
Il naufragio di Starmer e il paradosso britannico
Keir Starmer ha annunciato le sue dimissioni da leader del Partito Laburista e da primo ministro con un discorso davanti al numero 10 di Downing Street, ponendo fine a una delle parabole più rapide e tormentate della storia politica britannica recente. Nel discorso, in cui è apparso commosso, Starmer ha detto che la domanda che sente provenire dal partito è chi sia il leader migliore in vista delle prossime elezioni, previste nel 2029, di avere ascoltato la risposta e di averla accettata con buona grazia. Ha aggiunto di aver parlato con il Re per informarlo della sua decisione, e ha garantito di fare tutto il possibile per garantire un’ordinata transizione di potere.
Quello che appena due anni fa sembrava il ritorno trionfale del Labour al governo dopo la lunga stagione conservatrice si conclude invece tra contestazioni interne, sondaggi disastrosi e una crescente sfiducia dell’opinione pubblica. Se Starmer dovesse lasciare l’incarico quest’anno, la Gran Bretagna si ritroverebbe con il settimo primo ministro in un decennio, un ricambio senza precedenti nella storia moderna del Paese. Un record che, da solo, dice tutto su quanto sia diventata instabile la politica britannica dopo il referendum del 2016.
Il processo a un premier
Il mandato di Starmer, iniziato a luglio 2024, è stato segnato da passi falsi, cambi di rotta politici, scandali e dimissioni ministeriali. A segnare la crisi del 63enne ex avvocato e procuratore generale del Regno sono state l’impopolarità record, le critiche raccolte alla testa del governo nei due anni scarsi trascorsi dalla vittoria su temi chiave come l’economia, il welfare, la difesa o l’immigrazione, lo scandalo della nomina ad ambasciatore negli Usa di lord Peter Mandelson, amico di Jeffrey Epstein, e la debacle storica subita dai laburisti alle amministrative del 7 maggio.
Cambi di rotta su dossier cruciali, tensioni con la base, scandali politici e una serie di dimissioni ministeriali hanno progressivamente eroso la sua credibilità. Le pesanti perdite registrate in Inghilterra, Scozia e Galles hanno convinto una parte crescente del gruppo parlamentare che il premier fosse diventato un peso elettorale. Secondo i media britannici, oltre cento deputati laburisti ne avrebbero chiesto il passo indietro.

Burnham entra in scena
Sindaco di Manchester fino a pochi giorni fa, Andy Burnham è molto più di un candidato di riserva. In quasi dieci anni alla guida di una delle più grandi aree metropolitane del Regno Unito ha costruito un modello di governo locale che i suoi sostenitori vogliono portare su scala nazionale. Il cosiddetto “Manchesterism” è radicato nella devolution, nella pianificazione di lungo periodo e in quella che Burnham ha definito “crescita buona”: nella pratica, l’utilizzo della proprietà pubblica per governare la fornitura dei beni essenziali, come trasporti, casa ed energia, per ampliarne l’offerta, abbatterne i costi e renderli più accessibili. Il successo più citato è concreto e misurabile: il ritorno sotto controllo pubblico della rete degli autobus di Manchester, con la creazione di un sistema di trasporto integrato, chiamato Bee Network, modellato su quello di Londra.
Burnham ha imparato dal territorio il valore di partire dalle comunità locali per ricostruire un rapporto tra cittadini e istituzioni. “Place before politics” è diventato il suo mantra. La sua vera scommessa, ora, è tradurre quel modello in un programma di governo per l’intero Paese: costringere il Labour a prendere sul serio i territori, le comunità e le forme concrete della vita sociale.
Burnham si presenta con credibilità come una figura nuova, non compromessa con Starmer e i suoi fallimenti. Avendo trascorso molto tempo lontano da Londra, ha meno agganci in Parlamento di altri potenziali rivali, ma questo potrebbe giocare a suo favore. Wes Streeting, l’ex ministro della Salute che si era dimesso a maggio con l’intenzione di candidarsi a sostituire Starmer, potrebbe desistere se Burnham gli offrisse un ruolo importante. Con oltre 300 deputati laburisti già dalla sua parte, il “Re del Nord” parte comunque con un vantaggio che difficilmente può essere colmato.
L’avanzata di Farage
Mentre il Labour si riorganizza, il panorama politico che lo circonda è cambiato radicalmente. Il tradizionale bipartitismo rosso-blu di Laburisti e Conservatori è stato rimpiazzato da un’inedita situazione di multipartitismo, in cui cinque partiti, estremamente eterogenei e identitari, lottano per entrare o per non uscire dalla scena politica del Paese.
Alle amministrative del maggio 2026 il Reform UK di Nigel Farage ha conquistato oltre mille seggi nei consigli locali, mentre i laburisti ne perdevano centinaia. I sondaggi collocano stabilmente Reform in testa, attorno al venticinque per cento, con Labour e conservatori staccati e divisi. Reform ha sottratto voti al partito conservatore e ha perso perfino il controllo della città di Newcastle a favore dei populisti.
Quando i voti si spargono tra cinque partiti anziché due, la quota necessaria per arrivare primi in ciascun collegio si abbassa. Il sistema uninominale, che storicamente punisce chi è forte ovunque ma non dominante da nessuna parte, diventa improvvisamente favorevole a chi riesce a tenere la leadership nei sondaggi nazionali mentre gli avversari si cannibalizzano tra loro. Reform può vincere le prossime elezioni politiche senza necessariamente crescere ulteriormente. Gli basta restare primo.

Il Bregret, ovvero la Brexit che fa rimorso
Tutto questo accade durante il decennale del referendum del 23 giugno 2016. E la coincidenza non è indolore: un sondaggio YouGov indica che il 57% dei britannici ritiene che lasciare l’UE sia stato un errore. Diventa quasi surreale scoprire che il 23% di chi oggi si dice deluso aveva votato Leave nel 2016.
I numeri economici confermano il malessere. Il consenso tra gli economisti è che se l’Inghilterra fosse rimasta nell’Unione sarebbe cresciuta sensibilmente di più. Il nuovo sistema doganale britannico ha imbrigliato i commerci, moltiplicato le certificazioni, accresciuto regole e costi per le imprese, e il freno all’immigrazione crea problemi sul mercato del lavoro. Il sogno della “Singapore del Tamigi” si è rivelato tale. Il referendum su Brexit è stato il singolo evento contemporaneo con le conseguenze più profonde sulla politica britannica: dopo quel voto, non è stata più la stessa. Brexit ha completamente cambiato il programma politico e l’elettorato dei Conservatori e in parte anche quello dei Laburisti. Ha anche interrotto lo storico duopolio di questi partiti, portando a un’instabilità che ha creato le condizioni per l’aumento di consensi del partito di Farage.
Ed ecco il paradosso: mentre il 55% dei britannici dichiara di voler rientrare nell’UE, chi guida i sondaggi è Nigel Farage, fondatore del Brexit Party, ex europarlamentare e artefice principale dello strappo del 2016. Il suo Reform UK ha stravinto le elezioni amministrative di maggio, rosicchiando consensi ai laburisti in collegi che sembravano blindati. Il Bregret, il rimpianto per la Brexit, non indebolisce Farage: in qualche modo lo alimenta, perché lui continua a intercettare la rabbia contro l’establishment che quel rimpianto ha generato, incluso il governo che avrebbe dovuto riparare i danni.
Cosa succede adesso
La Gran Bretagna affronta l’estate con un premier dimissionario, un processo di successione aperto e un partito di governo che deve ritrovare un’identità prima delle prossime politiche del 2029. Burnham porterà a Downing Street un profilo diverso da Starmer: più radicato nei territori, più attento alle periferie industriali del nord, con una narrazione meno tecnocratica. Ma le sfide restano formidabili. Il 67% dei britannici ha oggi un’opinione favorevole dell’UE, mentre il 31% ne ha una sfavorevole: un terreno teoricamente favorevole per un riavvicinamento, ma reso scivoloso dalla presenza di Farage come primo partito nei sondaggi. Il settimo premier in dieci anni sarà Andy Burnham, quasi certamente. Starà a lui capire se il Labour può ancora parlare a quell’elettorato delle città operaie che ha smesso di ascoltarlo, o se la clessidra del bipartitismo britannico si è ormai rovesciata per sempre.




