Il Consorzio Eteria chiude il 2025 con un portafoglio lavori che raggiunge i 2,2 miliardi di euro, con una maggiorazione del 5% rispetto al 2024. Il fatturato, a oggi, supera i 620 milioni di euro con un risultato più che triplicato rispetto al 2024. Inoltre, nei primi mesi del 2026 Il Consorzio si è aggiudicato altre tre assegnazioni di grande valore economico e simbolico: il Ponte dei Congressi di Roma, la SS2106 Jonica, e la Linea 10 della metropolitana di Napoli, per un valore complessivo pari a 616 milioni. Eteria è un consorzio senza scopo di lucro, il cui obiettivo è offrire un vantaggio concreto alle imprese associate attraverso la collaborazione nella gestione degli appalti. Per questo motivo, il bilancio 2025 si chiude in pareggio: i costi sostenuti dalla società vengono ripartiti tra i soci in proporzione alla loro quota, al netto degli eventuali ricavi.
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Le opere infrastrutturali
“I risultati di Eteria sono frutto di una chiara strategia, tesa a migliorare la competitività del settore e a creare valore per tutti gli stakeholder, pubblici e privati. Un valore che si basa sulla professionalità delle nostre persone e sulla loro dedizione, cui va il merito degli straordinari risultati raggiunti in poco più di un triennio. Grazie alla visione industriale comune e alla solidità dei soci, continueremo il nostro posizionamento strategico nel settore e il nostro impegno nella realizzazione di grandi opere infrastrutturali che contribuiscono allo sviluppo moderno e sostenibile del Paese” ha dichiarato Vincenzo Onorato, amministratore delegato del Consorzio Eteria.
I progetti acquisiti dal Consorzio Eteria sono sparsi su tutto il territorio nazionale e riguardano opere infrastrutturali pensate per generare benefici. Parliamo dell’interramento della linea ferroviaria Palermo-Catania-Messina per consentire il prolungamento della pista dell’aeroporto e di moltissimi altri progetti. Uno dei progetti di rilievo più significativo degli ultimi mesi è stato quello dell’Arena Santa Giulia di Milano, la cui realizzazione, avvenuta nel rispetto delle scadenze, ha permesso l’inaugurazione della struttura in tempo per l’avvio delle competizioni delle olimpiadi invernali di Milano-Cortina del 2026.
Ingegner Onorato, la candidatura italiana per i giochi invernali 2026 ha avuto successo sia grazie al modello diffuso e sia grazie alla promessa di sostenibilità. Cosa ha comportato la frammentazione dei cantieri su un territorio così complicato?
In generale è utile sottolineare che per noi operare su tutto il territorio nazionale rappresenta la consuetudine. Al di là di tale aspetto, gli obiettivi di questi cantieri erano ambiziosi e sfidanti. Nel caso di Arena, soprattutto per le tempistiche e le caratteristiche del progetto, che è stato realizzato in poco più di due anni e ha incorporato nel suo percorso migliorie e soluzioni tecniche innovative. Nel caso di Tai e Valle di Cadore, oltre alla sfida ingegneristica, vi erano evidenti vincoli di sostenibilità, anche per la fragilità del territorio dolomitico. In questo caso, inoltre, abbiamo avuto un rapporto splendido con le comunità locali e abbiamo sentito molto la responsabilità operare in un territorio così delicato, dove l’impatto di lavori così importanti sulla vita quotidiana delle comunità montane era evidente. Per tale ragione abbiamo avviato un dialogo costante e costruttivo sia con la Stazione Appaltante Anas che con le amministrazioni locali. Il confronto leale e responsabile di tutti gli attori coinvolti ha consentito di mitigare i disagi indotti dai cantieri. Una collaborazione che si è tradotta anche nella donazione da parte nostra, a seguito di un danno provocato dal cantiere a una vecchia tettoria, di una nuova mensa scolastica prefabbricata per i bambini di Valle di Cadore, quale segnale tangibile del legame tra Vianini Lavori e la comunità locale.
Possiamo dire che anche quella del rapporto positivo con le comunità locali è una legacy?
Non c’è dubbio. Abbiamo trovato delle persone aperte al dialogo, di cui è stata dimostrazione anche la grande partecipazione della collettività il giorno dell’inaugurazione delle varianti di Tai di Cadore e di Valle di Cadore, completate da Vianini Lavori in anticipo rispetto alla scadenza contrattuale. È stato un momento di festa, affollatissimo e molto partecipato da tutti gli abitanti della zona, con una forte consapevolezza del valore e dei benefici duraturi di queste opere per la sicurezza e la fruibilità dei trasporti in tutta la zona. E vorrei sottolineare che nella realizzazione di queste due varianti si è potuto quasi toccare con mano l’efficacia di una sinergia attiva e reale tra istituzioni, committenza e appaltatori. Sono convinto che anche questo spirito di collaborazione sia un elemento da ascrivere all’eredità complessiva che lasciamo con la costruzione di un’opera, che va ben oltre l’evento che può aver fatto da volano alla sua costruzione.
L’Arena Milano è diventata un simbolo di queste Olimpiadi, una struttura polifunzionale costruita dal Consorzio Eteria – attraverso i soci Vianini Lavori e Itinera – nel quartiere di Santa Giulia. Quali sfide avete affrontato durante la sua realizzazione?
Senza dubbio la prima sfida è stata quella contro il tempo per la realizzazione di quella che oggi è la struttura indoor per eventi più grande d’Italia, capace di ospitare 16.000 spettatori su 77.000 mq, oltre a spazi esterni per 84.000 mq. La struttura, inoltre, si distingue per il design di eccellenza e per l’attenzione alla sostenibilità ambientale, giacché il grande campo fotovoltaico installato sulla copertura la rende energeticamente autosufficiente. Il mio primo pensiero va però a tutte le persone – 1200 al giorno nei momenti di picco delle lavorazioni – che si sono impegnate nel cantiere giorno e notte per completare l’opera e renderla funzionante in tempo per l’inizio delle competizioni olimpiche, ospitando le seguitissime gare di hockey sul ghiaccio. È stato uno sforzo collettivo, di soluzioni ingegneristiche e di grande organizzazione che rappresenta un modello replicabile per il futuro. A valle delle Olimpiadi, l’Arena dispiegherà a lungo il suo potenziale attrattivo come struttura polifunzionale, progettata e realizzata secondo standard internazionali per ospitare grandi eventi musicali e di intrattenimento.
Dunque, tutt’altro che cattedrali nel deserto, come talvolta accaduto per strutture create attorno ai giochi olimpici. In definitiva, secondo lei, quali sono state le buone pratiche messe in campo nei cantieri per le Olimpiadi di Milano Cortina?
Tra i principali fattori di successo che fanno di questi nostri progetti un valido riferimento per la realizzazione di future grandi opere, c’è stata senza dubbio la forte volontà di tutti gli attori coinvolti di convergere verso l’obiettivo comune: realizzare nei tempi previsti per i giochi olimpici e paralimpici di Milano-Cortina opere complesse e di valore, consapevoli allo stesso tempo dell’importanza di creare strutture che rappresentassero un’eredità duratura per i territori. Siamo onorati di avere potuto contribuire, sia come Vianini Lavori che come Consorzio Eteria, con un ruolo così attivo a questo evento portando risultati importanti con opere ambiziose, tra le poche inaugurate in anticipo o comunque nei tempi utili per le competizioni. Opere che rimangono e che verranno vissute ogni giorno, dando concreto supporto allo sviluppo del nostro Paese
Quando nel 2019 il Comitato Olimpico Internazionale assegnò i Giochi invernali a Milano e Cortina, la candidatura italiana si distinse per una promessa ambiziosa: le prime Olimpiadi “diffuse” e interamente sostenibili, basate per il 92% su impianti già esistenti. A evento terminato, il confronto tra quel Dossier e la realtà dei fatti restituisce un bilancio fatto di eccellenze, ma anche di profonde divergenze economiche.
Il budget: dall’austerità all’impennata dei costi
Il Dossier originale prevedeva un piano di investimenti contenuto, stimato inizialmente in circa 1,5 miliardi di euro per l’organizzazione. Tuttavia, il quadro attuale racconta una storia differente: tra inflazione, rincaro dei materiali e inserimento di opere infrastrutturali non previste, la spesa complessiva è lievitata oltre i 5,4 miliardi di euro, con oltre 3,5 miliardi destinati a opere pubbliche che portano il “marchio” olimpico per giustificare tempi e finanziamenti straordinari.
La sfida dell’Hockey: l’Arena Santa Giulia
L’Arena di Santa Giulia a Milano, cuore pulsante del torneo di hockey, rappresenta bene questo paradosso. Progettata per essere un polo polifunzionale, ha dovuto affrontare extra-costi per oltre 134 milioni di euro rispetto al piano iniziale, in parte coperti dal “Decreto Sport” del Governo per accelerare i lavori. Sebbene rappresenti una legacy strutturale per la città, il suo completamento ha richiesto una corsa contro il tempo che ha visto lo Stato intervenire massicciamente su un’opera a gestione privata.
Il “salasso” dei costi di gestione
La partita più complessa inizia ora che le medaglie sono state assegnate: la gestione operativa degli impianti. Il rischio “elefante bianco” (strutture inutilizzate e costose) è concreto per diverse sedi:
Pista da Bob “Eugenio Monti” (Cortina): È l’opera più discussa. Costata circa 118 milioni di euro, ha un costo di manutenzione stimato in oltre 1,2 milioni di euro all’anno. Con introiti derivanti dall’agonismo e dal “bob-taxi” turistico stimati in soli 500.000 euro, l’impianto rischia un deficit cronico di oltre 600.000 euro annui, che graverà sulle casse locali e regionali.
Villaggio Olimpico (Milano): Qui la legacy appare più solida. La struttura di Porta Romana sarà riconvertita in uno studentato da circa 1.700 posti. Tuttavia, anche qui gli extra-costi di costruzione (stimati in circa 26 milioni oltre il budget) hanno richiesto revisioni finanziarie importanti tra Comune e costruttori.
Le infrastrutture “in ritardo”
Molte opere stradali presentate come “indispensabili” nel 2019 non sono riuscite a tagliare il traguardo. La Variante di Cortina e la Tangenziale di Sondrio vedranno la piena operatività solo tra il 2027 e il 2033. Questo scollamento tra il calendario sportivo e quello dei cantieri trasforma la “legacy olimpica” in una speranza a lungo termine, lasciando ai territori, per ora, solo l’onere della gestione dei grandi impianti e il disagio dei cantieri ancora aperti.
La fiamma olimpica di Milano Cortina 2026 ha lasciato dietro di sé una scia di emozioni sportive, ma per il territorio la vera partita inizia ora: quella della legacy. L’eredità di un grande evento non si misura solo nei giorni della competizione, ma nella capacità delle infrastrutture di trasformare il tessuto urbano e la mobilità regionale. Se per alcune opere il traguardo è stato raggiunto, per altre il cronoprogramma si è trasformato in una maratona che proseguirà ben oltre la cerimonia di chiusura.
Il nuovo cuore di Milano: l’Arena Santa Giulia
Il simbolo architettonico di questa edizione è indubbiamente la Milano Santa Giulia Ice Hockey Arena. Progettata dall’architetto David Chipperfield, l’arena ha ospitato i tornei maschile e femminile di hockey, superando i dubbi della vigilia legati ai tempi di consegna serratissimi.
Nonostante le aree esterne siano state completate in modo “funzionale” a ridosso dei Giochi, l’interno della struttura si è rivelato all’avanguardia:
Capienza: Circa 16.000 spettatori per gli eventi live.
Versatilità: Una struttura asimmetrica pensata per trasformarsi in uno dei principali palchi per concerti in Europa (già atteso Luciano Ligabue a maggio 2026).
Impatto urbano: L’opera funge da catalizzatore per la rigenerazione del quartiere Santa Giulia, anche se la bonifica completa degli ultimi lotti circostanti (circa 25 ettari) è destinata a proseguire nel post-olimpico.
Le opere ancora incompiute
Se gli impianti sportivi hanno retto l’urto delle scadenze, il sistema della viabilità e dei collegamenti ferroviari racconta una storia diversa. Molte opere strategiche, inizialmente inserite nel dossier olimpico come essenziali, sono state riclassificate come “legacy a lungo termine” a causa di ritardi burocratici e criticità geologiche.
Ecco lo stato delle principali opere non ancora terminate e le loro scadenze previste:
OPERA
STATO ATTUALE
SCADENZA PREVISTA
Tangenziale di Sondrio
In fase avanzata
Ottobre 2027
Variante di Trescore-Entratico
Cantieri aperti
2029
Variante di Vercurago (Lecco)
Ritardi per criticità idrogeologiche
Agosto 2033
Raccordo ferroviario Malpensa
Lavori in corso
Fine 2026/2027
Anche a Cortina la situazione è fluida. Lo Sliding Centre “Eugenio Monti”, la discussa pista da bob, ha terminato le gare olimpiche con alcuni danni strutturali e componenti tecnologiche da proteggere. Gli interventi di ripristino e il completamento definitivo delle aree di cantiere sono programmati per rendere l’impianto pienamente operativo per la stagione federale di ottobre 2026.
Una sfida di gestione
Il successo della legacy dipenderà dalla capacità di Simico (Società Infrastrutture Milano Cortina) e degli enti locali di non spegnere i motori. La sfida non è più “essere pronti per la gara”, ma completare una rete di collegamenti che serva i pendolari e il turismo montano per i prossimi trent’anni. Solo quando l’ultimo tunnel della Variante di Vercurago sarà scavato, potremo dire che il viaggio di Milano Cortina 2026 sarà davvero giunto a destinazione.
In Italia, il concetto di “stadio” sta subendo una profonda mutazione strutturale. Da semplici templi della domenica, queste opere sono oggi analizzate come infrastrutture critiche che misurano la capacità di un Paese di progettare e realizzare interventi complessi. La gestione della mobilità, la sicurezza integrata e la riqualificazione urbana sono i pilastri su cui poggia la nuova visione infrastrutturale dello sport. Negli ultimi vent’anni, quasi ogni grande progetto di nuovo stadio si è trasformato in un percorso a ostacoli fatto di lunghi iter lunghi, varianti urbanistiche, valutazioni ambientali, pareri stratificati e ricorsi amministrativi. Uno stadio moderno vive sette giorni su sette. Genera servizi, riqualificazione urbana, occupazione, attrattività internazionale. Ma in Italia il quadro è complesso. Il problema non è soltanto progettare ma arrivare al cantiere. Per tutti questi motivi è stato firmato il Decreto Stadi 2026.
Il cuore della riforma: cosa prevede il decreto Stadi 2026
Il Decreto Stadi 2026, siglato dai Ministri Andrea Abodi (Sport e Giovani) e Matteo Piantedosi (Interno), nasce con un obiettivo preciso: ridurre la distanza tra l’idea progettuale e l’effettivo inizio dei lavori. I punti cardine dell’intervento normativo sono:
Semplificazione procedurale: snellimento dell’iter sulle autorizzazioni e tempi certi per le conferenze dei servizi, creando una “corsia preferenziale” per le opere strategiche.
Sicurezza integrata: la progettazione di flussi e monitoraggio avviene in coordinamento preventivo con il Ministero dell’Interno, evitando varianti postume.
Partenariato Pubblico-Privato (PPP): incentivi a modelli di finanziamento ibridi per garantire la sostenibilità economica e la multifunzionalità dell’infrastruttura.
Il “Laboratorio Roma”: i casi di AS Roma e SS Lazio
La Capitale rappresenta oggi il caso studio più interessante per l’applicazione delle nuove norme. I due club stanno seguendo strade diverse, ma entrambi devono scontrarsi con la sfida delle infrastrutture urbane preesistenti.
AS Roma e il progetto Pietralata: Il club giallorosso ha scelto la via del quadrante Est della città. Qui la sfida è puramente infrastrutturale e logistica: lo stadio deve integrarsi con il sistema di trasporto pubblico (Metro B e stazioni ferroviarie) e con la rete ospedaliera del Sandro Pertini.
SS Lazio e la rifunzionalizzazione del Flaminio: La strada intrapresa dalla società biancoceleste riguarda la rigenerazione urbana. Recuperare un’opera di Nervi significa far convivere i vincoli architettonici con le moderne esigenze di sicurezza e redditività. Qui la sfida è dimostrare che un’infrastruttura storica può essere trasformata in un impianto moderno senza perdere la propria identità, un tema carissimo alla pianificazione urbana europea.
Il tempo delle riforme deve confrontarsi con una scadenza vincolante: Euro 2032. L’Italia ha meno di un anno per consegnare alla UEFA la lista definitiva dei cinque stadi prescelti. Roma, con lo Stadio Olimpico o con uno dei nuovi progetti in fase avanzata, rimane il baricentro di questa scelta. La lista dei cinque stadi sarà la dimostrazione pratica della capacità dell’Italia di decidere, coordinare e, finalmente, costruire.
Il “Gap” infrastrutturale: il confronto con l’Europa
Per comprendere quanto il sistema italiano sia rimasto bloccato basta osservare quant accade i Europa. Mentre in Italia l’età media degli impianti supera i 40 anni, in Germania e Inghilterra la media è inferiore ai 20. Questo non è solo un dato estetico, ma indica una capacità di “manutenzione evolutiva” che in Italia è mancata.
In Italia, dalla presentazione del progetto alla posa della prima pietra intercorrono mediamente tra gli 8 e i 10 anni, a causa di una stratificazione di pareri che il Decreto Stadi 2026 mira a sfoltire. In Francia e Polonia (grazie anche all’impulso degli Europei 2012 e 2016), le procedure semplificate hanno permesso di chiudere i cantieri in un ciclo di 3-5 anni.
A Londra lo stadio del Tottenham è costato circa 1 miliardo di sterline un investimento ripagato con gli eventi NFL, i concerti e le conferenze.
Perché in Italia è più difficile?
In Italia ogni stadio deve rispondere contemporaneamente al Codice degli Appalti, alle leggi sui Beni Culturali (spesso presenti su strutture storiche come il Flaminio), alle norme di Pubblica Sicurezza e alle varianti urbanistiche locali. Questa “sovrapposizione di poteri” crea un’incertezza che il nuovo Decreto prova a risolvere centralizzando le decisioni e definendo scadenze perentorie. I progetti di Roma e Lazio ci faranno capire se l’Italia è veramente riuscita a superare l’ultimo miglio burocratico che trasformerà i grandi eventi in opportunità permanenti di sviluppo per il territorio.