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Argomento: Digitale

Digital twin, dati e territorio. Misuriello (Esri Italia) racconta la trasformazione digitale dell’Italia che non si vede

Esri Italia è l’azienda di riferimento nel nostro paese per le soluzioni GIS (Geographic Information System) applicate alla pubblica amministrazione e alle imprese. Nata nei primi anni Novanta come spin-off di Telespazio, oggi è parte della rete Esri One Company, un sistema di oltre ottanta aziende operative in circa duecento paesi che fa capo a Esri Inc., leader mondiale nel software per l’intelligenza territoriale. L’80% del capitale rimane in mani italiane, mentre il 20% appartiene al fondatore di Esri Inc., l’americano Jack Dangermond. La piattaforma ArcGIS, cuore dell’offerta, è il sistema con cui enti come ANAS, RFI, Autostrade per l’Italia, Enel, Terna e decine di amministrazioni locali gestiscono, analizzano e visualizzano dati territoriali. Ne abbiamo parlato con il suo Amministratore Delegato, Emilio Misuriello, da oltre vent’anni al vertice dell’azienda.

Per iniziare, può spiegare brevemente come è nata Esri Italia e cosa fa?

Esri Italia nasce agli albori degli anni Novanta da uno spin-off di Telespazio. Quell’azienda aveva stipulato un accordo con Esri America per la distribuzione, perché stava gestendo un satellite per l’osservazione della Terra e aveva bisogno di strumenti software per elaborare a terra le immagini satellitari. In seguito, fu costituita una joint venture con Esri che, attraverso le successive vicissitudini societarie di Telespazio e poi di Telecom, arrivò al 2000: Telecom decise di cedere le unità più piccole del suo portafoglio e il manager che gestiva Esri Italia ne acquistò tutte le quote. Da allora l’azienda è indipendente.

Ci occupiamo della gestione di dati territoriali: li integriamo e permettiamo di condurre analisi spaziali. Significa, per esempio, incrociare dati lineari come i grafi stradali con aree poligonali di natura catastale o urbanistica. Integriamo basi informative eterogenee e le rendiamo interrogabili. Con l’evoluzione tecnologica, e ora con l’intelligenza artificiale, quello che si può fare diventa ogni giorno più interessante.

Sul tema del digital twin lei ha espresso più volte una posizione critica, anche in Parlamento. Il termine è entrato nel vocabolario di qualsiasi appalto e piano industriale, ma spesso sembra un sinonimo di modello 3D. C’è davvero tanta confusione?

Pensare che il digital twin si esaurisca in un modello tridimensionale è un errore strutturale. Il digital twin è molto di più: è l’integrazione di dati eterogenei. C’è il dato tridimensionale, che è fondamentale, e deve riguardare tanto il sovrasuolo quanto il sottosuolo: in un digital twin territoriale non basta sapere cosa c’è in superficie, bisogna sapere anche cosa c’è sotto, dal punto di vista delle reti e delle infrastrutture. Poi deve essere collegato al BIM, il Building Information Modeling. GIS e BIM sono complementari come un telescopio e un microscopio: il GIS ti dà la visione dall’alto, il BIM ti dice come è fatta quella parete, dove passa l’impianto elettrico, dove si trova una presa. Avere i due strumenti che dialogano è un elemento imprescindibile. A questo si aggiungono le informazioni dinamiche, perché il territorio cambia in tempo reale: il traffico, le condizioni meteorologiche, la semaforica, i sensori di vario tipo. Tutti questi elementi IoT producono dati dinamici che devono essere integrati nel modello.

Può farci un esempio concreto di come questa integrazione funziona in pratica?

Prendiamo il caso dell’esondazione del Seveso a Milano. I sensori IoT rilevano l’esondazione in tempo reale. Nella centrale operativa, il sistema identifica le aree da avvisare per la protezione civile: è una gestione semi-automatica, dove l’intervento umano rimane centrale. Ma si può andare oltre: l’intelligenza artificiale può elaborare dati meteo previsionali, integrarli con quelli IoT e attivare avvisi in modo automatico prima che il fenomeno si manifesti. Abbiamo visto convergere in questo esempio diverse tecnologie: GIS, BIM, IoT, intelligenza artificiale. La nostra piattaforma è una componente di questo ecosistema.

E nella cantieristica questo ragionamento si applica allo stesso modo?

Assolutamente sì. L’integrazione tra cantiere e territorio è fondamentale nelle grandi infrastrutture. Se devo organizzare un trasporto eccezionale, devo capire come interrompere la circolazione in un dato momento e quale interferenza avrò sul contesto urbano circostante. E poi c’è tutta la gestione della sicurezza in cantiere. Non è un aspetto banale.

Questo approccio richiederebbe una regia unificata sulla gestione di tutte queste informazioni. I vari attori che rielaborano i dati devono poter comunicare tra loro. È così?

È un processo che deve ancora essere digerito e consolidato. Oggi ciascuno ha il proprio digital twin: chi gestisce le utility ha il suo, la città ha il suo, il BIM di un singolo edificio è già di per sé un digital twin. L’integrazione di questi elementi è la sfida in corso. Una sfida che si sta affrontando, ma che è ancora agli inizi.

Quali sono gli ostacoli principali?

La grande quantità di dati e la capacità di elaborarli. L’intelligenza artificiale richiede molta energia e infrastrutture in grado di sostenere carichi enormi. Negli Stati Uniti si discute già di bloccare l’apertura di nuovi data center perché appesantiscono le reti elettriche. Il costo energetico cresce, e bisogna prenderne atto: la tecnologia inquina e consuma risorse. È una questione che non possiamo ignorare.

Può darci un esempio positivo in cui i dati spaziali hanno davvero cambiato la gestione di un’opera, e uno negativo in cui il potenziale non è stato raccolto?

Un caso positivo è quello del Bosco Verticale a Milano, dove la modellazione spaziale ha permesso di capire come sette ettari di verde potessero diventare nove, ottimizzando la distribuzione del patrimonio vegetale. Sempre su Milano, ho visto un progetto molto interessante che riguarda il recupero del sedime ferroviario dismesso come percorso verde continuo, capace di connettere quartieri oggi separati. Sono esempi positivi, a condizione che la pubblica amministrazione li recepisca e li trasformi in realtà. Sul fronte negativo, vediamo purtroppo come questi strumenti vengano utilizzati anche in contesti bellici, per identificare obiettivi da colpire con precisione. Sono strumenti potenti, e possono essere usati bene o male.

Il GIS è uno strumento fondamentale per il monitoraggio e la rendicontazione del PNRR. Lei ha un osservatorio privilegiato: può farci un bilancio reale? La tecnologia è stata usata per accelerare i processi, o principalmente per giustificarli ex post?

Il PNRR ha rappresentato un momento importante per la nostra pubblica amministrazione, perché ha permesso di sbloccare l’adozione del digitale in molti enti. Ma è solo l’inizio di un percorso che deve essere portato a termine: non basta avviare i processi, bisogna garantirne la manutenzione nel tempo, perché le applicazioni tecnologiche evolvono continuamente. Devo però fare anche una critica alle aziende, incluse quelle tecnologiche: alcune hanno approfittato del PNRR senza dare il meglio. Si poteva fare di più e meglio.

Dal suo osservatorio privilegiato, a che punto è l’Italia nel governo digitale del territorio?

Siamo molto indietro, purtroppo. Tra le realtà più avanzate c’è il Comune di Milano, che tuttavia non ha ancora completato passaggi importanti, come una vera integrazione tra territorio e Internet of Things, la sensoristica diffusa. Siamo ancora alle prime battute. L’integrazione tra BIM e GIS si sta sviluppando, ma non è prassi comune negli enti pubblici, nemmeno nelle grandi città. Il digital twin è una parola che riempie i documenti, ma deve essere riempita di contenuti reali. Altrimenti rimane uno slogan, e di slogan abbiamo già abbastanza.

E Roma? Abbiamo appena chiuso il Giubileo, si parla già del prossimo, di una candidatura olimpica, del piano casa. Sembra che sulla Capitale i tempi di realizzazione siano sempre molto lunghi rispetto al consenso immediato che certi annunci generano. Come si conciliano le due cose?

Roma ha oggi delle grandi opportunità ed è una città che sta pensando al futuro. I limiti sono nella burocrazia e nella complessità dei processi decisionali. Si possono superare, ma richiede una concertazione politica seria: con chi vive la città e con chi la gestisce. E non è solo il Comune a gestirla: ci sono le municipalizzate, ci sono i privati, ci sono interessi spesso contrapposti. La strada si sta segnando, ma la concertazione non è mai facile.

Il Mediterraneo, laboratorio globale delle infrastrutture critiche

L’immagine è quella di un fondale affollato quanto una metropoli: il Mediterraneo, che copre appena l’1% delle acque del globo, è attraversato ogni giorno da 3.500 navi e ospita 850 infrastrutture sensibili fra gasdotti, oleodotti, cavi elettrici e dorsali in fibra ottica. Una concentrazione senza eguali, destinata a crescere: da qui al 2030 sono già in cantiere almeno altri sessanta progetti. Il dato emerge dall’analisi condotta da 24OreNextmed, che ha mappato la rete di infrastrutture critiche presenti nei fondali e lungo le coste del bacino mediterraneo. In questo ecosistema cablato, energia e telecomunicazioni non viaggiano più su binari separati: condividono rotte, vulnerabilità e, sempre più, decisioni politiche.

La ragnatela digitale sotto il mare

Dei 150.000 chilometri di cavi in fibra ottica che percorrono i fondali mediterranei, 65 dorsali principali collegano 260 sistemi primari. Nomi come Medusa, Blue Raman e Blue Med segnano le direttrici lungo cui scorre il 95% delle comunicazioni intercontinentali. Il Canale di Sicilia, quasi privo di isole ma densissimo di infrastrutture, è uno dei tratti a maggiore concentrazione al mondo: qui transita anche il 2Africa, il cavo più lungo del pianeta, con oltre 45.000 chilometri di estensione e una rete di 33 Paesi collegati, gestita da un consorzio che include Meta, Vodafone e aziende statali egiziane e saudite. La gestione condivisa di queste infrastrutture è una delle poche cose che porta a collaborare soggetti con relazioni diplomatiche tutt’altro che distese. Entro il 2030, con l’aggiunta delle sotto-dorsali previste, si arriverà a 118 sistemi distinti con una capacità complessiva di 450 petabyte al secondo. Gli investimenti riflettono questa corsa: se nel triennio 2020–2023 il settore aveva mobilitato 2,5 miliardi di euro, per il periodo 2027–2030 la stima sale a 4,5 miliardi.

Energia elettrica, il nuovo fronte

Parallelamente alla rete digitale, il Mediterraneo si sta coprendo di un’altra infrastruttura strategica: i cavi elettrici ad alta tensione in corrente continua. Il progetto più atteso è Elmed, la prima interconnessione elettrica diretta tra Europa e Africa, promossa da Terna e dalla Società tunisina di elettricità e gas (Steg). Un collegamento da 600 megawatt e 500 kilovolt, lungo circa 220 chilometri di cui oltre 200 in cavo sottomarino attraverso il Canale di Sicilia, destinato a unire la stazione di Partanna, nella Sicilia occidentale, con Cap Bon, nel nord-est della Tunisia. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha rilasciato l’autorizzazione nel maggio 2024 e Terna ha recentemente prorogato al 15 giugno il termine per la presentazione delle offerte relative al supporto ingegneristico per le stazioni di conversione HVDC, del valore complessivo di 1,43 milioni di euro. Elmed è riconosciuto come Progetto di Interesse Comune (PCI) dell’Unione europea e beneficia dei fondi del programma Connecting Europe Facility. Sul versante dei cavi elettrici, Terna ha anche stabilito un record mondiale di posa a 2.150 metri di profondità nel tratto del Tyrrhenian Link tra Sicilia e Sardegna, un’opera da 3,7 miliardi di euro e 1.000 megawatt di potenza che ridisegna la mappa energetica interna del Paese.

La duplice sfida della sicurezza

A fronte di questa densità infrastrutturale, il tema della protezione fisica è diventato urgente. Il precedente più citato è il Mar Baltico, dove fra il 2022 e il gennaio 2025 sono stati danneggiati almeno sei infrastrutture sottomarine critiche, gasdotti e cavi in fibra ottica compresi, con navi russe identificate nelle vicinanze in tutti i casi. Nel Mediterraneo la concentrazione di infrastrutture italiane è incomparabilmente più alta, ma non esiste ancora una risposta NATO equivalente all’Operazione Baltic Sentry. Nel novembre 2025 la rete NATO per le Infrastrutture Critiche Sottomarine si è riunita a Roma per la prima volta con la partecipazione di Paesi partner non appartenenti all’Alleanza, concentrandosi sulle minacce ibride nel Mediterraneo. Sul fronte tecnologico, la risposta più innovativa arriva dalla Finlandia: la società di telecomunicazioni Elisa ha testato con successo un sistema di monitoraggio basato su Distributed Acoustic Sensing (DAS), che trasforma le fibre ottiche già posate in sensori distribuiti capaci di rilevare vibrazioni e anomalie sul fondale. I test, condotti nel Golfo di Finlandia con la partecipazione della Guardia Costiera e della Marina militare finlandesi, hanno simulato scenari di danneggiamento intenzionale. L’obiettivo è un servizio automatizzato di allerta in tempo reale: la tecnologia DAS potrebbe essere applicata anche nel Mediterraneo, dove la densità delle infrastrutture rende ogni chilometro di cavo un bersaglio potenziale.

L’Italia nel mezzo del gioco

L’Italia siede al centro di questa partita, con una posizione geografica che è insieme opportunità e vulnerabilità. Il Paese è il quarto produttore mondiale di cavi sottomarini e ospita 34 sistemi complessivi, distribuiti tra Sicilia, Puglia e Liguria. Sparkle, società del gruppo TIM, gestisce oltre un terzo dei cavi sottomarini nel Mediterraneo; non a caso, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ne ha acquisito il 70% insieme a Retelit, con il via libera della Commissione europea arrivato nell’aprile 2026. La scelta è stata letta come una mossa di politica industriale su un’infrastruttura che tocca direttamente la sicurezza digitale del Paese. Parallelamente, la legge n. 9 del 2026 ha introdotto per la prima volta un quadro normativo italiano sulla sicurezza delle attività nella dimensione subacquea, entrata in vigore l’11 febbraio scorso. E l’onorevole Nino Minardo, presidente della Commissione Difesa della Camera, ha annunciato nell’aprile 2026 che la Sicilia ospiterà un hub regionale europeo per il monitoraggio dei cavi sottomarini, consolidando il ruolo dell’isola come crocevia non solo energetico ma anche digitale del Mediterraneo.

Un corridoio che si moltiplica

La notizia più recente racconta bene la velocità con cui questo scenario si trasforma. L’8 giugno 2026, ViaTunisia, il tratto sottomarino tra Marsiglia e Biserta lungo circa 1.050 chilometri, ha raggiunto formalmente lo stato di “Ready for Service”, entrando in piena operatività come segmento chiave del sistema Medusa: 8.760 chilometri complessivi, 24 coppie di fibre, una capacità di 480 terabit al secondo, cofinanziato dall’Unione europea attraverso il Connecting Europe Facility. Nello stesso corridoio tra Italia e Tunisia, nel 2024 Terna aveva avviato le procedure per Elmed. La convergenza tra le due direttrici, quella digitale e quella energetica, lungo le stesse rotte maritime del Canale di Sicilia, non è casuale: è il prodotto di una geografia che costringe a fare scelte strategiche. Come ha notato l’Agenzia Nova, il completamento di Elmed farà della Sicilia un hub energetico mediterraneo in una fase in cui l’Italia punta a consolidare la propria centralità nei flussi tra Europa e Africa, nel più ampio quadro del Piano Mattei. Il Mediterraneo, insomma, non è più soltanto la culla della civiltà occidentale. È diventato il laboratorio in cui si decide chi controlla i dati, l’energia e, in ultima analisi, i rapporti di forza del XXI secolo.

Le stablecoin stanno diventando infrastruttura

Per decenni i pagamenti internazionali sono rimasti ancorati a infrastrutture lente, costose e frammentate. Oggi le stablecoin stanno emergendo come una nuova tecnologia di regolamento capace di ridurre tempi e costi nei trasferimenti transfrontalieri. Un cambiamento che non riguarda soltanto il mondo crypto, ma l’evoluzione stessa dell’infrastruttura finanziaria globale.

Ne abbiamo parlato con Gabriele Sabbatini, CEO di Hercle, società italiana specializzata in pagamenti internazionali basati su tecnologia blockchain.

Che cos’è Hercle e come funziona?

Hercle è l’infrastruttura che consente a banche, società di pagamento e aziende di spostare denaro tra Paesi istantaneamente e a costo inferiore attraverso le stablecoin, valute digitali ancorate 1:1 a valute fiat come euro o dollaro. Il cliente non entra mai in contatto diretto con le stablecoin. Invia e riceve normali bonifici. Nel mezzo, noi convertiamo la valuta locale, la trasferiamo oltre confine su infrastruttura blockchain in pochi secondi e la riconvertiamo nella valuta di destinazione. Pagamenti che richiedevano giorni vengono regolati in pochi minuti e a una frazione del costo.

Nata a Milano nel 2019, oggi siamo regolamentati in Unione Europea e Svizzera e serviamo oltre 200 clienti istituzionali tra Europa, Africa, America Latina e Asia.

Perché i pagamenti internazionali sono ancora così lenti? Qual è il problema che andate a risolvere?

L’infrastruttura sottostante non è cambiata in modo significativo da decenni. I pagamenti continuano a transitare attraverso catene di banche corrispondenti e ogni passaggio aggiunge tempo, costi e complessità. Un pagamento da Milano a Lagos può richiedere fino a sette giorni e perdere il 4–5% del proprio valore in commissioni e costi di intermediazione.

Esiste un divario crescente tra il modo in cui operano le imprese, ormai in tempo reale e su scala globale, e il modo in cui si muove il denaro. I nostri clienti sono le organizzazioni che vivono questa inefficienza ogni giorno: fintech, provider di servizi di pagamento, operatori di rimesse e tesorerie aziendali. Ciò che li accomuna è la necessità di velocità, trasparenza e accesso a valute che il sistema tradizionale spesso fatica a servire. Oggi operiamo su oltre trenta corridoi valutari tra Europa e Sud globale, dove questi limiti sono particolarmente evidenti.

Quali sono oggi le aree del mondo dove la domanda di infrastrutture di pagamento più efficienti è più forte?

I venti miliardi di dollari processati finora, gran parte dei quali negli ultimi diciotto mesi, indicano che il mercato sta entrando in una fase di adozione istituzionale più ampia. Le risorse raccolte ci consentono di accelerare in aree dove il divario tra domanda e infrastruttura disponibile è ancora molto ampio: America Latina, Medio Oriente e Africa.

Si tratta di regioni caratterizzate da elevati flussi transfrontalieri, sistemi bancari frammentati e contesti normativi che stanno maturando rapidamente. In molti casi, effettuare un pagamento tra due economie emergenti può essere più complesso e costoso di quanto avvenga tra due capitali europee. Non entriamo in questi mercati in modo opportunistico. Lo facciamo perché esiste una domanda concreta da parte di istituzioni finanziarie e imprese che cercano infrastrutture più efficienti e affidabili.

MiCAR cambia le regole del gioco. Qual è l’opportunità per Hercle e per l’Italia?

MiCAR rappresenta uno degli sviluppi normativi più importanti per il settore degli asset digitali. Per la prima volta esiste un quadro armonizzato a livello europeo che definisce requisiti di governance, trasparenza e solidità patrimoniale. Per Hercle è un vantaggio competitivo. Contiamo di ottenere a breve la licenza MiCAR, che ci consentirà di operare in tutta l’Unione Europea all’interno di un quadro normativo uniforme.

Per l’Italia può essere un’opportunità strategica. Il Paese dispone di competenze finanziarie, capacità tecnologiche e un sistema regolatorio che può favorire la nascita di campioni europei nell’ambito delle infrastrutture digitali. Quello che fino a pochi anni fa veniva percepito come un settore di frontiera sta diventando progressivamente istituzionale. Le aziende che sapranno coniugare innovazione e compliance avranno un vantaggio significativo.

Tra cinque anni, come sarà il sistema globale dei pagamenti?

Credo che il confine tra pagamenti tradizionali e asset digitali sarà sempre meno rilevante. L’utente finale probabilmente non saprà, né avrà motivo di sapere, se una transazione è stata regolata tramite infrastrutture tradizionali o blockchain. Noterà semplicemente che il denaro si muove più rapidamente, con minori costi e meno attriti. Le stablecoin potrebbero diventare l’infrastruttura invisibile che collega valute, mercati e sistemi finanziari diversi.

Le grandi istituzioni finanziarie opereranno su infrastrutture ibride e l’Europa avrà bisogno di strumenti sempre più efficienti per regolare flussi commerciali e finanziari con i mercati emergenti. Nei prossimi anni vedremo probabilmente affermarsi stablecoin europee credibili e conformi alle nuove regole. È una trasformazione già in corso e rappresenta il futuro verso cui stiamo lavorando.

Sogei compie cinquant’anni alla Camera: mezzo secolo di informatica al servizio del fisco italiano

Pochi cittadini ne conoscono il nome, ma quasi tutti hanno avuto a che fare con quello che fa. Sogei, acronimo di Società Generale d’Informatica, è una società per azioni controllata al 100% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che svolge servizi di consulenza informatica per la pubblica amministrazione, in particolare per il MEF e le Agenzie fiscali sulla base di contratti di servizio pluriennali. In termini pratici, è la struttura che tiene in piedi il sistema digitale del fisco italiano. Sogei tiene l’anagrafe tributaria, monitora la spesa sanitaria, realizza i software per l’Agenzia delle Entrate, delle Dogane, del Demanio e del Territorio, ed è la struttura alla base dei codici fiscali e delle tessere sanitarie di tutti gli italiani. A questo si aggiungono la dichiarazione precompilata, la fatturazione elettronica e la piattaforma nazionale per il Green Pass vaccinale durante la pandemia.

Il modello con cui opera è quello dell’in-house providing, cioè la società lavora esclusivamente per le amministrazioni pubbliche che ne sono anche proprietarie, senza partecipare al mercato concorrenziale. Questo la rende un soggetto ibrido, né azienda di mercato né ufficio pubblico, con un ruolo che nel tempo è diventato sempre più strategico per il funzionamento dello Stato.

La nascita, la riforma fiscale e i primi cinquant’anni

Sogei è nata nel 1976 per soddisfare le necessità tecnologiche richieste dall’attuazione della riforma fiscale voluta nel 1974 dall’allora Ministro delle Finanze Bruno Visentini. In quegli anni l’Italia stava compiendo un salto epocale nella gestione del fisco: il numero di contribuenti censiti era passato da quattro a venticinque milioni e il sistema aveva bisogno di strumenti informatici che non esistevano ancora. La società avviò la digitalizzazione dell’Anagrafe tributaria e l’adozione dell’IBM System 370, mentre l’introduzione del codice fiscale segnò un passaggio decisivo verso la standardizzazione dei processi e la modernizzazione dei servizi pubblici.

La storia della società non è stata lineare. Nel 1997 Sogei fu acquisita da Telecom Italia, che la trasformò in una realtà con assetto azionario privatista. Questo assetto si protrasse fino al 2002, anno in cui la società tornò al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Fu un passaggio controverso e la fase privata lasciò strascichi: negli anni successivi emersero inchieste giudiziarie sugli appalti assegnati tra il 2006 e il 2011, che portarono a condanne e a una profonda riorganizzazione interna. A gennaio 2024 Sogei ha incorporato SOSE (Soluzioni per il Sistema Economico Spa) e acquisito il ramo ICT di AdER (Agenzia delle Entrate Riscossione), consolidando ulteriormente il proprio ruolo di partner tecnologico unico del Ministero.

La cerimonia a Montecitorio

Il 28 maggio, alle ore 10.30, la Sala della Regina di Palazzo Montecitorio ha ospitato la cerimonia per il cinquantesimo anniversario della società, fondata esattamente in questa data nel 1976. Alla cerimonia sono intervenuti il Viceministro dell’Economia e delle Finanze Maurizio Leo e il Generale Andrea De Gennaro, Comandante Generale della Guardia di Finanza. La scelta della sede non è casuale: la Sala della Regina è uno degli spazi più formali di Montecitorio, riservato agli eventi istituzionali di rilievo. La presenza del Comandante della Guardia di Finanza sottolinea uno dei rapporti operativi più stretti di Sogei, che gestisce buona parte dell’infrastruttura informatica del Corpo.

I numeri attuali

Sogei chiude il 2025 con ricavi oltre 1,1 miliardi di euro e un utile di 25,9 milioni, in crescita rispetto all’anno precedente. I dipendenti sono 2.771 e il fatturato 2024 si attestava a poco più di un miliardo di euro. Sono numeri che raccontano un’azienda pubblica di dimensioni rilevanti, con un perimetro di attività che negli anni si è allargato ben oltre la gestione fiscale. L’amministratore delegato Cristiano Cannarsa ha sottolineato come la società stia rafforzando il proprio ruolo di partner tecnologico della pubblica amministrazione.

Le sfide aperte

L’anniversario cade in un momento in cui i temi che Sogei è chiamata ad affrontare non riguardano più solo la gestione dei dati fiscali. La sicurezza informatica delle infrastrutture pubbliche, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi amministrativi e la protezione di banche dati che contengono informazioni sensibili su decine di milioni di italiani sono diventati nodi centrali. Su questo fronte, la società gestisce un sistema informativo che non ha equivalenti nel settore pubblico italiano per dimensione e criticità.

Chi controlla le infrastrutture digitali controlla l’informazione

La domanda che attraversa il dibattito sull’informazione nell’era digitale non è soltanto “chi produce notizie false?”. È una domanda più scomoda e più sfaccettata: chi possiede le infrastrutture attraverso cui oggi le notizie raggiungono le persone? Con quali algoritmi le seleziona? Con quali incentivi economici le amplifica e con quale grado di responsabilità lo fa? È attorno a questi nodi che si è sviluppata la conferenza “Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione” promossa dall’Osservatorio TuttiMedia e da Media Duemila in collaborazione con l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia. Una giornata densa, con oltre trenta relatori tra istituzioni europee e nazionali, editori, autorità di regolazione, piattaforme digitali e accademici, che ha prodotto un quadro articolato e per certi versi allarmante.

L’infrastruttura è il messaggio

Il punto di partenza più utile per capire di cosa si stia parlando lo ha offerto Diego Ciulli, responsabile delle relazioni istituzionali di Google per Italia, Grecia e Cipro. Ha scelto di non difendere le piattaforme in astratto ma di raccontare concretamente cosa succede dentro le infrastrutture digitali quando vengono usate come strumento di guerra ibrida. “Ogni giorno il nostro team specializzato di intelligence monitora 270 gruppi che riteniamo affiliati a governi e ne monitora le attività di attacco”, ha detto Ciulli. I numeri che ha portato in sala sono significativi: nell’ultimo trimestre, solo su YouTube, Google ha bloccato oltre 1.200 canali di disinformazione russa in lingua russa. Ma il dato più interessante riguarda una quarantina di canali in italiano, gestiti dalle stesse centrali operative straniere, individuati e rimossi perché targettizzati sul pubblico italiano. La disinformazione, in altri termini, non è un fenomeno caotico: è industriale, è targettizzata, e usa le stesse infrastrutture che milioni di persone usano ogni giorno per informarsi.

Ciulli ha poi annunciato due novità tecnologiche su cui Google sta lavorando. La prima è l’estensione a YouTube di una filigrana digitale invisibile, il cosiddetto watermark, nei video generati dall’intelligenza artificiale, una tecnologia che Google sta diffondendo in formato aperto anche ad altri operatori e che OpenAI ha già adottato. La seconda, annunciata a margine della conferenza, è la capacità in sviluppo di identificare automaticamente i contenuti sintetici al momento del caricamento, inserendo un banner di avvertimento per l’utente senza aspettare la dichiarazione volontaria del creator. “Un video con l’intelligenza artificiale di una ragazza che prova vestiti va benissimo”, ha detto Ciulli, “ma se mi viene presentato come un reportage di guerra, il discorso cambia”. Il punto è esattamente quello che riguarda il funzionamento degli algoritmi sui social: le piattaforme sono ottimizzate in modo da rendere più probabile, in quanto più redditizio, vedere contenuti che indignano o sconvolgono, con il risultato che il più delle volte l’uso dei social media non genera nuova conoscenza ma iperstimola emozioni già forti.

Chi distribuisce è editore

Il nodo della responsabilità delle infrastrutture distributive è stato il centro anche dell’intervento del sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini, che ha usato i dati del recente referendum per illustrare come la manipolazione algoritmica stia già plasmando le scelte politiche degli italiani. “Noi siamo di fatto in una fragilità democratica“, ha detto. “In questi due milioni di persone che hanno votato al referendum, soltanto una piccola parte ha votato sulla materia del referendum. Molto è stato un voto emotivo, spinto da tematiche che sono in parte o fortemente algoritmiche o digitali”. La sua proposta è di superare la logica delle multe nei confronti delle grandi piattaforme per passare a un modello di condivisione economica nella produzione dei contenuti. “Il contenuto è costoso, il contenuto è difficile, il contenuto è raro. Non si pensi che l’informazione sia a buon mercato: la vera informazione è difficile da produrre“. Ha citato come possibili riferimenti il modello francese sul rovesciamento dell’onere della prova del copyright e quello australiano, basato su una tassa del 2,25% sul fatturato locale degli over the top. “Chi distribuisce l’informazione è editore responsabile tanto quanto chi produce quel contenuto”, ha concluso Barachini, “e quindi penso che si debba andare verso una regolamentazione.”

Laura Aria, commissaria Agcom, ha confermato che gli strumenti normativi europei esistono, dal Digital Services Act al regolamento sull’intelligenza artificiale, ma ha messo il dito sulla distanza tra le norme e la loro applicazione concreta. “Il regolatore non può pensare di usare la cassetta degli attrezzi che usava per la televisione analogica”, ha detto, ricordando che nell’ecosistema digitale operano soggetti (le piattaforme) che non hanno responsabilità editoriale ma incidono in modo determinante sulla circolazione delle informazioni. Ha elencato tre ambiti su cui l’Agcom si è già mossa: l’equo compenso per l’utilizzo dei contenuti giornalistici (confermato dalla sentenza della Corte di Giustizia europea del 12 maggio scorso), la misurazione dell’audience digitale e la prominence, cioè la visibilità garantita ai servizi informativi sui televisori connessi. Quest’ultimo punto, apparentemente tecnico, è in realtà uno snodo cruciale: se un broadcaster tradizionale non compare tra i primi risultati sulla schermata di un televisore connesso, per il telespettatore medio semplicemente non esiste.

L’economia dei media e gli squilibri strutturali

Antonio Marano, presidente di Confindustria Radio Televisioni, ha scelto una metafora efficace per descrivere lo squilibrio economico che si è creato: “I nostri concorrenti entrano nel nostro mercato, usano le nostre autostrade senza pagare l’asfalto, non pagano il casello, fanno il pieno di benzina e non pagano neanche quella”. Ha ricordato che negli ultimi due anni hanno chiuso tra le 600 e le 700 testate di piccole e medie dimensioni, con la perdita di oltre 1.400 posti di lavoro giornalistici, mentre le entrate pubblicitarie degli over the top in Italia sono passate da 2 a 7 miliardi in pochi anni. Il punto che Marano ha voluto sottolineare non è soltanto economico: senza imprese editoriali economicamente sostenibili, viene meno il pluralismo informativo, e con esso una delle condizioni di base della democrazia. Gina Nieri, consigliere di amministrazione di Media for Europe, ha articolato lo stesso argomento dal punto di vista di Mediaset, portando in sala i numeri della macchina produttiva del gruppo (39 ore di contenuto al giorno, inviati di guerra che “rischiano la vita per la passione che hanno per la verità e per le notizie verificate”) per rimarcare la distanza qualitativa e di costo tra giornalismo professionale e i contenuti generati con l’IA che inondano le piattaforme senza nessuna verifica.

Andrea Riffeser Monti, presidente della Fieg, ha sollevato il tema dell’anonimato online come fattore che aggrava strutturalmente il problema: “Per ripulire questo mercato, il 50% si può risolvere in una mossa sola: non far parlare più nell’anonimato. Se vuoi scrivere, aprire il tuo blog, scrivere su Facebook o Instagram, devi essere riconoscibile”. Ha annunciato un nuovo decalogo della federazione degli editori per rafforzare la credibilità delle testate associate e garantire una par condicio editoriale anche in senso politico.

La guerra è cognitiva prima che militare

A chiudere i lavori è stato Derrick de Kerckhove, teorico dei media e animatore di Media Duemila, che ha offerto la cornice intellettuale più ampia dell’intera giornata. Le fake news, ha spiegato, non cercano più soltanto di ingannare: cercano di rompere l’orientamento, di produrre una condizione in cui le persone non sanno più a cosa credere. “Quando una società non sa più a cosa credere, diventa governabile attraverso shock, paura e appartenenza. In questo senso, la guerra si è spostata. Ormai riguarda il modo in cui percepiamo il reale.” È una definizione che sposta il problema dal piano della singola notizia falsa a quello dell’infrastruttura complessiva attraverso cui la realtà viene costruita e distribuita. Ed è esattamente il piano su cui, stando a quanto emerso nel corso del dibattito, l’Europa deve ancora trovare risposte all’altezza.

Fidarsi di chi scrive. Nell’era di chi non scrive.

L’intelligenza artificiale generativa ha abbattuto il costo di produzione dei contenuti a quasi zero. E ha fatto qualcos’altro: ha reso visibile quanto fosse fragile la fiducia in chi quei contenuti li produce. Produrre un comunicato stampa, un articolo, un video o una campagna richiede oggi minuti e non richiede competenze particolari. I contenuti si moltiplicano. E la fiducia di chi li riceve non è mai stata così bassa. L’Edelman Trust Barometer 2026 fotografa un’Italia in cui il 79% delle persone dichiara di non fidarsi di chi esprime valori, posizioni o fonti informative diverse dalle proprie. I media si fermano al 49% di fiducia, il governo al 41%. L’intelligenza artificiale generativa non ha creato il problema della credibilità. Lo ha accelerato, rendendo più visibile una crepa che esisteva già.

L’algoritmo contro la voce

Più contenuti circolano, più diventa difficile distinguere quelli che meritano attenzione da quelli che la simulano. Chi comunica deve essere al tempo stesso leggibile dai motori generativi e credibile per le persone. Le due cose non si escludono, ma richiedono logiche spesso opposte. Ottimizzare per l’algoritmo significa semplificare, standardizzare, replicare strutture che funzionano. Costruire fiducia significa fare il contrario.

Un aiuto alla chiarezza arriva anche dal quadro normativo europeo, che si sta muovendo nella stessa direzione: separare l’uso dell’AI come supporto editoriale dall’uso come sostituto della responsabilità umana. La tecnologia non viene penalizzata. Viene tracciata una linea tra chi pubblica sotto responsabilità editoriale e chi diffonde contenuti generati automaticamente senza una supervisione reale. La saturazione da contenuti standardizzati premia chi mostra una voce riconoscibile, la mano di chi ha scelto davvero cosa dire. Un contenuto troppo perfetto segnala spesso l’assenza di un autore.

Il paradosso della credibilità

Al Forum Comunicazione 2026, tenuto a Milano il 6 maggio presso la sede di Assolombarda, la parola chiave dell’edizione era proprio “tone of voice“. Non un tema marginale: l’evento, giunto alla diciannovesima edizione, riunisce ogni anno i principali professionisti della comunicazione d’impresa e istituzionale italiana. La tesi centrale era che la voce con cui un’organizzazione si esprime non è più un dettaglio stilistico, ma una variabile strategica, capace di costruire o erodere fiducia nel tempo. Nell’epoca degli strumenti generativi, hanno sottolineato i relatori, la coerenza narrativa e l’autenticità del tono diventano l’unico elemento difficilmente replicabile da un algoritmo.

Per chi produce comunicazione professionale, uffici stampa, comunicatori istituzionali, redazioni specializzate, il cambiamento è profondo. È una ridefinizione del perimetro del lavoro. Prima del messaggio viene la fonte. Prima del contenuto viene la reputazione di chi lo firma.

L’AI può accelerare la produzione, strutturare bozze, analizzare dati, suggerire angolazioni. Non può costruire la credibilità di chi pubblica. Quella si guadagna nel tempo, con scelte coerenti e la disponibilità a correggere quando si sbaglia. Il paradosso, alla fine, è questo. Viviamo nell’era in cui è più facile che mai produrre un contenuto credibile. Ed è più difficile che mai esserlo.

HD Forum Italia compie vent’anni e festeggia in Vaticano, tra AI e responsabilità editoriale

Il 26 maggio 2026, HD Forum Italia ha celebrato il proprio ventennale nella Sala San Pio X del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, a Roma. Non è la prima volta che questa sede ospita l’associazione: dieci anni fa, per il decennale, si era tenuto un analogo appuntamento nello stesso contesto istituzionale. Una continuità che dice qualcosa sul tipo di interlocuzione che HD Forum Italia ha costruito nel tempo, al di là del perimetro strettamente tecnico.

Una piattaforma di filiera, non un’associazione di categoria

Fondata nel 2006, l’associazione riunisce i protagonisti del settore audiovisivo italiano e le rappresentanze italiane di società estere, con l’obiettivo di creare un centro catalizzatore di esperienze attorno alle tecnologie dell’alta definizione, dell’ultra alta definizione e dei media digitali evoluti. La sua nascita avvenne a ridosso del passaggio del segnale televisivo via etere al digitale terrestre in Italia, un momento di svolta infrastrutturale che richiedeva un luogo di confronto comune tra broadcaster, produttori, operatori di rete, costruttori di apparati e istituzioni. In questo senso HD Forum Italia ha sempre operato su un terreno ibrido: non è un’associazione di categoria in senso tradizionale, ma un tavolo permanente dove si negoziano standard, si anticipano transizioni tecnologiche e si condividono le implicazioni di scelte che ricadono sull’intera filiera. Tra i suoi associati figurano realtà come RAI, Sky, Samsung Electronics, Persidera e Nagravision, a riprova di una composizione che copre l’intera catena del valore audiovisivo.

Il contesto: reti IP, AI e infrastrutture scalabili

Il ventennale è caduto in un momento in cui il settore affronta una trasformazione di scala ben diversa rispetto a quelle precedenti. Al centro del dibattito nel settore ci sono oggi la centralità delle reti IP, gli investimenti in infrastrutture digitali scalabili e l’integrazione di soluzioni innovative per archiviazione, gestione e distribuzione dei contenuti, ma anche l’impatto dell’intelligenza artificiale su ogni fase della produzione editoriale. È su questo sfondo che si è svolto l’evento del 26 maggio, che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, di Mons. Lucio Adrián Ruiz, Segretario del medesimo Dicastero, di Antonio Cisternino, professore e CIO dell’Università di Pisa e docente scelto da OpenAI Academy, e di Mark Harrison, fondatore e Chief Content Officer del Digital Production Partnership.

Dalla definizione tecnica alla responsabilità culturale

Le dichiarazioni di Ruffini hanno offerto la cornice culturale più ampia dell’incontro. Il Prefetto ha ricordato come in vent’anni l’associazione abbia attraversato le principali trasformazioni del panorama audiovisivo, fino ad arrivare alle sfide dell’intelligenza artificiale e della convergenza multipiattaforma, e ha sottolineato come la qualità della comunicazione audiovisiva non sia una questione meramente tecnica ma una responsabilità culturale ed etica. Su questo punto Ruffini è stato esplicito: l’intelligenza artificiale può tecnicamente entrare in ogni fase della catena produttiva, dalla scrittura alla sceneggiatura, dalla generazione di immagini sintetiche al doppiaggio automatico, dalla personalizzazione dei contenuti alla raccomandazione algoritmica. La domanda che ne deriva, come recuperare il rapporto tra alta definizione e alta qualità, è il tema più sfidante della rivoluzione tecnologica in atto. Ha citato anche l’enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV, secondo cui le strategie di business nel mondo della comunicazione non possono essere guidate solo dalla massimizzazione del profitto, ma da una visione che consideri prioritario il bene comune.

L’intervento di Monsignor Ruiz tra memoria, autenticità e intelligenza artificiale

Tra le voci più attese della giornata c’era quella di Monsignor Lucio Adrián Ruiz, il cui intervento ha attraversato i vent’anni di HD Forum Italia con una prospettiva che andava ben oltre il bilancio tecnico. Partendo dal 2006, anno in cui l’associazione nasceva per accompagnare la filiera audiovisiva verso l’alta definizione e gli standard condivisi, Ruiz ha tracciato un arco che porta fino all’ecosistema attuale, dove piattaforme digitali, archivi, intelligenza artificiale e autenticità dei contenuti coesistono in un unico ambiente comunicativo. Il filo conduttore del suo ragionamento era una domanda scomoda: a chi serve, davvero, l’innovazione? La risposta, radicata nel magistero della Chiesa, è che innovare non significa inseguire la novità, ma rendere la comunicazione più efficace, più vera, più vicina alla persona. Da qui la sua riflessione sulla qualità tecnica come responsabilità etica: quando Vatican Media trasmette un evento pontificio, quando una telecamera si accende su Piazza San Pietro, non si distribuisce un contenuto ma si apre, come ha detto lui stesso, una finestra sul cuore. Su questo sfondo Ruiz ha affrontato il tema dell’intelligenza artificiale con una formula destinata a restare: “AI assisted, human led”. La macchina può accelerare, trascrivere, catalogare, organizzare archivi, supportare i flussi di lavoro, ma la guida e la responsabilità devono restare umane, perché la comunicazione è relazione e la fiducia non si delega a un algoritmo. Ha poi insistito sul nodo dell’autenticità in un’epoca in cui deepfake e manipolazioni audiovisive sono già realtà operativa, segnalando il lavoro su standard come il C2PA come parte integrante dei progetti del Dicastero.

Il discorso integrale di Monsignor Ruiz

Gli altri interventi: AI generativa, memoria e fiducia

La giornata ha ospitato anche altri contributi di rilievo. Antonio Cisternino ha portato una riflessione dal titolo “Van Gogh non replica: l’AI generativa e l’arte di creare l’unico”, dedicata al rapporto tra intelligenza artificiale generativa, creatività e unicità della produzione umana, un tema che ha attraversato in modo trasversale l’intera giornata. Mark Harrison ha invece affrontato la questione della costruzione di un rapporto di fiducia tra media, tecnologia e utenti. In formato video è intervenuto anche Dario Edoardo Viganò, Vice Cancelliere delle Pontificie Accademie delle Scienze, con un contributo intitolato “La memoria come infrastruttura etica e culturale dei media”, in cui ha richiamato il valore della memoria come elemento fondativo della comunicazione e della responsabilità culturale nell’ecosistema digitale.

La roundtable con i partner industriali

La giornata ha incluso anche la roundtable “Oltre la tecnologia: media, fiducia e futuro”, moderata da Benito Manlio Mari, Segretario dell’HD Forum, con la partecipazione di Massimiliano Facchini, responsabile Sanità e PA di Accenture Italia e Grecia, Antonio Amati, Deputy CEO di Almaviva, e Giuseppe Di Franco, CEO di Lutech. Il confronto ha posto al centro il tema della fiducia come infrastruttura essenziale della trasformazione digitale, affrontando gli scenari strategici legati all’evoluzione tecnologica, alla qualità dell’informazione e alla responsabilità nella produzione e distribuzione dei contenuti.

Il ventennale coincide inoltre con l’avvio di un aggiornamento statutario dell’associazione, orientato a rafforzarne la missione e modernizzarne la governance in vista dei prossimi vent’anni. “Vent’anni rappresentano molto più di un anniversario: rappresentano una comunità di competenze, idee e relazioni che ha accompagnato l’evoluzione dei media digitali nel nostro Paese”, ha dichiarato Tonio Di Stefano, Presidente di HD Forum Italia, sottolineando come la celebrazione del 26 maggio non sia un traguardo ma un nuovo punto di partenza, verso una comunicazione digitale tecnologicamente avanzata, eticamente responsabile e profondamente umana.

ACN, cambio al vertice della cybersicurezza italiana: fuori Frattasi, dentro Quacivi

Per capire il peso politico e strategico di quanto accaduto all’ACN, occorre partire dall’architettura istituzionale entro cui l’Agenzia opera. La cybersicurezza italiana è un sistema a più soggetti che faticano a coordinarsi. L’ACN, istituita con decreto nel giugno 2021 durante il governo Draghi, è l’autorità nazionale competente in materia e risponde direttamente alla Presidenza del Consiglio, tramite la delega strategica del sottosegretario Alfredo Mantovano. Gestisce il CSIRT Italia, il centro nazionale di risposta agli incidenti informatici, ed è l’autorità di riferimento per l’attuazione della direttiva europea NIS2, recepita in Italia con il decreto legislativo del settembre 2024. Già a marzo 2026 l’Agenzia aveva registrato 436 eventi cyber, con gli incidenti rilevati in aumento dell’81% rispetto al mese precedente, crescita riconducibile in larga parte all’entrata in vigore degli obblighi di notifica introdotti dalla NIS2.

Oltre all’ACN, però, della materia si occupano il ministero della Difesa con la sua componente cyber, il Viminale, la Farnesina, i Servizi segreti e il Cnaipic, il centro anticrimine informatico della Polizia postale. Come denunciato apertamente dal ministro Guido Crosetto, la frammentazione tra questi attori produce un coordinamento insufficiente: ogni struttura tira verso il proprio ministero di riferimento, con una governance complessiva che resta debole. La strategia nazionale di sicurezza, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 6 maggio 2026 con apposito dpcm, rappresenta il primo tentativo organico di dare a questo sistema una cornice unitaria. È in questo contesto (un’agenzia giovane, un quadro ancora in costruzione, una minaccia in rapida espansione) che va letto il cambio al vertice.

Le dimissioni di Frattasi: motivi personali, tensioni politiche

Lo scorso 21 maggio, il prefetto Bruno Frattasi ha inviato una lettera a Palazzo Chigi con poche righe e una formula ufficiale: “motivi personali”. Abbastanza per chiudere una fase, non abbastanza per spegnere le domande. Frattasi, 70 anni, era stato nominato il 9 marzo 2023 ed era il terzo direttore dell’Agenzia, dopo Roberto Baldoni, che aveva un profilo accademico-tecnico. La sua uscita arriva con quasi un anno di anticipo sulla scadenza naturale dell’incarico. Le ricostruzioni giornalistiche convergono su un quadro di logorio progressivo del rapporto fiduciario con il sottosegretario Mantovano, che detiene la delega strategica sulla sicurezza informatica e sull’intelligence. Sullo sfondo, secondo quanto riportato da più testate, ci sarebbero tensioni interne legate a un piano di promozioni avviato da Frattasi nell’ultimo anno di mandato, che avrebbe incontrato il veto della vicedirettrice Nunzia Ciardi, e polemiche attorno a un concorso pubblico al quale avrebbero voluto partecipare familiari di dirigenti dell’Agenzia. Sul fronte delle prestazioni, il bilancio è controverso: l’Agenzia è finita più volte nel mirino per smagliature nella rete di protezione, dall’attacco agli Uffizi al caso Almaviva e IBM, con dati sensibili legati a Ferrovie dello Stato e alla Difesa pubblicati sul dark web. Il governo ha intanto già chiuso la partita della successione con una rapidità che esclude ogni improvvisazione: il Consiglio dei ministri del 22 maggio 2026 ha deliberato la presa d’atto delle dimissioni di Frattasi e la nomina di Andrea Quacivi, su proposta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Chi è Quacivi e cosa cambia

Cinquantasei anni, laureato in Economia e Commercio alla Sapienza, Quacivi ha iniziato la carriera come consulente in Arthur Andersen tra il 1995 e il 1999, poi è passato a Wind Telecomunicazioni, per arrivare infine a Sogei, la società pubblica di informatica del Ministero dell’Economia, di cui è stato amministratore delegato dal 2017 al 2023. È anche membro del consiglio di amministrazione della Fondazione ICSC, che gestisce il Centro nazionale di ricerca in HPC, Big Data e Quantum Computing del Tecnopolo di Bologna. Il suo non è un profilo da tecnico puro della cybersecurity, ma da manager del digitale pubblico: conosce i contratti di fornitura, i livelli di servizio, la governance dei grandi sistemi informativi dello Stato. Dopo il profilo accademico-tecnico di Baldoni e quello amministrativo-istituzionale di Frattasi, arriva un dirigente cresciuto dentro il cuore dell’informatica pubblica italiana, segnale che il governo vuole spostare il baricentro dell’Agenzia verso una gestione più industriale e meno prefettizia. La sfida che lo attende è però concreta e urgente: il nuovo vertice eredita dossier aperti senza il tempo lungo di un avvicendamento programmato, in una fase in cui la platea dei soggetti obbligati agli adempimenti NIS2 si è allargata a circa 22mila tra enti e imprese, e in cui il paese è esposto a una minaccia ibrida che non aspetta i tempi dell’assestamento interno.

Fibra ottica, il filo invisibile che cambia il paese

Siamo abituati a pensare a internet come a qualcosa di astratto, che viaggia nell’aria. In realtà viaggia alla velocità della luce, sottoterra, dentro fili di vetro grandi come un capello: questa è la fibra ottica FTTH (Fiber To The Home).  Un mezzo di trasmissione costituito da moltissimi filamenti di vetro o polimeri plastici, che trasportano i dati tramite impulsi luminosi. È la tecnologia più usata per offrire connessioni Internet domestiche veloci e stabili. È ben diversa dalla tecnologia FTTC (Fiber To The Cabinet) che porta la fibra ottica fino all’armadio in strada, mentre l’ultimo tratto verso casa usa il vecchio cavo in rame.

Sicilia leader nella fibra ottica

In Italia è disponibile per oltre tre quarti delle famiglie italiane, con cantieri aperti in tutto il territorio. Nonostante questo, però, la Corte dei conti ha fatto notare qualcosa che non torna, con la delibera n. 71/2025: a fine ottobre 2025 le unità immobiliari in fase di collaudo erano circa 3 milioni su un target di 4,4 milioni. Più di 632 mila sono ancora in fase di lavorazione: i territori rimasti sono quelli situati in zone isolate, dove costruire ogni metro di fibra ha un costo superiore alla media e dove i permessi richiedono tempi di attesa lunghi.

Il quadro più completo ce lo restituisce il rapporto Agcom sulla connettività relativo al quarto trimestre del 2025. Il 93,21% dei comuni italiani è coperto dalla fibra, ma di questi solo il 77,19% delle famiglie italiane può potenzialmente accedere alla fibra ottica FTTH. Secondo la Broadband Map Agcom alcune regioni restano più indietro di altre: 8 regioni sono oltre la media nazionale, mentre le restanti 12 sono al di sotto, con la Sicilia che conquista il primo posto con l’89,06% di copertura e la Valle d’Aosta che raggiunge l’ultimo posto con il 58,63%. La grande differenza è dovuta principalmente alla conformazione del territorio.

La fibra c’è ma non si usa

Come abbiamo detto, la fibra ottica FTTH è disponibile per il 77% delle famiglie, ma a utilizzarla è solo una famiglia su tre. Le linee attive sono cresciute dal 2021, ma la percentuale di utilizzo rimane bassa, circa il 30% degli accessi italiani a internet fisso avviene tramite FTTH. Le ragioni dietro questo divario sono diverse, primo fra tutti un deficit informativo, molti infatti non conoscono la differenza tra FTTH e FTTC, non capendo perché valga la pena cambiare se la connessione attuale è sufficiente. Il secondo motivo è il sempre più crescente utilizzo dello smartphone per qualsiasi operazione: dal guardare una serie tv in streaming al pagamento delle bollette. Infine, il fattore costo: se una connessione stabile costa 10 euro in più al mese, molti utenti preferiscono rimanere dove sono.

Le zone grigie e la soluzione “Piano Italia 1 Giga”

Il Piano Italia 1 Giga è l’intervento pubblico più grande nel settore delle telecomunicazioni. Finanziato con i fondi del PNRR (3,8 miliardi di euro) si pone un obiettivo preciso: portare la connessione 1 Gbit/s di download nelle zone grigie, quei luoghi dove gli investitori privati non trovano interesse nel costruire. Il piano copre 8,3 milioni di unità immobiliari, di cui 6,3 milioni da connettere in fibra FTTH, mentre i restanti in Fixed Wireless Access (FWA), una tecnologia che porta internet a banda ultra larga (BUL) tramite i ripetitori radio. I due operatori a essersi aggiudicati i lavori sono Open Fiber e FiberCop.

I leader nella fibra, Open Fiber e FiberCop

Open Fiber S.p.A. nasce nel 2015 (in origine chiamata Enel Open Fiber), è una società italiana attiva come operatore wholesale only, un operatore che rivende all’ingrosso a diversi operatori telefonici. Il 4 agosto 2021 Enel sottoscrisse l’accordo per la cessione della propria partecipazione del 50% in Open Fiber: 40% a Macquarie e 10% a CDP Equity. FiberCop nasce nel 2021 come società separata, controllata in maggioranza da TIM. A oggi è controllata da un consorzio di società guidato da KKR, che ne detiene le quote di maggioranza, insieme al MEF, al fondo F2i e ad altri investitori.

Le due aziende procedono a ritmi diversi, FiberCop è più vicina agli obiettivi prefissati rispetto a Open Fiber, questo è dovuto, però, al diverso perimetro di intervento: la prima ha un target di 1,33 milioni di civici, la seconda 2,2 milioni. L’ex società di Enel ha connesso un numero di civici più elevato, ad aprile 2026 ha realizzato 37,985 chilometri di infrastruttura, connettendo 1.239 milioni di civici in FTTH. FiberCop, invece, ha posato circa 28 milioni di chilometri di fibra ottica, pari a più di 700 volte la circonferenza della Terra, e dispone di una copertura a banda ultralarga che arriva a toccare oltre il 96% delle linee attive, dato che include sia la tecnologia FTTH sia quella FTTC (Fiber To the Cabinet).

Fiber Switch On: l’accesso al futuro è adesso

I recenti studi condotti da Deloitte, Luiss e Politecnico di Torino sottolineano l’importanza dell’utilizzo di questa tecnologia su più fronti: economico, occupazionale e sostenibile.

Deloitte ha condotto lo studio sull’impatto occupazionale ed economico dell’utilizzo della fibra FTTH, evidenziando come finora ogni euro speso nella sua costruzione abbia generato 4,4 euro di PIL. Il numero è dato dalla somma di due velocità: la costruzione dell’infrastruttura che vale 1,1 euro di PIL per euro investito e l’utilizzo di rete, che ne aggiunge 3,3. Tradotto in numeri reali lo studio ha evidenziato come ci siano 21,5 miliardi di contributo complessivo al PIL nelle aree bianche. L’impatto positivo si è riversato anche sul fronte occupazionale: sono stati generati oltre 343 mila posti di lavoro complessivi.

Lo studio condotto dalla Luiss è sul paradosso italiano. Ha notato che chi utilizza la fibra FTTH percepisce una produttività superiore, rispetto a chi non la utilizza, e una qualità della vita che cambia radicalmente.

Il Politecnico di Torino si è occupato dello studio sulla sostenibilità, evidenziando come passare da una rete a rame a una full-fiber ridurrebbe i consumi energetici delle reti di accesso dell’86%: da circa 551 GWh l’anno a 77.

Quando l’infrastruttura diventa moneta

Nel 2019 il mercato delle stablecoin valeva circa un miliardo di dollari. Oggi supera i 320 miliardi. Non è una crescita finanziaria come le altre: è il segnale che una parte crescente dei pagamenti globali sta migrando verso nuove infrastrutture, con altri emittenti, altre regole e nuove valute di riferimento. Strumenti digitali ancorati al valore di una valuta tradizionale, le stablecoin permettono di trasferire valore in pochi secondi, a costi inferiori, senza orari e senza confini. La tecnologia ha risolto un problema reale. Il punto è che quasi tutto questo mercato è denominato in dollari. Nessun trattato lo ha deciso. Nessuna istituzione internazionale lo ha imposto. È accaduto perché il dollaro dominava già la finanza globale e, nell’economia digitale, ha semplicemente esteso la propria centralità.

Il ruolo di Tether e la dipendenza dalle reti americane

Il caso più evidente è Tether, il principale emittente mondiale di stablecoin in dollari. Oggi ha oltre 186 miliardi di dollari in circolazione e circa 141 miliardi di esposizione in Treasury americani, una dimensione tale da collocarlo tra i maggiori detentori privati di debito pubblico statunitense. Il meccanismo è semplice e potente: Tether acquista titoli di Stato americani per mantenere stabile il proprio dollaro digitale, mentre questa domanda contribuisce a sostenere il mercato del debito USA. Un circuito che rafforza il ruolo internazionale del dollaro attraverso infrastrutture private globali. A questo si aggiunge il peso dei circuiti di pagamento tradizionali. Visa e Mastercard continuano a dominare una larga parte dei pagamenti digitali europei. In molti paesi europei non esiste ancora un’infrastruttura domestica alternativa realmente scalabile. Gran parte dei pagamenti digitali europei continua quindi a passare attraverso reti americane.

I limiti della tecnologia e la risposta normativa europea

Fabio Panetta, Governatore della Banca d’Italia, ha messo in guardia con chiarezza il 5 maggio scorso a Londra: la tecnologia può rendere più efficiente l’uso della moneta, ma non può sostituire la credibilità di una banca centrale indipendente e dell’autorità pubblica su cui si fonda la fiducia nel denaro. Un avvertimento che vale tanto per le stablecoin private quanto per chi, in Europa, deve decidere con quale velocità rispondere. L’Europa ha iniziato a muoversi. Con il regolamento MiCAR, pienamente entrato in vigore nel dicembre 2024, l’Unione Europea è stata la prima grande area economica a definire un quadro normativo organico per le cripto attività e per le stablecoin: riserve a copertura integrale, obblighi di trasparenza, supervisione regolamentare per tutti gli emittenti operativi nei 27 paesi membri.

Le iniziative europee: Qivalis ed euro digitale

È in questo contesto che va letta la nascita di Qivalis, un consorzio di grandi banche europee, tra cui ING, UniCredit, BNP Paribas, BBVA e CaixaBank, che punta a sviluppare una stablecoin in euro pienamente regolamentata nel quadro MiCA, con lancio previsto nel 2026. Progettata per operare su blockchain pubbliche e permissioned, mira ad abilitare pagamenti istantanei, regolamento di asset tokenizzati e interoperabilità con i nuovi protocolli di finanza digitale, compreso l’euro digitale della BCE. Il fatto che istituti concorrenti collaborino su un’infrastruttura comune è raro nel panorama bancario europeo, e rende evidente la posta in gioco: nessuno, da solo, ha la scala necessaria per competere a livello globale. L’euro digitale rappresenta l’altro versante della risposta europea. Le due iniziative rispondono a funzioni diverse ma complementari: Qivalis è un’infrastruttura privata regolamentata, pensata per l’efficienza nel mercato globale, l’euro digitale è moneta pubblica garantita dalla banca centrale, pensata per la sovranità e la fiducia sistemica.

Rischi sistemici e la sovranità sulle infrastrutture strategiche

Non tutti considerano le stablecoin private una soluzione priva di rischi. Molti economisti e regolatori sottolineano che la loro stabilità resta legata alla fiducia nelle riserve sottostanti. Oggi quasi il 90% del mercato è concentrato in due operatori privati, entrambi esterni all’area euro. Una crescita troppo rapida e senza adeguati controlli potrebbe indebolire la trasmissione della politica monetaria e aumentare i rischi sistemici. La questione non riguarda più soltanto i pagamenti digitali o il settore crypto. Riguarda chi costruisce le infrastrutture su cui circola il denaro, chi definisce le regole e chi controlla i dati delle transazioni. L’euro digitale, le stablecoin europee e le nuove reti di pagamento non sono semplici innovazioni finanziarie. Sono infrastrutture strategiche, nella stessa categoria dei satelliti, dei cavi sottomarini e delle reti di telecomunicazione. La domanda, ora, è se l’Europa riuscirà a muoversi alla velocità richiesta da questa trasformazione.

Il mercato non aspetta.

Sensori, Preti (EI Towers): “Così portiamo l’IoT su tutto il territorio nazionale”

Il passaggio dalle frequenze radio-televisive alla gestione di reti di sensori sta ridefinendo il ruolo delle tower company in Italia. EI Towers, realtà storica nata più di 50 anni fa e titolare di una rete di circa 2.200 torri sul territorio, sta affrontando questa transizione attraverso la controllata EIT Smart e punta su un modello di operatore multi-tecnologico. In questa intervista, Antonio Preti, CEO di EIT Smart e direttore commerciale del Gruppo, spiega in esclusiva a PPN ADI Agenzia delle Infrastrutture il funzionamento e le applicazioni dei sensori IoT e della rete nazionale LPWA (Low Power Wide Area), una tecnologia pensata per far comunicare i sensori su lunghe distanze con consumi minimi. Oltre agli aspetti tecnici, Preti si sofferma sul tema della responsabilità nella gestione dei dati e fa il punto sullo stato della copertura DAB in Italia.

EI Towers è la Tower Company indipendente leader in Italia nella gestione delle infrastrutture per TV radio telecomunicazioni IoT. Qual è il valore aggiunto che il gruppo porta oggi nella gestione delle infrastrutture civili?

La società EI Towers è una società che è presente sul mercato nazionale da ormai 50 anni, lavora nell’ambito delle infrastrutture e il profilo è assimilabile a una tower company che ha però molta competenza dal punto di vista della progettazione e gestione di reti. Queste reti, che da sempre vengono gestite all’interno dell’azienda, sono soprattutto reti del mondo broadcast, quindi tutta la parte televisiva e la parte legata alle radio inteso (FM) e negli ultimi anni anche per il mondo DAB.

Abbiamo circa 2.200 torri che sono distribuite sul suolo italiano. In questo ambito si colloca lo sviluppo di questa rete di nuova generazione, quindi del mondo dell’IoT, che è una tecnologia che ha preso piede tra il 2010 e il 2020 in Italia, soprattutto nella logica di collocarsi come integrazione di altre reti che invece girano sulle reti cellulari.

Abbiamo prodotto prima una rete nazionale, che appartiene al mondo della LPWA, Low Power Wide Area; lavora su una frequenza precisa che è l’868 e lo sviluppo è a carattere nazionale. Abbiamo sviluppato sin da subito questa presenza e siamo gli esclusivisti per l’utilizzo di questa tecnologia su tutto il territorio nazionale. In quest’ambito abbiamo iniziato ad erogare una serie di servizi con una presenza in tre mondi: rete, sensori e piattaforma.

Guardando i prossimi anni, quale sarà l’innovazione tecnologica che cambierà radicalmente il voto di EI Towers nel settore IoT?

La prospettiva per quanto ci riguarda vede EI Towers, e in particolare EIT Smart, come un player che sta sul mercato e che diventerà un operatore multi-tecnologico. In questo mondo secondo noi non vincerà la tecnologia rispetto ad un’altra, ma sarà la capacità del gestore dell’operatore di rete nel capire e saper gestire una molteplicità di tecnologie di trasmissione.

Noi abbiniamo la capacità di gestire molti dati e l’abilità di saperli trasmettere con qualsiasi tecnologia. Questo vuol dire che ci mettiamo nella condizione di fornire un’informazione che sia già utilizzabile dal cliente: diventiamo veramente un’interfaccia di elaborazione fra una raccolta di informazioni e un dato che parla per il cliente, che gli consenta poi di assumere delle decisioni.

Interveniamo su questo processo con la garanzia, quindi con degli SLA, (Service Level Agreement), di capacità di raccolta del dato e trasferimento del dato, per garantire che arrivi destinazione. Forniamo poi un dato con delle SLA al cliente finale, che grazie a una piattaforma e l’aiuto dell’AI, dice quello che il cliente vuol sentirsi dire (è o non è nei parametri, interviene o non interviene).

Quali sono i rischi minori per chi assicura il trasporto dell’informazione rispetto alla responsabilità civile e penale di chi deve analizzarli e prendere decisioni sulla sicurezza delle infrastrutture?

In questo mondo il dato che viene trasportato in funzione della tipologia di servizio ha una necessità di essere garantito. Normalmente l’operatore di rete che riceve queste richieste deve entrare nel dettaglio del livello di sicurezza che viene richiesto dal cliente perché, in funzione della richiesta, uno opera i livelli di protezione che possono essere aumento con un backup addirittura con un disaster recovery o per alzare ancora di più il livello che potrebbe ambientarsi un sistema di ridondanza ulteriore ad occhio per l’occasione.

In ogni caso non esiste il sistema che non sbaglia perché non esiste nemmeno nessuno che gli può assicurare un servizio garantito al 100%, quindi che sia un cavo o che sia un trasporto in radiofrequenza va sempre progettato secondo il livello del servizio atteso. E comunque con un’assicurazione alle spalle che ti garantisce che quella piccola percentuale che rimane scoperta sia comunque coperta da un titolo assicurativo.

Anche nei migliori casi uno può garantire il 99,99% del tempo, ma mai il 100% perché non è possibile.  In base della funzione della richiesta del cliente, uno si attrezza il miglior livello di servizio. Ovviamente più il livello è alto e più le risorse in campo aumentano: tipologia, differenziazione, logistica e per linee geografiche.  

Passando invece al DAB citato prima, in che modo si può migliorare la sua trasmissione e quali sono le aree scoperte da potenziare?

Lo sviluppo del DAB è uno sviluppo che riguarda gli ultimi anni e ha visto come attori gli operatori di rete. Si tratta di consorzi in particolare a livello nazionale, sono tre e hanno tra i soci tutte le maggiori radio FM. Questi consorzi hanno iniziato a sviluppare la copertura che riguarda la grande mobilità, quindi le autostrade statali, ovvero luoghi dove c’è una grande concentrazione di autovetture.

La parte di sviluppo che noi stiamo seguendo nel nostro ruolo di tower company e fornitori di servizi di telecomunicazioni li sta accompagnando nello sviluppo. Oggi sono arrivate delle coperture abbastanza importanti, siamo a circa tre quarti della copertura complessiva necessaria per coprire tutto il territorio nazionale. Le zone dove si riscontrano dei buchi di ascolto non sono aree scoperte in spazio libero, ma gallerie o situazioni particolari.

Bisogna dare spazio agli operatori di rete tramite fornitori di servizi delle comunicazioni, quali siamo noi, per poter operare sia in fase progettuale e possibilmente anche in versione post umana dove esistono già le gallerie per poter integrare questo tipo di servizio che, per quanto riguarda gli editori, è importante e lo sarà sempre di più in futuro. Questo perché il cambio del parco auto che ha una sua dinamica annuale, sta portando sempre di più l’ascoltatore ad ascoltare la radio in macchina.

La svolta della Corte UE sull’equo compenso e lo scudo della blockchain per il giornalismo

La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea segna un punto di non ritorno nel tormentato rapporto tra editoria e giganti del web: gli editori potranno finalmente richiedere un legittimo corrispettivo economico per l’autorizzazione all’utilizzo online delle pubblicazioni. Il verdetto è chiaro: colossi come Meta non possono più attingere gratuitamente al valore prodotto dalle redazioni giornalistiche. Devono pagare. Devono corrispondere un “equo compenso” per l’utilizzo dei contenuti online.
Questa decisione non è solo una vittoria legale, ma un riconoscimento di civiltà: il giornalismo di qualità ha un costo di produzione elevato e non può essere il “carburante gratuito” per gli algoritmi dei social network o della sempre più utilizzata Intelligenza Artificiale. La Corte, che ha respinto il ricorso di Meta contro l’Agcom, ha validato pienamente il modello italiano, riconoscendo che i criteri stabiliti dall’Agcom per determinare il valore economico delle news sono coerenti con il diritto comunitario e garantiscono finalmente trasparenza nelle trattative.

Oltre la legge: la sfida tecnologica di PPN ADI

La sentenza è stata accolta con soddisfazione dagli editori italiani, il nostro per primo, ma noi, come PPN-ADI, non ci limiteremo ad aspettare che la burocrazia faccia il suo corso. Con il nostro editore abbiamo fin da subito condiviso un concetto imprescindibile: la tutela legale, per essere davvero efficace, deve essere supportata dalla forza della tecnologia. Per questo abbiamo deciso di implementare la tecnologia blockchain per la certificazione di ogni nostro contenuto. Se la Corte UE stabilisce il diritto a essere remunerati, noi forniamo la prova inoppugnabile di cosa deve essere pagato.
La nostra visione per il futuro dell’editoria digitale è netta: vogliamo arrivare a un sistema in cui a ogni contenuto certificato corrisponda un equo compenso automatico da parte di chi lo utilizza.
Grazie alla notarizzazione su blockchain, ogni articolo, video o podcast della nostra testata possiede un’identità digitale certa, una data di nascita e una paternità immodificabile. Questo elimina ogni zona d’ombra: non ci sono più scuse per il plagio o per l’aggregazione selvaggia senza ritorno economico. In un mercato finalmente regolato, la blockchain diventa il contatore di valore che permette una distribuzione equa dei proventi tra chi produce l’informazione e chi la distribuisce.

Un patto di trasparenza

Questa battaglia non riguarda solo i bilanci delle aziende editoriali. Riguarda la tenuta stessa della nostra democrazia. Senza sostenibilità economica, non esiste indipendenza e senza indipendenza, non esiste informazione libera.
Con la nostra scelta tecnologica, offriamo ai nostri lettori e ai nostri partner un patto di trasparenza totale. Siamo pronti a sederci al tavolo del nuovo mercato digitale con le carte in regola: la legge europea da una parte e la certezza della blockchain dall’altra. L’era dell’opacità e dello sfruttamento digitale si chiude oggi ma quella del valore certificato è appena iniziata.