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Argomento: Legge e Proposte Di Legge

Rent to buy, alloggi popolari e nuove regole per costruire: la ricetta del governo Meloni nel Piano Casa 2026

“In vista della ricorrenza del 1° maggio il Consiglio dei ministri approverà finalmente i provvedimenti del vasto Piano Casa. Si tratta di un piano casa cui stiamo lavorando da tempo, robusto, imponente, strutturale. Che ha come obiettivo quello di rendere disponibili, tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati, oltre 100 mila case nei prossimi 10 anni“.

Queste le parole pronunciate dal presidente Giorgia Meloni in Parlamento annunciando la data del 1° maggio per il Consiglio dei ministri, una data non casuale, carica di valore simbolico per un provvedimento che punta a restituire il diritto alla casa alle fasce più fragili della popolazione.

Crisi abitativa: l’80% degli under 30 non riesce ad abbandonare la casa d’origine

In Italia, infatti, l’accesso alla casa è diventata una vera e propria emergenza nazionale, arrivando a rendere il diritto all’abitazione un bene di lusso. Il rapporto redatto da OCSE certifica la crisi abitativa, evidenziando che circa l’80% dei giovani under 30 non riesce a lasciare la propria casa d’origine.  Esiste una vera e propria zona grigia in merito alle abitazioni: o si viene considerati troppo ricchi per ottenere l’accesso alle case popolari, o troppo poveri per potersene comprare una.

Piano Casa: cosa prevede

Il Piano Casa si muove su due binari, mirando a colmare tutti questi aspetti su più fronti. Da una parte è previsto un piano d’urgenza da 1,2 miliardi di euro per recuperare circa 60.000 alloggi popolari inutilizzati e inagibili. I cantieri sono programmati per partire durante il 2026. Il secondo approccio è strutturale: avere 100mila nuovi alloggi disponibili (a prezzi calmierati) in un arco di 10 anni. Le categorie prioritarie includono: giovani e giovani coppie, genitori separati, anziani e famiglie in difficoltà. 

Sul fronte delle risorse, le cifre confermate sono: 660 milioni stanziati per l’avvio del Piano Casa, 950-970 milioni disponibili subito secondo il decreto attuativo in lavorazione, distribuiti tra il 2026 e il 2030. Il piano prevede il coinvolgimento di Cassa Depositi e Prestiti, della BEI e di capitali privati, con un miliardo di euro aggiuntivo atteso dalla riqualificazione di fondi PNRR.

Il rent-to-buy, una misura innovativa

Una misura innovativa adottata è quella del “Rent to buy”, ossia un affitto con riscatto. Una formula contrattuale ibrida che unisce locazione e compravendita. Il futuro acquirente entra immediatamente nell’immobile, pagando un canone mensile che si divide in due componenti distinte: una quota destinata al godimento dell’immobile e una quota che si accumula come anticipo sul prezzo finale di vendita. Dopo un periodo massimo di dieci anni l’inquilino ha il diritto, non l’obbligo, a riscattare la casa pagando il saldo rimanente. 

Misure per gli anziani e social housing

Il piano prevede poi delle misure a favore degli anziani, con tre strumenti:

–   alloggi sociali a canone agevolato;

–   possibilità di permuta immobiliare (scambio di case tra proprietari, con eventuale conguaglio economico stipulato davanti a un notaio);

–   progetti di coabitazione assistita. 

Sul fronte del social housing il MIT punta a creare nuove aziende casa, con modelli gestionali più autonomi e flessibili (in parte pubbliche e in parte miste), dare un forte impulso al partenariato pubblico-privato per finanziare il social housing per coinvolgere attivamente anche i soggetti privati per realizzare e finanziare nuovi alloggi sociali. Vengono introdotti strumenti finanziari innovativi come fondi immobiliari rotativi, garanzie, sistemi finanziari integrati.

Banca dati nazionale e riforma del Testo Unico dell’edilizia

Una misura strategica è la creazione di una banca dati nazionale dell’abitare, che servirà a mappare il patrimonio immobiliare disponibile, censire le aree con emergenza abitativa e definire le priorità territoriali di intervento.  Il piano casa prevede anche la revisione del Testo Unico dell’Edilizia, con lo scopo di semplificare la burocrazia, digitalizzare le pratiche e riordinare gli interventi edilizi.

DPCM attuativo: realtà operativa

Il quadro normativo è definito dalla Legge di Bilancio 2026, che già contiene alcune disposizioni in materia. Il vero nodo rimane il Dpcm attuativo che renderà operative le misure.

Non mancano le critiche. Il Piano Casa è stato annunciato più volte nel corso degli anni, senza trovare mai una attuazione concreta. Il banco di prova sarà il 1° maggio, data in cui è prevista l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri. Il provvedimento dovrà poi passare per la pubblicazione del DPCM attuativo e per il coordinamento delle Regioni.

Mercato unico: Eu Inc. ci prova

Aprire una nuova società a responsabilità limitata in 48 ore, totalmente online, con un budget di massimo 100 euro e senza un capitale minimo. Sembra un sogno, ma presto diventerà realtà.

È questa la proposta di regolamento presentata dalla Commissione Europea a metà marzo: la creazione di un ventottesimo regime societario. La scelta dello strumento giuridico del regolamento non è un caso perché, una volta approvato, sarà applicabile direttamente in tutti gli Stati membri, senza diritto di replica o di modifiche da parte dei singoli Paesi.

27 sistemi giuridici nazionali, 60 forme societarie: il labirinto europeo

Attualmente, la situazione in Europa è quella di un contesto frammentato che limita la crescita. Un contesto composto da 27 sistemi giuridici nazionali che esprimono fino a 60 forme societarie. Per aprire una Start up potrebbero volerci da pochi giorni a diverse settimane, se non mesi, a seconda del Paese membro. Le cause dei rallentamenti sono le più varie: requisiti notarili obbligatori, capitali minimi diversi da Stato a Stato, tempi di registrazione lunghi, procedure analogiche, lingue, tariffari e modulistica non standardizzati. Questa frammentazione agisce anche come una tassa nascosta, producendo una tariffa del 110% sui servizi; comporta difficoltà nel reperire capitali e genera un processo lungo e costoso.

Eu Inc.: come funziona

“L’Europa ha il talento, le idee e l’ambizione di diventare il posto migliore per gli innovatori. Con EU Inc., stiamo semplificando drasticamente l’avvio e la crescita di un’attività in tutta Europa. Qualsiasi imprenditore sarà in grado di creare un’azienda entro 48 ore, da qualsiasi parte dell’Unione europea e completamente online. Questo passo cruciale è solo l’inizio. Il nostro obiettivo è chiaro: un’Europa e un mercato, entro il 2028”, ha detto la presidente Ursula von der Leyen.

La proposta, quindi, nasce dalla necessità di creare un insieme armonizzato di norme societarie applicabili a livello europeo, con l’obiettivo di ridurre la complessità normativa e facilitare le attività economiche nel mercato unico. Il rapporto Mario Draghi sulla competitività europea del 2024 ha sollecitato la creazione di un regime speciale paneuropeo per superare la frammentazione normativa e per permettere alle aziende l’espansione in Europa, ed è da questo concetto che viene sviluppata l’idea del “ventottesimo regime”.

Cosa cambia per gli imprenditori?

La svolta cardine del regolamento è la registrazione più rapida. Chiunque sarà in grado di fondare una società a responsabilità limitata con Eu Inc. in meno di 48 ore, per meno di 100 euro e senza requisiti per un capitale minimo. Le aziende dovranno presentare le informazioni sulle loro imprese una sola volta, attraverso un’interfaccia che comunica a livello europeo, collegando i registri delle imprese nazionali. In seconda battuta, la Commissione istituirà un nuovo registro centrale dell’Unione Europea. Le società otterranno così i loro numeri di identificazione fiscale e di P. Iva senza dover ripresentare i documenti ogni volta. Tutti i processi aziendali saranno completamente digitali durante tutto il ciclo di vita dell’azienda. Le imprese dell’Eu Inc. avranno accesso a procedure di liquidazione digitali. Le start up innovative avranno accesso a procedure di insolvenza semplificate per facilitare la liquidazione delle operazioni. Avranno pieno accesso al mercato unico e saranno libere di scegliere lo Stato membro in cui radicarsi. Il regolamento prevede, poi, una serie di pratiche vietate per garantire che le società dell’UE siano trattate al medesimo modo delle società nazionali.  

Luci e ombre: i nodi ancora irrisolti

Il principale rischio che potrebbe emergere è quello del forum shopping: la libertà di poter scegliere il Paese di incorporazione potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, portando le imprese a registrarsi negli Stati con la burocrazia più snella o la fiscalità più favorevole, pur operando altrove.

Trattandosi di un regime societario e non di un regime fiscale, la tassazione attuata sarà quella del paese in cui viene aperta la società. Allo stesso modo in caso di contenzioso si ricorrerà ai tribunali nazionali. Per questo motivo, in uno stato come l’Italia, c’è il forte rischio che Eu Inc. entri in contrasto con la lentezza della burocrazia. Un altro aspetto che potrebbe ostacolarne la piena attuazione è il requisito dell’online.  La Commissione Europea invita i Paesi membri a “massimizzare la digitalizzazione dei rapporti tra imprese e autorità pubbliche”, e in Italia (come in altri Paesi) molti aspetti ancora non sono digitalizzati come richiesto, ad esempio l’interazione con la camera di commercio. Infine non sono ancora del tutto chiaro le procedure di controllo anti riciclaggio e anti corruzione.

Iter legislativo: cosa manca ancora

Il regolamento non è ancora entrato in vigore, attualmente la proposta è nella fase di “Council working-party examination”, periodo in cui il Consiglio dell’UE analizza il testo. Entro la fine del 2026 il Parlamento dovrà nominare un relatore, esaminare la proposta, presentare eventuali emendamenti con conseguente negoziazione. Dovrà poi raggiungersi un testo comune tra Parlamento-Commissione-Consiglio. L’approvazione si avrà quando Parlamento e Consiglio si accordano. L’obiettivo è di renderlo operativo entro il 2028.  

Il Decreto Energia 2026 è legge: bonus da 115 euro e stop ai contratti telefonici

Il percorso del Decreto Bollette si è concluso a Palazzo Madama con una fiducia che ha blindato il provvedimento, trasformandolo ufficialmente in legge dello Stato. Con 102 voti favorevoli, il Governo Meloni incassa un risultato che la Premier definisce coraggioso e concreto, puntando a offrire una sponda immediata a chi si trova in condizioni di vulnerabilità economica. Il pacchetto di interventi, dal valore complessivo di circa 5 miliardi di euro, nasce per stabilizzare un mercato energetico reso incerto dalle nuove fiammate belliche in Medio Oriente, sebbene le opposizioni e le associazioni dei consumatori lamentino una parziale inadeguatezza delle cifre rispetto alla gravità dello scenario attuale.

Bonus una tantum e agevolazioni

Al centro della manovra si colloca il nuovo bonus una tantum di 115 euro per l’elettricità, destinato per l’anno 2026 a oltre due milioni e mezzo di cittadini già beneficiari del bonus sociale. Grazie alla possibilità di sommare questa cifra alle agevolazioni ordinarie, il risparmio totale in bolletta può toccare i 315 euro per i nuclei con ISEE entro i 9.796 euro, soglia che si alza a 20.000 euro per le famiglie con almeno quattro figli. Per la fascia di reddito fino a 25.000 euro è stato inoltre introdotto un meccanismo di contributo volontario erogato dai fornitori, pari a un massimo di 60 euro annui per il biennio 2026-2027.

Stop al telemarketing

Parallelamente agli aiuti diretti, la legge interviene con decisione sulla tutela della privacy dei cittadini, decretando il definitivo stop al telemarketing selvaggio. Da oggi viene sancito il divieto assoluto di stipulare contratti di luce e gas attraverso il telefono: qualsiasi accordo preso oralmente senza la firma fisica o digitale del cliente verrà considerato nullo, una vittoria storica per le associazioni che da anni chiedevano la fine delle attivazioni forzate.

L’aumento temporaneo dell’Irap

Sul fronte della politica energetica nazionale e del sostegno industriale, il decreto sceglie una linea di prudenza e continuità operativa. Viene infatti rimosso il vincolo di chiusura anticipata per le centrali a carbone, la cui operatività cesserà solo il 31 dicembre 2038 anziché nel 2025, garantendo così una maggiore sicurezza negli approvvigionamenti durante la transizione. Per coprire i costi di queste operazioni, il governo ha previsto un inasprimento fiscale temporaneo per i giganti dell’energia, portando l’aliquota Irap dal 3,9% al 5,9% per i prossimi due anni. Mentre il ministro Gilberto Pichetto Fratin parla di un risultato importante in linea con gli obiettivi ambientali, dal Codacons arriva una bocciatura netta che liquida il provvedimento come un semplice palliativo già superato dai recenti eventi geopolitici.

Edilizia giudiziaria, 41 cantieri PNRR conclusi: superato il target europeo sui metri quadri

Il Ministero della Giustizia ha comunicato il completamento, entro il 31 marzo 2026, dei lavori di riqualificazione previsti dal PNRR in 41 dei 60 cantieri complessivamente avviati sul territorio nazionale. La superficie riqualificata ammonta a oltre 390.000 metri quadri, un dato che supera il target europeo fissato dalla misura M2C3-8 del PNRR, pari a 289.000 metri quadri. Secondo la nota ministeriale, il raggiungimento di questa soglia mette al sicuro l’obiettivo nei confronti della Commissione Europea, avviando ora la fase di controllo propedeutica alla rendicontazione.

Come sono stati realizzati gli interventi

I lavori sono stati condotti attraverso il lavoro congiunto del Ministero della Giustizia, dei provveditorati interregionali alle opere pubbliche e delle direzioni regionali dell’Agenzia del Demanio. Gli interventi hanno riguardato più ambiti: riqualificazione strutturale, impiantistica e funzionale degli edifici esistenti; realizzazione di nuovi spazi per ampliare la capacità ricettiva degli uffici giudiziari; efficientamento energetico e utilizzo di materiali a ridotto impatto ambientale; miglioramento dell’accessibilità per utenti e operatori.

I principali cantieri conclusi

Tra gli edifici interessati figurano alcuni dei palazzi di giustizia più rilevanti d’Italia. Il Palazzo di Giustizia di Milano ha visto rinnovati gli spazi destinati al Ministero per un totale di 85.675 metri quadri, mentre quello di Genova ha riqualificato 40.323 metri quadri. Sono inoltre compresi tra i cantieri conclusi il Palazzo di Giustizia di Torino “Bruno Caccia”, il Tribunale di Palermo in via Impallomeni, il Tribunale per i Minorenni di Roma in via dei Bresciani, il Palazzo del Tribunale e della Procura della Repubblica di Ancona, il Palazzo dei Tribunali di Reggio Calabria sede della Corte d’Appello, e due nuovi padiglioni della Cittadella della Giustizia di Venezia, realizzati nell’ex Manifattura Tabacchi.

Cosa resta da fare

Dei 60 cantieri avviati, 19 risultano ancora in corso. Il Ministero ha indicato l’obiettivo di portarli a compimento entro la scadenza complessiva del piano prevista per il 30 giugno. Non sono stati comunicati dettagli sullo stato di avanzamento specifico di ciascuno dei cantieri rimanenti né sulle eventuali criticità.

Ponti sul Po: Forza Italia chiede una proroga al 2026 per salvare i finanziamenti

Il senatore Roberto Rosso, vicepresidente vicario di Forza Italia a Palazzo Madama, ha depositato un emendamento al “Ddl Commissari straordinari” (D.L. 32/2026) volto a scongiurare il definanziamento di opere infrastrutturali critiche. La proposta punta a prorogare al 31 dicembre 2026 la scadenza per l’aggiudicazione dei lavori di messa in sicurezza e ricostruzione dei ponti sul fiume Po. L’attuale quadro normativo, pur avendo beneficiato di una finestra nel Decreto Milleproroghe fino al 30 giugno 2026, risulta ancora insufficiente a fronte dei rallentamenti burocratici e tecnici accumulati.

Focus sul quadrante torinese

L’urgenza riguarda in particolare tre infrastrutture considerate vitali per la viabilità del Torinese e del Canavese:

  • Ponte Preti (Strambino/Baldissero): snodo fondamentale per il traffico pesante;
  • Ponte di Castiglione Torinese: collegamento essenziale tra la collina e l’area industriale di Settimo;
  • Ponte di Carignano: strategico per la mobilità della zona sud e la continuità dei servizi di emergenza.

Secondo Rosso, queste strutture non sono più adeguate a reggere gli attuali flussi di traffico e la loro efficienza è determinante per la protezione civile e la tenuta economica locale.

Le cause del ritardo e la sinergia territoriale

A frenare l’avvio dei cantieri concorrono diversi fattori: l’impennata dei costi dei materiali, la complessità delle procedure autorizzative e la necessità di progettazioni esecutive estremamente accurate. Mauro Fava, presidente della Commissione Lavori Pubblici in Regione Piemonte, ha sottolineato l’importanza della collaborazione tra Governo e amministrazioni locali per superare gli ostacoli burocratici. Senza l’approvazione di questa ulteriore proroga, il rischio concreto è la decadenza dei fondi stanziati, che vanificherebbe gli anni di lavoro amministrativo già svolti dagli Enti locali interessati. Il provvedimento è ora al vaglio della Commissione Ambiente e Lavori pubblici del Senato.

Carburanti e bollette: il governo corre ai ripari tra accise prorogate e gas alle stelle

Il taglio delle accise sui carburanti, introdotto con il decreto del 18 marzo scorso, rischiava di esaurire i suoi effetti già il 7 aprile. Il provvedimento aveva garantito nelle ultime settimane uno sconto di circa 25 centesimi al litro alla pompa, un sollievo per famiglie e imprese in un momento in cui i prezzi della benzina e del diesel continuano a salire a causa della guerra USA-Israele-Iran. Il Consiglio dei ministri si riunisce oggi per prorogarne l’efficacia fino al 1° maggio, attraverso un nuovo decreto legge che sostituisce il precedente atto ministeriale, il quale aveva una copertura finanziaria di poco più di 20 milioni di euro, largamente insufficiente rispetto al fabbisogno effettivo.

Quanto costa e dove si trovano i soldi

Il nuovo provvedimento avrà un costo sensibilmente più alto rispetto al precedente: almeno 600 milioni di euro complessivi, rispetto ai 527 milioni del decreto di marzo. Una parte rilevante delle coperture, circa 200 milioni, arriverà dal meccanismo dell’extragettito Iva generato proprio dall’aumento dei prezzi dei carburanti: un meccanismo che trasforma, in parte, il caro-prezzi in risorsa per finanziare lo sconto stesso. I restanti 300 milioni circa proverranno dal congelamento delle aste CO2, con un’operazione contabile che non intacca i saldi di finanza pubblica nel senso tradizionale, ma che attinge a quote già incassate dal Ministero dell’Economia, per un valore stimato di 1,3 miliardi.

Il capitolo agricoltura

Tra le misure incluse nel provvedimento spicca un intervento a sostegno del settore agricolo, particolarmente colpito dal caro gasolio. Per le imprese agricole è previsto un credito d’imposta sul gasolio pari al 20% del costo sostenuto nel solo mese di marzo, con una dotazione di 30 milioni di euro. Una misura attesa e rivendicata dalle organizzazioni di categoria, che arriva in un momento cruciale: quello delle semine primaverili e della preparazione dei campi in vista dei raccolti estivi, quando il fermo delle macchine agricole avrebbe conseguenze dirette sull’intera annata. I dati del ministero dell’Ambiente indicano che nel 2025 le vendite di gasolio agricolo hanno sfiorato i 2,2 miliardi di litri, con una quota stimata del 90% destinata all’agricoltura e il restante alla pesca.

Transizione 5.0: il nodo degli esodati

Sul tavolo del vertice di maggioranza a Palazzo Chigi è finita anche la questione degli esodati di Transizione 5.0 — le imprese che hanno avviato progetti di innovazione già dall’anno scorso ma si sono ritrovate senza finanziamenti a causa dell’esaurimento dei fondi. Il decreto dovrebbe includere un innalzamento del bonus per questi soggetti dall’attuale 35% fino al 90% per gli investimenti in beni strumentali delle tabelle A e B e per la formazione, portando il credito d’imposta da 537 milioni a circa 1,1 miliardi complessivi. La norma andrebbe anche a ripristinare l’intero ammontare delle risorse originariamente destinate dalla legge di bilancio al programma, cancellando di fatto il riferimento al limite del 35% fissato dal decreto fiscale di fine marzo.

La stangata del gas: +19,2%

Mentre il governo lavora al decreto carburanti, dall’Arera arriva una notizia che aggrava ulteriormente il quadro: le tariffe del gas per i clienti vulnerabili, ovvero i 2,3 milioni di utenti ancora nel servizio di tutela, segnano per marzo 2026 un rialzo del 19,2%, il quarto aumento più alto di sempre e il terzo picco più elevato dall’inizio delle serie storiche. Per una famiglia con un consumo annuo di 1.100 metri cubi, l’aggravio si traduce in circa 232 euro in più rispetto all’anno precedente. Chi ha una tariffa variabile nel mercato libero potrebbe trovarsi davanti a rincari ancora più pesanti. Alla radice del rialzo vi è la crisi geopolitica in Medio Oriente, che ha provocato il blocco dell’export di gas liquefatto dal Qatar e la conseguente pressione al rialzo sulle quotazioni internazionali.

Il decreto Bollette non basta

Il decreto Bollette varato a febbraio con una dotazione di 3 miliardi, pensato per sostenere famiglie e imprese attraverso un bonus sulla bolletta della luce per i redditi bassi e la riduzione degli oneri di sistema per le imprese, appare già insufficiente di fronte alla nuova ondata di rincari. Il governo starebbe già ragionando su un ulteriore provvedimento a breve termine, specificamente destinato alle fasce deboli e alle aziende energivore. Nel frattempo, l’associazione dei concessionari autostradali ha annunciato la disponibilità ad accogliere la richiesta del ministro Salvini di ridurre di 5 centesimi al litro il prezzo dei carburanti sulle autostrade, un gesto il cui impatto economico per il singolo automobilista, circa 2,5 euro per un pieno, rimane tuttavia molto limitato.

ANAS torna sotto il MEF? La proposta che spacca il modello integrato di FS

Mentre il decreto legge Infrastrutture dell’11 marzo 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale con il numero 32, è all’esame del Senato, tra le pieghe dei lavori parlamentari si apre un fronte inatteso. Due emendamenti gemelli, a firma di esponenti di Fratelli d’Italia e Lega, propongono di riscrivere uno dei capitoli più controversi della storia recente delle infrastrutture italiane: il rapporto tra ANAS e le Ferrovie dello Stato. La proposta è semplice nella forma, ma tutt’altro che banale nelle implicazioni: separare ANAS dal perimetro del Gruppo FS e riportarla sotto il controllo diretto del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Il nodo: una fusione mai digerita

Per capire di cosa si parla, occorre tornare al 2018, quando il governo dell’epoca dispose l’integrazione di ANAS nel Gruppo Ferrovie dello Stato. L’obiettivo dichiarato era la creazione di un grande polo integrato del trasporto nazionale, capace di gestire in modo unitario sia la rete ferroviaria che quella stradale statale. Una logica industriale ambiziosa, ispirata ai modelli di governance integrata presenti in altri Paesi europei. Nella pratica, tuttavia, la convivenza si è rivelata complicata. ANAS, concessionaria storica della rete viaria statale, si è trovata a operare all’interno di un gruppo il cui baricentro strategico e finanziario resta saldamente ferroviario. Nel frattempo, le autostrade e le strade statali italiane hanno continuato ad accumulare ritardi, cantieri incompiuti e fabbisogni di manutenzione straordinaria che il solo DL 32/2026 tenta di affrontare con miliardi di euro di autorizzazioni di spesa: 250 milioni l’anno per il programma “Ponti, Viadotti e Gallerie”, altri 150-222 milioni per la manutenzione straordinaria, solo per citare le voci principali.

La proposta degli emendamenti

Gli emendamenti di FdI e Lega intervengono sull’articolo 49 del DL 50/2017. Il meccanismo è il seguente: a partire dall’approvazione del bilancio 2025 di FS, il Gruppo sarebbe tenuto a trasferire senza corrispettivo le azioni di ANAS direttamente al MEF, mediante girata dei certificati azionari. Il passaggio richiederebbe il via libera dell’assemblea degli azionisti di FS e comporterebbe una corrispondente riduzione del patrimonio netto del Gruppo, pari al valore di iscrizione di ANAS nel bilancio al 31 dicembre 2025. Nessun esborso pubblico, nessuna transazione finanziaria: un trasferimento contabile tra soggetti che fanno capo, in ultima istanza, allo Stato. E per evitare incertezze fiscali, gli emendamenti precisano che il passaggio e tutti gli atti collegati saranno esenti da imposizione diretta, indiretta e da tasse. La ratio dichiarata è quella di “consolidare le funzioni di ANAS quale concessionaria titolare di diritti speciali ed esclusivi nella costruzione, gestione, esercizio, miglioramento e adeguamento della rete viaria statale”: in altre parole, restituire ad ANAS un’identità istituzionale autonoma, con una linea di comando diretta verso il governo.

Continuità garantita, ma la partita è aperta

Sul piano operativo, gli emendamenti garantiscono la continuità: tutti gli accordi, le convenzioni e i rapporti giuridici già sottoscritti da ANAS prima del trasferimento resterebbero pienamente validi. Nessun contratto in corso verrebbe rimesso in discussione. La posta in gioco, però, va ben oltre il piano tecnico-giuridico. Se approvata, la misura segnerebbe un cambio di paradigma nella visione strategica delle infrastrutture italiane: da un modello integrato, nel quale ferrovia e rete stradale convivono sotto lo stesso tetto, a un modello dualistico in cui i due settori tornano ad avere catene di comando separate e distinte. Un dibattito che il decreto legge infrastrutture, con i suoi commissari straordinari per il Ponte sullo Stretto, per le autostrade A24 e A25, per la metro C di Roma, aveva già implicitamente aperto, segnalando quanto la governance delle grandi infrastrutture resti, in Italia, un cantiere perennemente in corso.

Hormuz, Qatar e bollette: Tabarelli spiega perché l’Italia rischia più degli altri

Comincio con chiederle una definizione di questa crisi energetica e di come si sta sviluppando secondo lei.

E’ una crisi storica, perché non è mai stato chiuso lo stretto di Hormuz, ed è una crisi paradossale perché i prezzi non sono esplosi come ci si poteva aspettare: siamo a dei livelli molto più bassi rispetto ai picchi storici, forse perché i mercati stanno sperando che la guerra finisca velocemente, il che è tutto da vedere. Resta il fatto che dallo stretto di Hormuz passa il 20% della linfa vitale del mondo, che è il petrolio, e per la prima volta nella storia è stato chiuso.

Che rischi corriamo dal punto di vista energetico?

Il rischio più concreto è quello di una catastrofe economica come quella degli anni ‘70, se non addirittura peggiore. Però durante quella crisi i prezzi erano triplicati, questa volta sono aumentati di un 20-30%, pertanto è ancora niente rispetto a quello che potrebbe accadere se lo stretto restasse chiuso per molto tempo. Certo, nel caso di un intervento di terra degli Stati Uniti sull’isola di Kharg, l’Iran ha dichiarato che la sua rappresaglia sarebbe diretta alle strutture petrolifere del Golfo e lo scenario peggiorerebbe drasticamente. Ovviamente si tratta di azioni militari che non sappiamo come possono evolvere; tuttavia, si tratterebbe di un’escalation che porterebbe inevitabilmente a un prolungamento della crisi e quindi a un suo aggravamento. I tempi lunghi sono la maggiore preoccupazione dei mercati perché comportano un innalzamento dei prezzi. 

Le infrastrutture petrolifere del Golfo Persico hanno già subito danni che richiederanno anni per essere riparati.

Sì, ci vorranno degli anni, però noi venivamo da un lungo periodo di eccesso di offerta di petrolio nel mondo e questo aiuta. Il ritorno a una normalità del flusso sarebbe senz’altro lento, però possiamo contare sul fatto che c’è molta capacità petrolifera inutilizzata in giro per il mondo. Il punto vero è che noi consumiamo petrolio altamente raffinato e questa è una qualità importante che caratterizza le forniture che importiamo proprio dal Golfo.

Uno degli effetti di questa crisi è anche una riattivazione di investimenti sulle centrali a carbone, in controtendenza rispetto all’accelerazione che avevano ricevuto le fonti rinnovabili.  Questa crisi come incide sulla transizione ecologica?

Io credo che paradossalmente la acceleri. A livello energetico abbiamo bisogno di tutto ma le rinnovabili hanno il vantaggio di essere domestiche, oltre che più pulite.  L’Europa è deficitaria di energia e pertanto punta sulle rinnovabili anche per quello, inoltre i prezzi alti delle fonti fossili rendono ancora più competitive le rinnovabili che, tuttavia, hanno dei limiti: però le rinnovabili crescono piano e aumentano la produzione di elettricità mentre noi adesso abbiamo bisogno di gasolio, di carburante per gli aerei, di benzina. Con l’elettricità non si possono far andare le navi o gli arei. Il carbone in questo momento serve, ma serve in relazione alla contingenza della crisi. Vero è che il resto del mondo, in particolare in Asia, si stanno costruendo nuove centrali di carbone ma direi anche per fortuna, altrimenti chiederebbero ancora più gas e lo sottrarrebbero dai mercati dove ci approvvigioniamo anche noi, facendo alzare ancora di più i prezzi.  

E per quanto riguarda il nucleare? E’ un’alternativa possibile?

Sarebbe una soluzione troppo a lungo termine, in condizioni normali ci vogliono almeno 10-15 anni ma da noi ci sono già stati due referendum che hanno bocciato questa possibilità e dubito che un terzo andrebbe diversamente.

Che provvedimenti potrebbe prendere il Governo per attenuare gli effetti di questa crisi?

Gli unici nell’immediato sono gli aiuti di Stato: ridurre le tasse e gli oneri di sistema, ridurre le bollette e compensare questa riduzione con maggiore debito statale. In pratica qualcosa di analogo a quanto è stato fatto  ‘22-‘23 in tutta Europa, però noi abbiamo la coperta corta, nel senso che avendo il debito più grande del mondo, insieme a quello del Giappone rispetto al PIL, non possiamo fare altro deficit che va a debito e che ci comprime sugli interessi, mentre ci sono altri paesi come la Germania che lo possono fare molto più tranquillamente e pertanto noi abbiamo queste grave limitazioni che legano le mani al Governo.

Roma Capitale, verso una nuova era: cosa cambia con la riforma dei poteri speciali

Roma non è una città come le altre, anche solo per dimensioni, eppure fino ad oggi è stata amministrata con gli stessi strumenti giuridici di un piccolo comune di provincia. Il 30 luglio 2025, il Consiglio dei Ministri ha segnato un cambio di passo approvando un disegno di legge costituzionale che mira a cambiare radicalmente il volto della Capitale. L’obiettivo è quello di dare a Roma i poteri per decidere, investire e correre al passo di Parigi, Berlino o Londra.

In cosa consiste la legge

Il cuore della riforma è la modifica dell’articolo 114 della Costituzione. Roma viene inserita come un ente a sé stante, dotato di poteri legislativi nelle materie che oggi sono di competenza della Regione Lazio. Questo significa che il Campidoglio potrà emanare proprie leggi su settori cruciali come:

  • Trasporto Pubblico Locale (TPL): Gestione diretta dei fondi e delle linee.
  • Urbanistica e Governo del territorio: Procedure più snelle per grandi opere e rigenerazione.
  • Turismo e Beni Culturali: Gestione autonoma dei flussi e valorizzazione del patrimonio.
  • Polizia Amministrativa e Commercio.

L’autonomia non è solo burocratica ma anche finanziaria: si stima che la riforma possa portare nelle casse capitoline circa un miliardo di euro l’anno in trasferimenti diretti dallo Stato, saltando l’intermediazione regionale.

Trattandosi di una riforma costituzionale, il percorso è lungo e rigoroso. Dopo il via libera del governo, il testo è approdato in Parlamento (Atto Camera 2564). L’iter prevede la cosiddetta “doppia lettura”: Camera e Senato devono approvare lo stesso testo due volte, a distanza di almeno tre mesi. Se l’approvazione avviene con una maggioranza dei due terzi, la legge entra subito in vigore. Se la maggioranza è solo assoluta (50%+1), potrà essere richiesto un referendum confermativo. L’obiettivo politico è chiudere il processo entro la fine della legislatura, rendendo i nuovi poteri effettivi per il sindaco che verrà eletto nel 2027.

Benefici e Rischi: le due facce della medaglia

I benefici sono evidenti: meno burocrazia, decisioni più veloci e risorse certe per servizi cronici come trasporti e rifiuti. Una Roma più forte significa anche un’Italia più competitiva sul piano internazionale. Tuttavia, non mancano i rischi. Il principale è il possibile conflitto istituzionale con la Regione Lazio, che vedrebbe sfilarsi competenze e risorse. C’è poi il tema del decentramento: dare più poteri al Sindaco ha senso solo se, parallelamente, vengono rafforzati i Municipi, per evitare che il Campidoglio diventi un imbuto troppo centralizzato.

Porti d’Italia S.p.A., la nuova regia nazionale dei porti

Il 22 dicembre 2025, il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge di riforma dei porti che prevede la creazione di Porti d’Italia S.p.A., società partecipata dal Ministero dell’Economia e vigilata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. A questa società viene affidata la gestione dei grandi investimenti infrastrutturali, la pianificazione delle opere strategiche e la manutenzione straordinaria di tutti i maggiori scali portuali del Paese. L’obiettivo è garantire una visione unitaria del sistema portuale, accelerare i tempi decisionali e rafforzare la competitività degli porti italiani nelle reti europee e mediterranee.

Le 16 Autorità di Sistema Portuale esistenti restano operative, ma con un ruolo più circoscritto: continueranno a occuparsi della gestione quotidiana degli scali, delle concessioni e della manutenzione ordinaria, mentre la regia delle opere più rilevanti passa alla nuova società nazionale.

Le reazioni dei territori

Il provvedimento ha generato un acceso confronto politico. Diverse regioni portuali, in particolare la Liguria, hanno espresso preoccupazione per un possibile eccesso di centralizzazione. Le critiche riguardano il rischio di ridurre l’autonomia decisionale locale e di sottrarre competenze alle Autorità di Sistema, con potenziali ripercussioni sulla rapidità degli interventi e sulla capacità di rispondere alle esigenze dei territori.

A livello nazionale, opposizioni e amministrazioni locali parlano di uno “scippo di competenze”, temendo che le scelte strategiche vengano prese esclusivamente a Roma, senza un adeguato coinvolgimento degli operatori portuali e delle comunità interessate.

Impatti attesi sul sistema portuale

Il nuovo modello punta a:

  • migliorare il coordinamento tra porti e reti logistiche;
  • accelerare la realizzazione delle opere strategiche;
  • aumentare la capacità di attrarre investimenti;
  • rafforzare la presenza italiana nelle rotte commerciali internazionali.

Resta però aperta la questione dell’equilibrio tra centralizzazione e sviluppo locale. La sfida sarà conciliare efficienza decisionale e valorizzazione delle specificità territoriali, evitando che la nuova governance rallenti i processi invece di semplificarli.

Prossimi passi

Il testo del disegno di legge è ancora in fase di finalizzazione prima del deposito ufficiale alla Camera, passaggio che darà il via all’iter parlamentare necessario per la conversione in legge. Poi, la neonata società dovrà essere capitalizzata e strutturata operativamente per gestire i grandi investimenti, subentrando in parte al ruolo di pianificazione delle Autorità di Sistema Portuale.