Passa al contenuto principale
Seguici su:
Tieniti aggiornato:

Argomento: Legge e Proposte Di Legge

Il nuovo Presidente ANCE, Antonio Ciucci, spiega il suo programma a tutto campo

Presidente Ciucci di recente lei ha definito il nuovo Piano Casa un segnale importante per l’emergenza abitativa, ma ha avvertito che rischia di arenarsi senza risorse adeguate. Quali sono i nodi economici e quanta flessibilità serve al quadro normativo per far partire i cantieri?

Il Piano casa ha di buono il fatto che il tema dell’abitare sia tornato al centro degli interessi del Paese. Il problema chiaramente sono le risorse, specie per l’edilizia residenziale pubblica. Servirebbero più di 650.000 abitazioni per colmare un divario storico, accumulato in tanti anni, che vede l’Italia ormai fanalino di coda in Europa per disponibilità di case pubbliche. Il Piano mette a disposizione dell’edilizia residenziale pubblica 970 milioni di euro, destinati a rendere agibili circa 60.000 appartamenti. È un primo passo, confermato anche dal commissario Squitieri nel nostro proficuo incontro. Tuttavia per arrivare da 60 mila a 650 mila alloggi servirà uno sforzo in più, magari anche coinvolgendo i fondi europei.

Sul Piano Casa lei ha espresso preoccupazione per il rischio che le attuali regole favoriscano grandi fondi internazionali, escludendo le piccole e medie imprese edilizie. Come si garantisce la reale partecipazione del tessuto produttivo locale?

Quello che ho voluto evidenziare è che sull’edilizia integrata, pensata per quella fascia di cittadinanza che oggi non riesce ad accedere al mercato immobiliare, limitare le agevolazioni solo a chi può investire cifre altissime rischia di essere penalizzante. La formula “70-30” (70% di edilizia convenzionata e 30% di edilizia residenziale libera, ndr) potrebbe funzionare nelle città più grandi ma potrebbe invece non funzionare nei centri più piccoli. Occorre modulare meglio per far sì che l’edilizia integrata, cioè la sinergia tra pubblico e privato, dia risposte concrete in tutte le aree del Paese.

Le tensioni geopolitiche internazionali hanno innescato una nuova ondata di rincari dei materiali. Quali interventi urgenti chiedete al Governo per salvaguardare la tenuta dei cantieri, soprattutto quelli già aperti?

Abbiamo affrontato una crisi con lo scoppio del conflitto fra Russia e Ucraina, che purtroppo continua. Nel 2022 il Governo rispose con il “decreto Aiuti” proprio per fare fronte agli aumenti dei costi dei materiali, ma il decreto, pur avendo funzionato dal punto di vista normativo, non ha sufficiente copertura finanziaria. Le imprese, infatti, devono ancora ricevere i ristori del 2024 e del 2025 per un ammontare di circa 2 miliardi. Nel frattempo, nonostante questa difficoltà e mentre le imprese facevano la corsa per chiudere i cantieri del PNRR, è scoppiata un’altra crisi bellica, con la chiusura dello stretto di Hormuz che ha comportato l’aumento di alcuni materiali, in particolare quelli derivati del petrolio, come il bitume per le pavimentazioni stradali, e quindi un’ulteriore problematica.

In tema di liquidità e cantieri PNRR, quali misure concrete avete avanzato nelle ultime audizioni parlamentari?

Stiamo monitorando la situazione, anche il Governo lo sta facendo. Se questi rincari dovessero continuare ma, soprattutto, se ci dovesse essere un rimbalzo sul costo energetico che si porterebbe dietro tutti i successivi aumenti, dovremmo pensare a un’altra misura straordinaria perché la revisione automatica dei prezzi che nel frattempo abbiamo costruito con il MIT – con cui abbiamo fatto un ottimo lavoro – è pensata per periodi d’inflazione ordinaria e non intercetta aumenti così repentini. Se i prezzi continuano a salire, serviranno misure straordinarie immediate.

Per fronteggiare la combinazione rincaro materiali/ritardo nei pagamenti dei compensi previsti dal decreto Aiuti, abbiamo chiesto la sospensione del recupero delle anticipazioni contrattuali per tutto il 2026. Sarebbe una misura di respiro finanziario temporanea ma fondamentale per permettere alle aziende di completare le opere del PNRR senza rischiare il blocco dei cantieri.

Il modello di governance e la cabina di regia del PNRR possono essere replicati per la gestione degli altri fondi europei strutturali?

Riteniamo di sì. I dati dimostrano che il PNRR ha permesso all’Italia di accelerare la spesa, mentre sui tradizionali fondi strutturali UE siamo storicamente fermi a medie attorno al 30%. La cabina di regia centrale del PNRR ha agevolato il lavoro di enti attuatori e i piccoli Comuni: estendere questo metodo di monitoraggio anche agli altri fondi europei è l’unico modo per non disperdere le risorse e mantenere elevata la quota di investimenti pubblici.

Finalmente gli investimenti, soprattutto quelli pubblici, in questo Paese sono arrivati a livello europeo, auspichiamo di non arretrare da questo punto di vista.

A distanza di tempo dall’entrata in vigore del nuovo Codice degli Appalti, qual è il bilancio per il settore delle opere pubbliche?

Il Codice ha sicuramente avuto un impatto positivo, ma per una piena applicazione le amministrazioni devono fare ancora passi in avanti dal punto di vista delle competenze, della capacità di gestione delle procedure, e questo passa anche attraverso la digitalizzazione. C’è ancora della strada da fare, ma sicuramente il Codice ha tracciato una rotta.

L’urbanistica sconta spesso leggi obsolete risalenti al secolo scorso. È ipotizzabile estendere il “modello Giubileo” fatto di coordinamento accelerato in tempi certi nella gestione ordinaria delle opere, della rigenerazione urbana?

Nei lavori pubblici abbiamo un quadro normativo abbastanza recente, che può essere naturalmente perfezionato ma che secondo noi funziona, nell’urbanistica siamo fermi a leggi degli anni ’40 e ’60 che, sommate ai piani regionali e comunali, rallentano tutte le operazioni.

In questo caos parlare di rigenerazione diventa molto difficile, tanto è vero che il legislatore quando ha scritto il Piano casa ha pensato ai commissari e a una centralizzazione perché altrimenti sarà difficile realizzarlo. Ma il tema non può essere solamente l’emergenza, la straordinarietà, dobbiamo trovare un metodo ordinario.

Il modello Giubileo ha funzionato, e ha funzionato naturalmente anche il PNRR. Creare una cabina di regia nazionale per la rigenerazione urbana e il fabbisogno abitativo permetterebbe di applicare metodi di lavoro certi e tempi rapidi per dare risposte adeguate. Non è un tema importante solo per le imprese di costruzione ma per le famiglie. Prima di tutto ci sono i cittadini.

Il Piano Casa è legge. Ora la sfida si chiama attuazione

Dopo due mesi di iter parlamentare, un voto di fiducia alla Camera, centinaia di emendamenti e un passaggio al Senato in corsa contro il tempo, il Piano Casa è legge. Il Senato ha approvato ieri la conversione del decreto legge 66/2026, il principale provvedimento abitativo del governo Meloni, con 106 voti favorevoli, 62 contrari e due astenuti. La premier ha salutato il risultato con un post su X: “Dalle parole ai fatti”. Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini si è detto “orgoglioso”. L’iter, partito dalla notte del 30 aprile con un Consiglio dei ministri durato molto più del previsto per le tensioni tra Salvini e il ministro della Cultura Giuli sulle sovrintendenze, si chiude con un testo che in molti punti è diverso dal decreto originario, rimodellato durante la conversione dai relatori Montemagni, Iaia e Mazzetti.

L’impianto in tre pilastri

La struttura del provvedimento rimane quella originaria: un primo pilastro sull’edilizia residenziale pubblica, un secondo sull’housing sociale e un terzo sugli investimenti privati a prezzi calmierati. L’obiettivo dichiarato è rendere disponibili oltre 100 mila alloggi in dieci anni, con risorse pubbliche che tra fondi di bilancio, Fondo sociale per il clima e rigenerazione urbana arrivano a circa 7 miliardi, cui si dovrebbero sommare altri 3 miliardi di capitali privati per raggiungere la soglia dei 10 miliardi complessivi.

Il primo pilastro, quello dell’edilizia residenziale pubblica, è il più concreto sul piano delle risorse certe. Vengono stanziati 970 milioni di euro tra il 2026 e il 2030 per il recupero degli alloggi ERP oggi non assegnabili: secondo l’Osservatorio Federcasa 2024-2025 sono 61.300 in tutta Italia, con la Lombardia in testa con 17.352, seguita da Veneto (6.474) ed Emilia-Romagna (5.374). Per attuare questa parte del Piano è stato nominato un commissario straordinario, Felice Squitieri, che dovrà avviare la ricognizione del patrimonio pubblico disponibile e definire il quadro dei fabbisogni, con Invitalia come soggetto attuatore. Solo successivamente partiranno gli avvisi pubblici per gli enti territoriali e i gestori.

Il secondo pilastro punta sull’housing sociale, con 3,6 miliardi gestiti da Invimit, la società del ministero dell’Economia. Gli alloggi saranno destinati a studenti e persone a basso reddito che non hanno diritto all’edilizia popolare: quella fascia grigia, sempre più ampia, che guadagna troppo per la casa popolare e troppo poco per il mercato libero. Potranno partecipare anche enti locali, che metteranno a disposizione immobili pubblici inutilizzati in cambio di quote di un fondo privato.

Il terzo pilastro, quello più innovativo, punta ad attrarre capitali privati su larga scala. I grandi investimenti, superiori al miliardo di euro, potranno accedere a un pacchetto di semplificazioni: costi di bonifica a scomputo degli oneri di urbanizzazione, conferenze di servizi semplificate con termine di 30 giorni, incrementi volumetrici fino al 35%, possibilità di inserire cubature non residenziali come alberghi o edifici commerciali. Il vincolo è che il 70% degli immobili realizzati debba essere destinato all’edilizia convenzionata, con prezzi di vendita o locazione scontati di almeno il 33% rispetto al mercato.

Le novità della conversione

Rispetto al testo originario, il passaggio parlamentare ha introdotto alcune modifiche rilevanti. La più significativa è la nascita del Patrimonio casa, un fondo chiuso gestito da Cassa Depositi e Prestiti autorizzato durante la conversione da un emendamento dei relatori: CDP potrà costituire un patrimonio destinato per sostenere iniziative di edilizia sociale o convenzionata attraverso recupero, riqualificazione energetica e rigenerazione urbana. Mubadala, il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti, è tra i soggetti internazionali che hanno già manifestato interesse, con le zone target individuate a Milano, Roma, Genova, Firenze, Bologna e Napoli. Tra i soggetti istituzionali coinvolti figurano anche Poste Vita, le Casse previdenziali, Enasarco ed Enpam.

È saltata invece, già prima dell’approvazione definitiva, la corsia preferenziale per capitali esteri prevista nella versione originaria. I Comuni sono stati inseriti come assegnatari diretti dei fondi ERP. Salta anche, per ora, il veicolo finanziario Rosco destinato a incamerare 1,2 miliardi di risorse PNRR: quelle risorse non sono ancora impegnabili senza il via libera di Bruxelles alla revisione del Piano, e il Governo ha preferito rimandarne l’attivazione a un provvedimento successivo.

I nodi ancora aperti

Malgrado la soddisfazione del governo, le critiche non sono mancate. Il fronte delle risorse è quello più contestato: i sindacati degli inquilini Sunia, Sicet, Uniat e Unione Inquilini hanno calcolato che i 970 milioni stanziati in cinque anni sono insufficienti per recuperare i 60 mila alloggi pubblici inagibili, che sarebbero in realtà oltre 100 mila, a fronte di circa 350 mila famiglie in lista d’attesa. L’ANCI aveva stimato un fabbisogno di 1,2 miliardi solo per la messa in sicurezza degli alloggi esistenti.

Il nodo della sostenibilità per i privati è altrettanto irrisolto. Il vincolo del 70% a prezzi calmierati è considerato dall’ANCE eccessivamente oneroso, soprattutto nelle province più piccole dove i margini di mercato non giustificano l’investimento. La confederazione ha elaborato proiezioni che mostrano come un’operazione tipo da 125 alloggi, con 37 a libero mercato e il resto a canone calmierato, risulti redditizia solo a Milano. Per sbloccare i capitali privati in tutto il territorio nazionale, il settore chiede leve fiscali aggiuntive, a partire dalla piena detraibilità dell’IVA per chi svolge attività di locazione residenziale.

Infine, l’attuazione non sarà semplice: secondo le stime, per mettere in moto il Piano serviranno 22 passaggi tra DPCM, decreti ministeriali, nomine di commissari, ordinanze e convenzioni. Un’architettura amministrativa complessa che dovrà dimostrare sul campo di riuscire a trasformare gli stanziamenti in cantieri e i cantieri in alloggi.

Il dopo Giubileo, De Sanctis: “Finita l’onda del PNRR, Roma rischia il deserto senza un piano ordinario”

Svolta storica per l’Associazione dei Costruttori Edili di Roma e Provincia: per la prima volta in ottant’anni di storia, la guida di ANCE ROMA – ACER passa a una donna. Francesca De Sanctis raccoglie un’eredità complessa in un momento di profonda transizione per il tessuto economico capitolino, stretto tra la chiusura dei grandi cantieri giubilari e le riforme normative nazionali. La neopresidente traccia la rotta strategica per il quadriennio 2026-2030, analizzando i nodi critici che pesano sulla filiera e le risposte strutturali necessarie per non spegnere i motori della Capitale.

Presidente De Sanctis, per la prima volta in ottant’anni la guida di ANCE ROMA – ACER passa a una donna. Quanto pesa questa consapevolezza e in che modo intende trasformare questo primato in azioni concrete per le imprese che rappresenta?

È un motivo di profonda emozione e orgoglio, ma soprattutto una responsabilità operativa che prescinde dal genere. Essere la prima donna alla guida di questa storica Associazione dimostra che i tempi sono maturi affinché le competenze e il merito scardinino vecchi stereotipi culturali in un settore storicamente maschile. La mia intenzione è trasformare questo primato in un metodo di lavoro inclusivo e dinamico. Lavoreremo per consolidare la filiera valorizzando la cultura d’impresa, promuovendo la formazione delle competenze e accelerando sull’innovazione digitale e tecnologica. ANCE ROMA – ACER continuerà a essere un interlocutore istituzionale autorevole, pragmatico e capace di fare sintesi tra le esigenze delle grandi imprese strutturate e la tutela delle moltissime piccole e medie realtà del nostro territorio.

La coda del binomio PNRR-Giubileo può reggere ancora per un anno, forse due. Lei stessa ha dichiarato che i prossimi quattro anni saranno più difficili dei precedenti. Come si governa questa transizione senza che le imprese romane – spesso piccole e medie – si ritrovino improvvisamente senza lavoro?

Il vero successo dell’esperienza del PNRR e delle opere per il Giubileo non risiede solo nei metri cubi di calcestruzzo gettati o nelle infrastrutture realizzate, ma nel metodo di lavoro che abbiamo faticosamente costruito: un modello fondato sul dialogo costante tra stazioni appaltanti e costruttori, sulla trasparenza e sull’orientamento rigoroso al risultato. Questa efficienza non deve andare dispersa. La transizione si governa pianificando il “dopo”. Finita la spinta dei fondi straordinari, Roma rischia il deserto se non attiviamo immediatamente una programmazione ordinaria di lungo periodo. Dobbiamo convertire la capacità realizzativa dimostrata in questi mesi nella manutenzione strutturale del territorio, nell’ammodernamento delle reti e nella rigenerazione dei quartieri periferici, garantendo canali di finanziamento certi che consentano al nostro tessuto di PMI di non subire contraccolpi occupazionali ed economici.

Sul fronte degli appalti pubblici, il nodo del caro materiali non è ancora sciolto. La crisi geopolitica nello Stretto di Hormuz ha riacceso gli allarmi su acciaio, bitume e materie prime, proprio mentre la Legge di Bilancio 2026 ha reso strutturale – ma non retroattiva in senso pieno – la revisione dei prezzi per i vecchi contratti. Quella norma è sufficiente o le imprese continuano a essere esposte a rischi che i prezzari aggiornati non coprono davvero?

La stabilizzazione normativa della revisione dei prezzi è stato un passo in avanti indispensabile che l’ANCE chiedeva da tempo, ma la mancata retroattività totale lascia scoperti molti contratti stipulati nella fase più acuta dei rincari. I mercati internazionali risentono pesantemente delle tensioni geopolitiche globali, rendendo i costi delle materie prime imprevedibili e volatili. I prezzari regionali aggiornati mitigano l’impatto ma spesso non tengono il passo con le fiammate speculative in tempo reale su materiali critici come l’acciaio o i derivati del bitume. Le imprese continuano a operare con margini di rischio troppo elevati. Serve un meccanismo di adeguamento automatico e tempestivo; serve soprattutto una nuova gestione del rapporto contrattuale ispirata ad una logica manutentiva. Il nuovo codice, ed è una delle novità più importanti, in presenza di vicende straordinarie incidenti sull’equilibrio contrattuale, impone di adottare misure di manutenzione tali da mantenere in vita il contratto attraverso la rinegoziazione delle condizioni contrattuali. È necessaria una presa di coscienza in tal senso della pubblica amministrazione, altrimenti il rischio è il blocco o il rallentamento dei cantieri per insostenibilità economica delle commesse.

Il disegno di legge costituzionale su Roma Capitale ha avuto il primo via libera alla Camera il 29 aprile scorso ed è ora all’esame del Senato. La riforma attribuisce alla città poteri legislativi su undici materie chiave, tra cui governo del territorio e trasporti. Cosa si aspetta concretamente ACER da questa riforma e quali rischi vede se la legge ordinaria sulle risorse arriverà in ritardo rispetto al testo costituzionale?

Roma non è un comune qualsiasi ma una metropoli internazionale che deve poter competere alla pari con le grandi capitali europee. L’attribuzione di poteri legislativi su urbanistica e trasporti è lo strumento necessario per superare la paralisi amministrativa. Tuttavia una riforma a costo zero sarebbe un guscio vuoto inutile. Il rischio reale è il disallineamento temporale: se il disegno costituzionale procede ma la legge ordinaria che deve stanziare le risorse finanziarie e definire il trasferimento del personale subisce ritardi, rischiamo il caos burocratico. Secondo noi serve una legge speciale per Roma che metta insieme poteri, semplificazione e soprattutto flussi di cassa adeguati e continui. Senza fondi proporzionati alle nuove funzioni, la riforma rimarrà una dichiarazione d’intenti sulla carta.

Il nuovo Codice degli Appalti è in vigore da oltre due anni, ma le imprese segnalano ancora interpretazioni difformi tra le stazioni appaltanti, qualificazioni incerte e tempi di aggiudicazione lunghi. Qual è la criticità che pesa di più sui cantieri romani oggi: regole scritte male o stazioni appaltanti impreparate ad applicarle?

Il problema attuale risiede principalmente nella asimmetria applicativa e nella scarsa qualificazione di molte stazioni appaltanti. Il Codice introduce principi condivisibili, come quello del “risultato” e della “fiducia”, ma la macchina burocratica sconta decenni di approccio difensivo e una cronica carenza di personale tecnico qualificato. A Roma assistiamo a interpretazioni della stessa norma del tutto difformi tra un dipartimento e l’altro o tra diverse amministrazioni. Questo genera profonda incertezza giuridica per le imprese. Più che riscrivere continuamente le regole, oggi è prioritario investire in modo massiccio nella formazione dei funzionari pubblici, digitalizzare integralmente le procedure e supportare le amministrazioni più piccole nei processi di qualificazione.

La rigenerazione urbana è da anni il grande cantiere che non parte a causa di burocrazia, varianti e frammentazione della proprietà. Quali sono i tre ostacoli concreti che bloccano i progetti a Roma e cosa propone ACER per sbloccarli prima delle scadenze elettorali comunali del 2027?

I tre blocchi storici di Roma sono: una disciplina urbanistica locale vecchia e stratificata, l’eccessiva lentezza nel rilascio dei pareri da parte degli enti di tutela come le Soprintendenze, e la totale assenza di incentivi fiscali e volumetrici stabili per chi interviene sull’esistente. Per sbloccare la situazione prima del 2027, la nostra proposta è pragmatica: in primo luogo, serve un aggiornamento radicale del Piano Regolatore Generale per introdurre una reale flessibilità d’uso degli immobili. In seconda battuta proponiamo la creazione di “Zone di Edilizia Speciale” sul modello delle Zes (Zona Economica Speciale, ndr), con iter autorizzativi dimezzati. Ultimo ma non per importanza è necessario istituire un tavolo permanente di coordinamento tra Comune e Soprintendenze per definire linee guida certe sul recupero del patrimonio edilizio consolidato, eliminando la discrezionalità caso per caso che terrorizza gli investitori.

Sul Piano Casa lei ha precisato che non vorrebbe vedere gli interventi appannaggio esclusivo di fondi speculativi esteri. Quali garanzie servono affinché le piccole e medie imprese residenziali del territorio abbiano accesso reale ai programmi di housing sociale senza essere escluse da deroghe straordinarie?

I grandi fondi di investimento internazionali sono importanti per attrarre capitali sulla Capitale, ma non possono essere gli unici attori del mercato, altrimenti si rischia la finanziarizzazione selvaggia del territorio e l’espulsione delle realtà produttive locali. Per garantire l’accesso reale delle nostre imprese ai programmi di housing sociale servono bandi di gara strutturati in lotti dimensionali accessibili e criteri di valutazione che valorizzino il radicamento territoriale, l’affidabilità storica e la sostenibilità sociale dell’intervento, non solo lo sconto economico. Lo sviluppo della città deve basarsi su un modello economico equilibrato, dove il capitale finanziario dialoga e collabora con la capacità costruttiva e manifatturiera locale.

L’emergenza abitativa colpisce duramente la cosiddetta “fascia grigia”, ovvero chi ha un reddito troppo alto per l’edilizia pubblica ma troppo basso per il mercato libero. Quanto è grande questo bacino a Roma e quale modello europeo propone per lo sviluppo del partenariato pubblico-privato?

A Roma la fascia grigia rappresenta un bacino enorme e in costante crescita: parliamo di decine di migliaia di famiglie, giovani professionisti, lavoratori precari e monoreddito. La risposta non può essere la logica dell’emergenza permanente. Dobbiamo guardare a modelli europei consolidati, come quello francese o viennese, dove il partenariato pubblico-privato è strutturale. Proponiamo che il pubblico metta a disposizione aree svincolate, immobili da recuperare o diritti edificatori a costo calmierato, e che i privati realizzino gli interventi garantendo affitti sostenibili a lungo termine. Il privato investe con redditività contenuta ma sicura nel tempo, e la città risponde a un’esigenza sociale primaria senza gravare interamente sulle casse pubbliche.

Tra meno di un anno si voterà per il rinnovo del Campidoglio. ACER si propone come punto di riferimento propositivo. Qual è la prima cosa che dirà al prossimo sindaco di Roma il giorno dopo la sua elezione?

Prima ancora che con il prossimo Sindaco, parleremo con i candidati Sindaco. Vogliamo confrontarci con loro e lanciare un “Laboratorio Roma 2030”, in cui convogliare le nostre idee per il prossimo quadriennio: la città ha bisogno di visione di lungo periodo. Il tempo delle ordinanze straordinarie e della narrazione dell’emergenza è scaduto. Per governare e cambiare il volto di Roma serve il coraggio della normalità, della pianificazione ordinaria e della continuità amministrativa. Le imprese edili romane sono pronte a fare la loro parte con responsabilità e professionalità, ma chiedono un’amministrazione efficiente, decisionista e capace di garantire certezze sui tempi e sulle regole. Il futuro di Roma si costruisce insieme, valorizzando il lavoro, l’infrastrutturazione moderna e lo sviluppo sostenibile del territorio. Noi ci siamo, con le nostre idee e i nostri progetti.

Periferie al centro. Battilocchio: “Il Piano Casa è la direzione giusta, ora serve continuità”

Il Piano Casa ha superato il voto di fiducia alla Camera e si avvia al Senato con una scadenza stretta: la conversione deve avvenire entro il 6 luglio. Mentre il PNRR si chiude formalmente il 30 giugno con cantieri ancora in ritardo, e la Giornata nazionale delle periferieviene celebrata con oltre 300 eventi in tutta Italia, abbiamo incontrato l’onorevole Alessandro Battilocchio, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle periferie e primo firmatario della legge 170/2024 che ha istituito la ricorrenza. Un bilancio che incrocia risorse, burocrazia, patrimonio ERP e il nodo irrisolto di una legge urbanistica ferma al 1942.

Il Piano Casa ha appena superato il primo passaggio alla Camera con il voto di fiducia, e tra pochi giorni arriverà al Senato da convertire entro il 6 luglio. Nel percorso parlamentare il testo ha subito alcune correzioni significative: è saltata la corsia preferenziale per i capitali esteri, i Comuni entrano come assegnatari diretti dei fondi ERP, ed è stato nominato il commissario straordinario Felice Squitieri. Dal suo osservatorio in commissione, quali sono i nodi che rischiano di frenarne l’attuazione concreta una volta che la legge sarà definitiva?

Il Piano Casa appena approvato dalla Camera rappresenta un’importante risposta a un’esigenza diffusa: erano decenni che non si interveniva in materia in maniera organica e articolata. La crisi abitativa, alimentata da canoni di locazione elevati, carenza di alloggi pubblici disponibili e scarso ricorso all’edilizia convenzionata, necessita risposte urgenti e coordinate su più fronti. L’obiettivo del Piano Casa è quello di rendere disponibili, complessivamente, circa 100 mila alloggi in dieci anni, mettendo a disposizione degli interventi oltre 10 miliardi di euro di risorse pubbliche. Ma sarà basilare anche un percorso di razionalizzazione dei meccanismi di gestione dell’edilizia residenziale pubblica e, più in generale, una semplificazione delle procedure perché la burocrazia molto spesso è ostativa rispetto a un’azione celere ed efficace.

Il programma straordinario per l’ERP prevede 970 milioni tra il 2026 e il 2030, gestiti da Invitalia. Ma le stime del settore indicano un patrimonio degradato molto più ampio dei 60.000 alloggi non assegnabili censiti dal decreto. Queste risorse sono proporzionate al problema, o si rischia un intervento selettivo che lascia fuori le situazioni più critiche?

È un programma di intervento oggettivamente poderoso, dopo tanto tempo. Come recita l’art. 1, questo provvedimento si pone obiettivi ambiziosi: un “piano di azione straordinario, che si propone di incrementare l’offerta di alloggi sostenibili, attraverso interventi che vanno dal recupero di edifici pubblici inutilizzati o improduttivi, fino a veri e propri programmi di rigenerazione urbana e sostituzione edilizia, puntando su soluzioni innovative e rispettose dell’ambiente, nel pieno rispetto del principio del contenimento del consumo di suolo”. Credo che le risorse destinate siano cospicue ma la sfida di questo provvedimento è anche quella di promuovere un cambio di passo complessivo: va data continuità agli interventi attraverso una programmazione pluriennale. La strada è molto lunga ma la direzione è quella giusta.

Il PNRR si chiude formalmente il 30 giugno, ma la Corte dei Conti ha già confermato che le opere pubbliche avanzano senza recuperare i ritardi accumulati. Sulle misure a scadenza tassativa, lo stato di avanzamento finanziario medio si fermava al 49% a fine febbraio. Per la rigenerazione urbana i tagli agli enti territoriali hanno superato i 4,5 miliardi. Il problema è la scarsità di fondi o l’incapacità strutturale di spenderli? E chi dovrebbe colmare questo gap nella fase post-PNRR?

Il PNRR rappresenta una prova che il nostro Paese sta superando: un test per tutto il “sistema Italia”, in particolare per le strutture amministrative, che hanno gestito progettualità e risorse, con timing definiti, come mai visto in precedenza nella nostra storia. Con la Commissione Periferie abbiamo visitato tutte le 14 Città metropolitane italiane: in tutte e 14 è in corso un’azione enorme di riqualificazione e rinascita delle periferie, grazie ai fondi PNRR, e non solo. Ci sono i progetti del Fondo complementare nazionale, i programmi PINQUA, PON Metro, fondi regionali e locali. Qualcosa di non paragonabile con nessuna delle fasi precedenti. Ma per il vero cambiamento sarà indispensabile coinvolgere attivamente le comunità locali che devono sentirsi protagoniste della trasformazione in corso.

La Commissione periferie ha prodotto analisi e raccomandazioni nel corso di questa legislatura. Quante si sono tradotte in provvedimenti concreti? Esiste un meccanismo di verifica e seguito legislativo, o il lavoro parlamentare su questi temi fatica a lasciare traccia nell’ordinamento?

La Commissione d’inchiesta sulle periferie ha il compito di “fotografare” lo stato delle aree periferiche del nostro Paese e di predisporre, sulla base di questa analisi, una relazione finale che contenga dati, informazioni e linee guida per i conseguenti e successivi atti del legislatore. Stiamo portando avanti quest’azione seguendo un triplice schema. Innanzitutto l’approfondimento, attraverso le audizioni: abbiamo avuto finora 103 audizioni. Undici ministri in carica (credo sia un record per una Commissione parlamentare), sindaci, prefetti e questori delle 14 città metropolitane ma poi, ad esempio, CEI, ISTAT, CENSIS, ANCI, INU, INArch, Federcasa, vertici delle Forze dell’Ordine e decine di associazioni, fondazioni, rappresentanti del terzo settore. Il secondo aspetto è la proposta: molte nostre idee sono diventate, già in corso di legislatura, leggi dello Stato, tra cui l’istituzione della Giornata nazionale delle periferie, che ricorre proprio oggi, 24 giugno, grazie alla legge 170/2024. Ma abbiamo fatto approvare altre norme e ci siamo anche inseriti in molti altri atti, con spunti focalizzati sul tema periferie. Terzo aspetto, non meno importante, la presenza sui territori, in aree per tanto, troppo tempo tralasciate dall’azione e dall’attenzione delle istituzioni: ben 41 missioni esterne, su tutto il territorio nazionale, da nord a sud. Un grande lavoro quindi che concluderemo nel 2027 con una relazione finale che rappresenterà un’analisi sui risultati di questa fase così intensa e, al contempo, la cornice per i futuri interventi pubblici in materia.

Il Piano Casa interviene anche sull’edilizia popolare degli anni Cinquanta e Settanta, energeticamente obsoleta e spesso priva di accessibilità. Senza una leva fiscale strutturale analoga al Superbonus, che non c’è più, come si accelera concretamente su quel patrimonio? Il bonus volumetrico previsto dal decreto è uno strumento sufficiente, o serve altro?

Il bonus volumetrico rappresenta una misura importante. Ne valuteremo la concreta attuazione. Il cosiddetto “primo pilastro” del decreto verte proprio su questo aspetto, promuovendo, con diverse misure specifiche, un programma straordinario di interventi per il recupero e la manutenzione del patrimonio attuale di edilizia residenziale pubblica e sovvenzionata, prevedendo il recupero di circa 60 mila alloggi popolari che richiedono interventi di ristrutturazione. Per l’attuazione di tali interventi è previsto un pacchetto di semplificazioni e la nomina di un Commissario straordinario a cui è devoluto il compito di attuare il piano di recupero e manutenzione. Sarà attuato altresì un programma di riscatto di immobili ERP da parte degli assegnatari e la realizzazione di nuove case popolari per la locazione a lunga durata con facoltà di riscatto. Quando, con la Commissione periferie, visitiamo alcuni territori, non possiamo che prendere atto degli errori del passato: un filo rosso che, purtroppo, unisce nord e sud, dal “serpentone” di Corviale alle Vele di Scampia, dalle “Lavatrici” di Genova allo ZEN di Palermo. Venivano chiamate “utopie urbanistiche” ma spesso si sono trasformate in veri e propri incubi per i cittadini residenti. Ora è in corso una stagione nuova di recupero e rilancio e anche il Piano Casa si inserisce come elemento fondamentale in questo ambito.

Molti comuni della prima cintura delle grandi città, cresciuti senza pianificazione, cadono in un vuoto normativo: troppo grandi per i fondi ai piccoli comuni, troppo piccoli per rientrare nelle politiche metropolitane. La Commissione ha affrontato questo tema, e con quali proposte?

La mia Commissione è composta nella sua quasi totalità da ex amministratori comunali: abbiamo incontrato i sindaci delle città che hanno condiviso con noi le difficoltà che sovente si riscontrano sulla base delle odierne normative. Una legge sul governo del territorio è necessaria, aggiornando strumenti normativi che appartengono ad epoche precedenti. Indicheremo questi aspetti nella relazione finale.

Il presidente dell’Ordine degli Architetti ha dichiarato a PPN ADI che il Piano Casa richiede una revisione completa della legge urbanistica. Condivide questa lettura? E qual è la posizione della Commissione sul rapporto tra Piano Casa e riforma strutturale dell’urbanistica?

Le normative vanno aggiornate sulla base dei cambiamenti oggettivamente in corso. Se pensiamo che la legge 1150 è datata 17 agosto 1942… Da allora molte regole e provvedimenti, spesso anche contraddittori, tra le varie Regioni. Sicuramente è necessaria una sintesi e una revisione complessiva, anche sulla base delle nuove linee guida comunitarie e non solo.

Barcellona, Vienna, Lione hanno prodotto modelli di riqualificazione periferica replicati in tutta Europa. Esiste un caso che ritiene trasferibile al contesto italiano, e cosa lo impedisce: risorse, governance o cultura amministrativa?

La situazione italiana è peculiare e quindi ritengo difficilmente replicabile un singolo modello. Ma alcuni fenomeni, in particolare legati ai temi della sicurezza e dell’inclusione, possono avere risposte comuni, anche sulla base delle esperienze delle altre città.

Oggi, come ha ricordato, si celebra la seconda edizione della Giornata nazionale delle periferie urbane, istituita con la legge 170/2024 di cui lei è il primo firmatario. Quest’anno la giornata si inserisce in una Settimana delle Periferie con oltre 300 eventi da Nord a Sud. A un anno dalla prima celebrazione, cosa è cambiato concretamente nelle politiche per le aree marginali, e cosa manca ancora perché la giornata non resti un segnale simbolico ma diventi uno strumento di pressione istituzionale reale?

Le periferie sono sempre più al centro: del dibattito, dell’attenzione, dell’azione. Il 24 giugno è la data scelta dal Parlamento non a caso: il 24 giugno 2014 veniva uccisa, dopo mesi di violenze, la piccola Fortuna Loffredo, a Parco Verde. Quell’episodio tragico aprì lo sguardo su uno scenario di degrado e abusi. Ma l’obiettivo della legge 170/2024 è quello, partendo dal ricordare un fatto drammatico, di aprire una riflessione sulle tante problematiche e criticità ancora irrisolte ma anche di valorizzare i tantissimi messaggi di speranza e positività che abbondano sul territorio, da nord a sud. Storie bellissime di rinascita, impegno sociale, partecipazione ed eccellenze che vedono le periferie del nostro Paese protagoniste. Oltre 300 appuntamenti quest’anno promossi da Comuni, Fondazioni, scuole, associazioni, parrocchie: una bellissima occasione di confronto per analizzare i risultati di un’azione poderosa ma anche per progettare nuovi traguardi e obiettivi. Avendo ben chiaro che, come amava dire Papa Francesco rivolto in particolare alla politica: bisogna occuparsi sempre di più delle periferie, perché sono l’inizio e non la fine delle nostre città.

Approvato il decreto infrastrutture: intercity, TAV, sicurezza energetica e PNRR

Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge recante “disposizioni urgenti per interventi infrastrutturali e per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza”. Il provvedimento, promosso congiuntamente da un ampio fronte di ministeri, dal MIT di Matteo Salvini al MEF di Giancarlo Giorgetti, fino ai dicasteri di Foti, Calderone, Lollobrigida, Mazzi, Pichetto Fratin e Urso, tocca un ventaglio ampio di materie: ferrovie, espropri, sicurezza energetica, nucleare, PNRR e intelligenza artificiale nelle scuole.

Intercity e proroga degli espropri

Sul fronte ferroviario, il decreto fissa al 31 dicembre 2026 il termine entro il quale il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti dovrà avviare le procedure competitive per l’affidamento dei contratti di servizio pubblico relativi ai treni intercity. I contratti potranno essere suddivisi in uno o più lotti, secondo i criteri stabiliti dall’Autorità di regolazione dei trasporti. Vengono inoltre prorogate di due anni le scadenze per l’adozione dei decreti di esproprio legati al completamento del collegamento intermodale Roma-Latina (dal 3 agosto 2026 al 3 agosto 2028) e del collegamento autostradale Cisterna-Valmontone, spostato al 10 dicembre 2028. Si tratta di procedure necessarie per garantire l’avanzamento dei lavori nelle aree adiacenti alle infrastrutture esistenti, incluso il raddoppio della tratta Campoleone-Aprilia sulla linea Roma-Nettuno.

I 50 milioni per le opere compensative TAV

Per la realizzazione delle opere compensative connesse al nuovo collegamento ferroviario Torino-Lione, il decreto autorizza una spesa complessiva di 50 milioni di euro. Si tratta di interventi distribuiti nei comuni attraversati dal cantiere, pensati per garantire equilibrio territoriale e mitigare l’impatto delle grandi opere sulla popolazione locale. Il finanziamento era atteso da tempo dagli enti locali coinvolti nel progetto.

Commissario straordinario per i rigassificatori

In materia di sicurezza energetica, il provvedimento prevede la nomina entro 30 giorni dall’entrata in vigore di un Commissario straordinario di Governo per gli impianti strategici che continuano a operare ai sensi dell’articolo 9, comma 5, del decreto-legge n. 32 del 2026. Il riferimento è in particolare agli impianti di rigassificazione di gas naturale liquefatto con autorizzazioni in scadenza entro il 31 dicembre 2026 e già prorogati dal precedente provvedimento. Il commissario avrà la facoltà di avvalersi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e di ogni altra amministrazione competente, senza nuovi oneri per la finanza pubblica e senza ricevere compensi o rimborsi. Dalla data di nomina, subentrerà senza soluzione di continuità in tutti i procedimenti amministrativi già avviati sugli impianti interessati, che confluiranno in un procedimento unico da concludersi entro 200 giorni.

Sogin per il reattore Galilei della Marina Militare

Il decreto affida a Sogin S.p.a. le attività di trattamento, condizionamento e smaltimento dei rifiuti radioattivi derivanti dalla disattivazione del reattore nucleare “RTS-1 G. Galilei” della Marina Militare. Lo svolgimento delle attività sarà autorizzato dal Ministero della Difesa, sentito il Ministero dell’Ambiente, sulla base di un piano operativo presentato da Sogin comprensivo di cronoprogramma e quadro di spesa.

PNRR, contabilità pubblica e intelligenza artificiale

Il secondo blocco del decreto è dedicato all’attuazione del PNRR. Viene disciplinata la transizione al sistema unico di contabilità economico-patrimoniale delle pubbliche amministrazioni con le amministrazioni della fase pilota chiamate ad adottare il nuovo quadro entro l’esercizio finanziario 2030, mentre la fase di sperimentazione prenderà avvio già dal 2026. Dal 1° gennaio 2027, l’Istat produrrà con cadenza trimestrale le stime sul saldo delle amministrazioni pubbliche disaggregate per sottosettore.

Il decreto stanzia anche fino a 100 milioni di euro a valere sul Programma Nazionale “PN Scuola 2021-2027” per misure di alfabetizzazione e formazione sull’intelligenza artificiale nelle scuole. Viene inoltre prorogato al 31 agosto 2026 il termine per accedere al Fondo rotativo imprese per la riqualificazione energetica e digitale delle strutture ricettive, e slittato dal 1° luglio al 1° ottobre 2026 l’entrata in vigore della tassa sui mini-pacchi provenienti da Paesi extra-UE.

Il quadro normativo

Il provvedimento si inserisce in una sequenza legislativa avviata con il decreto infrastrutture di maggio, convertito in legge dalla Camera con 160 voti favorevoli. Quel testo aveva ridisegnato la governance delle opere ferroviarie con un accentramento in capo a RFI e attribuito all’amministratore delegato di ANAS, Claudio Andrea Gemme, i poteri dei commissari sblocca cantieri per una serie di interventi strategici, tra cui la messa in sicurezza del Gran Sasso, la linea C della metro di Roma e le infrastrutture connesse agli Europei di calcio 2032.

Una misura rinviata

Non è invece confluita nel testo definitivo la norma che prevedeva il trasferimento di circa 1,2 miliardi di euro di risorse PNRR a Cassa Depositi e Prestiti per il finanziamento dell’edilizia residenziale pubblica. La misura, anticipata nelle settimane scorse dal Ministero delle infrastrutture, è stata stralciata prima dell’approdo in Consiglio dei ministri e sarà oggetto di un provvedimento separato.

Piano casa, in arrivo il miliardo del PNRR per CDP e nuove regole per la vendita degli immobili

Il decreto legge sul Piano casa arriva in Aula alla Camera, dove il governo porrà la questione di fiducia. Il voto finale è atteso lunedì, prima del passaggio al Senato. I tempi sono stretti perché il provvedimento deve essere convertito entro il 6 luglio. Nelle ultime ore la commissione Ambiente ha chiuso l’esame degli emendamenti, circa 620 quelli presentati, di cui solo una parte è arrivata al voto grazie a una corsia preferenziale riservata a quelli dei relatori Elisa Montemagni, Dario Iaia ed Erica Mazzetti.

Il nuovo strumento finanziario di Cassa Depositi e Prestiti

La novità più rilevante riguarda la nascita di un veicolo finanziario gestito da Cassa Depositi e Prestiti. Un emendamento dei relatori autorizza la Cassa a costituire un patrimonio destinato chiamato Patrimonio casa, per sostenere iniziative di edilizia sociale o convenzionata attraverso recupero, riqualificazione energetica e rigenerazione urbana abitativa. Il Ministero delle infrastrutture trasferirà a CDP 5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2026 e 2027 per avviare lo strumento, ma la posta più consistente riguarda la prospettiva di un miliardo e 200 milioni dal PNRR Si tratta di risorse originariamente destinate a una Rolling stock company pubblica per l’acquisto e il noleggio di treni, progetto poi accantonato anche per le preoccupazioni dei sindacati. Il trasferimento resta condizionato al via libera della Commissione europea sulla rimodulazione del PNRR, ancora in corso. Le somme confluiranno sul Fondo nazionale dell’abitare gestito da Cdp Real Asset Sgr, già operativo, che potrà contare anche sulla garanzia di InvestEu in qualità di Member State compartment.

La cessione degli immobili pubblici e il ruolo del Demanio

Il decreto interviene anche sulla valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico. Un emendamento dei relatori rafforza il ruolo dell’Agenzia del Demanio nelle procedure di vendita, estendendo agli immobili di Regioni, Comuni e altri enti pubblici lo stesso meccanismo già previsto per i beni statali inutilizzati, con la possibilità di cessione a trattativa privata. L’obiettivo è facilitare il recupero di immobili pubblici da destinare a edilizia sociale e rigenerazione urbana, applicando le semplificazioni già previste dal Piano casa, tra cui un incremento fino al 20% della volumetria e il ricorso alla segnalazione certificata di inizio attività al posto del permesso di costruire. La logica è trasformare ex scuole, caserme e uffici comunali non più utilizzati in alloggi sociali senza passare ogni volta attraverso le procedure ordinarie, spesso più lunghe.

Manutenzioni straordinarie per 61mila case popolari

Il provvedimento punta anche sul recupero del patrimonio di edilizia residenziale pubblica già esistente. Secondo i dati più aggiornati di Federcasa, la sigla che riunisce gli 85 enti che gestiscono le case popolari in Italia, gli alloggi inagibili sono 61.300 su un patrimonio complessivo di circa 800mila abitazioni che ospitano oltre due milioni di persone. La Lombardia è la regione con il numero più alto, 17.352, seguita dal Veneto con oltre 6mila e dall’Emilia Romagna con più di 5mila. Per rimettere in pista questi alloggi il Ministero delle infrastrutture avvia un programma da 970 milioni di euro tra il 2026 e il 2030, con Invitalia come soggetto attuatore. Altre risorse, per quasi 5 miliardi fino al 2034, arriveranno dal Fondo sociale per il clima e dal Fondo per la rigenerazione urbana nato con la legge di bilancio del 2020.

Il calendario parlamentare

Sul fronte politico il governo ha scelto di blindare il testo puntando sulla fiducia per evitare ulteriori rallentamenti, dopo settimane di lavoro in commissione segnate anche da un appello al ritiro per alcuni emendamenti bipartisan, poi accantonati, che chiedevano di riservare almeno il 25% degli alloggi agli over 65. Ottenuta la fiducia alla Camera, il testo passerà al Senato, dove i margini di intervento saranno limitati dai tempi di conversione.

Poteri speciali a Roma, Gualtieri e Morassut tentano di riaprire il dialogo sulla riforma

La riforma che dovrebbe attribuire a Roma Capitale poteri legislativi su undici materie, dai trasporti alla polizia amministrativa, dal commercio al governo del territorio, ha superato un primo passaggio parlamentare il 29 aprile scorso, quando la Camera ha approvato in prima deliberazione il disegno di legge costituzionale di modifica dell’articolo 114 della Costituzione con 159 voti favorevoli, 33 contrari e 55 astensioni, tra cui quella del Partito democratico. Il testo è stato poi trasmesso al Senato e assegnato alla prima commissione Affari costituzionali, dove però l’esame non è ancora iniziato.

Da allora la riforma è di fatto bloccata. L’astensione del PD, decisa in seguito alla frattura interna al campo largo tra Alleanza Verdi Sinistra e Movimento 5 Stelle, contrari al provvedimento, e Italia Viva, che invece si era astenuta come i democratici, ha provocato la reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha fatto sapere di non vedere più margini per proseguire con un testo che, senza una maggioranza dei due terzi, rischia di restare lettera morta. Da Palazzo Chigi è arrivata di conseguenza la sospensione del tavolo tecnico attivo da febbraio sulla legge ordinaria complementare alla riforma costituzionale, quella che dovrebbe definire nel concreto poteri, competenze e risorse della Capitale.

Il nodo delle risorse e l’appello dei costruttori

A oltre una settimana dal voto, nessuna mediazione si era ancora registrata, né era stata fissata una data per la seconda lettura al Senato. Sul rischio concreto che il provvedimento scivoli fuori dall’agenda parlamentare con l’approssimarsi delle elezioni comunali del 2027 era intervenuto anche Antonio Ciucci, all’epoca presidente di ANCE Roma-Acer, che aveva definito la sfida della riforma “non più rinviabile” per consentire a Roma di competere con le altre grandi capitali europee, sollecitando un approccio sovrapartitico alla questione delle risorse.

Il tentativo di sbloccare lo stallo

È in questo contesto che si è svolto in Campidoglio il convegno promosso dalla Fondazione Giacomo Matteotti in occasione del numero monografico della rivista Limes dedicato al tema “Roma e l’Occidente nel mondo che cambia”. Il sindaco Roberto Gualtieri ha rilanciato la questione partendo dal cosiddetto metodo Giubileo, ribadendo che l’obiettivo della riforma non è trasformare Roma in un’entità separata dallo Stato, ma fare in modo che lo Stato si occupi concretamente della Capitale.

Più diretto il deputato dem Roberto Morassut, vicepresidente della Fondazione Matteotti e tra i principali artefici della riforma insieme al collega di Forza Italia Paolo Barelli, secondo cui il tema si è arenato proprio sulla questione dei finanziamenti. Morassut ha provato a smuovere la situazione rivolgendosi al centrodestra con una richiesta diretta, portare in commissione una legge ordinaria sui soldi che il PD si dichiara pronto a votare.

Al convegno sono intervenuti anche l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, nel suo ruolo di presidente dell’Isle, e il cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI e arcivescovo di Bologna, che ha auspicato che il metodo Giubileo possa contribuire a far collaborare le istituzioni e a superare le polarizzazioni politiche che finora hanno frenato l’iter della riforma.

Casa, Salvini: “A ore conto di avere nomina commissario piano”

Casa, Salvini: “A ore conto di avere nomina commissario piano” – Roma, 16 giugno 2026 – (PPN ADI) “Il piano casa lo abbiamo costruito a più mani, è in discussione in aula e conto a ore di avere la nomina del commissario che mi e ci aiuterà a recuperare 61mila appartamenti per l’edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati, con una spesa media di 20-25 mila euro”. Lo ha detto il ministro alle Infrastrutture e Trasporti, Matteo Salvini, in un videomessaggio inviato in occasione degli 80 anni dell’ANCE.

https://www.primapaginanews.it/adi-news/

Piano Casa, ANCE: “emergenza tale che risposta deve essere veloce”

Piano casa, ANCE: “emergenza tale che risposta deve essere veloce” – Roma 16 giugno 2026 – (PPN ADI) Per l’emergenza abitativa “l’emergenza è tale che le risposte devono essere veloci” in merito al Piano Casa. Lo ha detto la presidente uscente dell’ANCE, Federica Brancaccio, nella conferenza stampa per gli 80 anni dell’associazione.

“Abbiamo chiesto alla politica di fissare dei tempi – ha aggiunto -. Sui decreti attuativi non ci sono delle tempistiche”. Per l’ANCE i nodi riguardano sia le tempistiche che la governance, con la nomina dei commissari.

L’associazione stima che le risorse attivabili per partire nel 2027 siano quasi 1 miliardo di euro e che possano arrivare a circa 10 miliardi considerando i fondi nazionali ed europei della politica di coesione (3,3 miliardi), mentre alcune risorse potranno essere anticipate ricorrendo a un mutuo di un’istituzione finanziaria. Sul fronte delle quote previste per i nuovi interventi privati, con il 70% destinato all’edilizia convenzionata e il resto a prezzi di mercato, Brancaccio chiede flessibilità in base alle diverse aree del paese: con queste percentuali, l’acquisto e l’affitto diventerebbero accessibili per il 20% delle famiglie, ma gli interventi risulterebbero realizzabili e sostenibili per le imprese solo in alcune zone. “Siamo sicuri che questo Piano Casa partirà così com’è, ma che ci saranno degli adeguamenti in corso d’opera”, ha spiegato.

Sulla fase di gara, la presidente ANCE chiede inoltre di non saltare il passaggio della concorrenza: “noi ci teniamo che ci sia trasparenza nelle gare con tempistiche certe”.

https://www.primapaginanews.it/adi-news/

La Lombardia regola i Data Center

La Lombardia è la prima regione italiana a dotarsi di una legge sui data center. Il provvedimento (legge regionale 3 giugno 2026, n. 11, pubblicata sul Bollettino Ufficiale il 5 giugno e destinata a entrare in vigore il 20 giugno prossimo) disciplina la realizzazione, l’ampliamento e il monitoraggio di queste infrastrutture sul territorio regionale, colmando un vuoto normativo che aveva lasciato il settore privo di regole dedicate. I data center sono grandi impianti di elaborazione dati che alimentano servizi cloud, piattaforme di intelligenza artificiale, sistemi bancari e sanitari: strutture enormi dal punto di vista del consumo energetico e dell’impatto urbanistico, che in Italia non avevano mai avuto una definizione giuridica propria né un iter autorizzativo specifico. In assenza di norme, ogni comune decideva in autonomia, con tempi e criteri difformi. La Lombardia ha scelto di intervenire per prima perché è già oggi il principale polo nazionale del settore, e la pressione sul territorio era diventata insostenibile senza una cornice di regole condivise.

Un territorio che non poteva più aspettare

I numeri spiegano perché sia toccato alla Lombardia muoversi per prima. A fine 2024 sul territorio regionale erano attive 67 delle 168 strutture censite a livello nazionale, e circa il 63% delle richieste di nuovi insediamenti si concentra nella regione. Milano e il suo hinterland ospitano già oggi una quota rilevante della potenza di calcolo installata nel Paese, alimentando servizi cloud, intelligenza artificiale, sistema bancario e sanità digitale. Una presenza che si traduce in un fabbisogno energetico stimato attorno a 1,5 gigawatt solo per i progetti in pipeline, e in investimenti che valgono circa 11 dei 22 miliardi complessivamente attesi in Italia nei prossimi cinque anni.

Il problema non era l’abbondanza di richieste ma la mancanza di un quadro di riferimento. In assenza di norme dedicate, i tempi autorizzativi variavano in modo estremo: un anno in Lombardia, fino a quattro o cinque anni altrove, con esiti imprevedibili che dipendevano dall’interpretazione del singolo funzionario. Quella condizione aveva già orientato la quasi totalità degli investimenti verso il Nord, producendo una concentrazione geografica difficile da gestire senza strumenti normativi appropriati.

Cosa prevede la legge regionale n. 11

Il provvedimento, articolato in dieci articoli, interviene su tre piani distinti: la localizzazione degli impianti, la governance delle autorizzazioni e le condizioni ambientali ed energetiche. Sul primo punto, la legge stabilisce che i nuovi data center debbano essere localizzati preferibilmente in aree dismesse, degradate o sottoutilizzate, elevando la rigenerazione urbana a criterio ordinatore della pianificazione. Chi sceglie questa strada accede a un pacchetto di misure premiali: semplificazione dei procedimenti, riduzione del contributo di costruzione tra il 10 e il 30%, priorità nei bandi regionali. Chi invece intende occupare suolo agricolo paga un contributo di costruzione maggiorato del 100%; nelle aree verdi e nei parchi regionali l’incremento sale al 200%. Nella versione originaria del disegno di legge le maggiorazioni previste erano rispettivamente del 50 e del 75%: il testo finale le ha portate a valori più stringenti dopo un lungo dibattito in Consiglio regionale.

Sul piano della governance, la legge istituisce lo Sportello regionale per i centri dati, competente per il procedimento unico di autorizzazione nei casi di rilevanza regionale, e una cabina di regia permanente presieduta dal presidente della Giunta o dall’assessore delegato, con la partecipazione di Regione, ARPA, ATS, ERSAF, Province, Città Metropolitana di Milano e ANCI Lombardia. Le soglie di competenza sono definite per potenza installata: gli impianti tra 10 e 50 megawatt ricadono sotto la giurisdizione di Province e Città Metropolitana, quelli oltre i 50 megawatt sotto quella regionale. Per gli impianti oltre 10 megawatt è prevista una valutazione di compatibilità mediante conferenza consultiva di concertazione.

Sul fronte ambientale ed energetico, la normativa introduce l’obbligo per i nuovi impianti di approvvigionarsi esclusivamente da fonti rinnovabili o a impatto carbonico neutrale, vieta l’utilizzo di acqua proveniente da acquedotti per il raffreddamento e promuove il recupero del calore di scarto, anche attraverso reti di teleriscaldamento. Una volta entrata in vigore la legge, i comuni avranno centottanta giorni per adeguare i Piani di Governo del Territorio e mappare le aree dismesse disponibili; in mancanza di adeguamento resteranno esclusi dai bandi regionali.

Il rapporto con il quadro normativo nazionale

La legge lombarda non si sovrappone al decreto-legge n. 21 del 2026 né alla legge delega approvata dalla Camera il 24 febbraio 2026 e trasmessa al Senato. I due livelli sono complementari: il decreto nazionale disciplina il percorso autorizzativo con una visione procedurale ampia e individua tre campus di interesse nazionale da realizzare entro il 2031; la legge regionale interviene invece sul piano territoriale e urbanistico, con strumenti che la normativa statale non prevede, tra cui la potenza di consumo come parametro urbanistico. Laddove il decreto nazionale ha nominato un commissario straordinario per accelerare i tre campus prioritari, la Regione ha manifestato riserve sull’impostazione centralizzata, preferendo un modello fondato sulla governance locale.

Sul fronte europeo, la normativa lombarda si coordina espressamente con il Regolamento UE 2024/1364 sulla classificazione dei data center, mentre Bruxelles sta elaborando un proprio pacchetto legislativo di settore, atteso nelle prossime settimane.

Un modello che guarda oltre i confini regionali

L’approvazione della legge, avvenuta il 26 maggio 2026 con i voti della maggioranza di centrodestra e l’astensione di parte dell’opposizione di centrosinistra, ha subito attirato l’attenzione delle altre regioni. Piemonte, ricco di aree industriali dismesse e ben posizionato rispetto al resto d’Europa, Puglia e Lazio (con Roma come polo naturale del centro-sud) si candidano ad adottare normative analoghe. La certezza regolativa che la legge lombarda introduce non è un dettaglio secondario per il mercato: i fondi internazionali che finanziano questi investimenti considerano la stabilità dei cronoprogrammi tanto quanto il capitale impegnato, e l’assenza di un quadro normativo è stata finora uno dei principali ostacoli alla bancabilità delle operazioni.

Restano aperti alcuni nodi. I critici, a partire dalle associazioni agricole, segnalano che disincentivare economicamente il consumo di suolo non equivale a vietarlo, e che gli oneri maggiorati possono essere semplicemente assorbiti come voce di costo dai grandi operatori senza modificare la localizzazione scelta. La piena operatività della disciplina dipenderà inoltre dall’adozione di diversi provvedimenti attuativi da parte della Giunta, che avrà trenta giorni dall’entrata in vigore per istituire lo Sportello e sessanta per definire criteri energetici, misure premiali e modalità della conferenza di concertazione. Il banco di prova reale sarà nei prossimi mesi, quando i primi procedimenti transiteranno attraverso la nuova architettura istituzionale.

Il governo vara i decreti sull’intelligenza artificiale. L’Italia prima in Europa

Il Consiglio dei ministri riunito il 10 giugno 2026 a Palazzo Chigi ha approvato in esame preliminare due decreti legislativi attuativi della legge 132 del 2025 sull’intelligenza artificiale. Si tratta del primo quadro normativo nazionale organico in materia, che colloca l’Italia tra i primi paesi europei ad aver tradotto nella propria legislazione interna le disposizioni dell’AI Act europeo, il Regolamento UE 2024/1689. Il provvedimento non introduce una disciplina alternativa a quella comunitaria ma ne assicura, secondo Palazzo Chigi, la piena attuazione nell’ordinamento nazionale. Il filo conduttore dichiarato dall’esecutivo è la cosiddetta cornice “antropocentrica”: l’intelligenza artificiale può sostenere decisioni, servizi, formazione e competitività, ma non deve sostituire la responsabilità umana né comprimere i diritti fondamentali. Prima di entrare in vigore, entrambi gli schemi di decreto dovranno passare al vaglio delle Commissioni parlamentari, della Conferenza delle Regioni e delle Authority competenti. La governance del sistema sarà affidata congiuntamente all’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), che fungerà da autorità di notifica, e all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), che avrà il ruolo di autorità di vigilanza del mercato.

Le regole per le forze di polizia tra prevenzione e garanzie

Il capitolo più controverso dei decreti riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale da parte delle forze dell’ordine. Il testo disciplina due modalità distinte. La prima, quella preventiva e in tempo reale, consente l’identificazione biometrica remota nei luoghi pubblici esclusivamente in casi eccezionali: minacce terroristiche, reati di particolare allarme sociale, ricerca di persone scomparse o vittime di tratta, sequestro e sfruttamento sessuale. In questi casi è richiesta la previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria, la richiesta deve specificare finalità, durata, area territoriale e tecnologie impiegate, e l’autorizzazione ha una validità massima di quindici giorni, prorogabile con motivazione. Solo in caso di urgenza le forze di polizia possono procedere senza autorizzazione preventiva, con successiva convalida da parte del giudice entro tre giorni. La seconda modalità, quella a posteriori, consente invece di integrare sistemi di videosorveglianza già esistenti con componenti di riconoscimento facciale, ma soltanto dopo la commissione di un reato, anche tentato, e per identificare persone già indiziate sulla base di documentazione video-fotografica e di elementi oggettivi e verificabili. I dati biometrici raccolti durante eventi pubblici possono essere conservati localmente per sette giorni, mentre i log delle operazioni vengono mantenuti per cinque anni per consentire controlli e verifiche. È vietato costituire banche dati biometriche attraverso la raccolta massiva e indiscriminata di immagini dal web o da sistemi di videosorveglianza, pratica nota come scraping. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha assicurato che non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa, e che l’IA rimarrà uno strumento di supporto all’azione di polizia senza mai sostituire la decisione umana. Le opposizioni, in particolare il Partito Democratico, hanno tuttavia sollevato dubbi, parlando di un approccio che ricorda la fantapolitica di Minority Report e segnalando i rischi di distorsioni algoritmiche a danno di soggetti migranti o vulnerabili.

Lavoro, giustizia e responsabilità civile

Sul fronte del lavoro, i decreti introducono il divieto esplicito di adottare decisioni automatizzate che incidano sul rapporto di lavoro (assunzioni, modifiche contrattuali, licenziamenti, sanzioni disciplinari) affidate esclusivamente a sistemi di intelligenza artificiale. La decisione finale deve sempre restare in capo a una persona fisica: in caso contrario il provvedimento è nullo, e i lavoratori hanno diritto a una motivazione intelligibile delle scelte che li riguardano. Le aziende saranno inoltre tenute a indicare l’incidenza dei sistemi di IA nei propri processi decisionali. Nel settore della giustizia, i magistrati riceveranno formazione specifica sulle competenze tecniche, giuridiche ed etiche necessarie per valutare e utilizzare strumenti basati sull’IA, con percorsi affidati alla Scuola Superiore della Magistratura. I decreti introducono anche una nuova fattispecie penale: il reato di chi progetta, realizza o omette le necessarie misure di sicurezza nei sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio, quando tale condotta determini un concreto pericolo per l’incolumità delle persone o per la sicurezza dello Stato. Le pene previste vanno da uno a cinque anni, fino a otto se viene messa a rischio l’incolumità pubblica. Sul versante civile, viene rafforzata la tutela di chi subisce danni da un sistema di IA: il soggetto leso potrà chiedere al giudice l’accesso ai registri e alla documentazione tecnica del sistema, e in caso di violazione degli obblighi del regolamento europeo il nesso causale si presume fino a prova contraria.

Scuola, pubblica amministrazione e investimenti

I decreti intervengono anche sulla formazione, a partire dalla scuola primaria. Fin dalle elementari saranno introdotte nozioni fondamentali sul linguaggio dell’IA e sugli algoritmi, mentre nei licei l’intelligenza artificiale entrerà nel curriculum formativo in modo esplicito, integrata nel programma di educazione civica e accompagnata da una riforma dell’insegnamento della matematica. Il governo ha stanziato complessivamente 300 milioni di euro per la formazione dei docenti, con la costituzione di comitati tecnico-etici territoriali e percorsi di aggiornamento affidati alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione per il personale della pubblica amministrazione. Ulteriori 100 milioni sono destinati alla formazione universitaria, con un ruolo centrale attribuito agli ITS Academy per tradurre l’evoluzione tecnologica in competenze professionali richieste dalle imprese. Anche i professionisti (avvocati, medici, ingegneri) dovranno seguire percorsi formativi promossi dai rispettivi ordini. Per la governance complessiva del sistema IA nazionale è previsto un investimento di un miliardo di euro, già stanziato dalla legge 132 del 2025. Un comitato di tredici esperti, nominato contestualmente all’approvazione dei decreti e coordinato da Gianluigi Greco, è incaricato di aggiornare la Strategia nazionale sull’IA per il periodo 2026-2028.

Il nodo dei dati biometrici e le critiche aperte

Uno dei punti più dibattuti resta la gestione concreta dei dati biometrici. Il decreto vieta espressamente l’utilizzo di grandi banche dati biometriche, ma non fornisce ancora una definizione precisa di cosa si intenda per “grandi” banche dati. Secondo le informazioni ottenute da IrpiMedia, la banca dati biometrica Afis in uso alle forze di polizia italiane conteneva nel 2022 dati di oltre 18 milioni di persone, di cui circa il 73 per cento di provenienza extra-europea: una dimensione che rende il confine tra sistema consentito e sistema vietato tutt’altro che nitido. Un ulteriore elemento critico segnalato dagli esperti riguarda l’affidamento dei software di riconoscimento facciale a soggetti privati: il sottosegretario Alfredo Mantovano ha confermato che alle gare potranno partecipare sia soggetti pubblici che privati, con requisiti che dovranno rispettare il regolamento europeo. Il presidente della Commissione sicurezza cibernetica del Comitato Atlantico italiano, Stefano Mele, ha osservato che in presenza di dati così strategici come quelli biometrici e facciali sarebbe preferibile coinvolgere attori pubblici nazionali per la gestione di questi software. Il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi ha definito il provvedimento uno “Stato di Polizia distopico” armato di manganello elettronico, mentre avvocati esperti di informatica giuridica come Francesco Paolo Micozzi hanno sottolineato come questa normativa disciplini qualcosa che nella pratica viene già applicato, mettendo a terra garanzie che l’Unione europea richiedeva all’Italia da anni. I decreti devono ora completare il proprio iter parlamentare prima di acquistare forza di legge definitiva.

La riforma dei porti entra in Parlamento, ma i nodi restano tutti sul tavolo

La riforma dei porti italiani sta per affrontare il suo banco di prova più difficile: il Parlamento. Dopo la firma del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il via libera della Ragioneria generale dello Stato, il disegno di legge è pronto per approdare alla Camera, dove sarà esaminato in commissione Trasporti. L’obiettivo dichiarato del governo è chiudere almeno la prima lettura entro la fine dell’anno, un’ambizione che i tempi della politica, però, rendono tutto fuorché scontata.

Il cuore del provvedimento è la nascita di Porti d’Italia Spa, una società pubblica a cui verrebbe affidata la regia nazionale sulle grandi infrastrutture marittime. Ma il testo arrivato al Parlamento è profondamente diverso da quello approvato dal Consiglio dei ministri il 22 dicembre 2025. La modifica più rilevante riguarda la dotazione iniziale: non più fino a 500 milioni, da alimentare anche con gli avanzi delle Autorità portuali, ma 10 milioni complessivi, di cui un milione nel 2026 e nove nel 2027. Una riduzione che non è solo contabile, ma cambia la natura stessa dello strumento.

Una diagnosi vecchia di trent’anni

La storia di questa riforma è, in fondo, la storia di un’idea progressivamente ridimensionata sotto le pressioni congiunte della tecnica contabile e della politica territoriale. La diagnosi strutturale certifica che i porti italiani, tutti insieme, fanno il traffico di container della sola Rotterdam e sono gestiti da autorità portuali che non funzionano quasi mai. Questa diagnosi è rimasta sostanzialmente invariata nel tempo, e la riforma Rixi nasce proprio dal tentativo di affrontarla con uno strumento nuovo. Il problema è che lo strumento, durante il percorso istituzionale, ha perso progressivamente i suoi denti.

La riforma originaria non era uno svuotamento delle casse portuali, ma una proposta industriale seria per razionalizzare un sistema frammentato. Gli interlocutori privati oggi sono colossi internazionali della logistica e dello shipping, gruppi verticalmente integrati che negoziano da posizioni di forza: affrontarli con sedici Autorità che spesso si fanno concorrenza tra loro è una debolezza strutturale del Paese. La polemica, però, si è concentrata quasi esclusivamente sul presunto prelievo da 200 milioni a danno delle Authority, senza considerare il meccanismo complessivo, e il progetto iniziale è stato depotenziato durante il confronto politico e territoriale.

I tempi stretti e l’apertura ai privati

Sul fronte del calendario parlamentare, le previsioni del governo sono di un’approvazione della norma entro l’anno, ma il realismo impone di dire che il 2026 si concluderà al massimo con il voto alla Camera, con via libera definitivo del Senato entro la primavera 2027, sul fotofinish rispetto a un’eventuale fine anticipata della legislatura. Si prospetta tuttavia un percorso parlamentare sereno: sulla riforma c’è molta attenzione da parte di tutti i gruppi e non è stata presentata come “blindata” o già perfetta.

Una delle novità più significative emerse nelle ultime settimane riguarda proprio la struttura finanziaria della nuova società. Rixi ha annunciato per la prima volta che Porti d’Italia Spa potrà aprirsi all’ingresso di privati: il controllo rimarrà pubblico, ma bisogna far fronte al quasi azzeramento della dotazione finanziaria deciso dopo i rilievi della Ragioneria dello Stato. Una scelta che risponde all’esigenza di trovare risorse sul mercato per realizzare le grandi opere, ma che apre anche interrogativi sulla reale natura della società e sui criteri con cui verranno selezionati i soci privati. Il viceministro ha spiegato la riduzione del capitale sociale con pragmatismo: l’obiettivo era evitare di bloccare risorse per un anno e mezzo, con la possibilità per la Spa di accedere anche al mercato dei capitali.

Le perplessità dei territori e degli operatori

Sul fronte dei territori, le resistenze non si sono placate. Assoporti ha stimato che con il nuovo assetto alle Autorità portuali verrebbe sottratto il 40% delle entrate, una stima contestata dal governo ma mai smentita con dati alternativi convincenti. A Trieste, come a Genova e Venezia, le preoccupazioni riguardano soprattutto il futuro dei piani regolatori e la capacità decisionale locale. Rixi ha ribadito che la funzione di Porti d’Italia sarà quella di svolgere attività di programmazione e indirizzo che gli enti attuali non riescono a svolgere, con la necessità di creare regole uguali in ogni regione e di avere un interlocutore centrale che semplifichi i rapporti con i ministeri.

La posizione degli operatori è articolata. Il presidente di Assiterminal Tomaso Cognolato ha aperto il suo intervento a Deportibus con una provocazione: “Cancelliamo per ora la parola riforma”, sostenendo che l’istituzione di Porti d’Italia Spa rappresenta il primo tassello di un percorso strategico da costruire passo dopo passo. I terminalisti, che movimentano la grande maggioranza dei traffici commerciali, vogliono soprattutto certezza del diritto e concessioni stabili, e sono disposti a collaborare con il governo purché il testo finale garantisca uniformità applicativa delle norme. I sindacati restano invece esclusi dal gruppo di esperti istituito dal MIT a supporto dell’iter parlamentare, una scelta che ha generato malumori e che Rixi ha promesso di correggere allargando il tavolo.

L’opposizione non si oppone, ma non dà carta bianca

Valentina Ghio, parlamentare Pd e membro della commissione Trasporti, ha definito il punto più grave della riforma la riduzione significativa di risorse, personale e competenze alle Autorità di sistema, che potrebbe arrivare fino al 40%: una scelta contraddittoria rispetto all’obiettivo dichiarato di rafforzare i porti nella competizione internazionale. L’opposizione non si è tuttavia opposta pregiudizialmente alla riforma nel metodo, e diversi gruppi hanno già segnalato disponibilità a un lavoro emendativo serio. Il punto è che il testo su cui inizieranno le audizioni non è né il progetto ambizioso di dicembre né un testo condiviso con i territori: è una via di mezzo che accontenta pochi e rischia di rimandare i problemi che intendeva risolvere.

La partita vera si giocherà nelle prossime settimane, quando cominceranno le audizioni in commissione e si capirà quanta disponibilità c’è a modificare i punti più controversi. Il rischio concreto, come segnalano diversi osservatori del settore, è che una riforma attesa da trent’anni si areni nuovamente in una legislatura che volge al termine, lasciando i porti italiani ad affrontare le sfide del Mediterraneo con le stesse regole del 1994.