
Il Libano ago della bilancia in una guerra che non finisce
Sul Medio Oriente pesano formalmente due cessate il fuoco. Il primo, quello tra Stati Uniti e Iran, è in vigore dall’aprile 2026 e Trump lo ha poi esteso a tempo indeterminato. Il secondo, tra Israele e il governo libanese, è stato raggiunto con mediazione americana e rinnovato più volte nell’arco di poche settimane, l’ultima volta all’inizio di giugno. Nessuno dei due ha fermato le bombe. Il Pentagono definisce gli attacchi statunitensi “difensivi” e “proporzionati”, Teheran risponde con missili e droni, e Israele continua a bombardare il Libano meridionale come se le tregue non esistessero. Il risultato è un conflitto che si autoalimenta in modo che nessuno dei protagonisti sembra in grado (o del tutto disposto) a interrompere.
Il punto di innesco più recente è stato l’abbattimento di un elicottero militare americano AH-64 Apache sulle acque dello Stretto di Hormuz, attribuito dagli Usa a un drone Shahed iraniano. L’incidente è avvenuto mentre i due Paesi erano formalmente impegnati a negoziare. Trump ha risposto con una serie di raid, prima su Qeshm, Sirik e Bandar Abbas, poi con una nuova ondata il giorno seguente, colpendo sistemi di difesa aerea, stazioni di controllo e radar nelle regioni meridionali dell’Iran. Il Centcom ha definito la missione “una risposta proporzionata a un’ingiustificata aggressione iraniana”. I due piloti dell’Apache sono stati recuperati vivi grazie a un drone marino in un’operazione che il Pentagono ha presentato come la prima del genere. Poi, dall’Ufficio Ovale, Trump ha dichiarato che gli attacchi sarebbero proseguiti e ha minacciato di colpire anche le infrastrutture civili della Repubblica islamica: energia, porti, industria.
Tiro, patrimonio dell’umanità sotto le bombe
Mentre i generali discutono di proporzionalità e i negoziatori si agitano tra Doha e Washington, a Tiro si muore. La città portuale del Libano meridionale, patrimonio mondiale dell’Unesco e uno dei centri urbani più antichi del Mediterraneo, è oggetto dei raid israeliani più intensi dall’inizio della nuova escalation, cominciata il 2 marzo quando Hezbollah ha ripreso a lanciare razzi su Israele dopo la morte del leader supremo iraniano Ali Khamenei, ucciso negli attacchi congiunti USA-Israele. Analisi di immagini satellitari acquisite tra gennaio e il 4 giugno mostrano una distruzione sistematica: almeno 25 edifici residenziali colpiti direttamente, blocchi interi rasi al suolo, oltre 31 raid aerei diretti sulla città dall’inizio di marzo. I danni alle sole strutture di Beirut e del Monte Libano sono stati stimati dalle Nazioni Unite in oltre 365 milioni di dollari.
Israele ha esteso le ordinanze di evacuazione anche al quartiere cristiano di Tiro, fino ad allora risparmiato. I tre arcivescovi della città, quello cattolico melchita Georges Iskandar, il greco-ortodosso Elias Kfoury e il maronita Charbel Abdallah, hanno lanciato un appello internazionale perché vengano protetti i civili. Centinaia di famiglie si sono riversate sull’autostrada costiera verso Sidone, con materassi e masserizie sui tettini delle auto. Il bilancio complessivo dall’inizio dell’offensiva israeliana del 2 marzo supera le 3.600 vittime in Libano e circa un milione di sfollati interni.
Hormuz, lo stretto che l’Iran chiude e riapre
Lo Stretto di Hormuz è diventato il termometro più immediato della crisi. Il traffico commerciale attraverso la via d’acqua da cui prima della guerra transitava circa il 20 per cento del petrolio mondiale è di fatto bloccato dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio. Gli USA impongono un blocco navale sui porti iraniani; l’Iran risponde con la minaccia di chiudere il corridoio a tutte le navi. Il 1° giugno l’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran, aveva già annunciato la chiusura totale di Hormuz e di Bab el-Mandeb, in concomitanza con la sospensione dei negoziati indiretti con Washington, citando l’offensiva israeliana in Libano come casus belli.
Oggi, 11 giugno, l’autorità marittima iraniana ha confermato la chiusura dello Stretto “fino a nuovo ordine”, con la precisazione che qualsiasi nave in transito sarà presa di mira. Già due imbarcazioni risulterebbero colpite. Nel frattempo, come segnalato da Il Post, diversi paesi stanno stringendo accordi bilaterali con Teheran per il transito di petrolio e gas al di fuori del blocco, il che normalizza di fatto il controllo iraniano sulla rotta e svuota progressivamente la pressione che la Marina Usa intendeva esercitare. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha avvertito che all’Europa restano forse sei settimane di carburante per aerei se le forniture non riprenderanno. La riapertura di Hormuz resta uno dei punti centrali di qualsiasi accordo definitivo, ma finché i raid israeliani in Libano continuano e Teheran li usa come pretesto, anche questa leva rimane bloccata.
Hezbollah, la variabile che blocca ogni accordo
È qui che il nodo libanese stringe davvero la partita diplomatica. L’Iran ha sempre condizionato il rispetto del cessate il fuoco con Washington all’interruzione delle operazioni israeliane in Libano, cosa che non è mai avvenuta. Teheran ha sospeso i negoziati in più occasioni proprio citando le bombe su Beirut e il Sud del paese, e ha ripreso gli attacchi domenica 8 giugno dichiarando di agire in rappresaglia per i bombardamenti israeliani in corso. Questo meccanismo trasforma il Libano in una leva nelle mani iraniane: finché Israele bombarda, Teheran ha un pretesto per non firmare, e Trump, che vuole l’accordo, si trova a dover contenere Netanyahu.
Il 3 giugno, dopo due giorni di negoziati diretti alla sede del Dipartimento di Stato, Israele e il governo libanese hanno raggiunto un’intesa per un cessate il fuoco totale che prevedeva l’interruzione completa delle ostilità di Hezbollah. Il gruppo ha rigettato l’accordo il giorno stesso, con il segretario generale Naim Qassem che ha definito le trattative una “farsa” e ribadito che la condizione per fermarsi è il ritiro israeliano dal paese. Senza Hezbollah, il testo resta sulla carta. Come ha scritto Axios, la cessazione delle ostilità in Libano è una delle richieste esplicite che Teheran ha posto come condizione per avanzare sul nucleare. Il gruppo non era stato invitato ai colloqui di Washington, il che ne spiega il rifiuto, ma solleva un interrogativo strutturale: è possibile negoziare una pace in Libano escludendo la forza che controlla il terreno?
Netanyahu e Trump, alleati con interessi divergenti
Il Washington Post e più fonti americane hanno riportato di una telefonata durissima tra Trump e Netanyahu, con il presidente USA che avrebbe bloccato un piano israeliano per attacchi massicci su Beirut ritenendolo controproducente rispetto ai negoziati con l’Iran. Netanyahu ha minimizzato la frizione parlando di “semplici disaccordi tattici”, ma la sostanza politica è difficile da dissimulare. Trump vuole chiudere la guerra entro l’estate, prima del suo ottantesimo compleanno e del 250° anniversario degli Stati Uniti, con un occhio alle elezioni di midterm di novembre. Netanyahu, in campagna elettorale permanente, gioca invece sull’immagine della fermezza: vuole eliminare la minaccia dal confine nord senza che nessuno, né il governo libanese, né Washington, gli dica come e quando farlo.
In pratica, l’accordo USA-Iran, ammesso che si raggiunga, rappresenterebbe per entrambe le parti poco più di un “time out” di qualche mese. Dopo di che, per quanto riguarda il Libano e Hezbollah, le strade di Washington e Gerusalemme si separeranno. Gli USA vogliono pace o cessate il fuoco; Israele decide da sola cosa fare di Hezbollah, senza che nessuno le dica come e con quali mezzi affrontarlo.
Il negoziato sul nucleare, quattro punti e molte incognite
Sul tavolo dei negoziatori ci sono quattro elementi fondamentali: sospensione dell’arricchimento dell’uranio per almeno quindici anni; diluizione delle scorte esistenti al di sotto del 60%; smantellamento dei siti di Natanz, Fordo e Isfahan; accesso ispettivo internazionale senza preavviso in qualunque momento e ovunque. L’Iran avrebbe accettato, almeno in linea di principio, i primi tre punti. Il quarto, le ispezioni a sorpresa anche nelle basi militari dei Guardiani della Rivoluzione dove probabilmente si trova la maggior parte dell’uranio arricchito, resta il nodo irrisolto. Teheran ritiene il punto inaccettabile; Washington insiste che senza trasparenza verificabile non c’è accordo.
A complicare il quadro ci sono le fazioni iraniane più oltranziste, legate al ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che continuano a opporsi a qualsiasi intesa che non preveda prima la revoca delle sanzioni e il rilascio dei fondi congelati. La delegazione del Qatar è tornata a Teheran più volte nelle ultime settimane per tenere aperto il dialogo, ma l’Iran ha rifiutato un incontro trilaterale con gli USA. I negoziati in Svizzera sulla seconda fase, previsti per metà giugno, rischiano di saltare. E nel frattempo Trump, che secondo la CNN ha annunciato la vicinanza all’accordo almeno 38 volte dall’inizio del conflitto, ha dichiarato dall’Ufficio Ovale che gli attacchi “continueranno anche oggi” e che “se non firmano, li bombarderemo senza pietà”. Una combinazione di minaccia e promessa che è diventata il registro fisso di questa crisi, senza che finora abbia prodotto la firma attesa.







