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Argomento: Legge e Proposte Di Legge

Il centrodestra trova l’accordo sulla nuova proposta della legge elettorale

È stata presentata, dai partiti di centrodestra, nella serata di mercoledì 27 maggio la nuova versione della riforma della legge elettorale. Il testo mira a introdurre alcune correzioni al testo precedentemente presentato, su cui era iniziato l’esame e su cui erano stati sollevati dei dubbi da diversi esperti nel corso delle audizioni. I partiti di centrodestra Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi Moderati hanno deciso di presentare un nuovo testo, per evitare di allungare i tempi dei lavori: l’inizio dell’esame della riforma è previsto per il 26 giugno, con il pronostico di approvare il testo prima della pausa estiva.

Il premio di maggioranza

Come il precedente documento, quello nuovo prevede l’introduzione di un sistema proporzionale con la possibilità di assegnare un “premio di governabilità” alla lista o alla coalizione vincitrice. Nei sistemi proporzionali ogni partito ottiene i seggi in proporzione ai voti presi. Con l’introduzione del “premio di governabilità” verranno assegnati una quota di seggi aggiuntivi al vincitore che otterrà almeno il 42% dei voti e non più il 40%. Per fare in modo di ottenerli, la coalizione vincitrice dovrà superare la fatidica soglia dei 42 punti percentuali sia alla Camera, sia al Senato.

Una novità riguarda il numero massimo di seggi che i vincitori possono raggiungere nelle due camere: nella prima versione non si potevano superare i 230 seggi alla Camera e i 114 al Senato, nella nuova proposta il limite è stato abbassato a 220 per la Camera e 113 per il Senato.

Eliminato il ballottaggio della prima versione

Nella prima proposta della riforma era previsto che, se nessuna coalizione o lista avesse ottenuto almeno il 40% dei voti per guadagnare il premio di governabilità, avrebbe avuto la possibilità di un secondo turno di ballottaggio tra le due liste o coalizioni più votate per decidere a chi assegnare il premio. Il ballottaggio non sarebbe scattato in automatico, perché sarebbe stato necessario che al primo turno le due capolista ottenessero almeno il 35% dei voti. Se nessuno avesse raggiunto questa quota il premio sarebbe stato ripartito in maniera proporzionale a tutte le liste. Nella nuova proposta è obbligatorio superare la soglia del 42%. Se così non fosse il premio verrebbe ripartito in maniera proporzionale a tutte le liste candidate che superano il 3%, ossia la soglia di sbarramento per ottenere seggi. Nella soglia di sbarramento della nuova proposta rimane invariata.

La seconda versione del testo specifica che dal calcolo delle cifre elettorali nazionali sono esclusi i voti espressi nelle regioni del Trentino-Alto Adige e della Valle D’Aosta, che non verranno calcolati per la determinazione della lista (o coalizione) che arriva prima per il raggiungimento della soglia del premio.

Liste bloccate

Rispetto alla proposta iniziale rimane invariato il fatto che gli elettori non potranno esprimere preferenze per i candidati al parlamento. L’Italia sarà suddivisa in collegi plurinominali e circoscrizioni. Nei collegi plurinominali (piccole porzioni di territorio) i partiti presentano una lista di candidati e riceveranno un numero di seggi proporzionati al numero di voti ricevuti. Gli elettori non potranno indicare preferenze sui nomi dei candidati, che verranno eletti in base all’ordine dei nomi sulla lista presentata. Non potranno nemmeno esprimere preferenze per i candidati nelle liste delle circoscrizioni (quelle che servono per attribuire l’eventuale premio di maggioranza).

Ogni elettore riceverà una scheda per la Camera e una per il Senato su cui saranno raffigurati i simboli di ogni lista e su cui non sarà più presente il nome del leader di partito o della coalizione (che dovrà essere dichiarato al momento della presentazione delle liste pena l’inammissibilità). I nomi dei candidati nei collegi plurinominali saranno posizionati a fianco del simbolo di partito in un rettangolo, mentre i nomi dei candidati circoscrizionali saranno posizioni in un rettangolo in basso al simbolo di partito.

Italiani all’estero e modalità di voto

Per quanto riguarda gli italiani che votano all’estero è previsto una sorta di meccanismo anticontraffazione. Viene affidato al governo il compito di aggiornare, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge, il regolamento attuativo della legge n. 459 del 2001 al fine di garantire la libertà, la sicurezza e la segretezza del voto degli italiani all’estero.

Ogni elettore per esprimere il suo voto ha tre possibilità: barrare il simbolo della lista; barrare il rettangolo della lista “circoscrizionale” collegata a una lista o a una coalizione; o barrare entrambi. In quest’ultimo caso, se la scelta effettuata ricade su una coalizione, i voti saranno redistribuiti tra i partiti che la compongono.

Piano casa e garanzie pubbliche. Giacomoni (Consap) spiega perché il Fondo mutui non basta più e dove deve andare

Sestino Giacomoni è presidente di Consap SpA, la società pubblica che gestisce il Fondo di Garanzia per i mutui prima casa: oggi più di un mutuo su cinque in Italia passa da lì. Con il Piano casa al centro del dibattito politico, Giacomoni spiega perché la garanzia pubblica non è un’anomalia di mercato ma una risposta a un fallimento strutturale del credito, perché il profilo di chi ne ha bisogno si è allargato ben oltre i giovani in difficoltà, e dove Consap dovrà evolvere se l’obiettivo è davvero rimettere le famiglie italiane nelle condizioni di abitare stabilmente nel Paese.

Il Piano Casa è stato presentato come misura sociale e come leva di politica economica insieme. Dal punto di vista di Consap, che sta dall’incrocio tra le due cose, quale delle due anime è più urgente oggi: dare una casa a chi non ce l’ha, o rimettere in moto un mercato immobiliare che langue?

Dal punto di vista di Consap le due dimensioni non sono separabili, perché il diritto all’abitare e la tenuta del mercato immobiliare oggi coincidono sempre di più. La casa rappresenta contemporaneamente un bene sociale primario e una delle principali infrastrutture economiche del Paese. Tuttavia, l’obiettivo principale resta quello sociale: consentire a giovani, famiglie e ceto medio di accedere a una casa in un contesto in cui il mercato, da solo, non riesce più a garantire inclusione.

La filosofia del Piano Casa e del Fondo Consap nasce proprio da questa constatazione. L’idea, elaborata già nel 2008 da Giorgia Meloni, allora ministro della Gioventù del IV Governo Berlusconi, si concretizzò nel 2010, con l’istituzione del Fondo di Garanzia Mutui Prima Casa gestito da Consap. Già allora era chiaro al Governo che non era sufficiente costruire alloggi a prezzi calmierati, occorreva anche mettere le persone nelle condizioni concrete di acquistarli attraverso mutui sostenibili. La dimensione economica, però, è tutt’altro che secondaria. Ogni investimento nell’abitare produce un forte effetto moltiplicatore su tantissimi settori dell’economia reale, creando opportunità per operai, artigiani, elettricisti, ingegneri, architetti, notai, commercianti… In questo senso, Consap interpreta il Piano Casa come una politica di coesione sociale che produce anche crescita economica.

I numeri mostrano chiaramente questa doppia funzione: oggi oltre un mutuo prima casa su cinque in Italia beneficia della garanzia pubblica di Consap; dall’avvio dell’iniziativa sono stati erogati oltre 568 mila mutui per circa 67 miliardi di euro, con più di 370 mila finanziamenti per le giovani coppie under 36. La priorità resta il diritto all’abitare, ma proprio perché oggi la crisi abitativa rischia di comprimere natalità, mobilità sociale e consumi, sostenere l’accesso alla casa significa anche sostenere l’economia reale. Come afferma, Suze Orman, una delle esperte di finanza personale più celebri e autorevoli al mondo: “Possedere una casa è la chiave della ricchezza… sia della ricchezza finanziaria sia della sicurezza emotiva.”

Il Piano punta a costruire e recuperare alloggi, ma lei ha detto chiaramente che non basta: bisogna anche mettere le famiglie nelle condizioni di acquistarli. Quanto è realistico che il Fondo di Garanzia riesca ad assorbire la domanda aggiuntiva generata da 100 mila nuovi alloggi in dieci anni, con la dotazione attuale di 270 milioni annui?

Per assicurare la continuità della misura, la legge di bilancio ha previsto per la prima volta un rifinanziamento triennale di complessivi euro 670 milioni e ha disposto dal 1° gennaio 2025 l’accesso esclusivo delle categorie prioritarie. Con la dotazione attuale il Fondo ha dimostrato una capacità operativa molto elevata, ma è realistico pensare che, in presenza di un forte aumento strutturale della domanda abitativa, saranno necessari ulteriori rifinanziamenti e un ampliamento degli strumenti di garanzia. Negli ultimi anni il Fondo ha già sostenuto volumi molto consistenti: oltre 250 mila mutui sono stati erogati dall’insediamento dell’attuale Governo, per circa 25,6 miliardi di euro, grazie a stanziamenti pubblici vicini al miliardo di euro. Inoltre, la dotazione complessiva del Fondo solo per il 2025 ha superato i 450 milioni di euro, anche grazie a un rifinanziamento aggiuntivo di 75,6 milioni disposto a fine 2025.   Questo dimostra che il Fondo è già stato capace di adattarsi a un’espansione significativa della domanda. Consap stessa inoltre ha ipotizzato alcune direttrici di rafforzamento: consentire, come previsto dalla normativa attuale, alle Regioni di integrare il Fondo con risorse proprie; aumentare i massimali garantiti oltre i 250 mila euro nelle aree metropolitane; creare sezioni dedicate al social housing e all’edilizia convenzionata; usare la garanzia pubblica per attrarre capitali privati.

Occorre ricordare che il Fondo non finanzia direttamente gli acquisti, ma riduce il rischio per le banche attraverso la garanzia statale. Questo significa che la leva finanziaria generata può essere molto superiore alle risorse pubbliche stanziate. Per questo motivo il tema non è tanto se i 270 milioni stanziati per il 2026 siano “sufficienti” in senso assoluto, quanto se il Fondo continuerà a essere trattato come infrastruttura strategica nazionale. Se il Piano Casa verrà perseguito con continuità, sarà probabile che la dotazione venga progressivamente ampliata, come è già avvenuto in questi anni quando, a seguito di tassi bassi, la domanda per i mutui è aumentata in modo rilevante.

Il Fondo copre oggi oltre un mutuo prima casa su cinque in Italia. C’è un tetto oltre il quale una quota di mercato così elevata smette di essere un presidio pubblico e rischia di diventare un fattore di distorsione dei prezzi immobiliari, alimentando la domanda senza che l’offerta cresca di pari passo?

Il rischio teorico esiste: qualsiasi misura che rafforzi la domanda, se non accompagnata da un aumento dell’offerta abitativa, può contribuire a sostenere i prezzi immobiliari. Tuttavia, nel caso del Fondo Consap, questo rischio appare oggi relativamente contenuto per almeno tre ragioni. La prima è che il Fondo non opera come incentivo generalizzato al credito, ma è fortemente selettivo. È rivolto a categorie esclusive: i giovani under 36, giovani coppie, famiglie numerose e nuclei monogenitoriali, con limiti ISEE e massimali di mutuo.  La seconda è che il problema italiano non è soltanto di domanda, ma soprattutto di accesso al credito. Molti giovani con redditi compatibili con una rata sostenibile non riescono a ottenere un mutuo per assenza di capitale iniziale o di garanzie familiari. Il Fondo interviene proprio su questo “fallimento di mercato”. La terza è che il Piano Casa prova a intervenire contemporaneamente anche sull’offerta: recupero di edilizia pubblica inutilizzata, housing sociale, rigenerazione urbana, edilizia convenzionata e formule rent to buy. Il Fondo funziona bene quando resta un facilitatore dell’accesso alla proprietà, non un sostituto del mercato.

Dal suo osservatorio sui comportamenti delle famiglie mutuatarie, chi sono oggi i beneficiari tipo del Fondo? Il profilo socioeconomico di chi accede è cambiato negli ultimi anni, man mano che i prezzi delle case nelle grandi città sono saliti e i redditi dei giovani sono rimasti stagnanti?

Sì, il profilo dei beneficiari si è progressivamente ampliato. All’inizio il Fondo era percepito soprattutto come uno strumento per giovani coppie con difficoltà iniziali di accesso al credito. Oggi, invece, intercetta una fascia molto più ampia di ceto medio vulnerabile. Il beneficiario tipo resta spesso un giovane under 36 con lavoro stabile, ma senza patrimonio familiare sufficiente per sostenere anticipo, garanzie e costi accessori del mutuo. Tuttavia, l’aumento dei prezzi immobiliari nelle aree urbane e la stagnazione dei redditi hanno esteso il bisogno anche a famiglie monoreddito, lavoratori fuori sede, nuclei familiari numerosi, genitori separati e lavoratori con contratti atipici.

In particolare, nelle grandi città il Fondo è diventato quasi uno strumento di compensazione rispetto all’aumento dei valori immobiliari. In molti casi il problema non è la sostenibilità della rata, ma l’impossibilità di accumulare il capitale iniziale richiesto dalle banche. Il fatto che oltre 370 mila mutui siano stati concessi a giovani coppie under 36 dimostra che il Fondo sta sostenendo soprattutto una generazione che fatica ad accedere alla proprietà pur lavorando e producendo reddito. In questo senso, il Fondo riflette una trasformazione profonda della struttura sociale italiana: oggi anche fasce tradizionalmente considerate “solvibili” hanno bisogno di un supporto pubblico per accedere alla casa.

Il Piano prevede formule come il rent to buy, dove la famiglia affitta con opzione di acquisto progressivo. Il Fondo di Garanzia può intervenire anche in questa fattispecie, o la sua operatività resta circoscritta al mutuo ipotecario tradizionale? E se resta fuori, non rischia di coprire solo una parte del Piano lasciandone scoperta un’altra?

Attualmente il Fondo Prima Casa resta legato principalmente al mutuo ipotecario tradizionale. Questo rappresenta uno dei principali nodi evolutivi del sistema. Le formule come rent to buy e build to rent stanno diventando centrali perché rispondono a un problema concreto: molte famiglie possono sostenere un percorso graduale verso la proprietà, ma non riescono ad affrontare subito l’acquisto. Se il Fondo restasse confinato esclusivamente al mutuo classico, rischierebbe effettivamente di coprire solo una parte del nuovo ecosistema abitativo immaginato dal Piano Casa. Per questo Consap sta ragionando su strumenti più ampi come le garanzie dedicate al social housing e il supporto agli investimenti privati nell’edilizia accessibile. Ma anche strumenti di garanzia per formule ibride di locazione-acquisto e nuove architetture pubblico-private.

Il tema centrale è trasformare il Fondo da semplice strumento creditizio a infrastruttura più articolata dell’accesso all’abitare. L’evoluzione appare quasi inevitabile, perché il mercato abitativo sta cambiando: la proprietà immediata non è più l’unico modello possibile, soprattutto per le nuove generazioni.

Esistono differenze territoriali significative nell’accesso ai mutui garantiti, con una domanda più concentrata nelle aree metropolitane dove i prezzi sono più alti. Ma il Fondo ha dimostrato di funzionare anche nei mercati del credito storicamente meno dinamici. Come si bilancia questo doppio mandato, e ci sono aree del Paese dove lo strumento non riesce ancora ad arrivare?

Le differenze territoriali sono molto marcate e riflettono la struttura duale del mercato immobiliare italiano. Nelle grandi aree metropolitane – Milano, Roma, Bologna, Firenze – il Fondo è utilizzato soprattutto per compensare l’elevato livello dei prezzi immobiliari. Qui il problema principale è l’accessibilità economica della casa. In altre aree del Paese, invece, il Fondo svolge una funzione diversa: riattivare mercati del credito storicamente deboli e ridurre le disuguaglianze territoriali nell’accesso alla proprietà. Questo doppio mandato è uno degli aspetti più interessanti dello strumento. Nelle città ad alta pressione immobiliare il Fondo favorisce la sostenibilità dell’acquisto; nei territori più periferici o meno dinamici, contribuisce invece a rimettere in moto il mercato del credito. Ci sono però ancora criticità nelle aree interne con forte spopolamento, nei territori dove il sistema bancario è meno presente, nei contesti dove il valore degli immobili è troppo basso rispetto ai costi di riqualificazione e nelle città universitarie ad alta pressione locativa. In questi casi il solo Fondo mutui non basta. Servono politiche integrate di rigenerazione urbana, infrastrutture, servizi e sviluppo economico locale.

I dati mostrano un tasso di default intorno al 2% su oltre 514 mila mutui in essere: una performance che smentisce chi teme che la garanzia pubblica incentivi comportamenti rischiosi. Come spiega una solidità così inattesa, e cosa succederebbe a quel profilo di rischio se la platea dei beneficiari si allargasse significativamente con il Piano Casa?

La solidità del Fondo deriva soprattutto dal fatto che i beneficiari non sono soggetti “fragili” in senso bancario tradizionale, ma persone solvibili escluse dal credito principalmente per carenza di garanzie iniziali. I dati parlano chiaro: circa 2.500 escussioni su oltre 514 mila mutui in essere, con una perdita attesa nell’ordine del 2%. Si tratta di un livello molto contenuto. Questo dimostra che la garanzia pubblica non ha prodotto azzardo morale diffuso. Anzi, molti beneficiari percepiscono il mutuo garantito come un’opportunità decisiva e tendono a mantenere comportamenti finanziari prudenti. Va considerato inoltre che le banche continuano comunque a effettuare istruttorie e il Fondo non elimina il rischio, ma lo condivide. Inoltre, i beneficiari spesso hanno forte motivazione alla stabilità abitativa. Se la platea si ampliasse significativamente, il profilo di rischio potrebbe aumentare moderatamente, soprattutto includendo categorie con maggiore instabilità reddituale. Tuttavia, il modello sembra sostenibile proprio perché opera su un segmento oggi sottoservito ma non strutturalmente insolvente.

La sfida futura sarà mantenere equilibrio tra inclusione sociale e sostenibilità finanziaria.

Consap gestisce anche il Fondo di sospensione delle rate dei mutui per chi perde il lavoro o subisce un evento grave. In un Piano Casa che punta a portare più famiglie verso la proprietà, questo strumento è adeguatamente dimensionato per reggere un aumento della platea dei mutuatari garantiti?

Il Fondo di sospensione delle rate rappresenta una componente fondamentale dell’architettura di protezione pubblica dell’accesso alla casa. In un sistema che punta ad ampliare la proprietà immobiliare, non basta favorire l’ingresso nel mutuo: bisogna anche proteggere le famiglie dagli shock economici. Negli ultimi anni lo strumento ha mostrato una buona capacità di tenuta, soprattutto durante fasi straordinarie come la pandemia e la crisi inflazionistica. Al momento non ci sono problemi per l’operatività di questo Fondo, che è ampiamente finanziato. Tuttavia, un ampliamento strutturale della platea dei mutuatari garantiti richiederà probabilmente un rafforzamento anche di questo meccanismo. La sostenibilità futura dipenderà da tre fattori: continuità dei rifinanziamenti pubblici; qualità del portafoglio mutui garantiti; andamento macroeconomico e occupazionale. Se il Piano Casa produrrà davvero un aumento significativo dell’accesso alla proprietà, il Fondo sospensione mutui dovrà essere considerato non più come misura emergenziale, ma come parte strutturale del welfare abitativo.

Guardando ai prossimi dieci anni, il ruolo di Consap è destinato a restare quello di gestore del Fondo mutui, o c’è una prospettiva di evoluzione istituzionale verso qualcosa di più strutturale nell’architettura del diritto all’abitare in Italia?

La traiettoria sembra indicare un’evoluzione molto più ampia. Consap non appare più soltanto come il gestore tecnico di un Fondo, ma come una piattaforma pubblica di garanzia capace di collegare politiche sociali, credito e investimenti privati. Le ipotesi già discusse vanno chiaramente in questa direzione. In prospettiva, Consap potrebbe assumere un ruolo simile a quello svolto in altri Paesi europei da grandi agenzie pubbliche di garanzia abitativa: non solo facilitatore del credito individuale, ma infrastruttura nazionale dell’accesso all’abitare. Potrebbe anche giocare un ruolo importante anche nel settore dell’assicurazione dei rischi catastrofali per le abitazioni, che richiederà una forte sinergia tra pubblico e privato.

Il punto centrale è che la crisi della casa non riguarda più esclusivamente le fasce marginali, ma investe ormai il cuore del ceto medio urbano e delle nuove generazioni. Per questo il diritto all’abitare tende a diventare sempre più una questione strategica di politica economica, demografica e sociale insieme. E Consap, trovandosi esattamente all’incrocio tra Stato, banche e mercato immobiliare, è destinata probabilmente a occupare un ruolo sempre più strutturale nell’architettura pubblica italiana della casa.

Quarto decreto carburanti, accise prorogate al 6 giugno e 300 milioni ai camionisti

È il quarto decreto carburanti in poco più di due mesi. Il Consiglio dei ministri ha approvato nella serata di giovedì 22 maggio un nuovo provvedimento d’urgenza che proroga il taglio delle accise su benzina e gasolio fino al 6 giugno 2026, concedendo al tempo stesso 300 milioni di crediti d’imposta agli autotrasportatori, che in cambio hanno sospeso lo sciopero nazionale annunciato per la settimana dal 25 al 29 maggio. Il decreto interviene in un contesto di emergenza energetica che si prolunga ormai da oltre ottanta giorni, con lo Stretto di Hormuz chiuso al traffico petrolifero e i prezzi del greggio stabilmente sopra i cento dollari al barile.

Il provvedimento ridetermina le aliquote di accisa su benzina, gasolio, Gpl e gas naturale usati come carburanti, nonché sui carburanti Hvo e biodiesel, per il periodo dal 23 maggio al 6 giugno 2026, confermando le riduzioni già applicate in precedenza: circa 5 centesimi al litro per la benzina e 10 centesimi al litro per il gasolio. Quest’ultimo dato rappresenta una novità rispetto alle settimane precedenti: lo sconto sul diesel, che fino al 22 maggio era di 20 centesimi, viene quindi dimezzato. La copertura finanziaria, stimata attorno ai 400 milioni di euro, viene garantita attraverso l’extragettito dell’Iva, le sanzioni dell’Antitrust e tagli di spesa vari. Il meccanismo delle cosiddette “accise mobili” non è utilizzabile in questa finestra temporale: le risorse maturate a maggio saranno disponibili solo a partire dalla seconda metà di giugno.

Tir fermi, poi l’accordo a Palazzo Chigi

Il capitolo autotrasporto era quello più delicato. La categoria lamentava che il taglio generalizzato delle accise aveva di fatto ridotto i rimborsi trimestrali cui ha diritto per legge, trasformando una misura pensata come aiuto in un danno netto. Prima del Consiglio dei ministri si è tenuto a Palazzo Chigi un incontro tra la premier Meloni, i ministri Giorgetti, Salvini, Urso e Foti, il sottosegretario Mantovano e il viceministro Rixi da un lato, e le associazioni di categoria dall’altro. L’esito è stato positivo. Vengono stanziati 300 milioni di crediti d’imposta per i camionisti: 100 milioni erano già previsti nei precedenti decreti ma non ancora erogati, mentre 200 sono fondi freschi. Viene dimezzato da 60 a 30 giorni il termine per il rimborso trimestrale delle accise, e viene ricostituita la Consulta generale per l’autotrasporto quale tavolo permanente di confronto fra governo e imprese.

Meloni ha riconosciuto che la soluzione strutturale alla crisi energetica dipende anche dalle decisioni europee, mentre Salvini ha ribadito la necessità di ottenere da Bruxelles una deroga al Patto di stabilità per sostenere famiglie e imprese. Sul fronte comunitario, però, le notizie continuano a essere poco incoraggianti: la Commissione europea e la gran parte dei partner europei restano contrari a una clausola specifica per l’energia, e il negoziato procede a rilento.

Il punto di fondo resta invariato: ogni proroga tampona un’emergenza senza risolverla. L’esperto di Nomisma Energia Davide Tabarelli ha definito lo sgravio sui carburanti “un errore” che manda ai consumatori il segnale sbagliato, perché in una fase di scarsità i prezzi dovrebbero salire per frenare la domanda, non scendere. Il governo ha scelto la strada opposta, e il 6 giugno potrebbe essere già l’anticamera del quinto decreto.

Piano Casa, le categorie criticano il decreto: risorse insufficienti, troppi commissari, PMI a rischio esclusione

Il decreto legge sul Piano Casa convince tutti sulla diagnosi (l’emergenza abitativa è reale e non più rinviabile) ma divide sulle terapie. Nelle audizioni del 18 e 19 maggio davanti alla Commissione Ambiente della Camera, le principali associazioni di categoria hanno composto un quadro critico su tre assi: risorse stanziate, governance e accesso al mercato per le PMI. Sul fronte finanziario, l’ANCI ha calcolato che circa 60 mila alloggi pubblici inagibili richiederebbero 1,2 miliardi per essere recuperati. I 116 milioni stanziati per il 2026 “non bastano”, ha detto l’associazione dei Comuni, avvertendo che quelle risorse “derivano da una riduzione di altri fondi europei e nazionali”. Confapi Aniem ha messo in fila gli ordini di grandezza: con 200 milioni l’anno si recuperano circa 10 mila alloggi, con 1 miliardo se ne costruiscono 5 mila nuovi. “Le risorse appaiono incerte e inadeguate”, ha dichiarato il presidente Delpiano, aggiungendo che l’impianto sembra rispondere “più a logiche finanziarie che imprenditoriali”. Assoimmobiliare ha segnalato l’assenza di una leva fiscale: mancano la detrazione dell’IVA o la riduzione dell’aliquota fino al 5%. Confindustria ha mantenuto un tono favorevole, chiedendo però misure fiscali aggiuntive per attrarre capitali privati.

Governance, trasparenza e visione sociale

Sul fronte della governance, i rilievi più articolati sono arrivati dall’ANAC. Il presidente Giuseppe Busia ha messo in guardia contro “l’eccessiva proliferazione di commissari con regimi giuridici differenziati”, che secondo l’autorità creerebbe problemi interpretativi e rallentamenti. Ha chiesto che non si deroghi agli appalti digitali, che si estenda la progettazione BIM anche sopra i due milioni di euro e che venga costruita una banca dati unica dei progetti collegata alla ricognizione degli immobili pubblici. Sul piano della trasparenza, Busia ha sollecitato una piattaforma digitale per la gestione degli incentivi ai privati, con “revoca automatica dei finanziamenti” nei casi in cui la tracciabilità dei flussi non sia garantita. Legacoop ha invece sollevato il rischio che il piano venga gestito con logiche prevalentemente finanziarie, senza una visione sociale strutturale. Il presidente Simone Gamberini ha proposto una logica limited profit con la cooperazione di abitanti tra i soggetti attuatori e priorità alla locazione a canone calmierato come “quarto pilastro trasversale”. “L’emergenza abitativa non può essere affrontata esclusivamente con logiche finanziarie”, ha detto, chiedendo una politica dell’abitare fondata su affitto accessibile e coesione sociale.

Il rischio di esclusione per le PMI

Il terzo nodo riguarda il rischio concreto di esclusione delle piccole e medie imprese. CNA e Confartigianato hanno chiesto che il Piano non diventi “una grande operazione immobiliare riservata soltanto ai grandi operatori”, sollecitando lotti funzionali, la riserva di almeno il 40% dei lavori nei partenariati pubblico-privato ad ATI e consorzi di PMI e controlli più stringenti contro dumping contrattuale e subappalto a cascata. Confapi Aniem ha avvertito che “l’impresa rischia di essere relegata a un ruolo solo esecutivo, con condizioni dettate dai grandi fondi immobiliari”. ANCE ha valutato positivamente l’avvio di una politica strutturata, ma ha segnalato che le semplificazioni più incisive restano riservate agli investimenti superiori al miliardo, lasciando gli interventi di media dimensione con agevolazioni insufficienti: la presidente Brancaccio ha messo in guardia sui tempi, avvertendo che l’assenza di norme attuative rischia di vanificare gli obiettivi dichiarati. Il ciclo di audizioni proseguirà nelle prossime settimane, con la commissione chiamata a stabilire se e come recepire le indicazioni ricevute prima della conversione in legge.

Piano Casa, Panci (CNAPPC): “Serve una revisione completa della legge urbanistica”

Il nuovo presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti (CNAPPC), Alessandro Panci, in un’intervista esclusiva a PPN ADI Agenzia delle Infrastrutture, traccia le linee guida per il futuro del settore in Italia e invoca una revisione organica della legge urbanistica ferma al 1942. Commentando il nuovo Piano Casa, Panci sottolinea che si tratti di una grande manovra e invoca l’uniformità di interventi in tutto il territorio nazionale. Di fronte alle sfide del PNRR e al rischio che la fretta di spendere i fondi comprometta la qualità architettonica, il presidente ribadisce la centralità del concorso di progettazione come strumento di eccellenza. Infine, volge lo sguardo all’innovazione tecnologica: l’intelligenza artificiale non va temuta ma governata come uno strumento al servizio del pensiero umano, ponendo però una necessaria riflessione sull’etica e sulla percezione del progetto architettonico contemporaneo.

Partiamo con il Piano Casa, cosa punta a migliorare il nuovo provvedimento del Governo?

Si tratta di una grande manovra, come fu quella di Fanfani, che punta a riqualificare o realizzare il patrimonio dell’edilizia residenziale pubblica. L’obiettivo è dare l’accesso alla casa a tutte le fasce meno abbienti, che non possono andare sul libero mercato.

Il Piano si articola così: i fondi stabiliti nei prossimi anni vanno in parte sia all’edilizia residenziale pubblica già esistente, sia per realizzarne dei nuovi dagli enti che fanno edilizia residenziale pubblica. La seconda parte del Piano prevede i privati, che devono realizzare alloggi residenziali pubblici. Questi privati vengono finanziati per poter realizzare questi alloggi che diventano patrimonio pubblico. Credo sia fondamentale che questi interventi così cospicui dal punto di vista economico abbiano una vera ricaduta sui territori di tutta Italia, oltretutto che ci possano lavorare degli architetti con progetti di qualità e che poi abbiano dei riflessi positivi sull’urbanistica.

Rimaniamo in tema piano casa. Le volevo fare una domanda sullo slogan del presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “100.000 case in 10 anni”. Secondo lei è possibile?

Io credo che sia sicuramente possibile. Consideriamo che, se andiamo a vedere anche quelli che possono essere gli interventi che oggi noi immaginiamo col piano casa, ci rendiamo conto che tanti sono legati ai mobili esistenti non utilizzati. Quindi di fatto non si parla di dover costruire 100.000 case, ma di intervenire in molti casi su edifici esistenti non utilizzabili o non agibili che attraverso i fondi del Piano Casa saremo in condizioni di poter mettere a disposizione degli utenti. Per arrivare a questo obiettivo non possiamo fermarci solo all’attuale a norma che mette dei finanziamenti i primi anni e poi si ferma. Ci deve essere continuità.

Cosa serve per passare da una logica di regolarizzazione a una vera e propria legge nazionale sulla rigenerazione urbana?

Una legge sulla regolarizzazione urbana con tanta fatica c’è. La proposta è presente, l’abbiamo seguita anche in passato negli altri ruoli che ho rivestito ed è una legge estremamente importante nella misura in cui riesce a dare una linea di pensiero, una linea di modalità di intervento in ambito nazionale. Oggi il panorama nazionale è formato da tante leggi sulla rigenerazione urbana regionale. Ogni regione ha la propria norma e dà la possibilità o meno di fare determinati interventi. Ci sono regioni dove questi interventi si riescono ad attuare in maniera più semplice e altre regioni dove questi interventi non riusciamo proprio a realizzarli. Di conseguenza sarebbe opportuno avere non solo la linea guida nazionale sulla legge urbana, ma una considerazione più profonda. Noi abbiamo una legge urbanistica ferma alla legge 1150 del 1942. L’intervento nella maggior parte dei casi avviene sul costruito, sull’esistente e quando si interviene sull’esistente ci sono dei fattori molto più complessi, perché entriamo in un tessuto socioeconomico già presente. Entriamo in spazi già utilizzati e abitati e quindi probabilmente questa è la scommessa futura della nostra urbanistica: la cosa a cui teniamo di più e che ci sia una revisione completa della legge urbanistica.

Passiamo ai rincari, argomento più attuale che mai. Con l’aumento del prezzo dei metalli, in che modo si garantisce che l’architettura non diventi solo edilizia tecnica, ma continui a produrre bellezza?

Sulla qualità dell’architettura, noi abbiamo da sempre sensibilizzato una delle procedure di gara previste all’interno del codice dei contratti. È legata alla qualità ed è il concorso di progettazione, perché è l’unica forma di gara che va a valutare il progetto e non altri fattori, come può essere un ribasso economico o il fatturato di un’impresa. Mi permetto di parlare di impresa in tutti i sensi, perché oramai noi professionisti, ahimè, siamo visti a livello legislativo come operatori economici e non come professionisti. Ci tengo sempre a ribadire che avere dei bravi professionisti significa avere una garanzia di qualità, avere quella garanzia di qualità oggi c’è ed è normata in Italia grazie proprio alla presenza degli ordini e dei consigli nazionali che oggi rappresento.

Siamo nel bel mezzo del PNRR, il 2026 è l’anno cruciale. Le stazioni appaltanti secondo lei sono all’altezza della sfida o la fretta di concludere in tempo sta sacrificando la qualità e la visione dei progetti?

La risposta è già dentro la domanda, la fretta non ha mai aiutato nessuno. Il PNRR ci ha messo di fronte a due necessità: spendere tanti soldi e farlo in tempi brevissimi. E quello che noi abbiamo sempre evidenziato, con rammarico, è che le fasi di progettazione devono essere ben distinte dalla fase successiva di realizzazione. Il finanziamento deve essere pensato programmato, progettato e poi realizzato. Bisogna lavorare a livello qualitativo nel programmare e progettare. Prendiamo come esempio il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: piuttosto che dare dei fondi sulla realizzazione di un’opera, diamo dei fondi prima per progettare e dare possibilità alle amministrazioni di avere quelle risorse per poter fare anche un po’ il punto di programmazione all’interno dei propri territori e, subito dopo, partire con i finanziamenti per le realizzazioni su progetti. A quel punto, le amministrazioni hanno avuto modo di poter realizzare, programmare, pensare e quindi di conseguenza poter spendere anche velocemente, sapendo già qual è l’obiettivo su cui devono spendere.

L’intelligenza artificiale sta un po’ ridisegnando tutti quelli che sono i processi creativi. La considera una minaccia per la paternità del progetto oppure un’opportunità di crescita professionale?

L’intelligenza artificiale, come a suo tempo l’avvento del CAD e poi il BIM e così via, è uno strumento. Fin quando saremo in grado di utilizzarli e di pensarli come degli strumenti che devono essere utilizzati attraverso un pensiero che rimane nostro, sicuramente è una tecnologia di grande aiuto. Non va demonizzata, anche perché non siamo in grado di farlo; sappiamo bene che la tecnologia avanza nella misura in cui c’è richiesta e oggi ovviamente la richiesta è alta da parte di tanti settori. In conclusione, il rischio legato all’intelligenza artificiale è di carattere etico. Non tanto per la paternità in sé per sé del progetto, ma per la percezione.  Credo però, che aldilà di tutto l’IA sia un valido strumento.

Piano Casa in Gazzetta Ufficiale, ora la sfida è sui soldi veri

Il decreto legge sul Piano Casa è in Gazzetta Ufficiale, ma non è esattamente quello uscito dal Consiglio dei ministri del 30 aprile. Le tensioni emerse durante quella seduta, durata molto più del previsto per lo scontro tra Matteo Salvini, favorevole a ridimensionare le sovrintendenze, e il ministro della Cultura Alessandro Giuli, che aveva minacciato di non votare il provvedimento, hanno lasciato il segno nel testo finale. Dopo una riunione tecnica tra Palazzo Chigi e il Ministero delle Infrastrutture, la mediazione ha prodotto una soluzione di compromesso: salta la corsia veloce per il commissario nelle autorizzazioni sugli immobili da riqualificare e al suo posto viene introdotta una Conferenza di servizi semplificata. Una modifica non marginale, che riduce la portata delle semplificazioni originariamente previste per i recuperi del patrimonio pubblico.

Il testo definitivo introduce anche un’altra novità silenziosa: per il Fondo per la morosità incolpevole, quello che i Comuni usano per sostenere gli inquilini che non riescono a pagare l’affitto per cause esterne, lo stanziamento per il 2027 crolla a soli 2 milioni di euro, contro i 22 milioni del 2026. Una decurtazione netta che colpisce uno degli strumenti più concreti di sostegno alle famiglie in difficoltà abitativa e che alimenta le critiche di chi vede nel Piano una promessa a lungo termine con risorse a breve termine insufficienti.

Quanti soldi ci sono davvero

Il nodo più delicato resta quello delle coperture. Il governo ha annunciato fino a 10 miliardi complessivi, ma la dotazione iniziale certa si ferma a 970 milioni distribuiti tra il 2026 e il 2030: 110 milioni provengono dalla riduzione dell’autorizzazione di spesa iscritta in bilancio per il 2024 e 860 dalla cancellazione dell’autorizzazione di bilancio 2024. Il piano attiva anche il 50% delle risorse del Fondo sociale per il clima (regolamento Ue 2023/955) per il periodo 2026-2032, che il ministero dell’Ambiente destina all’edilizia residenziale pubblica: 1,47 miliardi di euro, di cui 275 milioni dovrebbero confluire nel Piano Casa. Per il resto, il governo conta su meccanismi ancora da consolidare. Il perno della struttura finanziaria è un fondo chiuso a cui parteciperanno Cassa Depositi e Prestiti e Mubadala, il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo è usare l’intervento pubblico come leva per attrarre altri capitali privati: con CDP in posizione di cornerstone, il capitale aggiuntivo privato difficilmente arriverebbe altrimenti.

Anche Generali ha segnalato disponibilità a partecipare. Il presidente Andrea Sironi ha dichiarato di voler “dare una mano a questo piano”, ma senza dettagli sulle cifre. La struttura societaria del fondo, che dovrebbe appoggiarsi a un veicolo di diritto lussemburghese con due fondi italiani (Real Estate e Housing) gestiti da SGR italiane, dovrà garantire commissioni di gestione inferiori al benchmark di mercato, una condizione politicamente necessaria ma non ancora definita tecnicamente.

La governance: il ruolo del commissario e di Invitalia

Le risorse confluiranno in un conto gestito da Invitalia e distribuite sulla base di bandi che premieranno gli interventi di partenariato pubblico-privato in piani di contrasto al degrado o di rigenerazione urbana. Per l’attuazione sarà nominato un commissario straordinario con una struttura di supporto alle sue dipendenze, in carica fino a fine dicembre 2027, con facoltà di operare attraverso il sistema delle ordinanze in deroga. Il costo dell’apparato commissariale è stimato in almeno 5 milioni nel primo biennio: il primo commissario, per la ricognizione dei fabbisogni e il programma degli interventi, dispone di 500mila euro per il 2026 e un milione per il 2027; il secondo, per i programmi di edilizia integrata, di 600mila euro annui. È prevista anche la possibilità di assumere consulenti a chiamata diretta fino a 80mila euro ciascuno. Proprio su questi costi si è concentrata una parte delle critiche dell’opposizione: il deputato di +Europa Riccardo Magi ha parlato di “piano poltrona”, mentre il deputato Pd Andrea Casu ha osservato che il provvedimento non recupera nemmeno le risorse tagliate negli anni precedenti al settore abitativo.

Dal punto di vista operativo, il presidente di Federcasa Marco Buttieri ha sollevato un problema concreto di governance: la gestione dei fondi era finora affidata alle Regioni, che con i loro bandi richiedevano candidature e computi spesso affrettati, lasciando i fondi in bilico in attesa delle graduatorie e delle autorizzazioni. Con la nuova regia centralizzata sarà il commissario a redigere l’elenco degli immobili su cui intervenire, mentre il riparto dei fondi alle Regioni avverrà in base al numero di alloggi. “In pratica si dovranno decidere le priorità e chi gestirà le gare. Le nostre aziende sono tutte stazioni appaltanti e possono gestirle in autonomia. È difficile immaginare gare centralizzate per interventi sparsi sul territorio nazionale”, ha osservato Buttieri.

Case popolari a Milano ©Imagoeconomica

Il perimetro degli interventi: 114mila alloggi nel mirino

Il piano punta al recupero di 61mila alloggi Erp (edilizia residenziale pubblica) inagibili (dato aggiornato da Federcasa e Nomisma rispetto ai 60mila comunicati in conferenza stampa) con una spesa media stimata tra i 20 e i 30mila euro per unità, anche se per i piccoli interventi la cifra può scendere a 7-8mila euro. A questi si sommano altri 53mila immobili pubblici inutilizzati censiti dal ministero dell’Economia, che potrebbero essere destinati a edilizia residenziale pubblica, sociale o integrata, portando il perimetro complessivo del piano a circa 114mila alloggi.

Per ampliare l’offerta di abitazioni accessibili, il decreto introduce i cosiddetti “programmi infrastrutturali di edilizia integrata”: iniziative in cui una quota degli alloggi (almeno il 70% del valore dell’investimento) viene destinata alla locazione o alla vendita a canone calmierato, con uno sconto minimo del 33% sul prezzo di mercato. Il vincolo di destinazione alla locazione calmierata dura trent’anni. Per gli inquilini, però, il meccanismo presenta un rischio: chi supera i limiti di reddito previsti nell’ISEE dopo la firma del contratto dovrà risolvere il contratto o accettare il canone di mercato. Una condizione che, per non perdere il vantaggio del canone calmierato, potrebbe scoraggiare il miglioramento della propria condizione economica.

L’ANCE: bene il decreto, ma senza fiscalità non si regge

La presidente dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili, Federica Brancaccio, ha accolto con favore il provvedimento, definendolo “un passo avanti importante”. Ma ha subito indicato il tassello mancante: “Manca tutta la parte fiscale, ed è un’assenza rilevante. Noi abbiamo sempre detto che servono strumenti normativi, economici e fiscali. Senza leve fiscali è difficile far tornare i conti“. Brancaccio ha citato come esempio concreto la possibilità di ridurre l’IVA al 5% per l’abitare accessibile, o di chiedere all’Europa una deroga per arrivare all’azzeramento dell’IVA sulla casa sociale.

Sulle semplificazioni per il settore privato, l’associazione chiede che vengano estese anche a interventi più piccoli, con impatto sociale positivo ed elevati standard di efficientamento, “non solo grandi fondi, ma anche operazioni territoriali più puntuali”. Sul rapporto 70-30 tra edilizia convenzionata e mercato libero, Brancaccio ha avvertito che in alcuni territori potrà funzionare, in altri no, e ha chiesto maggiore flessibilità nella valutazione commissariale. Sul fronte del caro materiali — “sparito dal decreto Infrastrutture” — i costruttori attendono circa 2 miliardi di ristori per il 2024 e il 2025, misure che avrebbero dovuto arrivare e che invece non compaiono nel testo.

Il nodo del patrimonio pubblico e la questione liste d’attesa

Il decreto impone di avviare entro 60 giorni un piano per vendere sul mercato il patrimonio residenziale pubblico, con diritto di prelazione per gli inquilini. L’opposizione ha sollevato il rischio che una quota significativa di questo patrimonio venga dirottata verso acquirenti esterni, riducendo ulteriormente uno stock già esiguo: le case popolari rappresentano oggi il 3% dello stock edilizio nazionale, contro una media OCSE del 6%, con 650mila famiglie in lista d’attesa. Soltanto a Milano e nell’hinterland le richieste in attesa sono 60mila.
I prossimi mesi saranno decisivi. Il decreto va convertito in Parlamento, dove il dibattito sulle modifiche è appena cominciato; la rimodulazione del PNRR (prevista per giugno) potrebbe liberare ulteriori risorse o ridisegnare le coperture; e la capacità concreta di attrarre i miliardi privati attesi da CDP, Mubadala, Generali e dalle casse previdenziali dipenderà dalla governance definitiva del fondo, ancora in fase di definizione.

Roma Capitale, la riforma resta in stallo. I costruttori: “Sfida non più rinviabile”

A oltre una settimana dal voto alla Camera, 159 sì ma 55 astenuti, tra cui il PD, sulla riforma costituzionale di Roma Capitale non si registra alcuna svolta. Il tavolo tecnico attivo da febbraio resta sospeso, nessun confronto è stato convocato e al Senato non è fissata alcuna data per la seconda lettura. Il rischio concreto, con le elezioni comunali alle porte nella primavera del 2027, è che il provvedimento scivoli silenziosamente fuori dall’agenda parlamentare.

Sul tema i è intervenuto anche Antonio Ciucci, presidente di ANCE Roma – ACER: “La riforma costituzionale su Roma Capitale segna un passaggio decisivo: la sfida per il futuro della città non è più rinviabile, se vogliamo davvero competere con le grandi capitali europee”. Per i costruttori romani la posta in gioco va oltre la dialettica tra i partiti: “Alla pari di Madrid, Londra e Parigi, Roma ha bisogno di una cornice normativa, di poteri e di risorse adeguate al suo ruolo di Capitale della Repubblica. Senza questi strumenti, ogni ambizione di sviluppo strutturale rischia di rimanere incompiuta”. Ciucci richiama le priorità concrete su cui una riforma efficace dovrebbe incidere (casa, rigenerazione urbana, infrastrutture) e conclude con un appello diretto: “Rafforzare Roma non è una rivendicazione di parte, ma una scelta strategica e nazionale”.

Decreto infrastrutture, approvazione definitiva alla Camera: è legge

La Camera ha approvato in via definitiva il decreto in materia di commissari straordinari e concessioni con 160 voti favorevoli, 110 contrari e 7 astenuti. Il governo ha posto la fiducia, portando il testo, lievitato da 11 a 15 articoli dopo il passaggio al Senato, alla conversione entro la scadenza dell’11 maggio.

Il nodo Ponte e la Corte dei conti

L’obiettivo centrale del provvedimento è conformarsi alle deliberazioni della Corte dei conti, che aveva ricusato la delibera Cipess di approvazione del progetto definitivo e il decreto ministeriale sul via libera agli atti aggiuntivi alla convenzione di concessione. Una volta completati gli adempimenti istruttori e adottata la nuova delibera Cipess, il MIT potrà procedere alla sottoscrizione dell’atto aggiuntivo alla convenzione con la società concessionaria, comprensivo del piano economico-finanziario aggiornato, e alla trasmissione degli atti alla Corte dei conti per il controllo di legittimità. Sul piano finanziario, i 2,8 miliardi destinati al Ponte per il periodo 2026-2029 slittano al quinquennio 2030-2034.

Il percorso del Ponte verso l’approvazione definitiva è stato tutt’altro che lineare. Tra delibere Cipess, commissari straordinari e rilievi della Corte dei Conti rinviati di anno in anno, il progetto ha continuato a esistere più sulla carta che nei cantieri. Per il deputato dem Marco Simiani, lo slittamento dei fondi è la conferma che il Ponte sia ormai “di fatto morto”, con miliardi congelati in assenza di un quadro definitivo. Sulla stessa linea Anthony Barbagallo, capogruppo M5S in Commissione Trasporti, che accusa l’esecutivo di ricorrere a sotterfugi per evitare il bando di gara pubblica, avendo ormai superato dieci decreti aggirando le prescrizioni della Corte dei Conti e dell’Autorità nazionale anticorruzione.

Il riordino dei commissari e la governance delle grandi opere

Il decreto ridisegna la governance delle opere ferroviarie con un accentramento netto in capo a RFI: per accelerare la realizzazione di interventi come la Brescia-Verona, la Roma-Pescara e la Salerno-Reggio Calabria, l’amministratore delegato Aldo Isi subentra ai commissari straordinari già nominati, con i medesimi compiti, funzioni e poteri. Prevista inoltre la nomina dell’AD di RFI quale commissario straordinario per le infrastrutture ferroviarie complementari al Ponte. Analoga concentrazione di poteri per ANAS: l’AD Claudio Andrea Gemme subentra ai commissari “sblocca cantieri”, ai commissari ad acta per il PNRR e al commissario per la Variante di Tirano.

Il decreto include inoltre opere che vanno ben oltre il Ponte: dalla concessione dell’A22 Brennero-Modena alla messa in sicurezza del Gran Sasso e delle tratte A24 e A25, fino alla Linea C della metropolitana di Roma e alle infrastrutture legate agli Europei di calcio del 2032. Tra le pieghe del testo figura anche una norma sulla sanità che ha suscitato perplessità: secondo la deputata M5S Marianna Ricciardi, operatori e strutture sanitarie potrebbero ottenere l’autorizzazione prima che vengano effettuati i controlli sui requisiti di sicurezza.

Cosa non c’è: i balneari

Il decreto non contiene alcun intervento sulle concessioni balneari. Al Senato la Lega aveva tentato un blitz per prorogarle nelle aree colpite da maltempo e danneggiate dall’erosione costiera: l’emendamento aveva ottenuto il via libera in Commissione Ambiente, ma non ha superato la Commissione Bilancio, che ha espresso parere contrario per ragioni di incompatibilità finanziaria.

Le opposizioni

Duro l’affondo delle opposizioni, che hanno contestato la decretazione d’urgenza e il ricorso sistematico alla fiducia, utilizzata, solo in questa legislatura, su 110 provvedimenti. Il M5S ha definito il decreto “simbolo di un fallimento eclatante”, citando i 14 miliardi di costo stimato del Ponte.

Porti d’Italia Spa, la riforma riparte da 10 milioni. Mattarella firma il disegno di legge

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il disegno di legge sul riordino della legge 84 del 1994 in materia di governance portuale e rilancio degli investimenti in infrastrutture strategiche di trasporto marittimo di interesse generale. Il via libera del Capo dello Stato è arrivato dopo che lo scorso 27 aprile la Ragioneria generale dello Stato aveva apposto il proprio bollino alla bozza del disegno di legge, superando il vaglio tecnico-contabile. Il testo è stato assegnato alla Camera dei Deputati, dove inizierà l’iter di esame nelle commissioni competenti.

Il taglio alla dotazione: da 500 a 10 milioni

Il passaggio istituzionale porta con sé una modifica sostanziale rispetto all’impianto originario. Il capitale della Porti d’Italia Spa, inizialmente previsto in 500 milioni di euro, scende ora a 10 milioni. La società nasce con un capitale sociale di 10 milioni di euro (un milione nel 2026 e nove nel 2027) interamente sottoscritto dal Ministero dell’Economia, che eserciterà i diritti dell’azionista d’intesa con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, titolare delle funzioni di vigilanza tecnica e operativa. Si tratta di una riduzione che non è solo contabile. Nei mesi scorsi il viceministro Edoardo Rixi, principale artefice del provvedimento, aveva chiarito che per realizzare grandi operazioni infrastrutturali sul mercato sarebbero stati necessari miliardi di euro. Il divario tra l’ambizione dichiarata e le risorse iniziali disponibili è dunque uno dei nodi che il Parlamento sarà chiamato ad affrontare.

Come funziona la nuova società

Porti d’Italia avrà il compito di promuovere e sviluppare la “Rete italiana della portualità”, gestendo in regime di concessione di novantanove anni le opere di rilevanza strategica nazionale e internazionale. Dalla costruzione di nuovi moli e banchine agli interventi di manutenzione straordinaria, la società diventerà il principale braccio operativo dello Stato per la realizzazione di grandi infrastrutture marittime. In questa veste, potrà progettare, appaltare e collaudare direttamente i lavori, esercitando anche funzioni espropriative e di vigilanza. La governance è costruita su un equilibrio istituzionale: cinque membri nel consiglio di amministrazione, due indicati dal Mef, due dal Mit e uno dalla Presidenza del Consiglio. Il presidente sarà espressione del Tesoro, mentre l’amministratore delegato sarà designato dal Mit. La società sarà soggetta al controllo della Corte dei conti.

Il nodo delle Autorità portuali

Le 16 Autorità di Sistema Portuale restano pienamente operative e mantengono la gestione territoriale degli scali, la manutenzione ordinaria e il rilascio delle concessioni, ma vengono sollevate dal peso finanziario delle grandi opere. Tuttavia le preoccupazioni nel settore restano concrete. Uno studio realizzato da Assoporti ha stimato che con il nuovo assetto alle Autorità portuali verrebbe sottratto il 40% delle entrate. Le tensioni si manifestano anche sul piano politico territoriale: a Trieste, uno dei maggiori porti d’Italia, Centrodestra e Centrosinistra hanno votato insieme al Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia una mozione critica nei confronti della riforma, chiedendo di evitare che Porti d’Italia Spa acquisisca competenze attualmente in capo alle Autorità di sistema portuale.

La posizione del governo

Il governo respinge l’invito di Assoporti a sospendere l’iter. Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, ha difeso la nascita della nuova società pubblica sostenendo che l’obiettivo non è ridurre l’autonomia degli scali ma garantire una regia comune, evitare duplicazioni di investimenti e favorire la specializzazione porto per porto. Il viceministro Rixi ha ribadito che la riforma non vuole togliere autonomia agli scali, ma vuole generare sinergie per rendere il sistema marittimo portuale italiano più competitivo nello scenario internazionale, con la possibilità di siglare nuovi accordi con altri Paesi e di sviluppare servizi per aumentare i traffici.

Il disegno di legge che il Parlamento si trova ora ad esaminare è dunque un testo fortemente rimaneggiato nella parte finanziaria rispetto a quello approvato dal Consiglio dei ministri il 22 dicembre 2025. Il dibattito parlamentare, su un provvedimento che tocca interessi locali e nazionali di primo piano, si preannuncia tutt’altro che scontato.

L’astensionismo del PD ha dato i suoi frutti (avvelenati) e la riforma di Roma Capitale si ferma

Dopo essere passato con 159 voti favorevoli, l’iter di approvazione della riforma costituzionale si è trovato di fronte a una battuta d’arresto: da Palazzo Chigi si apprende che il tavolo tecnico è sospeso dopo l’imprevisto dell’astensionismo del PD e il post-risposta della presidente Giorgia Meloni su Instagram: “Il Partito Democratico, partito del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, violando ogni precedente accordo, ha deciso di astenersi sulla legge che finalmente conferisce a Roma i poteri degni di una Capitale. A questo punto mi pare che non ci siano i margini per andare avanti con il provvedimento, che senza una maggioranza dei 2/3 ha pochissime possibilità di diventare legge”.

Dopo la giornata del 29 aprile scorso ancora non è stata maturata nessuna mediazione né è stato fissato un voto al Senato, ma soprattutto, non è stato indetto nessun confronto. E il tavolo tecnico che lavorava dal febbraio scorso per rifinire e ultimare la legge ordinaria complementare alla riforma costituzionale, per attribuire a Roma i poteri, le competenze e gli stanziamenti in linea con il suo ruolo da capitale, è stato sospeso fino a nuovo ordine.

Requisiti per ripartire: “Prima la pace interna nel campo largo”

Secondo FDI, la ripresa delle trattative deve passare da un segnale chiaro del PD che deve fare “pace internamente al campo largo”, sì perché a generare l’astensione del PD al voto sarebbe stata una frattura tra Alleanza Verdi Sinistra e Movimento 5 Stelle, contrari alla riforma, Azione, che invece è favorevole e Italia Viva e Partito Democratico, che appunto si sono astenuti. Ma a provocare lo stop sul tema è stata, soprattutto, l’astensione dei democratici. Il passo indietro è sui dettagli, sulle leggi ordinarie discusse al tavolo tecnico, in particolare su alcune proposte di Roberto Gualtieri, tra cui quella che conferirebbe più poteri alla giunta e meno all’Assemblea capitolina.

Il rischio di uno stop eterno

Su alcune proposte si è raggiunta una quadra, mentre su altre ancora c’è la necessità di un lavoro più approfondito. Il rischio però è quello di far passare in secondo piano la riforma di Roma Capitale con l’avvicinarsi delle elezioni (previste per la primavera dell’anno prossimo).

D’altra parte, c’è anche chi sostiene che questo stop è una strategia tecnica proprio in vista delle prossime urne: FDI punterà ad intestarsi la paternità di questa proposta tanto quanto l’attuale sindaco che, molto probabilmente, si ricandiderà

Tuttavia, una volta approvata, la riforma andrebbe incontro a un meccanismo di attuazione che la renderà operativa a tutti gli effetti non prima del 2032.

Centomila case in dieci anni: il Piano Casa del governo Meloni tra ambizioni e nodi irrisolti

Bastano pochi numeri per capire perché il tema della casa è diventato una delle questioni più urgenti del paese. In molte città italiane l’indice di sforzo abitativo ha già superato ogni soglia di sostenibilità: Milano sfiora il 47%, Firenze il 45%, Bologna il 38%, Roma il 36%. Tradotto in pratica, chi vuole comprare casa nella capitale, destinando un terzo del proprio stipendio a un mutuo trentennale a tasso fisso, può permettersi al massimo sedici metri quadri. A Milano appena tredici. Non è solo un problema delle grandi metropoli settentrionali, come ha tenuto a precisare Meloni: “Il problema esiste ovunque, anche nelle grandi città del sud come Bari, anche nei capoluoghi in generale”. Nel 2025 la spesa media mensile delle famiglie italiane era di circa 2.780 euro, di cui oltre un terzo assorbito da casa e utenze. È su questo sfondo che il governo ha varato il suo Piano Casa.

Cosa ha approvato il Consiglio dei ministri

Il Consiglio dei ministri si è riunito giovedì 30 aprile 2026 a Palazzo Chigi e ha approvato un pacchetto di misure per contrastare l’emergenza abitativa, volto a incrementare l’offerta di alloggi attraverso un programma di riqualificazione del patrimonio pubblico di edilizia residenziale e un pacchetto di interventi per promuovere l’edilizia integrata. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: “Il nostro scopo è quello di rendere disponibile oltre 100mila nuovi alloggi, tra popolari e a prezzi calmierati, nei prossimi dieci anni. A questo obiettivo dedichiamo fino a 10 miliardi di euro di risorse pubbliche ai quali si devono sommare gli investimenti privati che insieme generano un moltiplicatore”, ha detto Meloni in conferenza stampa.

Il provvedimento si articola su tre pilastri. Il primo riguarda il patrimonio pubblico esistente: il recupero degli alloggi popolari inagibili, che in tutta Italia ammontano a circa 60mila unità. La stima del costo medio di manutenzione per ciascuno oscilla tra i 15 e i 20mila euro, con i lavori affidati prevalentemente alle piccole imprese. Il secondo punta sull’housing sociale, con un fondo da 3,6 miliardi gestito da Invimit (l’agenzia pubblica per la valorizzazione del patrimonio immobiliare) che includerà comparti specifici per gli enti locali, così da garantire il coordinamento con i territori. Il terzo coinvolge i privati: lo Stato garantisce semplificazioni burocratiche e, per investimenti superiori al miliardo, la nomina di un commissario straordinario che rilascia un provvedimento unico di autorizzazione. In cambio, il costruttore si impegna a destinare almeno 70 dei 100 alloggi costruiti all’edilizia convenzionata. Gli immobili privati che usufruiscono delle semplificazioni dovranno rispettare criteri precisi di sostenibilità ed efficienza energetica, in linea con gli obiettivi europei. È prevista anche una formula innovativa di rent-to-buy: l’affitto non sarà a fondo perduto, ma varrà come anticipo sull’acquisto dilazionato nel tempo.

La “fascia grigia” e le misure per le famiglie

Il bersaglio principale del provvedimento è quella che Meloni chiama la “fascia grigia”: italiani che lavorano e pagano le tasse ma sono troppo benestanti per una casa popolare e non abbastanza per sostenere i prezzi del mercato libero. Sono previsti interventi per l’edilizia sociale rivolti in maniera prioritaria a studenti e anziani, oltre a iniziative di affordable housing pensate proprio per questa fascia reddituale di mezzo.

Il piano contempla però anche misure più mirate. È stato rifinanziato con 670 milioni di euro il fondo pluriennale di garanzia per l’acquisto della prima casa destinato alle giovani coppie e alle famiglie: la garanzia statale sul mutuo salirà fino al 90% per quelle numerose. Per il triennio 2026-2028 è previsto un contributo tra 400 e 500 euro al mese per i genitori separati, per il primo anno dalla separazione — una misura che punta ad aiutare almeno 15mila nuclei familiari. Tra i dettagli più concreti, anche il dimezzamento degli oneri notarili sia per le compravendite sia per i contratti di locazione, una misura pensata per ridurre i costi accessori che spesso scoraggiano i contratti regolari.

I soldi: quanti sono davvero

Le risorse complessivamente mobilitate ammontano a circa 4 miliardi certi, con la possibilità di arrivare a 5, di cui 970 milioni di dotazione sicura e 1,1 miliardi provenienti dai fondi di coesione. I restanti miliardi che porterebbero il totale alla cifra annunciata di 10 dipendono in parte dalla rimodulazione del PNRR rivista per giugno e soprattutto dall’apporto dei capitali privati. Il governo punta su un fondo chiuso costituito da Cassa Depositi e Prestiti e da Mubadala, il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti, con un impegno iniziale di 1,5 miliardi destinato ad arrivare a 10 miliardi di equity che, con la leva finanziaria, salirebbe a 20 miliardi. Una struttura ambiziosa, ma che per definizione incorpora variabili ancora aperte.

Sul fronte dei costi strutturali, la sola istituzione dell’apparato commissariale previsto dal decreto costerà almeno 5 milioni di euro nel primo biennio: una stima prudenziale destinata a crescere con i decreti attuativi. Il pacchetto prevede due commissari: uno per la ricognizione dei fabbisogni e il programma degli interventi, formalmente nominato dalla presidenza del Consiglio su indicazione del MIT, con una dotazione di spesa di 500mila euro per il 2026 e un milione per il 2027; un secondo per i programmi infrastrutturali di edilizia integrata, con un plafond di 600mila euro annui. A questi si aggiunge una cabina di monitoraggio guidata dalla presidenza del Consiglio, senza stanziamenti previsti ma con personale a carico delle amministrazioni di appartenenza. È prevista inoltre la possibilità di assumere consulenti a chiamata diretta fino a 80mila euro ciascuno.

Sfratti veloci e la lite sulle sovrintendenze

Accanto al decreto legge principale, il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge con dichiarazione d’urgenza per rendere più efficace e rapida la liberazione degli immobili occupati abusivamente, con una procedura d’urgenza che prevede l’emissione di un decreto di rilascio entro 15 giorni dal ricorso e una penale pari all’1% del canone mensile per ogni giorno di occupazione oltre il termine fissato dal giudice. “Da un lato creiamo le condizioni per costruire più case e dall’altro ci occupiamo di liberare le case abusivamente occupate per restituirle ai proprietari” ha spiegato Meloni.

La seduta del Consiglio dei ministri, però, non è filata liscia. Il Cdm è durato più del previsto perché si è discusso a lungo e aspramente del ruolo delle sovrintendenze, con Salvini che ha dichiarato che vanno “ridimensionate o, per quanto mi riguarda, anche rase al suolo”, mentre il ministro della Cultura Alessandro Giuli è arrivato a minacciare di non votare il provvedimento se non fosse dato il giusto ruolo agli organi di tutela del patrimonio. Una frizione interna alla maggioranza che rivela quanto le semplificazioni urbanistiche restino un terreno scivoloso, sospeso tra l’urgenza di costruire e il vincolo della tutela del paesaggio.

L’ANCI: “Prima risposta utile, ma attenzione ai Comuni”

Dal mondo delle autonomie locali la reazione è stata cauta ma non ostile. Il presidente dell’ANCI e sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha definito il piano “una prima risposta utile”, pur chiedendo garanzie precise: “Parte delle risorse derivano da fondi statali già destinati ai Comuni. Ho chiesto assolute garanzie che tale destinazione non sia modificata e spero che ci siano altre risorse aggiuntive”. Manfredi ha poi richiamato l’attenzione sulla necessità di rifinanziare il fondo per la morosità incolpevole, strumento che i Comuni usano per sostenere chi non riesce a pagare l’affitto per ragioni non imputabili alla propria volontà. Sul fronte delle semplificazioni urbanistiche, la richiesta dei sindaci è chiara: le competenze pianificatorie dei Comuni devono essere salvaguardate, e nella fase attuativa le amministrazioni locali dovranno avere “un ruolo rilevante”, perché gli interventi funzionano solo se integrati nei contesti urbani, “soprattutto nelle periferie che hanno bisogno di rigenerazione”.

Le opposizioni: “Annunci, non fatti”

Le reazioni dell’opposizione sono state invece nette. Le critiche convergono su un punto difficile da ignorare: gli annunci sul piano abitativo si sono accumulati per anni, le risorse certe sono ancora distanti dagli obiettivi dichiarati e un orizzonte di dieci anni rende complicato valutare l’impatto reale su un’emergenza che morde già oggi. Il governo ha risposto rivendicando la portata strutturale e inedita dell’intervento. La partita vera si giocherà nei prossimi mesi: tra la conversione del decreto in Parlamento, la rimodulazione del PNRR e la capacità effettiva di attrarre i miliardi privati su cui è costruita larga parte dell’edificio finanziario del piano. Il decreto impone di avviare entro 60 giorni il piano per vendere tutto il patrimonio residenziale pubblico sul mercato, con diritto di prelazione per gli inquilini ma con la concreta possibilità che gli alloggi vengano dirottati altrove, riducendo ulteriormente il già esiguo patrimonio di case popolari, oggi pari al 3% dello stock edilizio, contro una media Ocse doppia. Le liste d’attesa contano 650mila famiglie. Contestuale la decisione di ridurre il fondo per la morosità incolpevole a soli 20 milioni per il 2025, contro i tagli annuali praticati dal governo fin dal suo insediamento. Per il deputato Pd Andrea Casu il provvedimento non recupera nemmeno le risorse tagliate negli anni precedenti: “Cambiano i titoli e i problemi di cui fingono di occuparsi, ma con Meloni e Salvini crescono solo le poltrone”. Riccardo Magi di +Europa è più diretto: “Gli unici soldi certi sono destinati agli stipendi dei commissari nominati dal governo. Più che un piano casa, un piano poltrona”.

Roma come Berlino: il primo “Sì” della Camera alla svolta costituzionale

Inizia il cammino per dare a Roma Capitale più poteri. Con 159 voti favorevoli, 33 contrari e 55 astenuti è partito l’iter di approvazione del ddl costituzionale Roma Capitale. Il testo deve essere approvato da entrambe le Camere (Camera e Senato) per due volte, con una maggioranza qualificata, trattandosi di una legge costituzionale.

Roma è una città con un’immensa eredità storica e politica, l’estensione della sua rete stradale supera la somma di quelle di Milano, Napoli, Torino, Genova, Bologna e Firenze. Gli abitanti sono 2,75 milioni, tanti quanti quelli di Milano, Torino e Genova messi insieme. Nel territorio romano sono presenti, inoltre, gli organi costituzionali dello Stato e le rappresentanze diplomatiche degli Stati esteri.

La riforma

È in questo contesto che si inserisce il disegno di legge costituzionale che modifica l’art.114 della Costituzione al fine di trasformare Roma in un ente a sé stante, dotato di poteri legislativi nelle materie che, attualmente, sono di competenza della Regione Lazio. Con l’approvazione della legge, la città metropolitana verrebbe considerata al pari di una regione a statuto ordinario, con autonomia legislativa e finanziaria. In particolare, avrebbe la facoltà di emanare leggi su settori che, per i romani, sono cruciali come: Trasporto Pubblico Locale, urbanistica e governo del territorio, turismo e beni culturali, polizia amministrativa e commercio.

Scontri interni

Il Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri si è detto contento dell’approvazione in prima lettura alla Camera: “è un fatto positivo che consente l’avvio dell’iter parlamentare per un provvedimento molto importante e atteso da tempo, necessario per dotare la Capitale di un ordinamento, di poteri e di risorse adeguati al suo ruolo. Sarebbe stato auspicabile un consenso più ampio e da questo punto di vista il clima di tensione e scontro costante tra i partiti non è stato di aiuto”. Il sindaco si riferisce all’astensione del Partito Democratico che è arrivata in maniera del tutto inaspettata anche per la premier: “Com’è noto, il testo del ddl costituzionale ha raccolto nel corso dell’esame parlamentare le proposte presentate dal Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri”, scrive in un comunicato Giorgia Meloni dopo aver esternato il suo stupore di fronte all’astensione dei deputati del Partito Democratico. La legge, infatti, è stata fortemente voluta anche da Roberto Gualtieri, esponente del PD, con l’intento di dare lustro e potere alla città che ospita il 30% del patrimonio artistico mondiale e il 70% di quello italiano. Lo scopo è rendere Roma libera di legiferare su ciò che la riguarda direttamente al pari delle altre capitali europee.

Il contesto europeo

Infatti, Parigi, Madrid, Berlino e Londra godono, nel rispetto delle loro forme di governo, di particolari autonomie legislative e finanziarie. I poteri nel campo dell’edilizia sono strettamente dipendenti dal loro grado di autonomia legislativa. La tendenza europea è quella di rafforzare l’autonomia per far fronte alla crisi abitativa e alla transizione ecologica. Berlino e Vienna sono Länder, vere e proprie città-stato: godono di un proprio parlamento e possono legiferare autonomamente su istruzione, polizia e urbanistica. Nel 2024 Berlino ha varato la legge sull’accelerazione dei lavori di costruzione, semplificando così 45 norme statali per velocizzare i permessi. Madrid è una comunidad autonoma, ciò vuol dire che ha un’autonomia quasi regionale, con poteri legislativi diretti su sanità e sviluppo economico. In campo urbanistico, nel 2024 ha utilizzato una legge sulle misure di sviluppo urbano, al fine di trasformare gli edifici in abitazioni sociali senza cambiare la destinazione d’uso. Londra è una municipalità, ma anche un’autorità di area vasta. Il suo assetto giuridico è regolato dal Greater London Authority Act 1999, che attribuisce al Sindaco e alla Greater London Authority poteri unici nel campo dell’edilizia e della pianificazione urbana. Parigi concentra in sé massimi poteri legislativi, amministrativi e finanziari del Paese, agendo sia come centro decisionale nazionale che come ente locale a statuto speciale.