, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ne ha acquisito il 70% insieme a Retelit, con il via libera della Commissione europea arrivato nell’aprile 2026. La scelta è stata letta come una mossa di politica industriale su un’infrastruttura che tocca direttamente la sicurezza digitale del Paese. Parallelamente, la legge n. 9 del 2026 ha introdotto per la prima volta un quadro normativo italiano sulla sicurezza delle attività nella dimensione subacquea, entrata in vigore l’11 febbraio scorso. E l’onorevole Nino Minardo, presidente della Commissione Difesa della Camera, ha annunciato nell’aprile 2026 che la Sicilia ospiterà un hub regionale europeo per il monitoraggio dei cavi sottomarini, consolidando il ruolo dell’isola come crocevia non solo energetico ma anche digitale del Mediterraneo.

Un corridoio che si moltiplica

La notizia più recente racconta bene la velocità con cui questo scenario si trasforma. L’8 giugno 2026, ViaTunisia, il tratto sottomarino tra Marsiglia e Biserta lungo circa 1.050 chilometri, ha raggiunto formalmente lo stato di “Ready for Service”, entrando in piena operatività come segmento chiave del sistema Medusa: 8.760 chilometri complessivi, 24 coppie di fibre, una capacità di 480 terabit al secondo, cofinanziato dall’Unione europea attraverso il Connecting Europe Facility. Nello stesso corridoio tra Italia e Tunisia, nel 2024 Terna aveva avviato le procedure per Elmed. La convergenza tra le due direttrici, quella digitale e quella energetica, lungo le stesse rotte maritime del Canale di Sicilia, non è casuale: è il prodotto di una geografia che costringe a fare scelte strategiche. Come ha notato l’Agenzia Nova, il completamento di Elmed farà della Sicilia un hub energetico mediterraneo in una fase in cui l’Italia punta a consolidare la propria centralità nei flussi tra Europa e Africa, nel più ampio quadro del Piano Mattei. Il Mediterraneo, insomma, non è più soltanto la culla della civiltà occidentale. È diventato il laboratorio in cui si decide chi controlla i dati, l’energia e, in ultima analisi, i rapporti di forza del XXI secolo.

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