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Argomento: Legge e Proposte Di Legge

Emergenza casa: la ricetta di ANCE-ACER per un nuovo piano strutturale

L’abitare in Italia non è più una semplice questione di mercato, ma un’urgenza sociale che richiede un cambio di paradigma. Durante il convegno “Verso un nuovo diritto all’abitare”, tenutosi presso la Sala Matteotti della Camera dei Deputati, Antonio Ciucci, presidente di ANCE Roma – ACER, ha delineato un quadro critico: la forbice tra costi di costruzione e capacità di spesa delle famiglie si è allargata a tal punto da rendere i vecchi modelli del tutto inefficaci.

I numeri del divario: Roma e il contesto nazionale

La Capitale è l’epicentro di questa scossa. Con oltre 14.000 famiglie in lista d’attesa per un alloggio popolare e un mercato degli affitti privati reso proibitivo dalla pressione turistica, Roma riflette il dramma nazionale. Il dato macroeconomico è impietoso: a fronte di un’inflazione che ha superato il 22%, le retribuzioni sono cresciute solo del 12%. “Negli ultimi anni si sono sommati aumento dei costi di costruzione, riduzione del credito da parte del sistema bancario e perdita di potere d’acquisto delle famiglie”, spiega Ciucci.

Il nodo del credito e il declino dell’edilizia pubblica

Uno dei punti più allarmanti riguarda il prosciugamento dei finanziamenti: dai 52 miliardi stanziati per l’immobiliare nel 2007 si è scesi a poco più di 10 miliardi nel 2024. Questa contrazione strozza sia le imprese che i cittadini. Inoltre, con un’offerta di edilizia pubblica ferma sotto il 4% (contro medie europee ben più alte), una fascia sempre più ampia di popolazione resta “incastrata”: troppo ricca per il sostegno sociale, troppo povera per i prezzi del libero mercato.

Rigenerazione urbana: non più scelta, ma necessità

Il futuro non passa più per l’espansione delle periferie, ma per il recupero dell’esistente, in linea con le direttive Green dell’UE. Tuttavia, rigenerare il patrimonio costruito è un processo più oneroso rispetto alla nuova edificazione. “Oggi dobbiamo rigenerare il costruito, non espandere la città”, ribadisce Ciucci. Secondo il presidente, la sfida del prossimo decennio si vincerà solo se l’Europa varerà un grande piano di investimenti coordinati, capace di affiancare alla leva pubblica strumenti fiscali e finanziari che rendano la sostenibilità economica davvero praticabile.

Il piano anti dissesto attende da 28 mesi. E nel frattempo l’Italia spende miliardi a riparare i danni

Il 94,5% dei comuni italiani vive su un territorio a rischio idrogeologico. Non è una stima pessimistica: è il dato ufficiale contenuto nel rapporto ANCE-CRESME presentato il 15 aprile scorso a Roma, durante il convegno “Un piano per l’Italia” organizzato dall’Associazione nazionale costruttori. Il numero ha il peso di una sentenza, ma l’aspetto più sconcertante non è la cifra in sé, nota da anni, bensì ciò che le sta accanto: nei primi tre mesi del 2026 l’Italia ha già destinato oltre 1,2 miliardi di euro per affrontare le conseguenze di eventi meteo estremi e frane. Una cifra che supera i 933 milioni stanziati con la legge di bilancio per coprire le emergenze dell’intero anno.

Il conto del dissesto, nel frattempo, è lievitato in modo costante: nel 2010 le emergenze legate a frane e alluvioni costavano circa 1,2 miliardi l’anno, oggi si superano i 3,3 miliardi. E da quindici anni, secondo i dati del ministero dell’Ambiente, sono stati finanziati 24mila interventi per un valore di 21,6 miliardi, ma ne sono stati conclusi solo 19mila per 3,9 miliardi, appena il 20% dei fondi disponibili effettivamente speso.

In questo quadro si inserisce la storia di un disegno di legge che avrebbe dovuto cambiare l’approccio del paese al problema e che invece giace, immobile, da ventotto mesi presso gli uffici del ministero dell’Ambiente.

Dal rapporto Ispra sul dissesto idrogeologico 2024 © Ispra

Cosa prevede il ddl

Il provvedimento, elaborato dal dipartimento Casa Italia della presidenza del Consiglio, è stato trasmesso al ministero dell’Ambiente il 29 dicembre 2023. Si compone di quindici articoli e ruota attorno a un’idea centrale: istituire un Sistema nazionale di difesa del suolo, dotato di una cabina di regia a Palazzo Chigi, presieduta dal presidente del Consiglio e composta da sette ministri (Protezione civile, Economia, Ambiente, Infrastrutture, Agricoltura, Interno e Coesione) più un rappresentante per Regioni, Province e Comuni. L’obiettivo dichiarato è mettere ordine in un settore in cui le risorse vengono erogate da ministeri diversi senza una pianificazione comune. Gli interventi di importo superiore ai dieci milioni di euro sarebbero affidati alle sette Autorità di bacino distrettuale, con criteri di programmazione pluriennale modellati sul metodo del PNRR: tempi certi, controlli rigorosi, target verificabili. Il testo prevede anche la creazione di una piattaforma nazionale per la raccolta dei dati e la digitalizzazione del monitoraggio, oltre a meccanismi di finanziamento stabile nel tempo, per superare la logica degli stanziamenti emergenziali.

L’iter (mancato) e le tensioni tra ministeri

Il 29 dicembre 2023 il testo è arrivato al MASE. L’11 gennaio 2024 il capo del dipartimento Casa Italia ha sollecitato un confronto. A febbraio 2024 è stata convocata una riunione interministeriale. Da lì, il silenzio. A oggi il piano è ancora fermo, con le osservazioni tecniche della Direzione generale per l’uso sostenibile delle acque (Ussa) e dell’Ispra trasmesse al gabinetto di Musumeci il 23 settembre 2024, ma senza che il testo abbia fatto un passo avanti.

Le valutazioni dei tecnici del MASE sono critiche su diversi punti. Secondo il documento interno, la proposta non affronta in modo adeguato né la programmazione degli interventi né il problema dell’inerzia delle Regioni nella fase preparatoria dei piani d’intervento. C’è poi una questione di compatibilità giuridica: il ddl opererebbe modificando il decreto legislativo 152/2006, ma secondo i tecnici si scontrerebbe con normative di altri ministeri e con le competenze costituzionali delle Regioni. Infine, rimane aperta la questione della capacità operativa delle sette Autorità di bacino, che “non appaiono attrezzate per la gestione diretta dei lavori”.

Il ministro della Protezione civile Nello Musumeci, intervenuto al question time alla Camera e poi al convegno Ance, ha riconosciuto apertamente il ritardo, dichiarando di aver sollecitato gli uffici del MASE affinché “possano finalmente licenziare il documento”. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha risposto che le valutazioni tecniche sono già state trasmesse e che si è in attesa della controreplica di Musumeci, aggiungendo che le osservazioni della settimana precedente “valgono ancora”.

Il ddl, di fatto, non è ancora approdato in Consiglio dei ministri e non ha quindi avviato nessun iter parlamentare.

I punti di forza della proposta

L’impianto del provvedimento raccoglie un consenso trasversale tra gli esperti del settore sul piano dei principi. L’idea di una cabina di regia interministeriale risponde a un problema reale: oggi le risorse per il dissesto vengono stanziate da fonti diverse (MASE, Protezione civile, PNRR fondi di coesione) senza che esista un unico soggetto in grado di coordinare la spesa, verificare l’avanzamento dei cantieri e impedire che i fondi restino inutilizzati. La Corte dei conti, in una delibera del 2025, aveva già segnalato che la durata media complessiva di un intervento di contrasto al dissesto è di 4,2 anni, di cui il 57% del tempo viene assorbito dalla sola fase di progettazione.

L’adozione del metodo PNRR per gli interventi sopra soglia è un altro punto difeso da molti. Le esperienze degli ultimi anni hanno dimostrato che quando si fissano scadenze e target vincolanti i cantieri avanzano, mentre la logica dell’emergenza, cioè di interventi finanziati dopo il disastro, senza pianificazione, produce spesa inefficiente. Anche la proposta di finanziamenti stabili e pluriennali va in questa direzione: stando ai dati ANCE, ogni euro investito in adattamento e prevenzione fa risparmiare mediamente quattro euro di danni, con un rapporto che nel solo settore idrico sale fino a dieci a uno.

Le criticità che frenano il provvedimento

Le perplessità dei tecnici del MASE non sono prive di fondamento. La prima riguarda la governance: creare una cabina di regia a Palazzo Chigi senza affrontare il nodo delle competenze regionali rischia di aggiungere un livello burocratico senza risolvere il problema dell’attuazione. Le Regioni, già oggi commissari straordinari per gli interventi sul loro territorio, temono una compressione delle loro prerogative, e il testo non chiarisce come si articolerebbe il rapporto tra la cabina nazionale e le amministrazioni locali.

C’è poi la questione delle Autorità di bacino: affidare loro gli interventi sopra i dieci milioni implica un potenziamento significativo della loro struttura tecnica e amministrativa, che oggi, secondo i tecnici ministeriali, non è all’altezza del compito. Formare e assumere personale qualificato richiede tempo e risorse, e il ddl su questo punto non è preciso.

Infine, la Corte dei conti ha segnalato un altro problema strutturale: quasi la metà dei ritardi negli interventi anti-dissesto è riconducibile ai cosiddetti “tempi di attraversamento”, cioè le pause tra una fase procedurale e l’altra (progettazione preliminare, definitiva, esecutiva, affidamento, esecuzione) che sono di natura prevalentemente amministrativa. Una cabina di regia interministeriale non risolve automaticamente questo tipo di blocchi, che dipendono dalla capacità degli uffici tecnici comunali e regionali di gestire le pratiche.

Il nodo politico

Dietro al ritardo ci sono anche ragioni politiche che riguardano i rapporti tra dicasteri. Il ddl è stato elaborato dal dipartimento che fa capo a Musumeci (Protezione civile), ma per entrare in vigore deve passare per il MASE di Pichetto Fratin, che ha espresso riserve sostanziali e procedurali. L’Ance ha intanto lanciato una proposta parallela in cinque punti (adattamento climatico, nuova governance, metodo PNRR, digitalizzazione, stabilità dei finanziamenti) che in parte anticipa e in parte integra il ddl governativo. Anche il CNEL, a ottobre 2025, ha approvato un proprio disegno di legge per rafforzare il ruolo dei Consorzi di bonifica nella manutenzione del territorio. Proposte che si accumulano, senza che nessuna abbia ancora trovato la strada del Parlamento.

Nel frattempo l’Italia continua a spendere per riparare quello che non ha prevenuto.

Il PNRR è legge: scadenze al 30 giugno, finanziamenti “mirati” e assegno unico esteso

Finanziamenti ad hoc, riduzione dei tempi per le infrastrutture digitali, estensione dell’assegno unico. Questi i principali emendamenti approvati ieri al decreto PNRR in commissione Bilancio alla Camera. Il testo approdato alla Camera (presentato dal ministro agli Affari Europei, Tommaso Foti) è stato approvato con 145 voti favorevoli e approvato con 101 voti favorevoli anche dal Senato. Il decreto è ora convertito in legge.

Per prima cosa è stata confermata la scadenza dei lavori sugli investimenti del PNRR al 30 giugno, punto chiave del decreto. Inizialmente si voleva posticipare al 31 luglio, motivandolo con ritardi nelle gare, difficoltà di approvvigionamento e complessità autorizzative. Lo slittamento del termine avrebbe richiesto una modifica del regolamento comunitario, con un conseguente e complesso negoziato con Bruxelles. Il Governo ha scelto di mantenere questa data per non riaprire il fronte europeo.

Estensione dell’assegno unico: emendamento difensivo

La questione dell’estensione dell’assegno unico era inevitabile. L’Italia, infatti, era stata deferita nel 2024 dalla Corte di Giustizia UE perché l’assegno unico escludeva lavoratori UE non residenti e i figli residenti all’estero, in violazione del principio di libera circolazione dei lavoratori e parità di trattamento.  Nel concreto l’emendamento elimina il requisito di due anni di residenza in Italia, intervenendo sul D. lgs. 29 dicembre 2021 n.230, e riconosce il diritto di godimento anche se i figli vivono in un altro Stato UE. L’impatto stimato è che ci siano più di 50.000 beneficiari, con un costo di 20 milioni nel 2026, crescente nel lungo periodo, arrivando fino ai 36,2 milioni nel 2035.

Finanziamenti mirati: Radio Radicale e FOE

Un altro aspetto importante è quello dei finanziamenti mirati, ossia portare da 4 a 8 milioni le risorse destinate alla convenzione con Radio Radicale. Il doppio rispetto a quelli stanziati nel 2025 dal decreto Milleproroghe, tornando così a un livello di finanziamento allineato agli anni precedenti. 22,4 milioni, invece, sono destinati al Fondo Ordinario Enti di ricerca (FOE). Questo punto simboleggia l’attenzione verso il sistema pubblico della ricerca, in quanto il FOE finanzia enti come CNR, INGV, INAF e altri enti pubblici di ricerca vigilati dallo Stato.

Medici fino ai 72 anni

Viene prorogata di un anno la possibilità per le ASL di trattenere in servizio il personale medico, su base volontaria, in regime di convenzione col SNN, fino al compimento del settantaduesimo anno di età. Lo scopo sarebbe andare a intervenire sulla carenza strutturale di medici. La modifica, tuttavia, non risolve il problema bensì lo “tampona” perché non aumenta il numero di medici formati e non accelera l’ingresso dei giovani.

Comandi e distacchi nelle partecipate

Molti progetti del PNRR dipendono da competenze tecniche rare e spesso sono contentrate in società pubbliche e partecipate. La modifica prevede che i comandi restino di durata annuale, ma che possano essere rinnovabili fino al 31 dicembre 2027. Lo scopo è quello di evitare le perdite di competenze nella fase finale dei progetti, ridurre il rischio di stop amministrativi per scadenze formali.

Digitalizzazione e presidenza del consiglio, SIEL

La struttura della presidenza del Consiglio competente per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione potrà prorogare gli incarichi entro e non oltre il 31 dicembre 2026. L’obiettivo è quello di non interrompere i programmi del PNRR che sono stati già avviati e garantire continuità alle procedure concorsuali.

Un altro finanziamento mirato è quello del Sistema informativo elettorale (SIEL). Sono stati stanziati nel triennio 1,6 milioni di euro destinati: alla raccolta, elaborazione e diffusione dei dati elettorali e referendari; sviluppo e manutenzione del Sistema informativo elettorale, con il conseguente passaggio verso la tessera elettorale digitale.

Riduzione dei tempi per le infrastrutture digitali

Passa anche la riduzione da 90 a 60 giorni del termine per le autorizzazioni sul suolo pubblico da parte delle autorità competenti, con lo scopo di rendere le procedure nell’esaminare le domande per la concessione del diritto di installare le infrastrutture elettroniche: semplificate, efficaci, trasparenti pubbliche e non discriminatorie

Queste modifiche chiudono dei nodi critici come scadenze e riduzione del contenzioso europeo. Forniscono anche maggiore certezza operativa, soprattutto per la fase finale del PNRR. Molte misure, tuttavia, sono proroghe e non riforme strutturali e rinviano problemi sistemici (come la carenza di personale sanitario) e aumentano la stratificazione normativa.

Aprire un’impresa in Europa è ancora troppo complicato. Bruxelles ha una proposta

C’è un paradosso al cuore del mercato unico europeo. Quattrocentocinquanta milioni di consumatori, un territorio integrato, una moneta comune in buona parte del continente. Eppure chi vuole aprire un’impresa e farla crescere oltre i confini nazionali si trova ancora a fare i conti con ventisette sistemi giuridici diversi, oltre sessanta forme societarie nazionali, burocrazia che varia da paese a paese, costi legali che si moltiplicano a ogni frontiera. Il risultato è che molte delle startup europee più promettenti scelgono di costituirsi in Delaware o nel Regno Unito, dove le regole sono più semplici. L’Europa perde competenze, capitali e controllo sulle imprese che produce.

Cos’è EU Inc. e come funziona

Il 18 marzo 2026, la Commissione europea ha presentato una risposta formale a questo problema. Si chiama EU Inc., ed è la concretizzazione del cosiddetto 28° regime: un quadro giuridico europeo unico, opzionale, che si affianca ai ventisette ordinamenti nazionali senza sostituirli. Chi vuole può continuare a costituirsi secondo le regole del proprio Paese. Chi preferisce può scegliere EU Inc. e operare su tutto il territorio europeo con un solo set di regole, riconosciuto ovunque nell’Unione. Non è pensata solo per chi parte da zero: la EU Inc. potrà nascere anche tramite conversione, fusione o scissione di imprese già esistenti. Chi ha già una società e vuole espandersi in Europa senza costruire filiali paese per paese ha uno strumento concreto a disposizione.

Una società costituita interamente online, in quarantotto ore, con una spesa inferiore a cento euro e senza requisiti minimi di capitale. Nessun notaio fisico, nessuna registrazione multipla, nessuna duplicazione di documenti. Un’interfaccia digitale unica collegata ai registri nazionali, destinata a diventare nel tempo un registro centrale europeo autonomo.

Il contesto: il rapporto Draghi e la competitività europea

Il rapporto Draghi sulla competitività europea, pubblicato nel 2024, aveva quantificato il problema con una precisione difficile da ignorare: la frammentazione del mercato interno danneggia le imprese europee più dei dazi che arrivano dall’esterno. Una startup che nasce in California ha davanti un mercato omogeneo con un solo sistema legale e un solo mercato dei capitali. Una startup che nasce a Milano o a Varsavia deve costruire la propria espansione europea pezzo per pezzo, con costi che divorano risorse che andrebbero all’innovazione.

C’è una dimensione che spesso resta in secondo piano e che riguarda direttamente il finanziamento. Un’identità societaria digitale unica, riconosciuta in tutti i ventisette stati membri, cambia i termini del rapporto con gli investitori. Chi fa venture capital oggi deve fare due diligence su ventisette sistemi diversi. Con EU Inc. trova una struttura uniforme, leggibile, confrontabile. La proposta prevede anche una potenziale revisione delle norme sui fondi pensione europei come investitori in startup, e stock option armonizzate valide in tutta l’Unione, tassate solo al momento della vendita. Sono le condizioni che determinano se un’impresa riesce a raccogliere capitali in Europa o deve andare a cercarli altrove.

Il legame con la sovranità digitale e i nodi da sciogliere

Il collegamento con la sovranità digitale, di cui questa rubrica si è occupata nelle settimane precedenti, è diretto. Molte delle imprese che gestiscono infrastrutture digitali critiche si sono costituite sotto giurisdizioni straniere perché era più conveniente. Una forma societaria europea semplice e riconoscibile non risolve la dipendenza tecnologica, ma è una condizione necessaria perché un ecosistema imprenditoriale europeo possa crescere senza dover scegliere tra restare piccolo o emigrare. Vale per le startup digitali. Vale anche per le imprese di infrastrutture che cercano capitali europei per partecipare a gare transfrontaliere e si scontrano con la stessa frammentazione.

I nodi irrisolti sono reali. Il primo è il diritto del lavoro: EU Inc. non lo tocca, fiscalità e norme sul lavoro restano di competenza nazionale. È una scelta comprensibile politicamente, che però riduce l’ambizione del progetto. Il secondo è il forum shopping: se i controlli variano da paese a paese, c’è il rischio che le imprese si registrino dove le regole sono più leggere, replicando le distorsioni già viste nel mercato bancario e fiscale europeo. Il terzo riguarda la trasparenza. Il controllo di legalità non sparisce, ma si trasforma: affidato a notai e autorità in modalità digitale, senza presenza fisica. È una semplificazione della forma, non una rinuncia alla sostanza. Che funzioni dipenderà da come ogni paese sceglierà di applicarlo.

Gli obiettivi

EU Inc. ha il vantaggio di essere un regolamento, direttamente applicabile senza recepimento nazionale. Un dettaglio tecnico che può fare la differenza, perché riduce le discrepanze interpretative che hanno indebolito molti strumenti europei in passato. L’obiettivo è un accordo tra Parlamento e Consiglio entro la fine del 2026, con le prime EU Inc. operative già nel 2027.

Aprire un’impresa in Europa dovrebbe essere facile quanto aprirne una negli Stati Uniti. Non lo è ancora. EU Inc. è un tentativo serio di cambiare. Se funzionerà dipenderà da quanto gli stati membri vorranno davvero che funzioni, e da quanto velocemente riusciranno a mettere da parte l’interesse a mantenere le proprie regole nazionali come vantaggio competitivo.

Rent to buy, alloggi popolari e nuove regole per costruire: la ricetta del governo Meloni nel Piano Casa 2026

“In vista della ricorrenza del 1° maggio il Consiglio dei ministri approverà finalmente i provvedimenti del vasto Piano Casa. Si tratta di un piano casa cui stiamo lavorando da tempo, robusto, imponente, strutturale. Che ha come obiettivo quello di rendere disponibili, tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati, oltre 100 mila case nei prossimi 10 anni“.

Queste le parole pronunciate dal presidente Giorgia Meloni in Parlamento annunciando la data del 1° maggio per il Consiglio dei ministri, una data non casuale, carica di valore simbolico per un provvedimento che punta a restituire il diritto alla casa alle fasce più fragili della popolazione.

Crisi abitativa: l’80% degli under 30 non riesce ad abbandonare la casa d’origine

In Italia, infatti, l’accesso alla casa è diventata una vera e propria emergenza nazionale, arrivando a rendere il diritto all’abitazione un bene di lusso. Il rapporto redatto da OCSE certifica la crisi abitativa, evidenziando che circa l’80% dei giovani under 30 non riesce a lasciare la propria casa d’origine.  Esiste una vera e propria zona grigia in merito alle abitazioni: o si viene considerati troppo ricchi per ottenere l’accesso alle case popolari, o troppo poveri per potersene comprare una.

Piano Casa: cosa prevede

Il Piano Casa si muove su due binari, mirando a colmare tutti questi aspetti su più fronti. Da una parte è previsto un piano d’urgenza da 1,2 miliardi di euro per recuperare circa 60.000 alloggi popolari inutilizzati e inagibili. I cantieri sono programmati per partire durante il 2026. Il secondo approccio è strutturale: avere 100mila nuovi alloggi disponibili (a prezzi calmierati) in un arco di 10 anni. Le categorie prioritarie includono: giovani e giovani coppie, genitori separati, anziani e famiglie in difficoltà. 

Sul fronte delle risorse, le cifre confermate sono: 660 milioni stanziati per l’avvio del Piano Casa, 950-970 milioni disponibili subito secondo il decreto attuativo in lavorazione, distribuiti tra il 2026 e il 2030. Il piano prevede il coinvolgimento di Cassa Depositi e Prestiti, della BEI e di capitali privati, con un miliardo di euro aggiuntivo atteso dalla riqualificazione di fondi PNRR.

Il rent-to-buy, una misura innovativa

Una misura innovativa adottata è quella del “Rent to buy”, ossia un affitto con riscatto. Una formula contrattuale ibrida che unisce locazione e compravendita. Il futuro acquirente entra immediatamente nell’immobile, pagando un canone mensile che si divide in due componenti distinte: una quota destinata al godimento dell’immobile e una quota che si accumula come anticipo sul prezzo finale di vendita. Dopo un periodo massimo di dieci anni l’inquilino ha il diritto, non l’obbligo, a riscattare la casa pagando il saldo rimanente. 

Misure per gli anziani e social housing

Il piano prevede poi delle misure a favore degli anziani, con tre strumenti:

–   alloggi sociali a canone agevolato;

–   possibilità di permuta immobiliare (scambio di case tra proprietari, con eventuale conguaglio economico stipulato davanti a un notaio);

–   progetti di coabitazione assistita. 

Sul fronte del social housing il MIT punta a creare nuove aziende casa, con modelli gestionali più autonomi e flessibili (in parte pubbliche e in parte miste), dare un forte impulso al partenariato pubblico-privato per finanziare il social housing per coinvolgere attivamente anche i soggetti privati per realizzare e finanziare nuovi alloggi sociali. Vengono introdotti strumenti finanziari innovativi come fondi immobiliari rotativi, garanzie, sistemi finanziari integrati.

Banca dati nazionale e riforma del Testo Unico dell’edilizia

Una misura strategica è la creazione di una banca dati nazionale dell’abitare, che servirà a mappare il patrimonio immobiliare disponibile, censire le aree con emergenza abitativa e definire le priorità territoriali di intervento.  Il piano casa prevede anche la revisione del Testo Unico dell’Edilizia, con lo scopo di semplificare la burocrazia, digitalizzare le pratiche e riordinare gli interventi edilizi.

DPCM attuativo: realtà operativa

Il quadro normativo è definito dalla Legge di Bilancio 2026, che già contiene alcune disposizioni in materia. Il vero nodo rimane il Dpcm attuativo che renderà operative le misure.

Non mancano le critiche. Il Piano Casa è stato annunciato più volte nel corso degli anni, senza trovare mai una attuazione concreta. Il banco di prova sarà il 1° maggio, data in cui è prevista l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri. Il provvedimento dovrà poi passare per la pubblicazione del DPCM attuativo e per il coordinamento delle Regioni.

Mercato unico: Eu Inc. ci prova

Aprire una nuova società a responsabilità limitata in 48 ore, totalmente online, con un budget di massimo 100 euro e senza un capitale minimo. Sembra un sogno, ma presto diventerà realtà.

È questa la proposta di regolamento presentata dalla Commissione Europea a metà marzo: la creazione di un ventottesimo regime societario. La scelta dello strumento giuridico del regolamento non è un caso perché, una volta approvato, sarà applicabile direttamente in tutti gli Stati membri, senza diritto di replica o di modifiche da parte dei singoli Paesi.

27 sistemi giuridici nazionali, 60 forme societarie: il labirinto europeo

Attualmente, la situazione in Europa è quella di un contesto frammentato che limita la crescita. Un contesto composto da 27 sistemi giuridici nazionali che esprimono fino a 60 forme societarie. Per aprire una Start up potrebbero volerci da pochi giorni a diverse settimane, se non mesi, a seconda del Paese membro. Le cause dei rallentamenti sono le più varie: requisiti notarili obbligatori, capitali minimi diversi da Stato a Stato, tempi di registrazione lunghi, procedure analogiche, lingue, tariffari e modulistica non standardizzati. Questa frammentazione agisce anche come una tassa nascosta, producendo una tariffa del 110% sui servizi; comporta difficoltà nel reperire capitali e genera un processo lungo e costoso.

Eu Inc.: come funziona

“L’Europa ha il talento, le idee e l’ambizione di diventare il posto migliore per gli innovatori. Con EU Inc., stiamo semplificando drasticamente l’avvio e la crescita di un’attività in tutta Europa. Qualsiasi imprenditore sarà in grado di creare un’azienda entro 48 ore, da qualsiasi parte dell’Unione europea e completamente online. Questo passo cruciale è solo l’inizio. Il nostro obiettivo è chiaro: un’Europa e un mercato, entro il 2028”, ha detto la presidente Ursula von der Leyen.

La proposta, quindi, nasce dalla necessità di creare un insieme armonizzato di norme societarie applicabili a livello europeo, con l’obiettivo di ridurre la complessità normativa e facilitare le attività economiche nel mercato unico. Il rapporto Mario Draghi sulla competitività europea del 2024 ha sollecitato la creazione di un regime speciale paneuropeo per superare la frammentazione normativa e per permettere alle aziende l’espansione in Europa, ed è da questo concetto che viene sviluppata l’idea del “ventottesimo regime”.

Cosa cambia per gli imprenditori?

La svolta cardine del regolamento è la registrazione più rapida. Chiunque sarà in grado di fondare una società a responsabilità limitata con Eu Inc. in meno di 48 ore, per meno di 100 euro e senza requisiti per un capitale minimo. Le aziende dovranno presentare le informazioni sulle loro imprese una sola volta, attraverso un’interfaccia che comunica a livello europeo, collegando i registri delle imprese nazionali. In seconda battuta, la Commissione istituirà un nuovo registro centrale dell’Unione Europea. Le società otterranno così i loro numeri di identificazione fiscale e di P. Iva senza dover ripresentare i documenti ogni volta. Tutti i processi aziendali saranno completamente digitali durante tutto il ciclo di vita dell’azienda. Le imprese dell’Eu Inc. avranno accesso a procedure di liquidazione digitali. Le start up innovative avranno accesso a procedure di insolvenza semplificate per facilitare la liquidazione delle operazioni. Avranno pieno accesso al mercato unico e saranno libere di scegliere lo Stato membro in cui radicarsi. Il regolamento prevede, poi, una serie di pratiche vietate per garantire che le società dell’UE siano trattate al medesimo modo delle società nazionali.  

Luci e ombre: i nodi ancora irrisolti

Il principale rischio che potrebbe emergere è quello del forum shopping: la libertà di poter scegliere il Paese di incorporazione potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, portando le imprese a registrarsi negli Stati con la burocrazia più snella o la fiscalità più favorevole, pur operando altrove.

Trattandosi di un regime societario e non di un regime fiscale, la tassazione attuata sarà quella del paese in cui viene aperta la società. Allo stesso modo in caso di contenzioso si ricorrerà ai tribunali nazionali. Per questo motivo, in uno stato come l’Italia, c’è il forte rischio che Eu Inc. entri in contrasto con la lentezza della burocrazia. Un altro aspetto che potrebbe ostacolarne la piena attuazione è il requisito dell’online.  La Commissione Europea invita i Paesi membri a “massimizzare la digitalizzazione dei rapporti tra imprese e autorità pubbliche”, e in Italia (come in altri Paesi) molti aspetti ancora non sono digitalizzati come richiesto, ad esempio l’interazione con la camera di commercio. Infine non sono ancora del tutto chiaro le procedure di controllo anti riciclaggio e anti corruzione.

Iter legislativo: cosa manca ancora

Il regolamento non è ancora entrato in vigore, attualmente la proposta è nella fase di “Council working-party examination”, periodo in cui il Consiglio dell’UE analizza il testo. Entro la fine del 2026 il Parlamento dovrà nominare un relatore, esaminare la proposta, presentare eventuali emendamenti con conseguente negoziazione. Dovrà poi raggiungersi un testo comune tra Parlamento-Commissione-Consiglio. L’approvazione si avrà quando Parlamento e Consiglio si accordano. L’obiettivo è di renderlo operativo entro il 2028.  

Il Decreto Energia 2026 è legge: bonus da 115 euro e stop ai contratti telefonici

Il percorso del Decreto Bollette si è concluso a Palazzo Madama con una fiducia che ha blindato il provvedimento, trasformandolo ufficialmente in legge dello Stato. Con 102 voti favorevoli, il Governo Meloni incassa un risultato che la Premier definisce coraggioso e concreto, puntando a offrire una sponda immediata a chi si trova in condizioni di vulnerabilità economica. Il pacchetto di interventi, dal valore complessivo di circa 5 miliardi di euro, nasce per stabilizzare un mercato energetico reso incerto dalle nuove fiammate belliche in Medio Oriente, sebbene le opposizioni e le associazioni dei consumatori lamentino una parziale inadeguatezza delle cifre rispetto alla gravità dello scenario attuale.

Bonus una tantum e agevolazioni

Al centro della manovra si colloca il nuovo bonus una tantum di 115 euro per l’elettricità, destinato per l’anno 2026 a oltre due milioni e mezzo di cittadini già beneficiari del bonus sociale. Grazie alla possibilità di sommare questa cifra alle agevolazioni ordinarie, il risparmio totale in bolletta può toccare i 315 euro per i nuclei con ISEE entro i 9.796 euro, soglia che si alza a 20.000 euro per le famiglie con almeno quattro figli. Per la fascia di reddito fino a 25.000 euro è stato inoltre introdotto un meccanismo di contributo volontario erogato dai fornitori, pari a un massimo di 60 euro annui per il biennio 2026-2027.

Stop al telemarketing

Parallelamente agli aiuti diretti, la legge interviene con decisione sulla tutela della privacy dei cittadini, decretando il definitivo stop al telemarketing selvaggio. Da oggi viene sancito il divieto assoluto di stipulare contratti di luce e gas attraverso il telefono: qualsiasi accordo preso oralmente senza la firma fisica o digitale del cliente verrà considerato nullo, una vittoria storica per le associazioni che da anni chiedevano la fine delle attivazioni forzate.

L’aumento temporaneo dell’Irap

Sul fronte della politica energetica nazionale e del sostegno industriale, il decreto sceglie una linea di prudenza e continuità operativa. Viene infatti rimosso il vincolo di chiusura anticipata per le centrali a carbone, la cui operatività cesserà solo il 31 dicembre 2038 anziché nel 2025, garantendo così una maggiore sicurezza negli approvvigionamenti durante la transizione. Per coprire i costi di queste operazioni, il governo ha previsto un inasprimento fiscale temporaneo per i giganti dell’energia, portando l’aliquota Irap dal 3,9% al 5,9% per i prossimi due anni. Mentre il ministro Gilberto Pichetto Fratin parla di un risultato importante in linea con gli obiettivi ambientali, dal Codacons arriva una bocciatura netta che liquida il provvedimento come un semplice palliativo già superato dai recenti eventi geopolitici.

Edilizia giudiziaria, 41 cantieri PNRR conclusi: superato il target europeo sui metri quadri

Il Ministero della Giustizia ha comunicato il completamento, entro il 31 marzo 2026, dei lavori di riqualificazione previsti dal PNRR in 41 dei 60 cantieri complessivamente avviati sul territorio nazionale. La superficie riqualificata ammonta a oltre 390.000 metri quadri, un dato che supera il target europeo fissato dalla misura M2C3-8 del PNRR, pari a 289.000 metri quadri. Secondo la nota ministeriale, il raggiungimento di questa soglia mette al sicuro l’obiettivo nei confronti della Commissione Europea, avviando ora la fase di controllo propedeutica alla rendicontazione.

Come sono stati realizzati gli interventi

I lavori sono stati condotti attraverso il lavoro congiunto del Ministero della Giustizia, dei provveditorati interregionali alle opere pubbliche e delle direzioni regionali dell’Agenzia del Demanio. Gli interventi hanno riguardato più ambiti: riqualificazione strutturale, impiantistica e funzionale degli edifici esistenti; realizzazione di nuovi spazi per ampliare la capacità ricettiva degli uffici giudiziari; efficientamento energetico e utilizzo di materiali a ridotto impatto ambientale; miglioramento dell’accessibilità per utenti e operatori.

I principali cantieri conclusi

Tra gli edifici interessati figurano alcuni dei palazzi di giustizia più rilevanti d’Italia. Il Palazzo di Giustizia di Milano ha visto rinnovati gli spazi destinati al Ministero per un totale di 85.675 metri quadri, mentre quello di Genova ha riqualificato 40.323 metri quadri. Sono inoltre compresi tra i cantieri conclusi il Palazzo di Giustizia di Torino “Bruno Caccia”, il Tribunale di Palermo in via Impallomeni, il Tribunale per i Minorenni di Roma in via dei Bresciani, il Palazzo del Tribunale e della Procura della Repubblica di Ancona, il Palazzo dei Tribunali di Reggio Calabria sede della Corte d’Appello, e due nuovi padiglioni della Cittadella della Giustizia di Venezia, realizzati nell’ex Manifattura Tabacchi.

Cosa resta da fare

Dei 60 cantieri avviati, 19 risultano ancora in corso. Il Ministero ha indicato l’obiettivo di portarli a compimento entro la scadenza complessiva del piano prevista per il 30 giugno. Non sono stati comunicati dettagli sullo stato di avanzamento specifico di ciascuno dei cantieri rimanenti né sulle eventuali criticità.

Ponti sul Po: Forza Italia chiede una proroga al 2026 per salvare i finanziamenti

Il senatore Roberto Rosso, vicepresidente vicario di Forza Italia a Palazzo Madama, ha depositato un emendamento al “Ddl Commissari straordinari” (D.L. 32/2026) volto a scongiurare il definanziamento di opere infrastrutturali critiche. La proposta punta a prorogare al 31 dicembre 2026 la scadenza per l’aggiudicazione dei lavori di messa in sicurezza e ricostruzione dei ponti sul fiume Po. L’attuale quadro normativo, pur avendo beneficiato di una finestra nel Decreto Milleproroghe fino al 30 giugno 2026, risulta ancora insufficiente a fronte dei rallentamenti burocratici e tecnici accumulati.

Focus sul quadrante torinese

L’urgenza riguarda in particolare tre infrastrutture considerate vitali per la viabilità del Torinese e del Canavese:

  • Ponte Preti (Strambino/Baldissero): snodo fondamentale per il traffico pesante;
  • Ponte di Castiglione Torinese: collegamento essenziale tra la collina e l’area industriale di Settimo;
  • Ponte di Carignano: strategico per la mobilità della zona sud e la continuità dei servizi di emergenza.

Secondo Rosso, queste strutture non sono più adeguate a reggere gli attuali flussi di traffico e la loro efficienza è determinante per la protezione civile e la tenuta economica locale.

Le cause del ritardo e la sinergia territoriale

A frenare l’avvio dei cantieri concorrono diversi fattori: l’impennata dei costi dei materiali, la complessità delle procedure autorizzative e la necessità di progettazioni esecutive estremamente accurate. Mauro Fava, presidente della Commissione Lavori Pubblici in Regione Piemonte, ha sottolineato l’importanza della collaborazione tra Governo e amministrazioni locali per superare gli ostacoli burocratici. Senza l’approvazione di questa ulteriore proroga, il rischio concreto è la decadenza dei fondi stanziati, che vanificherebbe gli anni di lavoro amministrativo già svolti dagli Enti locali interessati. Il provvedimento è ora al vaglio della Commissione Ambiente e Lavori pubblici del Senato.

Carburanti e bollette: il governo corre ai ripari tra accise prorogate e gas alle stelle

Il taglio delle accise sui carburanti, introdotto con il decreto del 18 marzo scorso, rischiava di esaurire i suoi effetti già il 7 aprile. Il provvedimento aveva garantito nelle ultime settimane uno sconto di circa 25 centesimi al litro alla pompa, un sollievo per famiglie e imprese in un momento in cui i prezzi della benzina e del diesel continuano a salire a causa della guerra USA-Israele-Iran. Il Consiglio dei ministri si riunisce oggi per prorogarne l’efficacia fino al 1° maggio, attraverso un nuovo decreto legge che sostituisce il precedente atto ministeriale, il quale aveva una copertura finanziaria di poco più di 20 milioni di euro, largamente insufficiente rispetto al fabbisogno effettivo.

Quanto costa e dove si trovano i soldi

Il nuovo provvedimento avrà un costo sensibilmente più alto rispetto al precedente: almeno 600 milioni di euro complessivi, rispetto ai 527 milioni del decreto di marzo. Una parte rilevante delle coperture, circa 200 milioni, arriverà dal meccanismo dell’extragettito Iva generato proprio dall’aumento dei prezzi dei carburanti: un meccanismo che trasforma, in parte, il caro-prezzi in risorsa per finanziare lo sconto stesso. I restanti 300 milioni circa proverranno dal congelamento delle aste CO2, con un’operazione contabile che non intacca i saldi di finanza pubblica nel senso tradizionale, ma che attinge a quote già incassate dal Ministero dell’Economia, per un valore stimato di 1,3 miliardi.

Il capitolo agricoltura

Tra le misure incluse nel provvedimento spicca un intervento a sostegno del settore agricolo, particolarmente colpito dal caro gasolio. Per le imprese agricole è previsto un credito d’imposta sul gasolio pari al 20% del costo sostenuto nel solo mese di marzo, con una dotazione di 30 milioni di euro. Una misura attesa e rivendicata dalle organizzazioni di categoria, che arriva in un momento cruciale: quello delle semine primaverili e della preparazione dei campi in vista dei raccolti estivi, quando il fermo delle macchine agricole avrebbe conseguenze dirette sull’intera annata. I dati del ministero dell’Ambiente indicano che nel 2025 le vendite di gasolio agricolo hanno sfiorato i 2,2 miliardi di litri, con una quota stimata del 90% destinata all’agricoltura e il restante alla pesca.

Transizione 5.0: il nodo degli esodati

Sul tavolo del vertice di maggioranza a Palazzo Chigi è finita anche la questione degli esodati di Transizione 5.0 — le imprese che hanno avviato progetti di innovazione già dall’anno scorso ma si sono ritrovate senza finanziamenti a causa dell’esaurimento dei fondi. Il decreto dovrebbe includere un innalzamento del bonus per questi soggetti dall’attuale 35% fino al 90% per gli investimenti in beni strumentali delle tabelle A e B e per la formazione, portando il credito d’imposta da 537 milioni a circa 1,1 miliardi complessivi. La norma andrebbe anche a ripristinare l’intero ammontare delle risorse originariamente destinate dalla legge di bilancio al programma, cancellando di fatto il riferimento al limite del 35% fissato dal decreto fiscale di fine marzo.

La stangata del gas: +19,2%

Mentre il governo lavora al decreto carburanti, dall’Arera arriva una notizia che aggrava ulteriormente il quadro: le tariffe del gas per i clienti vulnerabili, ovvero i 2,3 milioni di utenti ancora nel servizio di tutela, segnano per marzo 2026 un rialzo del 19,2%, il quarto aumento più alto di sempre e il terzo picco più elevato dall’inizio delle serie storiche. Per una famiglia con un consumo annuo di 1.100 metri cubi, l’aggravio si traduce in circa 232 euro in più rispetto all’anno precedente. Chi ha una tariffa variabile nel mercato libero potrebbe trovarsi davanti a rincari ancora più pesanti. Alla radice del rialzo vi è la crisi geopolitica in Medio Oriente, che ha provocato il blocco dell’export di gas liquefatto dal Qatar e la conseguente pressione al rialzo sulle quotazioni internazionali.

Il decreto Bollette non basta

Il decreto Bollette varato a febbraio con una dotazione di 3 miliardi, pensato per sostenere famiglie e imprese attraverso un bonus sulla bolletta della luce per i redditi bassi e la riduzione degli oneri di sistema per le imprese, appare già insufficiente di fronte alla nuova ondata di rincari. Il governo starebbe già ragionando su un ulteriore provvedimento a breve termine, specificamente destinato alle fasce deboli e alle aziende energivore. Nel frattempo, l’associazione dei concessionari autostradali ha annunciato la disponibilità ad accogliere la richiesta del ministro Salvini di ridurre di 5 centesimi al litro il prezzo dei carburanti sulle autostrade, un gesto il cui impatto economico per il singolo automobilista, circa 2,5 euro per un pieno, rimane tuttavia molto limitato.

Ponte sullo stretto di Messina, Gran Sasso, spiagge e Olimpiadi: il decreto infrastruttre punta a ridisegnare l’Italia

Grandi opere bloccate, cantieri fermi, scadenze europee. Il Governo Meloni a questa situazione risponde con il decreto n. 32 dell’11 marzo 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’11 marzo ed entrato in vigore il giorno dopo, provando a rimettere in moto l’Italia infrastrutturale su più fronti contemporaneamente, dallo Stretto di Messina al polo logistico di Alessandria. Il decreto ha una duplice funzione: da un lato semplificare il sistema dei commissari straordinari, concentrando le funzioni negli amministratori delegati delle società pubbliche (Anas e RFI), dall’altro garantire la prosecuzione e il completamento di numerosi interventi infrastrutturali considerati strategici.

Il nodo cruciale del decreto: il ponte sullo Stretto

Il primo articolo è quello più rilevante e sicuramente più discusso, numerose sono state le proposte e altrettanti i rifiuti da parte della Corte dei conti che tra ottobre e novembre 2025 aveva bloccato sia la delibera CIPESS che l’atto aggiuntivo alla convenzione con la società Stretto di Messina. L’articolo impone al MIT una serie di adempimenti per conformarsi alle deliberazioni della Corte dei conti, tra cui “volgere, in raccordo con le amministrazioni competenti, gli adempimenti istruttori relativi al dialogo strutturato con la Commissione europea sulla valutazione della compatibilità del progetto con il quadro normativo dell’Unione europea”. A tal proposito, il decreto attua una scelta strategica per quanto riguarda la governance: non nominare un commissario straordinario, ma lasciare la gestione e l’amministrazione in capo al MIT, affiancandogli però una figura commissariale specifica per le opere ferroviarie a terra. L’incaricato a ricoprire il ruolo è l’amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana.

Messa in sicurezza del traforo del Gran Sasso e delle tratte A24 e A25

Necessari sono gli interventi relativi al traforo del Gran Sasso e alle autostrade A24 e A25, per questo motivo è stato prorogato fino al 31 dicembre 2028 l’incarico del Commissario straordinario per la sicurezza del sistema idrico del Gran Sasso, al quale vengono affidate “attività di programmazione, progettazione, affidamento ed esecuzione degli interventi di messa in sicurezza antisismica e di ripristino della funzionalità del traforo del Gran Sasso”. Un altro punto importante che viene affrontato è l’adeguamento delle gallerie agli standard TEN-T, a tal proposito è stata approvata una spesa di 20,6 milioni di euro per il 2026, di 7,7 milioni per il 2027 e di 7,8 milioni per il 2028.

UEFA Euro 2032 e Polo logistico di Alessandria Smistamento

L’articolo interviene su due cantieri distinti. Per UEFA Euro 2032, di cui l’Italia è paese co-ospitante insieme alla Turchia, il decreto garantisce la continuità degli incarichi dei commissari straordinari già nominati per la realizzazione delle opere necessarie agli stadi e alle infrastrutture collegate all’evento. Sul fronte ferroviario, vengono invece rafforzati i poteri commissariali per il completamento del polo logistico di Alessandria Smistamento, nodo strategico per il trasporto merci nel Nord Italia.

Commissari straordinari Anas e Rfi

Nel decreto figurano due nuovi commissari straordinari che subentrano ai commissari sui cantieri stradali e ferroviari, rispettivamente l’ad di Anas, Claudio Andrea Gemme e l’ad di Rfi, Aldo Isi. La ratio dietro a questa scelta è quella di semplificare, accentrando le funzioni di coordinamento negli amministratori delegati delle due principali società pubbliche di settore.

Metro C di Roma, l’eterno cantiere e Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 S.p.A

Un altro nodo cruciale è il prolungamento della metro C di Roma, da anni in costruzione e da anni in ritardo. Il decreto introduce misure specifiche per accelerare la sua realizzazione, puntando a snellire le procedure e garantendo continuità operativa. All’art. 7 sono introdotte misure per rafforzare l’operatività della società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 S.p.A. e della Fondazione Milano Cortina, ampliando lo scopo della società, includendo “le attività relative alla fornitura e gestione di beni e servizi e alla realizzazione di interventi, incluse le infrastrutture e gli impianti”.

Concessioni demaniali marittime

È forse la norma più attesa di tutte, in vista dell’estate. L’articolo impone al MIT di predisporre, entro trenta giorni dall’entrata in vigore del decreto, uno schema di bando-tipo nazionale da sottoporre alla Conferenza Unica per l’affidamento delle concessioni. Le concessioni esistenti sono state prorogate fino al 1° ottobre 2026, per garantire la continuità del servizio durante la stagione estiva. Resta però irrisolto un nodo centrale: il decreto non chiarisce se il bando-tipo avrà valore vincolante per le amministrazioni locali o costituirà un semplice modello di riferimento, lasciando aperta una fonte di incertezza in un settore già caratterizzato da anni di proroghe e rinvii.

Altri commissariamenti e Laguna di Venezia

Questi due articoli prevedono che il commissario straordinario per il Parco della Salute, della Ricerca e dell’Innovazione di Torino assuma anche le funzioni di commissario per la realizzazione della Città della salute e della scienza di Novara, razionalizzando ulteriormente la governance di grandi interventi sanitari e di ricerca nel Nord Italia. A chiudere il decreto è l’articolo che si occupa della Laguna di Venezia, prevedendo misure di presidio ambientale e gestionale per uno dei siti Patrimonio UNESCO più a rischio del pianeta.

Il Decreto Infrastrutture si muove su un filo sottile: da un lato cerca di semplificare una macchina burocratica spesso accusata di rallentare, anziché accelerare, la realizzazione delle opere; dall’altro rischia di concentrare troppe responsabilità in pochi soggetti, lasciando irrisolte alcune ambiguità di fondo — come quella sul valore vincolante del bando-tipo per le concessioni demaniali.

La sfida non è emanare il decreto, ma tradurlo in cantieri e rispettare le scadenze.

ANAS torna sotto il MEF? La proposta che spacca il modello integrato di FS

Mentre il decreto legge Infrastrutture dell’11 marzo 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale con il numero 32, è all’esame del Senato, tra le pieghe dei lavori parlamentari si apre un fronte inatteso. Due emendamenti gemelli, a firma di esponenti di Fratelli d’Italia e Lega, propongono di riscrivere uno dei capitoli più controversi della storia recente delle infrastrutture italiane: il rapporto tra ANAS e le Ferrovie dello Stato. La proposta è semplice nella forma, ma tutt’altro che banale nelle implicazioni: separare ANAS dal perimetro del Gruppo FS e riportarla sotto il controllo diretto del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Il nodo: una fusione mai digerita

Per capire di cosa si parla, occorre tornare al 2018, quando il governo dell’epoca dispose l’integrazione di ANAS nel Gruppo Ferrovie dello Stato. L’obiettivo dichiarato era la creazione di un grande polo integrato del trasporto nazionale, capace di gestire in modo unitario sia la rete ferroviaria che quella stradale statale. Una logica industriale ambiziosa, ispirata ai modelli di governance integrata presenti in altri Paesi europei. Nella pratica, tuttavia, la convivenza si è rivelata complicata. ANAS, concessionaria storica della rete viaria statale, si è trovata a operare all’interno di un gruppo il cui baricentro strategico e finanziario resta saldamente ferroviario. Nel frattempo, le autostrade e le strade statali italiane hanno continuato ad accumulare ritardi, cantieri incompiuti e fabbisogni di manutenzione straordinaria che il solo DL 32/2026 tenta di affrontare con miliardi di euro di autorizzazioni di spesa: 250 milioni l’anno per il programma “Ponti, Viadotti e Gallerie”, altri 150-222 milioni per la manutenzione straordinaria, solo per citare le voci principali.

La proposta degli emendamenti

Gli emendamenti di FdI e Lega intervengono sull’articolo 49 del DL 50/2017. Il meccanismo è il seguente: a partire dall’approvazione del bilancio 2025 di FS, il Gruppo sarebbe tenuto a trasferire senza corrispettivo le azioni di ANAS direttamente al MEF, mediante girata dei certificati azionari. Il passaggio richiederebbe il via libera dell’assemblea degli azionisti di FS e comporterebbe una corrispondente riduzione del patrimonio netto del Gruppo, pari al valore di iscrizione di ANAS nel bilancio al 31 dicembre 2025. Nessun esborso pubblico, nessuna transazione finanziaria: un trasferimento contabile tra soggetti che fanno capo, in ultima istanza, allo Stato. E per evitare incertezze fiscali, gli emendamenti precisano che il passaggio e tutti gli atti collegati saranno esenti da imposizione diretta, indiretta e da tasse. La ratio dichiarata è quella di “consolidare le funzioni di ANAS quale concessionaria titolare di diritti speciali ed esclusivi nella costruzione, gestione, esercizio, miglioramento e adeguamento della rete viaria statale”: in altre parole, restituire ad ANAS un’identità istituzionale autonoma, con una linea di comando diretta verso il governo.

Continuità garantita, ma la partita è aperta

Sul piano operativo, gli emendamenti garantiscono la continuità: tutti gli accordi, le convenzioni e i rapporti giuridici già sottoscritti da ANAS prima del trasferimento resterebbero pienamente validi. Nessun contratto in corso verrebbe rimesso in discussione. La posta in gioco, però, va ben oltre il piano tecnico-giuridico. Se approvata, la misura segnerebbe un cambio di paradigma nella visione strategica delle infrastrutture italiane: da un modello integrato, nel quale ferrovia e rete stradale convivono sotto lo stesso tetto, a un modello dualistico in cui i due settori tornano ad avere catene di comando separate e distinte. Un dibattito che il decreto legge infrastrutture, con i suoi commissari straordinari per il Ponte sullo Stretto, per le autostrade A24 e A25, per la metro C di Roma, aveva già implicitamente aperto, segnalando quanto la governance delle grandi infrastrutture resti, in Italia, un cantiere perennemente in corso.