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Argomento: Digitale

Guido Barbieri (EI Towers): “La radio è immortale, il DAB è la sfida del futuro”

La radio è sempre stata un’invisibile voce nell’aria, leggera ma capace di arrivare ovunque. Per decenni è bastata una frequenza, un’antenna, un ricevitore, oggi questo non serve più perché la radio viaggia su infrastrutture digitali, reti complesse e sistemi industriali. Una di queste infrastrutture ha un nome preciso: DAB (Digital Audio Broadcasting). Per capire questa rivoluzione, abbiamo incontrato Guido Barbieri, Amministratore Delegato di EI Towers, che queste reti le progetta e le gestisce ogni giorno.

Qual è oggi il ruolo di EI Towers nel panorama digitale italiano?

EI Towers è il principale operatore infrastrutturale televisivo a servizio del mondo media e radiofonico. Nasciamo nel 2012 dallo spin-off delle torri Mediaset e dal 2018 siamo controllati da F2i, il principale fondo infrastrutturale italiano. Oggi gestiamo 8 MUX nazionali su 11 (tutti tranne quelli Rai) e circa il 70% delle reti regionali. Nel mondo radio siamo i partner industriali di riferimento per tutte le emittenti nazionali e locali private.

Spesso si parla del DAB come di una semplice evoluzione tecnologica. Perché per voi è invece una vera “infrastruttura strategica”?

Il DAB segna il passaggio dall’analogico al digitale, un salto che altri media hanno già compiuto. Per la radio significa poter affiancare il vecchio FM offrendo enormi opportunità ai nuovi editori. Come avvenuto con la TV, dove i canali sono decuplicati, il DAB permette a realtà più piccole di avere una vetrina nazionale che prima non avrebbero mai avuto. È un gioco a somma maggiore di zero che tutela i grandi operatori e apre le porte ai nuovi.

C’è una polemica sulla volontà di alcuni produttori auto di eliminare la radio dai modelli “low cost”. Qual è la vostra posizione?

È un tema di parità d’accesso e di democrazia dell’informazione. La cosiddetta “prominence radiofonica” deve essere garantita. L’accesso libero attraverso l’etere protegge le realtà nazionali dall’essere sovrastate dai grandi aggregatori internazionali. Eliminare la radio dai cruscotti sarebbe l’inizio di un percorso pericoloso per il pluralismo.

Quali sono le sfide tecniche nel mantenere una rete DAB rispetto alla vecchia FM?

La sfida principale è la sincronizzazione. Nel FM vinceva chi “sparava” la potenza più elevata; nel DAB, invece, bisogna orchestrare i segnali in maniera millimetrica affinché arrivino perfettamente sincronizzati al ricevitore. Chi ha esperienza nelle reti televisive è avvantaggiato in questa gestione complessa.

L’intervista integrale a Guido Barbieri, AD EI Towers, è disponibile nel podcast “Connessioni” riservato agli abbonati. Se sei interessato, clicca qui:

https://www.primapaginanews.it/agenzia-stampa-ppn-adi-circle/

La corsa ai Data Center: l’infrastruttura dell’economia digitale

Se la digitalizzazione è il processo che trasforma il mondo in dati, l’AI ne è il motore; quest’ultima analizza enormi quantità di dati per individuare modelli, prendere decisioni autonome e migliorare progressivamente le proprie prestazioni. Insieme, agiscono come motore e acceleratore della trasformazione digitale, necessitando di un luogo fisico per esistere: i Data Center.

I Data Center sono il cuore pulsante dell’economia digitale, in quanto ospitano, elaborano e proteggono enormi quantità di dati. Permettono il funzionamento di cloud computing, AI, e-commerce e servizi online 24/7, garantendo continuità operativa e una sicurezza per le imprese e PA.

Un settore in piena corsa

Il mercato dei Data Center è in forte espansione. Negli Stati Uniti sono stati investiti, nel 2025, oltre 60 miliardi di dollari per la creazione di questi hub. In Europa, sempre nello stesso anno, sono stati investiti un totale di circa 48 miliardi di euro, contribuendo così alla creazione di posti di lavoro altamente qualificati ed entrate fiscali per le amministrazioni locali.

In questo panorama l’Italia si inserisce come un’entità in forte ascesa. Ad oggi conta oltre 200 strutture all’attivo e una potenza di circa 609 MW IT a inizio 2026, concentrata in particolare a Milano. Il settore, con oltre 7 miliardi di euro investiti nel triennio 2023-2025, mira a trasformare il Paese in un hub digitale strategico, con Milano che punta a superare 1 GW entro il 2028.

La svolta normativa: La Legge Delega

Fino ad oggi, la realizzazione di questi centri in Italia è avvenuta in un vuoto normativo, tra labirinti burocratici e incertezze amministrative. Un’importante lacuna che la proposta di legge, presentata dall’onorevole Giulia Pastorella (Azione), mira a colmare.

Approvata alla Camera il 24 febbraio scorso, con 243 voti favorevoli, la “Delega al Governo per la disciplina, la realizzazione e lo sviluppo dei centri di elaborazione dati” segna un significativo punto di svolta. Il testo è composto da quattro articoli, che mirano a semplificare il processo di realizzazione dei Data Center:

  • Definendo una normativa di carattere generale.
  • Fornendo la definizione di “centro di elaborazione di dati”.
  • Delegando all’Esecutivo anche la definizione di un codice ATECO dedicato, appunto, all’attività di costruzione dei Data Center, con la previsione di procedimenti amministrativi semplificati e unici.

Una sfida ambientale

La sfida non è solo burocratica, ma anche ambientale. La norma punta a fornire “soluzioni energetiche pulite con la sperimentazione di sistemi di teleriscaldamento e di raffreddamento, per la riduzione del consumo d’acqua, al fine di favorire la competitività dell’Italia nel settore”, ma anche a prevedere “l’adozione di un procedimento semplificato per la valutazione di impatto ambientale (VIA) e l’autorizzazione integrata ambientale (AIA) riferite ai progetti medesimi”.

Nel testo è previsto anche un ampliamento delle competenze delle Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) e dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN), per garantire un corretto controllo sull’utilizzo dei sistemi Cloud e la vigilanza sui protocolli di sicurezza.

Non si tratta solo di snellire la burocrazia, ma di dare una svolta significativa al posizionamento dell’Italia in un mercato già avviato, contribuendo a creare più posti di lavoro e maggiori investimenti; restituendo anche nuova vita a siti dismessi attraverso l’innovazione.

La nuova geografia dei cavi sottomarini tra Mediterraneo e Asia

A guardarlo sembra un normale tubo di gomma. Eppure quel cavo — che nei prossimi mesi toccherà Grecia, Cipro, Israele e Giordania prima di raggiungere Mumbai — vale centinaia di milioni di euro e veicolerà una fetta consistente delle comunicazioni tra Europa e Asia. Si chiama Blue & Raman, lo ha realizzato Sparkle (gruppo Tim) con il supporto della Commissione Europea, di Google e dei governi dei paesi attraversati. È uno dei cantieri digitali più importanti del momento. Un’infrastruttura che non fa notizia, finché qualcosa non si rompe. 

Il 95-99% del traffico internet mondiale — chat, bonifici, videochiamate, dati cloud — non passa dai satelliti come molti pensano, ma scorre attraverso chilometri di fibra posata sui fondali degli oceani. Dagli anni Novanta questi cavi sono diventati il sistema nervoso nascosto delle comunicazioni planetarie. Il Mediterraneo, su cui si affacciano tre continenti, è oggi uno dei tratti più affollati: nel canale di Sicilia corre anche 2Africa, il cavo più lungo al mondo — oltre 45.000 chilometri — con Meta, Vodafone e aziende statali di Egitto e Arabia Saudita tra i soci del consorzio. 

Una strada alternativa a Suez 

Francia, Italia, Grecia e Cipro si contendono il ruolo di porta d’ingresso per i dati diretti verso il Nord Europa, ma i passaggi obbligati sono pochi: il canale di Suez, il Mar Rosso, lo stretto di Bab el-Mandeb

Tra il 2023 e il 2024, mentre gli Houthi yemeniti imperversavano nel Mar Rosso, diversi cavi sottomarini hanno subito danni in quella zona, con effetti concreti sulle connessioni di milioni di persone in Africa orientale, Medio Oriente e Asia meridionale. Nel Baltico, nello stesso periodo, si sono verificate rotture sospette di infrastrutture sottomarine, con indagini che hanno puntato su navi russe e cinesi. Una vulnerabilità nota da tempo agli addetti ai lavori, improvvisamente balzata all’attenzione dell’opinione pubblica. 

È stato proprio questo scenario a spingere Sparkle su una rotta diversa per Blue & Raman: invece di passare per Suez, il cavo approderà ad Aqaba, in Giordania, tagliando fuori il corridoio egiziano. Una decisione tecnica con un significato politico preciso. 

Un cavo sottomarino © Imagoeconomica

Posare un cavo non è un’operazione banale 

Costruire e tenere in vita una rete sottomarina è un’impresa che pochi immaginano nella sua complessità. La posa richiede analisi dettagliate dei fondali, protezioni rinforzate lungo le coste e interramento fino a mille metri per mettere i cavi al riparo da ancore e reti da pesca. Le navi specializzate disponibili nel mondo sono una sessantina, prenotate con anni d’anticipo. Già questo dettaglio basta a capire quanto sia delicata l’intera filiera. 

Gli incidenti, nonostante le precauzioni, accadono. Le riparazioni possono costare centinaia di migliaia di euro. Sparkle monitora il traffico marittimo in tempo reale dal suo NOC (Network Operations Center) di Acilia che segnala alla Marina Militare ogni avvicinamento sospetto. Il tratto mediterraneo di Blue & Raman ospita inoltre una componente della rete RIFON (rete Interforze in Fibra Ottica Nazionale) della Difesa, pensata per garantire una via di riserva in caso di guasti o sabotaggi. Data la posta in gioco, il governo italiano ha avviato le procedure per acquisire il 70% di Sparkle. L’operazione dovrebbe chiudersi entro il 2026, anche se le trattative sono ancora in corso. 

L’Italia può diventare un hub. Ma deve volerlo 

Dal punto di vista geografico, l’Italia è imbattibile: nessun altro paese europeo è posizionato così bene come punto d’approdo per i cavi che arrivano da Asia, Africa e Medio Oriente. Il problema è che questo vantaggio è rimasto in gran parte sulla carta. Iter autorizzativi lunghi, infrastrutture terrestri non sempre all’altezza e una strategia industriale frammentata hanno frenato l’Italia mentre la Francia costruiva Marsiglia come hub mediterraneo e la Grecia investiva su Atene e Salonicco. 

Big tech, Cina e la questione dei dati 

Il mercato si sta trasformando anche per un’altra ragione: Google, Meta, Amazon e Microsoft stanno posando reti di cavi proprietarie, spinti dalla crescita del cloud e dalla fame di banda dell’intelligenza artificiale. Un cavo di ultima generazione può trasportare fino a 500 terabit al secondo, ma la domanda continua a correre più veloce dell’offerta. 

Sullo sfondo c’è la Cina: aziende come HMN Technologies e Hengtong partecipano a numerosi progetti internazionali, ma Europa e Stati Uniti hanno cominciato a escluderle dai sistemi più sensibili, dopo che diversi governi hanno sollevato dubbi sulla possibilità che apparati cinesi possano essere usati per intercettare i dati in transito. Non è una preoccupazione nuova: già nel 2013 le rivelazioni di Snowden avevano mostrato come i cavi sottomarini potessero essere sfruttati per la sorveglianza. Ma oggi il contesto è diverso — più frammentato, più teso — e la questione è tornata al centro con urgenza rinnovata. Chi controlla fisicamente un cavo può, almeno in teoria, leggere ciò che vi passa dentro. L’Unione Europea ha riconosciuto i cavi sottomarini come infrastrutture critiche, ha stanziato nuovi fondi e li ha inseriti nel perimetro della normativa sulla sicurezza delle reti. Ma una filiera europea davvero autonoma — dalla produzione alla posa, dalla manutenzione alla gestione — è ancora, secondo molti analisti, un obiettivo lontano.