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Argomento: Legge e Proposte Di Legge

Roma come Berlino: il primo “Sì” della Camera alla svolta costituzionale

Inizia il cammino per dare a Roma Capitale più poteri. Con 159 voti favorevoli, 33 contrari e 55 astenuti è partito l’iter di approvazione del ddl costituzionale Roma Capitale. Il testo deve essere approvato da entrambe le Camere (Camera e Senato) per due volte, con una maggioranza qualificata, trattandosi di una legge costituzionale.

Roma è una città con un’immensa eredità storica e politica, l’estensione della sua rete stradale supera la somma di quelle di Milano, Napoli, Torino, Genova, Bologna e Firenze. Gli abitanti sono 2,75 milioni, tanti quanti quelli di Milano, Torino e Genova messi insieme. Nel territorio romano sono presenti, inoltre, gli organi costituzionali dello Stato e le rappresentanze diplomatiche degli Stati esteri.

La riforma

È in questo contesto che si inserisce il disegno di legge costituzionale che modifica l’art.114 della Costituzione al fine di trasformare Roma in un ente a sé stante, dotato di poteri legislativi nelle materie che, attualmente, sono di competenza della Regione Lazio. Con l’approvazione della legge, la città metropolitana verrebbe considerata al pari di una regione a statuto ordinario, con autonomia legislativa e finanziaria. In particolare, avrebbe la facoltà di emanare leggi su settori che, per i romani, sono cruciali come: Trasporto Pubblico Locale, urbanistica e governo del territorio, turismo e beni culturali, polizia amministrativa e commercio.

Scontri interni

Il Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri si è detto contento dell’approvazione in prima lettura alla Camera: “è un fatto positivo che consente l’avvio dell’iter parlamentare per un provvedimento molto importante e atteso da tempo, necessario per dotare la Capitale di un ordinamento, di poteri e di risorse adeguati al suo ruolo. Sarebbe stato auspicabile un consenso più ampio e da questo punto di vista il clima di tensione e scontro costante tra i partiti non è stato di aiuto”. Il sindaco si riferisce all’astensione del Partito Democratico che è arrivata in maniera del tutto inaspettata anche per la premier: “Com’è noto, il testo del ddl costituzionale ha raccolto nel corso dell’esame parlamentare le proposte presentate dal Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri”, scrive in un comunicato Giorgia Meloni dopo aver esternato il suo stupore di fronte all’astensione dei deputati del Partito Democratico. La legge, infatti, è stata fortemente voluta anche da Roberto Gualtieri, esponente del PD, con l’intento di dare lustro e potere alla città che ospita il 30% del patrimonio artistico mondiale e il 70% di quello italiano. Lo scopo è rendere Roma libera di legiferare su ciò che la riguarda direttamente al pari delle altre capitali europee.

Il contesto europeo

Infatti, Parigi, Madrid, Berlino e Londra godono, nel rispetto delle loro forme di governo, di particolari autonomie legislative e finanziarie. I poteri nel campo dell’edilizia sono strettamente dipendenti dal loro grado di autonomia legislativa. La tendenza europea è quella di rafforzare l’autonomia per far fronte alla crisi abitativa e alla transizione ecologica. Berlino e Vienna sono Länder, vere e proprie città-stato: godono di un proprio parlamento e possono legiferare autonomamente su istruzione, polizia e urbanistica. Nel 2024 Berlino ha varato la legge sull’accelerazione dei lavori di costruzione, semplificando così 45 norme statali per velocizzare i permessi. Madrid è una comunidad autonoma, ciò vuol dire che ha un’autonomia quasi regionale, con poteri legislativi diretti su sanità e sviluppo economico. In campo urbanistico, nel 2024 ha utilizzato una legge sulle misure di sviluppo urbano, al fine di trasformare gli edifici in abitazioni sociali senza cambiare la destinazione d’uso. Londra è una municipalità, ma anche un’autorità di area vasta. Il suo assetto giuridico è regolato dal Greater London Authority Act 1999, che attribuisce al Sindaco e alla Greater London Authority poteri unici nel campo dell’edilizia e della pianificazione urbana. Parigi concentra in sé massimi poteri legislativi, amministrativi e finanziari del Paese, agendo sia come centro decisionale nazionale che come ente locale a statuto speciale.

Decreto Infrastrutture, via libera dal Senato con fiducia: Ponte, balneari, diga di Genova. Ora la corsa alla Camera

Il decreto legge n. 32 del 2026 (noto come decreto Commissari o decreto Infrastrutture, ma ribattezzato da molti decreto Ponte per via della misura più visibile) ha superato il voto di fiducia al Senato nella serata del 29 aprile. Il percorso in commissione Ambiente è stato tutt’altro che lineare: una valanga di emendamenti, un incidente politico interno alla Lega sulle concessioni balneari, diversi rinvii. Il perimetro complessivo del provvedimento è rimasto sostanzialmente quello disegnato dal governo, ma il passaggio parlamentare ha introdotto modifiche rilevanti, soprattutto sul versante delle opere e dei fondi.

Il Ponte sullo Stretto, governance e risorse confermate

Il capitolo più atteso riguarda il Ponte sullo Stretto di Messina. Il decreto conferma lo slittamento del cronoprogramma finanziario dal periodo 2026-2029 al 2030-2034, con una dotazione complessiva di 2,8 miliardi di euro. Sul fronte della governance, l’emendamento che prevedeva lo scorporo di ANAS dal Gruppo Ferrovie dello Stato non ha superato il vaglio della commissione. Il testo ha però rafforzato il ruolo dell’amministratore delegato di ANAS Claudio Andrea Gemme, che assume per una serie di opere la funzione di Commissario straordinario con i poteri di accelerazione previsti dallo Sblocca cantieri e la facoltà di nominare sub-commissari. L’ad di RFI assume invece il ruolo di commissario straordinario per le infrastrutture ferroviarie complementari all’opera.

Nel frattempo, l’assemblea ordinaria della Società Stretto di Messina Spa, il soggetto incaricato della costruzione, ha approvato il bilancio d’esercizio al 31 dicembre 2025, chiuso con un utile di 8,5 milioni di euro. L’assemblea ha confermato Pietro Ciucci come amministratore delegato e ha nominato Maurizio Basile nuovo presidente, in sostituzione di Giuseppe Recchi. A Ciucci sono state conferite tutte le deleghe per la gestione ordinaria e straordinaria della società.

Le nuove opere entrate in extremis

Il passaggio in commissione ha allargato il perimetro del decreto con una serie di interventi che non figuravano nella versione originale del governo. Il più rilevante riguarda la diga foranea di Genova: l’emendamento autorizza una spesa aggiuntiva di 63 milioni di euro per il 2027 e 100 milioni per il 2028, destinati al completamento della Fase A con interventi di consolidamento dei fondali e le attività previste dalla variante di progetto. Il commissariamento, che copre anche il coordinamento del Tunnel sub-portuale, è prorogato al 31 agosto 2027, con analoga estensione dei poteri di affidamento e avvio dei lavori. Il viceministro Edoardo Rixi ha commentato la misura come “un passo decisivo per il completamento della nuova diga”.

Tra le altre new entry con dotazioni finanziarie definite: 13 milioni  (6 nel 2027, 4 nel 2028, 3 nel 2029) all’Autorità di sistema portuale del Mar Ligure Occidentale per il completamento dell’ultimo miglio Genova-Campasso; 8,57 milioni (1,05 nel 2026 e 7,52 nel 2027) per la ricostruzione del pontile di Marina di Massa, con nomina del sindaco pro tempore del Comune di Massa a commissario straordinario; 20,5 milioni (10,5 nel 2027 e 10 nel 2028) per la ricostruzione del Ponte sul fiume Trigno, distrutto dal maltempo in Molise; 12 milioni (0,5 nel 2026 e 11,5 nel 2027) per la S.P.2 tra Platì e Santa Cristina d’Aspromonte in Calabria, con ANAS autorizzata all’avvio previa convenzione con Regione e Città Metropolitana di Reggio Calabria. Sul fronte brindisino, 600mila euro per il 2026 avviano la progettazione della circumvallazione di San Vito dei Normanni, sulla direttrice ionica-adriatica.

Sul fronte ferroviario, alcune linee già previste nel testo governativo, tra cui la Brescia-Verona, la Roma-Pescara e la Salerno-Reggio Calabria vedranno l’AD di RFI nel ruolo di commissario straordinario. Un emendamento trasversale (Lega, FI, M5S, IV, PD, AVS) proroga al 30 settembre 2026   il termine per i lavori di messa in sicurezza dei ponti nel bacino del Po.

La commissione ha approvato anche un emendamento sull’autostrada A22 Brennero-Modena: l’invito a presentare l’offerta finale per la concessione dovrà essere corredato dallo schema di convenzione predisposto dall’ente concedente, previo parere dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti e successiva approvazione del CIPESS (Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile, sentito il NARS (Nucleo di consulenza per l’Attuazione delle linee guida per la Regolazione dei Servizi di pubblica utilità).

Sul fronte energetico, un emendamento prevede che, con DPCM su proposta del ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, vengano individuati gli interventi di sviluppo, potenziamento o modifica dei gasdotti di importazione dichiarati di interesse strategico nazionale. Qualora le autorità competenti alle valutazioni ambientali accertino che i nuovi lavori non comportano incrementi di impatto, è assolto ogni ulteriore obbligo di compensazione territoriale.

Balneari, il blitz della Lega non passa

Il capitolo più turbolento dell’iter ha riguardato le concessioni demaniali marittime. La Lega aveva inserito nella versione del testo uscita dalla commissione Ambiente un emendamento che prevedeva la proroga delle licenze marittime fino al 30 settembre 2030 (in alcuni casi fino al 31 marzo 2031) per i territori di Calabria, Sicilia e Sardegna colpiti dagli eventi meteorologici eccezionali del gennaio 2026, a fronte di impegni di investimento da parte dei concessionari. La misura è sopravvissuta al vaglio della commissione Ambiente ma è stata bloccata dalla commissione Bilancio per mancanza di coperture finanziarie. Risultato: il blitz è durato meno di tre ore. L’opposizione ha parlato di “ipocrisia legislativa”, ricordando che la direttiva Bolkestein vieta il rinnovo automatico delle concessioni e impone procedure di gara aperte e competitive. Dal centrodestra, il presidente della commissione Affari esteri Maurizio Gasparri ha ribadito che il governo “dovrebbe prendere un’iniziativa decisa per tutelare una specificità italiana”, mentre il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani ha parlato della necessità di una deroga alla direttiva. L’articolo 8 del decreto, nella sua formulazione originaria, resta in vigore: prevede che il Ministero delle infrastrutture predisponga uno schema di bando-tipo per uniformare le procedure di gara su tutto il territorio nazionale.

Autorizzazioni automatiche per Case e Ospedali di Comunità

Un’altra novità introdotta in extremis è la semplificazione delle procedure per le strutture sanitarie finanziate dalla Missione 6 del PNRR. Per le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità, l’autorizzazione all’esercizio si intende rilasciata contestualmente alla presentazione dell’istanza da parte dell’Azienda Sanitaria, con verifica successiva dei requisiti entro dodici mesi. Lo stesso meccanismo si applica all’accreditamento. Si tratta di una corsia veloce pensata per rispettare i target PNRR, che coinvolge strutture finanziate con circa 2 miliardi di euro.

Le imprese restano senza risposta sul caro materiali

Su questo punto, il decreto esce dalla commissione con una lacuna che il settore delle costruzioni non ha mancato di sottolineare. L’ANCE,  l’associazione dei costruttori edili che ha riunito ieri il proprio Consiglio generale, ha espresso preoccupazione per l’assenza di misure contro il caro materiali. I costruttori chiedevano due interventi: la possibilità di sospendere temporaneamente i lavori nei cantieri più colpiti dall’aumento dei prezzi, e lo stop al recupero dell’anticipazione del prezzo per dare liquidità alle imprese. Entrambe le proposte non hanno trovato spazio tra gli emendamenti approvati.

I prossimi passaggi

Il testo è ora atteso alla Camera, dove il 5 maggio inizierà la discussione generale. La scadenza costituzionale per la conversione in legge è il 10 maggio 2026: se il Parlamento non approva entro quella data, il decreto decade. I tempi sono strettissimi, e non è escluso che il governo ricorra nuovamente alla fiducia per blindare il testo e garantire l’approvazione nei tempi previsti.

Commissari, concessioni balneari e titoli edilizi: tutto quello che c’è nel decreto Infrastrutture

L’11 marzo 2026, il governo Meloni ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legge n. 32, dal titolo ufficiale “Disposizioni urgenti in materia di commissari straordinari e concessioni“. Il testo è entrato in vigore il giorno dopo, il 12 marzo, e da allora è in corso la sua conversione in legge presso la commissione Ambiente e Lavori pubblici del Senato (l’ottava commissione), con relatori il senatore Claudio Fazzone di Forza Italia e la senatrice Tilde Minasi della Lega.

Il decreto è, in realtà, un provvedimento piuttosto articolato. Sotto un’unica etichetta convivono questioni molto diverse tra loro: il riordino delle strutture commissariali per le grandi opere, le regole per le concessioni demaniali marittime, una proroga retroattiva per i titoli edilizi scaduti e, per mezzo degli emendamenti in commissione, anche la semplificazione delle procedure per potenziare i gasdotti che collegano l’Italia all’estero.

I commissari straordinari

La parte più consistente del decreto riguarda la razionalizzazione del sistema dei commissari straordinari, figure che negli ultimi anni sono diventate lo strumento ordinario per sbloccare opere che il percorso amministrativo normale non riesce a far avanzare. Il problema, però, è che la proliferazione di commissariamenti ha generato sovrapposizioni, conflitti di competenza e inefficienze, soprattutto quando più commissari si trovano ad agire sullo stesso territorio o lungo le stesse infrastrutture.

Il decreto interviene su diversi fronti. Per ANAS e RFI (Rete Ferroviaria Italiana), le funzioni commissariali vengono sostanzialmente accentrate negli amministratori delegati delle due società, che diventano i nuovi sub-commissari di riferimento per i rispettivi territori, con la possibilità di delegare a responsabili locali. L’obiettivo dichiarato è rendere la gestione più rapida ed efficiente, eliminando duplicazioni e riducendo i costi amministrativi.

Sul fronte del Ponte sullo Stretto, il decreto interviene per adeguare la governance ai rilievi già formulati dalla Corte dei Conti, aggiornare il piano economico-finanziario e nominare l’amministratore delegato di RFI come commissario straordinario per le infrastrutture ferroviarie complementari all’opera. Vengono autorizzate risorse finanziarie distribuite su più anni, fino al 2040.

Trovano posto nel testo anche i commissari per le due strutture ospedaliere di Torino e Novara, quello per la ricostruzione post-calamità nelle province di Ancona, Pesaro-Urbino e Macerata, e le misure per la funzionalità della Società Infrastrutture Milano-Cortina 2020-2026, ovvero la società che gestisce le opere per i Giochi olimpici invernali. C’è poi il commissariamento per le opere necessarie a UEFA Euro 2032 e per il polo logistico di Alessandria Smistamento. Viene inoltre affrontata la questione del Gran Sasso: il decreto razionalizza le competenze tra il commissario per la sicurezza del sistema idrico e quello per la messa in sicurezza e l’ammodernamento delle autostrade A24 e A25, due figure che fino ad ora operavano in modo separato sullo stesso territorio. Un capitolo a parte riguarda la metropolitana C di Roma, dove il decreto chiarisce l’estensione delle prerogative commissariali per sbloccare il contenzioso tra Roma Metropolitane e Metro C.

Le concessioni balneari

L’articolo 8 del decreto è quello che ha acceso il dibattito politico più acceso. Riguarda le concessioni demaniali marittime, cioè le spiagge, e prevede che il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti predisponga uno schema di bando-tipo per uniformare le procedure di gara su tutto il territorio nazionale. L’obiettivo dichiarato è superare la frammentazione tra Comuni che fin qui hanno gestito le gare in modo molto diverso l’uno dall’altro, con tempistiche e contenuti dei bandi spesso incompatibili.

Gli emendamenti all’articolo 8

È proprio sull’articolo dedicato alle concessioni balneari che si è concentrata la battaglia degli emendamenti, che oppone due visioni molto diverse del futuro delle spiagge italiane. Da un lato ci sono le proposte che cercano di tutelare i concessionari uscenti e il valore delle imprese balneari; dall’altro quelle che puntano a un sistema di gara più rigido, più aderente alle indicazioni europee e meno protettivo verso chi già gestisce uno stabilimento.

Tra gli emendamenti più favorevoli al settore balneare spicca quello della Lega che chiede che in sede di gara si tenga conto del valore aziendale dell’impresa, ovvero dei beni materiali e immateriali accumulati nel tempo. È la trasposizione normativa di una tesi che il comparto sostiene da anni: lo stabilimento balneare non è solo un’occupazione di suolo pubblico, ma un’azienda con una storia, degli investimenti e un avviamento che meritano considerazione.

Nella stessa area si collocano gli emendamenti di Forza Italia e ancora della Lega, che legano l’avvio delle gare all’esistenza di piani urbanistici e piani di utilizzo delle aree demaniali, e un altro sempre della Lega, che punta a garantire la continuità materiale del servizio nel passaggio tra un concessionario e l’altro, tutelando le strutture già presenti sull’area.

Sul fronte opposto si trovano gli emendamenti del Partito Democratico, di Alleanza Verdi e Sinistra e di un gruppo di senatori riconducibili al M5S. Il loro filo conduttore è la gara come unica strada percorribile, senza sconti per i gestori uscenti. Gli emendamenti convergono su un punto preciso: nessun punteggio premiale per chi già gestisce la concessione, indennizzo limitato agli investimenti non ancora ammortizzati, nessuna forma di prelazione.

Molto discussi anche gli emendamenti sulle spiagge libere: il PD e AVS propongono che almeno il 50% dell’arenile balneabile di ciascun ambito omogeneo resti libero e gratuito, mentre Fratelli d’Italia fissa la soglia al 45%. Una differenza di cinque punti percentuali che, in molti comuni costieri, si traduce in una quantità significativa di costa sottratta alle concessioni.

Sul fronte ambientale, i testi di AVS, PD e del gruppo M5S introducono requisiti più stringenti per i nuovi affidamenti: strutture completamente amovibili, divieto di fondazioni in cemento armato, obbligo di valutazione di incidenza ambientale. Misure che gli operatori del settore considerano penalizzanti per la sostenibilità economica degli investimenti.

Proroga retroattiva per i titoli edilizi

Un altro emendamento che ha fatto notizia riguarda i permessi di costruire, le SCIA e le autorizzazioni paesaggistiche. La proposta, depositata dai relatori in commissione Tilde Minasi (Lega) e Claudio Fazzone (Forza Italia), introduce una proroga automatica e retroattiva di 48 mesi per tutti i titoli edilizi rilasciati entro la fine del 2025. La differenza rispetto al sistema attuale è significativa. Fino ad ora la proroga era a richiesta: chi voleva beneficiarne doveva dichiarare esplicitamente di volersi avvalere delle disposizioni speciali introdotte a partire dal decreto Ucraina del 2022. Con la nuova formulazione, la proroga si applica automaticamente a tutti i titoli rientranti nei parametri, senza bisogno di presentare alcuna domanda. Diventa inoltre possibile la riattivazione di titoli già scaduti. È la quinta proroga complessiva in pochi anni, e il settore delle costruzioni la interpreta come un tentativo di mettere ordine in un sistema di regimi differenti che si sono stratificati nel tempo, creando incertezza.

I gasdotti

Tra le proposte depositate in commissione c’è anche un emendamento che guarda oltre i confini del decreto originario, intervenendo sul tema della sicurezza energetica. Il testo, proposto anch’essp dai relatori Minasi e Fazzone, prevede la preparazione di un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che individui gli interventi di sviluppo, potenziamento o modifica dei gasdotti di importazione dichiarati di interesse strategico nazionale. Per questi interventi è prevista la possibilità di derogare ai meccanismi ordinari di compensazione territoriale, a condizione che le autorità competenti per le valutazioni ambientali verifichino che i nuovi lavori non incrementino l’impatto del gasdotto esistente. Uno strumento pensato per accelerare i tempi e ridurre il rischio di contenziosi, in un periodo in cui la sicurezza degli approvvigionamenti energetici è considerata una priorità.

L’iter parlamentare e la scadenza

Il provvedimento è atteso nell’Aula del Seanto dal 28 al 30 aprile. La scadenza costituzionale per la conversione in legge è il 10 maggio 2026: se entro quella data il Parlamento non approva la legge di conversione, il decreto decade e perde efficacia retroattivamente. Dopo il voto del Senato, il testo dovrà passare alla Camera per la seconda lettura.

I tempi sono stretti, e la quantità di emendamenti depositati rende l’esito finale tutt’altro che scontato. Il nodo delle concessioni balneari, in particolare, rischia di riaprire uno scontro politico che dura ormai da anni e che ha già bruciato diversi provvedimenti legislativi. La partita, al momento, è ancora aperta.

Emergenza casa: la ricetta di ANCE-ACER per un nuovo piano strutturale

L’abitare in Italia non è più una semplice questione di mercato, ma un’urgenza sociale che richiede un cambio di paradigma. Durante il convegno “Verso un nuovo diritto all’abitare”, tenutosi presso la Sala Matteotti della Camera dei Deputati, Antonio Ciucci, presidente di ANCE Roma – ACER, ha delineato un quadro critico: la forbice tra costi di costruzione e capacità di spesa delle famiglie si è allargata a tal punto da rendere i vecchi modelli del tutto inefficaci.

I numeri del divario: Roma e il contesto nazionale

La Capitale è l’epicentro di questa scossa. Con oltre 14.000 famiglie in lista d’attesa per un alloggio popolare e un mercato degli affitti privati reso proibitivo dalla pressione turistica, Roma riflette il dramma nazionale. Il dato macroeconomico è impietoso: a fronte di un’inflazione che ha superato il 22%, le retribuzioni sono cresciute solo del 12%. “Negli ultimi anni si sono sommati aumento dei costi di costruzione, riduzione del credito da parte del sistema bancario e perdita di potere d’acquisto delle famiglie”, spiega Ciucci.

Il nodo del credito e il declino dell’edilizia pubblica

Uno dei punti più allarmanti riguarda il prosciugamento dei finanziamenti: dai 52 miliardi stanziati per l’immobiliare nel 2007 si è scesi a poco più di 10 miliardi nel 2024. Questa contrazione strozza sia le imprese che i cittadini. Inoltre, con un’offerta di edilizia pubblica ferma sotto il 4% (contro medie europee ben più alte), una fascia sempre più ampia di popolazione resta “incastrata”: troppo ricca per il sostegno sociale, troppo povera per i prezzi del libero mercato.

Rigenerazione urbana: non più scelta, ma necessità

Il futuro non passa più per l’espansione delle periferie, ma per il recupero dell’esistente, in linea con le direttive Green dell’UE. Tuttavia, rigenerare il patrimonio costruito è un processo più oneroso rispetto alla nuova edificazione. “Oggi dobbiamo rigenerare il costruito, non espandere la città”, ribadisce Ciucci. Secondo il presidente, la sfida del prossimo decennio si vincerà solo se l’Europa varerà un grande piano di investimenti coordinati, capace di affiancare alla leva pubblica strumenti fiscali e finanziari che rendano la sostenibilità economica davvero praticabile.

Il piano anti dissesto attende da 28 mesi. E nel frattempo l’Italia spende miliardi a riparare i danni

Il 94,5% dei comuni italiani vive su un territorio a rischio idrogeologico. Non è una stima pessimistica: è il dato ufficiale contenuto nel rapporto ANCE-CRESME presentato il 15 aprile scorso a Roma, durante il convegno “Un piano per l’Italia” organizzato dall’Associazione nazionale costruttori. Il numero ha il peso di una sentenza, ma l’aspetto più sconcertante non è la cifra in sé, nota da anni, bensì ciò che le sta accanto: nei primi tre mesi del 2026 l’Italia ha già destinato oltre 1,2 miliardi di euro per affrontare le conseguenze di eventi meteo estremi e frane. Una cifra che supera i 933 milioni stanziati con la legge di bilancio per coprire le emergenze dell’intero anno.

Il conto del dissesto, nel frattempo, è lievitato in modo costante: nel 2010 le emergenze legate a frane e alluvioni costavano circa 1,2 miliardi l’anno, oggi si superano i 3,3 miliardi. E da quindici anni, secondo i dati del ministero dell’Ambiente, sono stati finanziati 24mila interventi per un valore di 21,6 miliardi, ma ne sono stati conclusi solo 19mila per 3,9 miliardi, appena il 20% dei fondi disponibili effettivamente speso.

In questo quadro si inserisce la storia di un disegno di legge che avrebbe dovuto cambiare l’approccio del paese al problema e che invece giace, immobile, da ventotto mesi presso gli uffici del ministero dell’Ambiente.

Dal rapporto Ispra sul dissesto idrogeologico 2024 © Ispra

Cosa prevede il ddl

Il provvedimento, elaborato dal dipartimento Casa Italia della presidenza del Consiglio, è stato trasmesso al ministero dell’Ambiente il 29 dicembre 2023. Si compone di quindici articoli e ruota attorno a un’idea centrale: istituire un Sistema nazionale di difesa del suolo, dotato di una cabina di regia a Palazzo Chigi, presieduta dal presidente del Consiglio e composta da sette ministri (Protezione civile, Economia, Ambiente, Infrastrutture, Agricoltura, Interno e Coesione) più un rappresentante per Regioni, Province e Comuni. L’obiettivo dichiarato è mettere ordine in un settore in cui le risorse vengono erogate da ministeri diversi senza una pianificazione comune. Gli interventi di importo superiore ai dieci milioni di euro sarebbero affidati alle sette Autorità di bacino distrettuale, con criteri di programmazione pluriennale modellati sul metodo del PNRR: tempi certi, controlli rigorosi, target verificabili. Il testo prevede anche la creazione di una piattaforma nazionale per la raccolta dei dati e la digitalizzazione del monitoraggio, oltre a meccanismi di finanziamento stabile nel tempo, per superare la logica degli stanziamenti emergenziali.

L’iter (mancato) e le tensioni tra ministeri

Il 29 dicembre 2023 il testo è arrivato al MASE. L’11 gennaio 2024 il capo del dipartimento Casa Italia ha sollecitato un confronto. A febbraio 2024 è stata convocata una riunione interministeriale. Da lì, il silenzio. A oggi il piano è ancora fermo, con le osservazioni tecniche della Direzione generale per l’uso sostenibile delle acque (Ussa) e dell’Ispra trasmesse al gabinetto di Musumeci il 23 settembre 2024, ma senza che il testo abbia fatto un passo avanti.

Le valutazioni dei tecnici del MASE sono critiche su diversi punti. Secondo il documento interno, la proposta non affronta in modo adeguato né la programmazione degli interventi né il problema dell’inerzia delle Regioni nella fase preparatoria dei piani d’intervento. C’è poi una questione di compatibilità giuridica: il ddl opererebbe modificando il decreto legislativo 152/2006, ma secondo i tecnici si scontrerebbe con normative di altri ministeri e con le competenze costituzionali delle Regioni. Infine, rimane aperta la questione della capacità operativa delle sette Autorità di bacino, che “non appaiono attrezzate per la gestione diretta dei lavori”.

Il ministro della Protezione civile Nello Musumeci, intervenuto al question time alla Camera e poi al convegno Ance, ha riconosciuto apertamente il ritardo, dichiarando di aver sollecitato gli uffici del MASE affinché “possano finalmente licenziare il documento”. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha risposto che le valutazioni tecniche sono già state trasmesse e che si è in attesa della controreplica di Musumeci, aggiungendo che le osservazioni della settimana precedente “valgono ancora”.

Il ddl, di fatto, non è ancora approdato in Consiglio dei ministri e non ha quindi avviato nessun iter parlamentare.

I punti di forza della proposta

L’impianto del provvedimento raccoglie un consenso trasversale tra gli esperti del settore sul piano dei principi. L’idea di una cabina di regia interministeriale risponde a un problema reale: oggi le risorse per il dissesto vengono stanziate da fonti diverse (MASE, Protezione civile, PNRR fondi di coesione) senza che esista un unico soggetto in grado di coordinare la spesa, verificare l’avanzamento dei cantieri e impedire che i fondi restino inutilizzati. La Corte dei conti, in una delibera del 2025, aveva già segnalato che la durata media complessiva di un intervento di contrasto al dissesto è di 4,2 anni, di cui il 57% del tempo viene assorbito dalla sola fase di progettazione.

L’adozione del metodo PNRR per gli interventi sopra soglia è un altro punto difeso da molti. Le esperienze degli ultimi anni hanno dimostrato che quando si fissano scadenze e target vincolanti i cantieri avanzano, mentre la logica dell’emergenza, cioè di interventi finanziati dopo il disastro, senza pianificazione, produce spesa inefficiente. Anche la proposta di finanziamenti stabili e pluriennali va in questa direzione: stando ai dati ANCE, ogni euro investito in adattamento e prevenzione fa risparmiare mediamente quattro euro di danni, con un rapporto che nel solo settore idrico sale fino a dieci a uno.

Le criticità che frenano il provvedimento

Le perplessità dei tecnici del MASE non sono prive di fondamento. La prima riguarda la governance: creare una cabina di regia a Palazzo Chigi senza affrontare il nodo delle competenze regionali rischia di aggiungere un livello burocratico senza risolvere il problema dell’attuazione. Le Regioni, già oggi commissari straordinari per gli interventi sul loro territorio, temono una compressione delle loro prerogative, e il testo non chiarisce come si articolerebbe il rapporto tra la cabina nazionale e le amministrazioni locali.

C’è poi la questione delle Autorità di bacino: affidare loro gli interventi sopra i dieci milioni implica un potenziamento significativo della loro struttura tecnica e amministrativa, che oggi, secondo i tecnici ministeriali, non è all’altezza del compito. Formare e assumere personale qualificato richiede tempo e risorse, e il ddl su questo punto non è preciso.

Infine, la Corte dei conti ha segnalato un altro problema strutturale: quasi la metà dei ritardi negli interventi anti-dissesto è riconducibile ai cosiddetti “tempi di attraversamento”, cioè le pause tra una fase procedurale e l’altra (progettazione preliminare, definitiva, esecutiva, affidamento, esecuzione) che sono di natura prevalentemente amministrativa. Una cabina di regia interministeriale non risolve automaticamente questo tipo di blocchi, che dipendono dalla capacità degli uffici tecnici comunali e regionali di gestire le pratiche.

Il nodo politico

Dietro al ritardo ci sono anche ragioni politiche che riguardano i rapporti tra dicasteri. Il ddl è stato elaborato dal dipartimento che fa capo a Musumeci (Protezione civile), ma per entrare in vigore deve passare per il MASE di Pichetto Fratin, che ha espresso riserve sostanziali e procedurali. L’Ance ha intanto lanciato una proposta parallela in cinque punti (adattamento climatico, nuova governance, metodo PNRR, digitalizzazione, stabilità dei finanziamenti) che in parte anticipa e in parte integra il ddl governativo. Anche il CNEL, a ottobre 2025, ha approvato un proprio disegno di legge per rafforzare il ruolo dei Consorzi di bonifica nella manutenzione del territorio. Proposte che si accumulano, senza che nessuna abbia ancora trovato la strada del Parlamento.

Nel frattempo l’Italia continua a spendere per riparare quello che non ha prevenuto.

Il PNRR è legge: scadenze al 30 giugno, finanziamenti “mirati” e assegno unico esteso

Finanziamenti ad hoc, riduzione dei tempi per le infrastrutture digitali, estensione dell’assegno unico. Questi i principali emendamenti approvati ieri al decreto PNRR in commissione Bilancio alla Camera. Il testo approdato alla Camera (presentato dal ministro agli Affari Europei, Tommaso Foti) è stato approvato con 145 voti favorevoli e approvato con 101 voti favorevoli anche dal Senato. Il decreto è ora convertito in legge.

Per prima cosa è stata confermata la scadenza dei lavori sugli investimenti del PNRR al 30 giugno, punto chiave del decreto. Inizialmente si voleva posticipare al 31 luglio, motivandolo con ritardi nelle gare, difficoltà di approvvigionamento e complessità autorizzative. Lo slittamento del termine avrebbe richiesto una modifica del regolamento comunitario, con un conseguente e complesso negoziato con Bruxelles. Il Governo ha scelto di mantenere questa data per non riaprire il fronte europeo.

Estensione dell’assegno unico: emendamento difensivo

La questione dell’estensione dell’assegno unico era inevitabile. L’Italia, infatti, era stata deferita nel 2024 dalla Corte di Giustizia UE perché l’assegno unico escludeva lavoratori UE non residenti e i figli residenti all’estero, in violazione del principio di libera circolazione dei lavoratori e parità di trattamento.  Nel concreto l’emendamento elimina il requisito di due anni di residenza in Italia, intervenendo sul D. lgs. 29 dicembre 2021 n.230, e riconosce il diritto di godimento anche se i figli vivono in un altro Stato UE. L’impatto stimato è che ci siano più di 50.000 beneficiari, con un costo di 20 milioni nel 2026, crescente nel lungo periodo, arrivando fino ai 36,2 milioni nel 2035.

Finanziamenti mirati: Radio Radicale e FOE

Un altro aspetto importante è quello dei finanziamenti mirati, ossia portare da 4 a 8 milioni le risorse destinate alla convenzione con Radio Radicale. Il doppio rispetto a quelli stanziati nel 2025 dal decreto Milleproroghe, tornando così a un livello di finanziamento allineato agli anni precedenti. 22,4 milioni, invece, sono destinati al Fondo Ordinario Enti di ricerca (FOE). Questo punto simboleggia l’attenzione verso il sistema pubblico della ricerca, in quanto il FOE finanzia enti come CNR, INGV, INAF e altri enti pubblici di ricerca vigilati dallo Stato.

Medici fino ai 72 anni

Viene prorogata di un anno la possibilità per le ASL di trattenere in servizio il personale medico, su base volontaria, in regime di convenzione col SNN, fino al compimento del settantaduesimo anno di età. Lo scopo sarebbe andare a intervenire sulla carenza strutturale di medici. La modifica, tuttavia, non risolve il problema bensì lo “tampona” perché non aumenta il numero di medici formati e non accelera l’ingresso dei giovani.

Comandi e distacchi nelle partecipate

Molti progetti del PNRR dipendono da competenze tecniche rare e spesso sono contentrate in società pubbliche e partecipate. La modifica prevede che i comandi restino di durata annuale, ma che possano essere rinnovabili fino al 31 dicembre 2027. Lo scopo è quello di evitare le perdite di competenze nella fase finale dei progetti, ridurre il rischio di stop amministrativi per scadenze formali.

Digitalizzazione e presidenza del consiglio, SIEL

La struttura della presidenza del Consiglio competente per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione potrà prorogare gli incarichi entro e non oltre il 31 dicembre 2026. L’obiettivo è quello di non interrompere i programmi del PNRR che sono stati già avviati e garantire continuità alle procedure concorsuali.

Un altro finanziamento mirato è quello del Sistema informativo elettorale (SIEL). Sono stati stanziati nel triennio 1,6 milioni di euro destinati: alla raccolta, elaborazione e diffusione dei dati elettorali e referendari; sviluppo e manutenzione del Sistema informativo elettorale, con il conseguente passaggio verso la tessera elettorale digitale.

Riduzione dei tempi per le infrastrutture digitali

Passa anche la riduzione da 90 a 60 giorni del termine per le autorizzazioni sul suolo pubblico da parte delle autorità competenti, con lo scopo di rendere le procedure nell’esaminare le domande per la concessione del diritto di installare le infrastrutture elettroniche: semplificate, efficaci, trasparenti pubbliche e non discriminatorie

Queste modifiche chiudono dei nodi critici come scadenze e riduzione del contenzioso europeo. Forniscono anche maggiore certezza operativa, soprattutto per la fase finale del PNRR. Molte misure, tuttavia, sono proroghe e non riforme strutturali e rinviano problemi sistemici (come la carenza di personale sanitario) e aumentano la stratificazione normativa.

Aprire un’impresa in Europa è ancora troppo complicato. Bruxelles ha una proposta

C’è un paradosso al cuore del mercato unico europeo. Quattrocentocinquanta milioni di consumatori, un territorio integrato, una moneta comune in buona parte del continente. Eppure chi vuole aprire un’impresa e farla crescere oltre i confini nazionali si trova ancora a fare i conti con ventisette sistemi giuridici diversi, oltre sessanta forme societarie nazionali, burocrazia che varia da paese a paese, costi legali che si moltiplicano a ogni frontiera. Il risultato è che molte delle startup europee più promettenti scelgono di costituirsi in Delaware o nel Regno Unito, dove le regole sono più semplici. L’Europa perde competenze, capitali e controllo sulle imprese che produce.

Cos’è EU Inc. e come funziona

Il 18 marzo 2026, la Commissione europea ha presentato una risposta formale a questo problema. Si chiama EU Inc., ed è la concretizzazione del cosiddetto 28° regime: un quadro giuridico europeo unico, opzionale, che si affianca ai ventisette ordinamenti nazionali senza sostituirli. Chi vuole può continuare a costituirsi secondo le regole del proprio Paese. Chi preferisce può scegliere EU Inc. e operare su tutto il territorio europeo con un solo set di regole, riconosciuto ovunque nell’Unione. Non è pensata solo per chi parte da zero: la EU Inc. potrà nascere anche tramite conversione, fusione o scissione di imprese già esistenti. Chi ha già una società e vuole espandersi in Europa senza costruire filiali paese per paese ha uno strumento concreto a disposizione.

Una società costituita interamente online, in quarantotto ore, con una spesa inferiore a cento euro e senza requisiti minimi di capitale. Nessun notaio fisico, nessuna registrazione multipla, nessuna duplicazione di documenti. Un’interfaccia digitale unica collegata ai registri nazionali, destinata a diventare nel tempo un registro centrale europeo autonomo.

Il contesto: il rapporto Draghi e la competitività europea

Il rapporto Draghi sulla competitività europea, pubblicato nel 2024, aveva quantificato il problema con una precisione difficile da ignorare: la frammentazione del mercato interno danneggia le imprese europee più dei dazi che arrivano dall’esterno. Una startup che nasce in California ha davanti un mercato omogeneo con un solo sistema legale e un solo mercato dei capitali. Una startup che nasce a Milano o a Varsavia deve costruire la propria espansione europea pezzo per pezzo, con costi che divorano risorse che andrebbero all’innovazione.

C’è una dimensione che spesso resta in secondo piano e che riguarda direttamente il finanziamento. Un’identità societaria digitale unica, riconosciuta in tutti i ventisette stati membri, cambia i termini del rapporto con gli investitori. Chi fa venture capital oggi deve fare due diligence su ventisette sistemi diversi. Con EU Inc. trova una struttura uniforme, leggibile, confrontabile. La proposta prevede anche una potenziale revisione delle norme sui fondi pensione europei come investitori in startup, e stock option armonizzate valide in tutta l’Unione, tassate solo al momento della vendita. Sono le condizioni che determinano se un’impresa riesce a raccogliere capitali in Europa o deve andare a cercarli altrove.

Il legame con la sovranità digitale e i nodi da sciogliere

Il collegamento con la sovranità digitale, di cui questa rubrica si è occupata nelle settimane precedenti, è diretto. Molte delle imprese che gestiscono infrastrutture digitali critiche si sono costituite sotto giurisdizioni straniere perché era più conveniente. Una forma societaria europea semplice e riconoscibile non risolve la dipendenza tecnologica, ma è una condizione necessaria perché un ecosistema imprenditoriale europeo possa crescere senza dover scegliere tra restare piccolo o emigrare. Vale per le startup digitali. Vale anche per le imprese di infrastrutture che cercano capitali europei per partecipare a gare transfrontaliere e si scontrano con la stessa frammentazione.

I nodi irrisolti sono reali. Il primo è il diritto del lavoro: EU Inc. non lo tocca, fiscalità e norme sul lavoro restano di competenza nazionale. È una scelta comprensibile politicamente, che però riduce l’ambizione del progetto. Il secondo è il forum shopping: se i controlli variano da paese a paese, c’è il rischio che le imprese si registrino dove le regole sono più leggere, replicando le distorsioni già viste nel mercato bancario e fiscale europeo. Il terzo riguarda la trasparenza. Il controllo di legalità non sparisce, ma si trasforma: affidato a notai e autorità in modalità digitale, senza presenza fisica. È una semplificazione della forma, non una rinuncia alla sostanza. Che funzioni dipenderà da come ogni paese sceglierà di applicarlo.

Gli obiettivi

EU Inc. ha il vantaggio di essere un regolamento, direttamente applicabile senza recepimento nazionale. Un dettaglio tecnico che può fare la differenza, perché riduce le discrepanze interpretative che hanno indebolito molti strumenti europei in passato. L’obiettivo è un accordo tra Parlamento e Consiglio entro la fine del 2026, con le prime EU Inc. operative già nel 2027.

Aprire un’impresa in Europa dovrebbe essere facile quanto aprirne una negli Stati Uniti. Non lo è ancora. EU Inc. è un tentativo serio di cambiare. Se funzionerà dipenderà da quanto gli stati membri vorranno davvero che funzioni, e da quanto velocemente riusciranno a mettere da parte l’interesse a mantenere le proprie regole nazionali come vantaggio competitivo.

Rent to buy, alloggi popolari e nuove regole per costruire: la ricetta del governo Meloni nel Piano Casa 2026

“In vista della ricorrenza del 1° maggio il Consiglio dei ministri approverà finalmente i provvedimenti del vasto Piano Casa. Si tratta di un piano casa cui stiamo lavorando da tempo, robusto, imponente, strutturale. Che ha come obiettivo quello di rendere disponibili, tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati, oltre 100 mila case nei prossimi 10 anni“.

Queste le parole pronunciate dal presidente Giorgia Meloni in Parlamento annunciando la data del 1° maggio per il Consiglio dei ministri, una data non casuale, carica di valore simbolico per un provvedimento che punta a restituire il diritto alla casa alle fasce più fragili della popolazione.

Crisi abitativa: l’80% degli under 30 non riesce ad abbandonare la casa d’origine

In Italia, infatti, l’accesso alla casa è diventata una vera e propria emergenza nazionale, arrivando a rendere il diritto all’abitazione un bene di lusso. Il rapporto redatto da OCSE certifica la crisi abitativa, evidenziando che circa l’80% dei giovani under 30 non riesce a lasciare la propria casa d’origine.  Esiste una vera e propria zona grigia in merito alle abitazioni: o si viene considerati troppo ricchi per ottenere l’accesso alle case popolari, o troppo poveri per potersene comprare una.

Piano Casa: cosa prevede

Il Piano Casa si muove su due binari, mirando a colmare tutti questi aspetti su più fronti. Da una parte è previsto un piano d’urgenza da 1,2 miliardi di euro per recuperare circa 60.000 alloggi popolari inutilizzati e inagibili. I cantieri sono programmati per partire durante il 2026. Il secondo approccio è strutturale: avere 100mila nuovi alloggi disponibili (a prezzi calmierati) in un arco di 10 anni. Le categorie prioritarie includono: giovani e giovani coppie, genitori separati, anziani e famiglie in difficoltà. 

Sul fronte delle risorse, le cifre confermate sono: 660 milioni stanziati per l’avvio del Piano Casa, 950-970 milioni disponibili subito secondo il decreto attuativo in lavorazione, distribuiti tra il 2026 e il 2030. Il piano prevede il coinvolgimento di Cassa Depositi e Prestiti, della BEI e di capitali privati, con un miliardo di euro aggiuntivo atteso dalla riqualificazione di fondi PNRR.

Il rent-to-buy, una misura innovativa

Una misura innovativa adottata è quella del “Rent to buy”, ossia un affitto con riscatto. Una formula contrattuale ibrida che unisce locazione e compravendita. Il futuro acquirente entra immediatamente nell’immobile, pagando un canone mensile che si divide in due componenti distinte: una quota destinata al godimento dell’immobile e una quota che si accumula come anticipo sul prezzo finale di vendita. Dopo un periodo massimo di dieci anni l’inquilino ha il diritto, non l’obbligo, a riscattare la casa pagando il saldo rimanente. 

Misure per gli anziani e social housing

Il piano prevede poi delle misure a favore degli anziani, con tre strumenti:

–   alloggi sociali a canone agevolato;

–   possibilità di permuta immobiliare (scambio di case tra proprietari, con eventuale conguaglio economico stipulato davanti a un notaio);

–   progetti di coabitazione assistita. 

Sul fronte del social housing il MIT punta a creare nuove aziende casa, con modelli gestionali più autonomi e flessibili (in parte pubbliche e in parte miste), dare un forte impulso al partenariato pubblico-privato per finanziare il social housing per coinvolgere attivamente anche i soggetti privati per realizzare e finanziare nuovi alloggi sociali. Vengono introdotti strumenti finanziari innovativi come fondi immobiliari rotativi, garanzie, sistemi finanziari integrati.

Banca dati nazionale e riforma del Testo Unico dell’edilizia

Una misura strategica è la creazione di una banca dati nazionale dell’abitare, che servirà a mappare il patrimonio immobiliare disponibile, censire le aree con emergenza abitativa e definire le priorità territoriali di intervento.  Il piano casa prevede anche la revisione del Testo Unico dell’Edilizia, con lo scopo di semplificare la burocrazia, digitalizzare le pratiche e riordinare gli interventi edilizi.

DPCM attuativo: realtà operativa

Il quadro normativo è definito dalla Legge di Bilancio 2026, che già contiene alcune disposizioni in materia. Il vero nodo rimane il Dpcm attuativo che renderà operative le misure.

Non mancano le critiche. Il Piano Casa è stato annunciato più volte nel corso degli anni, senza trovare mai una attuazione concreta. Il banco di prova sarà il 1° maggio, data in cui è prevista l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri. Il provvedimento dovrà poi passare per la pubblicazione del DPCM attuativo e per il coordinamento delle Regioni.

Mercato unico: Eu Inc. ci prova

Aprire una nuova società a responsabilità limitata in 48 ore, totalmente online, con un budget di massimo 100 euro e senza un capitale minimo. Sembra un sogno, ma presto diventerà realtà.

È questa la proposta di regolamento presentata dalla Commissione Europea a metà marzo: la creazione di un ventottesimo regime societario. La scelta dello strumento giuridico del regolamento non è un caso perché, una volta approvato, sarà applicabile direttamente in tutti gli Stati membri, senza diritto di replica o di modifiche da parte dei singoli Paesi.

27 sistemi giuridici nazionali, 60 forme societarie: il labirinto europeo

Attualmente, la situazione in Europa è quella di un contesto frammentato che limita la crescita. Un contesto composto da 27 sistemi giuridici nazionali che esprimono fino a 60 forme societarie. Per aprire una Start up potrebbero volerci da pochi giorni a diverse settimane, se non mesi, a seconda del Paese membro. Le cause dei rallentamenti sono le più varie: requisiti notarili obbligatori, capitali minimi diversi da Stato a Stato, tempi di registrazione lunghi, procedure analogiche, lingue, tariffari e modulistica non standardizzati. Questa frammentazione agisce anche come una tassa nascosta, producendo una tariffa del 110% sui servizi; comporta difficoltà nel reperire capitali e genera un processo lungo e costoso.

Eu Inc.: come funziona

“L’Europa ha il talento, le idee e l’ambizione di diventare il posto migliore per gli innovatori. Con EU Inc., stiamo semplificando drasticamente l’avvio e la crescita di un’attività in tutta Europa. Qualsiasi imprenditore sarà in grado di creare un’azienda entro 48 ore, da qualsiasi parte dell’Unione europea e completamente online. Questo passo cruciale è solo l’inizio. Il nostro obiettivo è chiaro: un’Europa e un mercato, entro il 2028”, ha detto la presidente Ursula von der Leyen.

La proposta, quindi, nasce dalla necessità di creare un insieme armonizzato di norme societarie applicabili a livello europeo, con l’obiettivo di ridurre la complessità normativa e facilitare le attività economiche nel mercato unico. Il rapporto Mario Draghi sulla competitività europea del 2024 ha sollecitato la creazione di un regime speciale paneuropeo per superare la frammentazione normativa e per permettere alle aziende l’espansione in Europa, ed è da questo concetto che viene sviluppata l’idea del “ventottesimo regime”.

Cosa cambia per gli imprenditori?

La svolta cardine del regolamento è la registrazione più rapida. Chiunque sarà in grado di fondare una società a responsabilità limitata con Eu Inc. in meno di 48 ore, per meno di 100 euro e senza requisiti per un capitale minimo. Le aziende dovranno presentare le informazioni sulle loro imprese una sola volta, attraverso un’interfaccia che comunica a livello europeo, collegando i registri delle imprese nazionali. In seconda battuta, la Commissione istituirà un nuovo registro centrale dell’Unione Europea. Le società otterranno così i loro numeri di identificazione fiscale e di P. Iva senza dover ripresentare i documenti ogni volta. Tutti i processi aziendali saranno completamente digitali durante tutto il ciclo di vita dell’azienda. Le imprese dell’Eu Inc. avranno accesso a procedure di liquidazione digitali. Le start up innovative avranno accesso a procedure di insolvenza semplificate per facilitare la liquidazione delle operazioni. Avranno pieno accesso al mercato unico e saranno libere di scegliere lo Stato membro in cui radicarsi. Il regolamento prevede, poi, una serie di pratiche vietate per garantire che le società dell’UE siano trattate al medesimo modo delle società nazionali.  

Luci e ombre: i nodi ancora irrisolti

Il principale rischio che potrebbe emergere è quello del forum shopping: la libertà di poter scegliere il Paese di incorporazione potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, portando le imprese a registrarsi negli Stati con la burocrazia più snella o la fiscalità più favorevole, pur operando altrove.

Trattandosi di un regime societario e non di un regime fiscale, la tassazione attuata sarà quella del paese in cui viene aperta la società. Allo stesso modo in caso di contenzioso si ricorrerà ai tribunali nazionali. Per questo motivo, in uno stato come l’Italia, c’è il forte rischio che Eu Inc. entri in contrasto con la lentezza della burocrazia. Un altro aspetto che potrebbe ostacolarne la piena attuazione è il requisito dell’online.  La Commissione Europea invita i Paesi membri a “massimizzare la digitalizzazione dei rapporti tra imprese e autorità pubbliche”, e in Italia (come in altri Paesi) molti aspetti ancora non sono digitalizzati come richiesto, ad esempio l’interazione con la camera di commercio. Infine non sono ancora del tutto chiaro le procedure di controllo anti riciclaggio e anti corruzione.

Iter legislativo: cosa manca ancora

Il regolamento non è ancora entrato in vigore, attualmente la proposta è nella fase di “Council working-party examination”, periodo in cui il Consiglio dell’UE analizza il testo. Entro la fine del 2026 il Parlamento dovrà nominare un relatore, esaminare la proposta, presentare eventuali emendamenti con conseguente negoziazione. Dovrà poi raggiungersi un testo comune tra Parlamento-Commissione-Consiglio. L’approvazione si avrà quando Parlamento e Consiglio si accordano. L’obiettivo è di renderlo operativo entro il 2028.  

Il Decreto Energia 2026 è legge: bonus da 115 euro e stop ai contratti telefonici

Il percorso del Decreto Bollette si è concluso a Palazzo Madama con una fiducia che ha blindato il provvedimento, trasformandolo ufficialmente in legge dello Stato. Con 102 voti favorevoli, il Governo Meloni incassa un risultato che la Premier definisce coraggioso e concreto, puntando a offrire una sponda immediata a chi si trova in condizioni di vulnerabilità economica. Il pacchetto di interventi, dal valore complessivo di circa 5 miliardi di euro, nasce per stabilizzare un mercato energetico reso incerto dalle nuove fiammate belliche in Medio Oriente, sebbene le opposizioni e le associazioni dei consumatori lamentino una parziale inadeguatezza delle cifre rispetto alla gravità dello scenario attuale.

Bonus una tantum e agevolazioni

Al centro della manovra si colloca il nuovo bonus una tantum di 115 euro per l’elettricità, destinato per l’anno 2026 a oltre due milioni e mezzo di cittadini già beneficiari del bonus sociale. Grazie alla possibilità di sommare questa cifra alle agevolazioni ordinarie, il risparmio totale in bolletta può toccare i 315 euro per i nuclei con ISEE entro i 9.796 euro, soglia che si alza a 20.000 euro per le famiglie con almeno quattro figli. Per la fascia di reddito fino a 25.000 euro è stato inoltre introdotto un meccanismo di contributo volontario erogato dai fornitori, pari a un massimo di 60 euro annui per il biennio 2026-2027.

Stop al telemarketing

Parallelamente agli aiuti diretti, la legge interviene con decisione sulla tutela della privacy dei cittadini, decretando il definitivo stop al telemarketing selvaggio. Da oggi viene sancito il divieto assoluto di stipulare contratti di luce e gas attraverso il telefono: qualsiasi accordo preso oralmente senza la firma fisica o digitale del cliente verrà considerato nullo, una vittoria storica per le associazioni che da anni chiedevano la fine delle attivazioni forzate.

L’aumento temporaneo dell’Irap

Sul fronte della politica energetica nazionale e del sostegno industriale, il decreto sceglie una linea di prudenza e continuità operativa. Viene infatti rimosso il vincolo di chiusura anticipata per le centrali a carbone, la cui operatività cesserà solo il 31 dicembre 2038 anziché nel 2025, garantendo così una maggiore sicurezza negli approvvigionamenti durante la transizione. Per coprire i costi di queste operazioni, il governo ha previsto un inasprimento fiscale temporaneo per i giganti dell’energia, portando l’aliquota Irap dal 3,9% al 5,9% per i prossimi due anni. Mentre il ministro Gilberto Pichetto Fratin parla di un risultato importante in linea con gli obiettivi ambientali, dal Codacons arriva una bocciatura netta che liquida il provvedimento come un semplice palliativo già superato dai recenti eventi geopolitici.

Edilizia giudiziaria, 41 cantieri PNRR conclusi: superato il target europeo sui metri quadri

Il Ministero della Giustizia ha comunicato il completamento, entro il 31 marzo 2026, dei lavori di riqualificazione previsti dal PNRR in 41 dei 60 cantieri complessivamente avviati sul territorio nazionale. La superficie riqualificata ammonta a oltre 390.000 metri quadri, un dato che supera il target europeo fissato dalla misura M2C3-8 del PNRR, pari a 289.000 metri quadri. Secondo la nota ministeriale, il raggiungimento di questa soglia mette al sicuro l’obiettivo nei confronti della Commissione Europea, avviando ora la fase di controllo propedeutica alla rendicontazione.

Come sono stati realizzati gli interventi

I lavori sono stati condotti attraverso il lavoro congiunto del Ministero della Giustizia, dei provveditorati interregionali alle opere pubbliche e delle direzioni regionali dell’Agenzia del Demanio. Gli interventi hanno riguardato più ambiti: riqualificazione strutturale, impiantistica e funzionale degli edifici esistenti; realizzazione di nuovi spazi per ampliare la capacità ricettiva degli uffici giudiziari; efficientamento energetico e utilizzo di materiali a ridotto impatto ambientale; miglioramento dell’accessibilità per utenti e operatori.

I principali cantieri conclusi

Tra gli edifici interessati figurano alcuni dei palazzi di giustizia più rilevanti d’Italia. Il Palazzo di Giustizia di Milano ha visto rinnovati gli spazi destinati al Ministero per un totale di 85.675 metri quadri, mentre quello di Genova ha riqualificato 40.323 metri quadri. Sono inoltre compresi tra i cantieri conclusi il Palazzo di Giustizia di Torino “Bruno Caccia”, il Tribunale di Palermo in via Impallomeni, il Tribunale per i Minorenni di Roma in via dei Bresciani, il Palazzo del Tribunale e della Procura della Repubblica di Ancona, il Palazzo dei Tribunali di Reggio Calabria sede della Corte d’Appello, e due nuovi padiglioni della Cittadella della Giustizia di Venezia, realizzati nell’ex Manifattura Tabacchi.

Cosa resta da fare

Dei 60 cantieri avviati, 19 risultano ancora in corso. Il Ministero ha indicato l’obiettivo di portarli a compimento entro la scadenza complessiva del piano prevista per il 30 giugno. Non sono stati comunicati dettagli sullo stato di avanzamento specifico di ciascuno dei cantieri rimanenti né sulle eventuali criticità.

Ponti sul Po: Forza Italia chiede una proroga al 2026 per salvare i finanziamenti

Il senatore Roberto Rosso, vicepresidente vicario di Forza Italia a Palazzo Madama, ha depositato un emendamento al “Ddl Commissari straordinari” (D.L. 32/2026) volto a scongiurare il definanziamento di opere infrastrutturali critiche. La proposta punta a prorogare al 31 dicembre 2026 la scadenza per l’aggiudicazione dei lavori di messa in sicurezza e ricostruzione dei ponti sul fiume Po. L’attuale quadro normativo, pur avendo beneficiato di una finestra nel Decreto Milleproroghe fino al 30 giugno 2026, risulta ancora insufficiente a fronte dei rallentamenti burocratici e tecnici accumulati.

Focus sul quadrante torinese

L’urgenza riguarda in particolare tre infrastrutture considerate vitali per la viabilità del Torinese e del Canavese:

  • Ponte Preti (Strambino/Baldissero): snodo fondamentale per il traffico pesante;
  • Ponte di Castiglione Torinese: collegamento essenziale tra la collina e l’area industriale di Settimo;
  • Ponte di Carignano: strategico per la mobilità della zona sud e la continuità dei servizi di emergenza.

Secondo Rosso, queste strutture non sono più adeguate a reggere gli attuali flussi di traffico e la loro efficienza è determinante per la protezione civile e la tenuta economica locale.

Le cause del ritardo e la sinergia territoriale

A frenare l’avvio dei cantieri concorrono diversi fattori: l’impennata dei costi dei materiali, la complessità delle procedure autorizzative e la necessità di progettazioni esecutive estremamente accurate. Mauro Fava, presidente della Commissione Lavori Pubblici in Regione Piemonte, ha sottolineato l’importanza della collaborazione tra Governo e amministrazioni locali per superare gli ostacoli burocratici. Senza l’approvazione di questa ulteriore proroga, il rischio concreto è la decadenza dei fondi stanziati, che vanificherebbe gli anni di lavoro amministrativo già svolti dagli Enti locali interessati. Il provvedimento è ora al vaglio della Commissione Ambiente e Lavori pubblici del Senato.