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Argomento: Rapporti / Dati

La BRI lancia l’allarme: bolla dell’IA, debito pubblico e inflazione minacciano la crescita globale

Le pressioni crescenti legate all’aumento del debito pubblico, alle fragilità finanziarie e alla sostenibilità del boom dell’intelligenza artificiale aumentano i rischi globali e rendono necessarie politiche più disciplinate. È il messaggio contenuto nell’Annual Economic Report della Banca dei Regolamenti Internazionali (in inglese, Bank for International Settlements – BIS) appena pubblicato. L’istituto con sede a Basilea, considerato la “banca delle banche centrali”, sottolinea come il legame fra il debito pubblico e “il crescente ruolo degli hedge fund ad alta leva finanziaria crea un nuovo legame tra debito sovrano e stabilità finanziaria, aumentando i rischi per la stabilità.” Il rapporto giunge in un momento particolarmente delicato per l’istituto: il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta è stato nominato di recente presidente del board della BRI, portando con sé la sensibilità di un’istituzione che ha vissuto in prima persona le turbolenze del conflitto in Medio Oriente e le nuove pressioni inflazionistiche sull’Europa. 

Quattro punti critici per l’economia mondiale

La BRI sintetizza così il quadro: “La sostenibilità del boom dell’intelligenza artificiale, le vulnerabilità finanziarie e le finanze pubbliche sotto pressione sono tra i punti critici che l’economia globale deve affrontare, insieme al ritorno dell’inflazione.” Il rapporto individua tre aree di tensione che si combinano e si amplificano a vicenda. La prima riguarda l’inflazione, tornata a salire in maniera preoccupante: perturbazioni dell’offerta più frequenti potrebbero far sì che aspettative di inflazione elevate si radichino stabilmente tra famiglie e imprese. La crisi mediorientale ha aggravato questo rischio in modo diretto: lo shock dello Stretto di Hormuz ha colpito energia, fertilizzanti e plastiche, con prezzi di queste ultime due categorie in rialzo rispettivamente del 50% e del 30% dopo l’avvio della crisi. 

L’intelligenza artificiale tra promesse e rischio bolla

La second area critica per la BRI ha a che vedere con l’ottimismo riguardo all’intelligenza artificiale che potrebbe non durare, nonostante le sue promesse di futuri aumenti di produttività: l’attuale impennata delle spese in conto capitale potrebbe rivelarsi insostenibile se le strozzature dell’offerta limitassero la produzione. L’istituto di Basilea riconosce che l’IA ha contribuito a sostenere la fiducia e la crescita attraverso le aspettative di guadagni di produttività, ma avverte che essa sta alimentando timori sul fronte dell’occupazione e che la sovraccapacità di investimento tipica dei cicli boom-and-bust dei decenni passati non è uno scenario da escludere. I test per singola mansione citati nel rapporto indicano risparmi di tempo compresi tra il 20% e il 50%, mentre le stime aggregate di produttività restano più basse, sotto l’1% su orizzonti lunghi. Il divario tra efficienza micro e impatto macro è, secondo la BRI, la cartina al tornasole di una tecnologia ancora lontana dall’esprimere il suo potenziale nell’intera economia. Sul piano finanziario, il finanziamento del boom dell’IA appare sempre più dipendente dal debito e da strutture di finanziamento complesse lungo tutta la catena dell’offerta. 

Il nuovo nesso tra debito sovrano e stabilità finanziaria

Il terzo grande tema del rapporto è la vulnerabilità dei mercati del debito pubblico. Il debito pubblico ai massimi storici e i mercati del debito sovrano sempre più dominati da grandi hedge fund ad alta leva hanno creato un nuovo “nesso tra debito sovrano e stabilità finanziaria”, che pone rischi crescenti. Si tratta di un cambiamento strutturale rispetto al passato: il ruolo tradizionalmente svolto dalle banche nella detenzione dei titoli di Stato è stato progressivamente sostituito da intermediari finanziari non bancari, molto più sensibili alla volatilità e alla leva finanziaria. “Il nuovo nesso fiscale-stabilità finanziaria potrebbe tradursi in cali più frequenti e più bruschi dei valori delle obbligazioni sovrane”, ha dichiarato Frank Smets, responsabile ad interim del dipartimento monetario ed economico della BRI, aggiungendo che tali oscillazioni potrebbero rapidamente inasprire le condizioni finanziarie. Le conseguenze di questa dinamica non si limitano ai mercati finanziari: quando gli intermediari subiscono perdite sui bond lunghi, tagliano il credito e vendono attività, propagando la stretta all’intera economia reale. 

Il messaggio di urgenza di Basilea

Di fronte a questo insieme di vulnerabilità, la BRI ha adottato un tono insolitamente diretto. Il direttore generale Pablo Hernández de Cos ha ribadito il carattere di urgenza del messaggio di Basilea: “il fatto è che oggi il debito è alto, e questo viene finanziato attraverso intermediari finanziari non bancari.” La BRI ha esortato i responsabili politici a dare priorità alla stabilità dei prezzi, garantire la sostenibilità fiscale, coordinare e rafforzare la vigilanza al di là del perimetro bancario e perseguire riforme strutturali. “Le azioni politiche devono rafforzarsi a vicenda per evitare una spinta e una trazione sull’economia globale. In ultima analisi, il successo dipende da fondamenta fiscali e finanziarie solide”, ha dichiarato il direttore generale de Cos. Sul fronte della politica monetaria, il messaggio è altrettanto netto: le banche centrali non devono esitare ad alzare i tassi se necessario, per contrastare l’inflazione, anche se questo ha effetto sulla crescita a breve termine. 

Il contesto italiano e il ruolo di Panetta

Il rapporto della BRI acquisisce una rilevanza particolare per l’Italia in virtù della recente nomina di Fabio Panetta alla presidenza del board dell’istituto. Il governatore di Banca d’Italia ha affrontato negli ultimi mesi un contesto macroeconomico segnato da tensioni multiple: le tensioni con l’Iran, acuitesi nella primavera del 2025, si sono trasformate in un confronto militare di ampia portata che ha coinvolto un’area cruciale per l’approvvigionamento globale di energia e di materie prime essenziali, con le esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz pressoché interrotte. Negli scenari più sfavorevoli, un prolungamento del conflitto e ulteriori danni alle infrastrutture energetiche del Golfo potrebbero sottrarre complessivamente 1 punto percentuale alla crescita nel biennio 2026-27. Il fatto che il governatore di Banca d’Italia presieda ora il board della BRI nel momento in cui l’istituto emette uno dei suoi avvertimenti più preoccupanti degli ultimi anni non è privo di significato: Basilea e Roma guardano agli stessi rischi, e le ricette indicate dal rapporto annuale (rigore fiscale, banche centrali pronte ad agire, vigilanza estesa agli intermediari non bancari) disegnano il perimetro entro cui anche la politica economica italiana dovrà muoversi nei mesi a venire. 

Corte dei conti, la fotografia dei conti pubblici nel 2025 tra Superbonus e PNRR

La Corte dei conti ha celebrato l’udienza pubblica del giudizio di parificazione del Rendiconto generale dello Stato per l’esercizio finanziario 2025, uno degli appuntamenti istituzionali più significativi del ciclo annuale del bilancio pubblico. Si tratta del momento in cui la magistratura contabile verifica la corrispondenza tra rendiconto e bilancio di previsione, accerta il rispetto dei saldi finanziari e offre al Parlamento un quadro complessivo della gestione delle risorse pubbliche nell’anno trascorso.

Il Presidente Guido Carlino ha aperto i lavori sottolineando il valore sistemico di questa funzione, che si colloca al crocevia tra controllo contabile e indirizzo politico, e ha ribadito il ruolo della Corte quale ausiliaria del Parlamento ai sensi dell’articolo 100 della Costituzione. In questa cornice istituzionale si sono poi svolte le relazioni dei Presidenti di coordinamento delle Sezioni riunite in sede di controllo, Mauro Orefice e Vincenzo Palomba.

Lo scenario macroeconomico di riferimento è quello di un’economia italiana che nel 2025 ha registrato una crescita reale dello 0,5%, in linea con le previsioni programmatiche di autunno, sostenuta dai consumi privati e dagli investimenti. Il mercato del lavoro ha confermato una tendenza positiva, con oltre 24 milioni di occupati e un tasso di disoccupazione sceso al 5,5%. Le esportazioni hanno tenuto, rendendo l’Italia l’unica tra le principali economie mondiali ad aver mantenuto pressoché invariata la propria quota di mercato nei dieci anni compresi tra il 2014 e il 2025.

Il nodo del deficit e il peso del Superbonus

Il dato di maggior rilievo politico emerso dall’udienza riguarda il rapporto deficit/PIL, che si è attestato al 3,1% nel 2025, superiore di 0,1 punti percentuali rispetto alle attese dello scorso autunno. Il Presidente Orefice ha spiegato che questa differenza è riconducibile in larga parte all’emersione inattesa di nuovi crediti edilizi legittimati dalla legislazione previgente sul Superbonus, una voce che ha prodotto effetti non previsti sui conti dello Stato.

Il rapporto debito/PIL si è collocato al 137,1%, superiore di 0,9 punti alle previsioni di autunno, ma comunque più favorevole rispetto a quanto stimato nel Documento di Finanza Pubblica 2025. Il surplus primario ha continuato a rafforzarsi, raggiungendo lo 0,8% del PIL rispetto allo 0,5 del 2024. La Corte ha confermato che, pur in questo quadro di tensioni residue, appare possibile ricondurre il deficit sotto la soglia del 3%o entro la fine del 2026, condizione che consentirebbe all’Italia di uscire dalla Procedura per deficit eccessivo nel 2027 sulla base dei risultati dell’anno in corso.

©Corte dei Conti

Le entrate fiscali e l’Irpef a carico di lavoratori e pensionati

Sul fronte delle entrate, il 2025 ha evidenziato una crescita significativa del gettito fiscale. Le entrate totali della Pubblica amministrazione hanno raggiunto 1.085,9 miliardi di euro, con un incremento del 4,8% rispetto al 2024 e un’incidenza sul PIL pari al 48,1%. Le entrate tributarie hanno costituito l’84,5% dell’intero ammontare delle entrate finali dello Stato.

La Corte ha tuttavia segnalato alcune criticità strutturali del sistema fiscale. La riforma tributaria avviata con la legge delega ha prodotto fino ad oggi 18 decreti legislativi e 6 Testi Unici di riordino, ma rimangono irrisolti aspetti rilevanti, tra cui la revisione organica delle spese fiscali, stimate in circa 119 miliardi di mancato gettito, pari al 5,3% del PIL. Resta inoltre aperto il tema dell’equità orizzontale nell’Irpef: l’imposta continua a gravare quasi esclusivamente sui redditi da lavoro dipendente e da pensione, che ne assorbono l’82%, mentre i redditi da lavoro autonomo e da capitale beneficiano di regimi sostitutivi o agevolativi.

Il PNRR tra accelerazioni e ritardi

L’analisi del Piano nazionale di ripresa e resilienza ha occupato una parte consistente della relazione del Presidente Orefice. Sul fronte dell’avanzamento finanziario, i numeri sono incoraggianti: a fine febbraio 2026 la spesa certificata ha raggiunto 113,5 miliardi, rispetto agli 83 miliardi di agosto 2025, superando il 58 per cento delle risorse complessive del Piano. Il rafforzamento è diffuso tra le missioni, con dinamiche particolarmente marcate nell’ambito delle infrastrutture per la mobilità sostenibile, dell’inclusione e coesione e di REPowerEU.

Tuttavia, la Corte ha segnalato che resta rilevante la quota di spesa destinata a scivolare oltre il 2026. Secondo le prime stime delle Amministrazioni, si tratta di circa 24,2 miliardi riferiti a 66 misure, corrispondenti a poco meno del 40 per cento della dotazione delle misure interessate. Il fenomeno riguarda soprattutto strumenti finanziari e incentivi alle unità produttive, concentrati nelle missioni relative alle infrastrutture per la mobilità sostenibile, a REPowerEU e alla Rivoluzione verde. Sul fronte delle opere pubbliche, i progetti conclusi sono poco più di un terzo del totale in numero, ma appena il 6,2% in valore finanziario.

La spesa pubblica, la PA e le sfide strutturali

Il Presidente Palomba ha concentrato la sua relazione sugli aspetti gestionali e istituzionali sottesi alle scritture contabili, con particolare attenzione ai contratti pubblici, alla qualità della Pubblica amministrazione e alla gestione del personale. Nel settore degli appalti, il valore complessivo delle procedure di importo pari o superiore a 40.000 euro si è attestato nel 2025 attorno ai 309,7 miliardi, di cui circa 20,8 miliardi riferiti a interventi finanziati con risorse PNRR.

Sul fronte della PA, la Corte ha richiamato le criticità segnalate anche dalla Commissione europea nel Country Report Italy 2026: efficienza ancora insufficiente, necessità di accelerare la digitalizzazione, forza lavoro tra le più anziane nell’Unione Europea e quota relativamente bassa di personale con istruzione post-secondaria. L’intelligenza artificiale è indicata come una leva potenzialmente trasformativa per semplificare l’azione amministrativa, a condizione di accompagnarla a un’adeguata riqualificazione del capitale umano.

La Corte ha concluso sottolineando l’esigenza di mantenere il controllo rigoroso sui conti pubblici e di procedere a una selezione attenta degli interventi prioritari, in un contesto in cui i margini di bilancio si restringono e i rischi esogeni legati all’instabilità internazionale restano significativi.

Innovano, resistono, crescono. E da vent’anni c’è un premio che le cerca

Le imprese femminili in Italia hanno superato quota 1,3 milioni e rappresentano una delle componenti più dinamiche del sistema produttivo nazionale. Le società di capitali a guida femminile segnano un +2,6%, in un processo di consolidamento che riduce il gender gap sul piano imprenditoriale, pur con ritmi ancora lenti. Eppure le condizioni in cui operano queste imprenditrici restano spesso sfavorevoli, come dimostra una ricerca condotta nell’aprile 2026 su 223 titolari d’impresa italiane da Associazione GammaDonna e Wamo (conto business online per le PMI). I dati sono eloquenti: il 76% delle intervistate percepisce stereotipi o commenti legati al proprio genere da parte di investitori, clienti o partner, e quasi una su due non viene riconosciuta come titolare al primo incontro. Le founder di startup digitali pagano il prezzo più alto: il 52% riferisce di subire pregiudizi “spesso” da parte di venture capitalist o stakeholder, rispetto a una media già alta del 36%, e il 37% si sente sistematicamente sottovalutata rispetto ai colleghi uomini nel rapporto con i finanziatori. A rendere ancora più gravoso il quadro, c’è la questione della maternità: il 41% delle madri-imprenditrici ha subito un rallentamento dell’attività dopo la nascita di un figlio. Non è un dato marginale, ma strutturale: molte scelgono direttamente di non avere figli per non compromettere la crescita aziendale, con tassi di rinuncia quasi doppi rispetto alla media.

Il paradosso della resilienza

Quello che emerge dalla ricerca non è però solo un catalogo di ostacoli. Nonostante tutto, metà delle imprenditrici intervistate non ha mai pensato di abbandonare la propria azienda e consiglierebbe ad altre donne di intraprendere la stessa strada. Il 79% si dichiara sicura nella gestione finanziaria, con una crescente apertura verso strumenti fintech. È un paradosso tutto italiano, come lo ha definito la presidente di GammaDonna Valentina Parenti: imprenditrici competenti e innovative che continuano a operare in un ecosistema che mette alla prova la loro credibilità più del loro talento. Le criticità operative, peraltro, superano quelle finanziarie: l’ostacolo principale non è il credito, ma trovare e trattenere i collaboratori giusti, indicato dal 59% come freno principale alla crescita. E il dato più rivelatore di tutti arriva forse dai desideri delle intervistate: il bisogno più urgente non è un finanziamento né un mentor, ma semplicemente avere più tempo per sé stesse.

Cosa offre il Premio alla sua 22ª edizione

È in questo contesto che si aprono le candidature alla 22ª edizione del Premio GammaDonna, con scadenza il 25 giugno 2026. Nato nel 2004 come riconoscimento dedicato all’imprenditoria femminile innovativa, il Premio si è trasformato negli anni in una piattaforma permanente che ha accompagnato più di 2.000 imprenditrici, prodotto 80 percorsi formativi e costruito un ecosistema che connette imprese, investitori, corporate e istituzioni. L’edizione 2026 si articola in un road-show nazionale di sette tappe tra Milano, Bologna, Porto Venere, Napoli e Torino, con due appuntamenti digitali. Tra gli eventi principali, una masterclass sul pitching a Milano il 18 giugno, un workshop sull’educazione finanziaria a Bologna il 14 luglio e il FAB50 Gathering a Porto Venere l’11 settembre, riservato alle cinquanta imprenditrici più innovative selezionate. La finale è in programma il 5 novembre a Torino. Quest’anno una novità amplia ulteriormente l’accesso: attraverso il percorso BEE-Skilled, anche chi non vuole candidarsi al premio potrà partecipare agli eventi formativi e di networking. Le candidature e il regolamento sono disponibili su gammadonna.it/premio.

Gemme tra i top manager italiani più in vista. L’AD di ANAS sale di un posto nella classifica di maggio

Claudio Andrea Gemme, amministratore delegato di ANAS, entra nella top 20 della classifica Top Manager Reputation di maggio 2026, la graduatoria mensile elaborata da topmanagers.it che misura la reputazione dei principali vertici aziendali italiani attraverso l’analisi dell’identità digitale, dei contenuti online e dell’evoluzione storica della presenza mediatica di ciascun manager, su oltre 100 parametri. Gemme si posiziona al 18° posto con un punteggio di 68,10, guadagnando una posizione rispetto alla rilevazione precedente.

Il dato fotografa un riconoscimento di visibilità e credibilità che arriva in una fase particolarmente intensa per ANAS. La società è al centro di alcuni dei principali cantieri infrastrutturali del Paese, con un piano di investimenti che coinvolge strade statali e autostrade su tutto il territorio nazionale. La presenza di Gemme in una classifica dominata dai vertici dei grandi gruppi industriali e finanziari italiani, da Andrea Orcel di UniCredit in testa a Claudio Descalzi di Eni, testimonia la crescente centralità del tema infrastrutturale nel dibattito economico e istituzionale italiano.

La Top Manager Reputation di maggio segnala un panorama complessivamente segnato da risultati aziendali solidi, tensioni sui mercati finanziari internazionali e operazioni straordinarie ai vertici di alcune delle principali aziende italiane. In questo contesto, la progressione di Gemme nella graduatoria riflette una presenza pubblica attiva sui temi che riguardano la rete stradale nazionale, la sicurezza delle infrastrutture e la programmazione degli interventi.

Record di passeggeri nel 2025, l’Italia vola oltre la media europea

Il 4 giugno 2026, alla Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’ENAC ha presentato la ventesima edizione del Fact Book, il rapporto annuale sul trasporto aereo europeo elaborato dal Centro ITSM dell’Università di Bergamo. Il titolo del convegno, “Tra un’epoca e un’altra: verso quale trasporto aereo?”, non era retorico. I dati che il rapporto porta con sé descrivono un settore che ha chiuso il 2025 con numeri record, ma che si trova a navigare una fase di incertezza strutturale nuova: lo scoppio della guerra in Iran, la pressione sul costo del carburante, le tensioni geopolitiche che ridisegnano le rotte intercontinentali. Il dato di sintesi è positivo. Nel 2025, nei 28 Paesi europei analizzati, il traffico passeggeri è cresciuto del 4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo un nuovo record storico. Per la prima volta dall’inizio della pandemia, il sistema europeo nel suo insieme ha superato i livelli pre-Covid. La crescita è nettamente superiore all’andamento del PIL dell’area, che si è attestato al +1,5%, a conferma che il trasporto aereo corre più veloce dell’economia reale anche in un anno di espansione moderata.

L’Italia fuori dalla media, in senso positivo

Per l’Italia il 2025 è stato ancora meglio. La crescita del traffico si è attestata al 5%, circa un punto percentuale al di sopra della media europea, e ha portato otto aeroporti italiani tra i primi cinquanta scali del continente per volume di traffico in quanto hanno superato la soglia dei 10 milioni di passeggeri annui: erano quattro nel 2018 e sei nel 2019. Palermo potrebbe diventare il nono già nel 2026. I tassi di crescita hanno sfiorato il 10% per diversi scali di media dimensione: Bari ha segnato +9,6%, Firenze +9,4%, Lamezia Terme +12,3%. Il caso di Trieste è particolare: in due anni il traffico è raddoppiato, portando lo scalo a 1,6 milioni di passeggeri, complici sia le misure di continuità territoriale sia la nuova accessibilità ferroviaria.

I numeri del Fact Book vengono da un contesto internazionale che premia i Paesi a forte vocazione turistica. Portogallo e Italia sono quelli che hanno superato i livelli pre-Covid con il margine più ampio, oltre il 19% in più rispetto al 2019. Al contrario, Germania, Francia, Paesi Bassi e Paesi scandinavi registrano ancora volumi inferiori ai livelli di quell’anno, con una ripresa che stenta a completarsi soprattutto sul traffico domestico e business. Roma Fiumicino è terza nella classifica europea per crescita rispetto al pre-Covid, superata solo da Atene e Berlino. Nel 2025 lo scalo romano ha raggiunto i 50,9 milioni di passeggeri, diventando uno dei sette aeroporti europei con oltre 50 milioni di transiti annui.

La questione ITA e il gap di connettività intercontinentale

Il Fact Book dedica un’attenzione specifica alla posizione degli aeroporti italiani nella rete mondiale. Fiumicino si conferma all’undicesimo posto nella graduatoria mondiale della connettività, con un indice in miglioramento anche grazie al contributo di ITA Airways e alla ripresa dei voli intercontinentali già operati da Alitalia. Il completamento dell’acquisizione da parte di Lufthansa, che nel gennaio 2025 ha concluso l’acquisizione del 40% di ITA per poi esercitare a giugno 2026 l’opzione per salire al 90%, ha proiettato la compagnia verso l’ingresso in Star Alliance, avvenuto nell’aprile dello stesso anno. Malpensa guadagna una posizione nel ranking mondiale, collocandosi al 27esimo posto.

Nonostante questi progressi, il rapporto segnala con chiarezza un punto di debolezza strutturale dell’Italia: il rapporto tra posti offerti sui collegamenti intra-europei e quelli offerti sui mercati intercontinentali è pari a 3,9 per l’Italia, quasi il doppio rispetto a Francia e Germania, dove il valore scende sotto 2. In altri termini, l’Italia è ancora un Paese che vola prevalentemente dentro i confini europei, con una connettività diretta con il resto del mondo insufficiente rispetto al peso economico e turistico del Paese. La bassa frequenza dei voli intercontinentali diretti è una delle variabili che deprimono la competitività delle imprese italiane sui mercati globali.

Il vento contrario: guerra in Iran, carburante e congestione degli hub

I numeri del 2025 sono buoni, ma il Fact Book è esplicito sulle nubi che si addensano. Lo scoppio della guerra in Iran ha cominciato a incidere già nel primo trimestre del 2026: a marzo i volumi di traffico merci hanno registrato la prima contrazione. Nel primo trimestre del 2026 il traffico passeggeri europeo cresce ancora del 3,7%, ma il contesto è già cambiato. Il carburante, pur garantito nell’approvvigionamento secondo quanto dichiarato dal presidente ENAC Pierluigi Di Palma a margine del convegno, ha visto aumentare i prezzi in modo significativo. Questo mette sotto pressione soprattutto le compagnie low cost, il cui modello di business è costruito su margini unitari molto stretti.

La guerra in Iran incide anche sulla connettività europea. Le chiusure degli spazi aerei nel Medio Oriente allungano le rotte verso Asia e Far East, aumentando i costi e i tempi di volo. Il Fact Book segnala che i più penalizzati da questa dinamica sono i grandi hub europei, che soffrono anche per la chiusura dei cieli russi imposta dal conflitto in Ucraina. Londra Heathrow e Francoforte mostrano livelli di connettività ancora inferiori a quelli del 2019, in netto contrasto con Istanbul, che ha raggiunto Heathrow con 84,4 milioni di passeggeri e si prepara a diventare il principale snodo del bacino mediterraneo tra Europa, Asia e Africa.

Low cost dominanti e mercato ancora in tensione sui prezzi

Il Fact Book 2026 restituisce anche una fotografia aggiornata degli equilibri competitivi nel mercato europeo. I vettori low cost hanno trasportato nel 2025 circa il 49,7% dei posti offerti a livello europeo. In Italia la quota di mercato in termini di ASK è salita al 66%, a riprova di quanto il trasporto aereo italiano sia strutturalmente dipendente da Ryanair, easyJet e gli altri operatori di questo segmento. Ryanair ha trasportato 206,6 milioni di passeggeri in tutta Europa, circa 54 milioni in più rispetto al 2019.

Sul fronte dei prezzi, il rapporto registra un contesto ancora in tensione tra domanda e capacità disponibile, con le tariffe medie in generale rialzo rispetto al 2024 per la maggior parte dei vettori. Fa eccezione Ryanair, che ha ridotto i propri prezzi medi di circa il 10%. Il dynamic pricing si conferma molto marcato: nel caso di Ryanair, il prezzo offerto trenta giorni prima del volo vale circa il 32% del massimo rilevabile a ridosso della partenza. Il rapporto segnala che questo meccanismo di discriminazione tra passeggeri leisure e business merita attenzione regolatori soprattutto sulle rotte senza alternative comparabili.

L’obiettivo dei 305 milioni e le condizioni per raggiungerlo

La presentazione del Fact Book è diventata anche l’occasione per ribadire la posta in gioco sul piano della politica infrastrutturale. Il viceministro Edoardo Rixi ha definito il trasporto aereo e quello marittimo i settori che crescono di più nel Paese e che possono dare una spinta all’intero sistema logistico nazionale. Il presidente ENAC Di Palma ha ricordato che l’obiettivo dei 305 milioni di passeggeri entro il 2035, indicato dal Piano Nazionale degli Aeroporti presentato dal ministro Salvini il 12 maggio scorso, è raggiungibile ma richiede investimenti seri e un sistema Paese capace di rendere più fluidi i passaggi burocratici che frenano le realizzazioni infrastrutturali.

I numeri del Fact Book 2026 mostrano che la domanda c’è, che l’Italia performa bene rispetto ai suoi competitori europei e che il sistema aeroportuale nazionale è in salute. La sfida è sul lato dell’offerta: completare le infrastrutture in tempi compatibili con la crescita, rafforzare la connettività intercontinentale diretta e non perdere terreno rispetto a hub come Istanbul, che stanno ridisegnando la geografia del traffico aereo globale a vantaggio di chi investe con più rapidità decisionale.

Famiglie in difficoltà, istituzioni sfiduciate e nessuna visione comune: cosa dice il Rapporto Eurispes 2026

Quarantaquattro anni di osservazione della società italiana, sessanta schede tematiche, sei dicotomie come bussola interpretativa del presente. Il 38° Rapporto Italia dell’Eurispes, presentato il 27 maggio 2026, porta con sé un’immagine più netta e più preoccupante di quella degli anni scorsi: quella di un paese spaccato a metà, come il Visconte Dimezzato di Calvino, con le due parti che tirano in direzioni opposte senza trovare accordo. Il titolo scelto dal presidente dell’istituto, Gian Maria Fara, dice già tutto: “Un paese dimezzato. Rigenerare lo spirito di comunità e il senso dello Stato.”

Le sei dicotomie che strutturano il rapporto di quest’anno, Opes/Inopiae, Democrazia/Autoritarismo, Pace/Guerra, Omologazione/Identità, Distopia/Utopia, Presente/Futuro, non sono scelte retoriche. Sono la radiografia di un paese che convive con tensioni strutturali irrisolte, alcune delle quali si erano già manifestate nel Rapporto 2025, dove il filo conduttore era la crisi del “pensiero essenziale” e la difficoltà di immaginare un futuro collettivo degno di essere costruito.

Il ceto medio che scompare e le famiglie in difficoltà

Il dato economico che emerge con più forza è la progressiva erosione del ceto medio italiano. Secondo l’OCSE, il suo potere d’acquisto è sceso di circa il 7,5% dal 2021. Nel 2025 il reddito reale delle famiglie si è ulteriormente contratto dell’1,6%, mentre i beni essenziali, utenze, cibo e medicine, hanno continuato a crescere oltre il tasso di inflazione. La forbice si allarga: il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene il 59,9% dell’intera ricchezza nazionale, mentre la metà più povera ne controlla appena il 7,4%. Nel 2025 la ricchezza dei 71 miliardari italiani è cresciuta di 61 miliardi di euro, circa 166 milioni al giorno.

Le conseguenze pratiche di questa pressione emergono chiaramente dai sondaggi campionari. Quasi la metà degli italiani (47,8%) prevede un peggioramento della situazione economica del paese nei prossimi dodici mesi, dato in crescita di oltre dieci punti rispetto all’anno precedente. Il 62,1% arriva a fine mese ma con difficoltà, e un terzo è costretto ad attingere ai risparmi. L’affitto rimane la voce più problematica per le famiglie, che pesa sul 45,6% di chi deve sostenere questa spesa.

Anche sul versante dei consumi le strategie difensive si moltiplicano. Sei italiani su dieci rinviano acquisti considerati necessari, il 54% taglia le uscite fuori casa, il 52% ridimensiona vacanze e viaggi. Il 38% paga in nero servizi domestici, ripetizioni o piccole riparazioni. La rinuncia alle cure sanitarie, peraltro già presente nel rapporto 2025, si aggrava ulteriormente: il 34,6% rinuncia ai controlli medici periodici (erano il 27,2% l’anno scorso), il 32,1% alle cure odontoiatriche (28,2% nel 2025).

Il sistema pensionistico contribuisce a questo quadro. Le nascite sono calate del 34% in vent’anni, la base contributiva si restringe, i giovani più qualificati emigrano portando con sé il capitale umano finanziato con risorse pubbliche. Le proiezioni ottimistiche che prefigurano un miglioramento dopo il 2040 poggiano su ipotesi, una crescita della produttività all’1,3% annuo, un’inversione della natalità, un saldo migratorio positivo, che i dati attuali faticano a sostenere.

Le istituzioni e la fiducia che non trova casa

Il Presidente della Repubblica è l’unica figura istituzionale a raccogliere la piena fiducia dei cittadini, con il 61,8% di giudizi positivi. Il dato è coerente con quanto già rilevato nel 2024, quando Mattarella aveva toccato il 63,6% ed era risultato l’unica ancora di legittimità percepita in un sistema in crisi di rappresentanza. Parlamento e governo restano distanti: il primo si ferma al 26,1% di fiduciosi, il secondo al 32,1%. La sfiducia verso la politica e i partiti rimane radicata, anche se questi ultimi mostrano una lieve risalita, dal 21,1% al 25,7%.

Le forze dell’ordine e le forze armate restano invece ampiamente apprezzate, con la Guardia di Finanza al 71,7% e l’Aeronautica Militare al 74%. L’Intelligence si conferma sopra il 63%. I Vigili del Fuoco raggiungono l’85,8%.

Il dato più interessante riguarda la percezione della democrazia. Il 50,3% degli italiani vorrebbe che il Presidente della Repubblica avesse più poteri, per rendere il sistema “più moderno ed efficiente”. Una quota significativa (22,9%) punta invece sul Presidente del Consiglio. Dietro queste preferenze si legge un desiderio diffuso di autorevolezza istituzionale che il sistema attuale non riesce a garantire.

L’Italia e il mondo: tra guerre, dazi e un’Europa che non convince

Il 38° Rapporto si confronta con uno scenario internazionale che già il Rapporto precedente aveva descritto come frammentato e pericoloso. Tre quarti degli italiani (75,6%) giudicano ingiustificabile l’invasione russa dell’Ucraina, ma il 52% ritiene che sia il preludio di un espansionismo russo su altri territori. Sull’ipotesi di una spartizione del mondo in sfere di influenza tra le superpotenze, la maggioranza degli italiani (54,9%) esprime una valutazione negativa, pur con un quarto del campione che non sa come giudicarla.

Sul fronte militare, gli italiani si mostrano tutt’altro che bellicisti. Il 69,8% è contrario a un incremento della spesa militare, il 63,2% si oppone al ripristino del servizio di leva, il 52,6% ritiene che l’Italia dovrebbe restare neutrale anche in caso di attacco a un paese alleato NATO. Un risultato in netta controtendenza rispetto all’onda di riarmo che percorre l’Europa.

Il giudizio sull’Unione Europea è impietoso. Il 67,8% degli italiani la considera priva di unità politica, il 65,2% vede la stessa mancanza sul piano economico, il 64,4% su quello della difesa. Solo il commercio regge, ma anche lì la maggioranza (57,9%) non percepisce coesione. È il ritratto di un gigante immobile, per usare la metafora di Fara, imbrigliato dalle logiche nazionali dei suoi membri.

Intelligenza artificiale tra promesse e diffidenza

Se il 37° Rapporto aveva dedicato ampio spazio al tema dell’IA come fenomeno emergente e divisivo, il 38° ne registra l’ulteriore espansione nella vita quotidiana. Oggi il 51,8% degli italiani la utilizza, ma a farlo in modo abituale è solo il 14,4%. Si usa soprattutto per richiedere informazioni pratiche (81,3%), per lavoro e studio (60,5%), per svago (54%). Il 41,2% la utilizza anche per indicazioni di carattere sanitario.

L’atteggiamento degli italiani verso questa tecnologia resta ambivalente. Il 62,7% la considera utile e altrettanti (62,5%) chiedono una regolamentazione. Ma la fiducia nei sistemi di IA si fa molto selettiva: funziona per la generazione di testi (54%), crolla per le diagnosi mediche a distanza (71,1% di sfiduciosi), la selezione del personale (77,3%) e le decisioni finanziarie (65,9%). Fara nel rapporto introduce anche il concetto di “Ignoranza Artificiale”, l’effetto collaterale dell’IA sull’impoverimento del pensiero critico e sulla diffusione del “pensiero corto”, come rischio sistemico che si intreccia con quello delle opportunità.

Il cyberstalking intanto è diventato il reato digitale più diffuso: ne ha subito almeno un episodio il 28,2% degli italiani che usano il digitale, contro il 14% del 2024. Un incremento di quattordici punti in due anni.

La società e i suoi segnali deboli

Quello che emerge è un paese che si trova in un momento di transizione difficile, consapevole dei propri problemi ma privo di una visione condivisa per affrontarli. La frattura tra chi ha e chi non ha si allarga. La fiducia nelle istituzioni si concentra su poche figure e si disperde sul resto. Il futuro spaventa più che attrarre. “Siamo sempre più consapevoli del fatto che oggi quella visione manca”, scrive Fara nelle considerazioni generali. E finché manca una visione, le due metà del paese continueranno a tirare dalla loro parte, come nel romanzo di Calvino, senza trovare la strada per ricongiungersi.

All’assemblea di Confindustria Orsini e Meloni convergono su nucleare ed Europa, ma le sfide restano aperte

L’assemblea annuale di Confindustria, tenutasi alla Nuvola dell’Eur a Roma alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha offerto uno dei quadri più nitidi delle tensioni che attraversano l’economia italiana nel 2026. Sul palco e dalla platea si sono intrecciate analisi impietose, richieste politicamente ambiziose e promesse di governo. Protagonisti Emanuele Orsini e Giorgia Meloni.

Un’industria sotto pressione, tra guerra e costi energetici fuori controllo

Emanuele Orsini non ha usato mezze misure. Già nell’incipit del suo intervento ha messo in chiaro la posta in gioco: “Se in Italia e in Europa non saremo capaci di uno sforzo comune, perderemo la nostra industria, ovvero il 15 per cento del Pil e milioni di posti di lavoro”. Una dichiarazione che suona quasi come un atto di accusa preventivo nei confronti di chi, a suo avviso, continua a rimandare scelte che non possono più aspettare.

Il filo conduttore della relazione è stata la parola responsabilità, ripetuta più volte con cadenza deliberata. E il contesto in cui quella responsabilità viene invocata è segnato da due crisi sovrapposte: la guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente, con la chiusura dello Stretto di Hormuz che pesa direttamente sui costi energetici delle imprese italiane. Secondo le stime del Centro Studi di Confindustria, il costo energetico aggiuntivo per la manifattura italiana può arrivare a 21 miliardi di euro nel 2026, mentre l’area del Golfo vale per l’Italia 32 miliardi di interscambio commerciale con un saldo attivo di 11 miliardi.
Il tema energetico è rimasto al centro di quasi tutto il discorso. Orsini ha denunciato che per le imprese italiane il prezzo dell’energia è “ormai una vera e propria minaccia esistenziale”, sottolineando come l’Italia, per le scelte compiute in passato rinunciando al nucleare e per i blocchi regionali sulle rinnovabili, si trovi “completamente fuori scala e fuori mercato”. Ha ricordato che restano bloccati oltre 4mila permessi per impianti da fonti rinnovabili e che 131 gigawatt sono ancora in attesa di autorizzazione. “Non si possono invocare più rinnovabili e poi bloccarne le autorizzazioni”, ha detto, rivolgendo un appello trasversale a tutte le forze politiche affinché vengano sbloccate le aree idonee agli impianti fotovoltaici ed eolici di grande taglia, “quelle che continuano a incontrare forti resistenze a livello regionale e locale, indipendentemente dal colore politico.”

Il nucleare, l’Europa e i 20 miliardi della proposta fiscale

Sul ritorno al nucleare Orsini è stato netto, e ha accompagnato le parole con un gesto concreto: “Noi per primi, come imprese, siamo disponibili a ospitare i piccoli reattori modulari nei nostri stabilimenti e nei nostri distretti.” Ha liquidato come “falso” l’argomento secondo cui il nucleare sarebbe inutile perché richiederebbe 10-15 anni per diventare operativo: “Inutile è ogni anno, ogni mese, che si perde.”

Sul fronte europeo, la relazione si è fatta ancora più dura. Orsini ha riconosciuto di credere nell’Europa, ma ha subito precisato che l’Europa “deve cambiare strada e deve cambiare passo”, perché “Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività”. Ha citato dati che parlano da soli: negli ultimi 25 anni la quota di PIL mondiale prodotta dall’Unione Europea è scesa di circa 7 punti percentuali, pari a oltre 7mila miliardi di euro di prodotto perso, “in gran parte finiti all’industria cinese”. La Cina, ha osservato, “è oggi l’unica vera superpotenza industriale: da sola genera il 35 per cento della produzione manifatturiera mondiale, più di quanto producano insieme gli altri otto principali Paesi industrializzati”. La proposta di Confindustria si articola su tre leve: un vero mercato unico dell’energia con la sospensione degli ETS, un mercato unico dei capitali e del risparmio e, la più ambiziosa, un debito comune europeo per finanziare una vera politica industriale comunitaria, escludendo però che possa servire a coprire la spesa corrente degli Stati.

Non meno dirompente è stata la proposta sul fronte fiscale interno. Orsini ha lanciato un’idea concreta al governo e alle parti sociali: identificare 20 miliardi da riallocare senza aumentare il debito, da distribuire in parti uguali tra crescita, sanità e scuola, attraverso una revisione condivisa della spesa pubblica. “È un atto concreto di responsabilità da compiere con decisioni condivise di maggioranza e opposizione”, ha spiegato, invocando “fiducia e coraggio politico”. L’obiettivo dichiarato è tornare a una crescita del 2 per cento annuo, che Orsini ha definito “non solo necessaria ma possibile”.

Meloni fra Europa, nucleare e la promessa di riformare la burocrazia

L’intervento della presidente del Consiglio ha preso atto di molte delle critiche avanzate da Orsini, spesso giocando d’anticipo sul terreno più favorevole al governo, quello energetico. Meloni ha riconosciuto esplicitamente che il costo dell’energia pesa sulla competitività italiana e ha raccolto la sfida nucleare con un impegno preciso: “Vogliamo proseguire speditamente sulla strada per il ritorno dell’energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative, con mini-reattori modulari sicuri e puliti”. Ha fissato una scadenza: “Entro l’estate, sarà approvata la legge delega e poi saranno adottati i decreti attuativi”. Un calendario stringente che ha subito raccolto l’apprezzamento formale di Orsini, che ha detto di aver “molto apprezzato” l’intenzione della premier di accelerare in Parlamento l’iter delle misure necessarie al ritorno al nucleare.

Sulla governance europea, Meloni non ha lesinato le critiche all’impianto comunitario, in evidente sintonia con la platea: “La principale, enorme fragilità che ci riguarda da vicino è l’attuale configurazione dell’Unione Europea, un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività, la crescita strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici”. Ha aggiunto che “l’Europa è stata inarrestabile nella capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune ma miope quando si trattava di far sentire la propria voce nella vita globale”. Una lettura che si sovrappone quasi perfettamente a quella di Orsini, segnale di una convergenza politico-industriale su questo tema che va al di là della consueta dialettica governo-associazioni di categoria. Meloni ha anche citato la crisi in Iran come elemento che “giustifica ampiamente l’estensione della flessibilità già concessa per le spese di sicurezza e difesa anche agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica”, chiedendo a Bruxelles spazio per allocare le risorse disponibili senza creare nuovo debito nazionale.

Sul versante interno, la proposta più concreta di Meloni è stata quella di avviare “subito un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia“, da costruire insieme alle imprese perché “quando c’è un servizio che non funziona, se vuoi risolvere quel problema, devi interrogare gli utenti”. Ha anche aperto a includere negli incentivi di Transizione 5.0 gli investimenti su software e cloud, definendo questa scelta “corretta e intelligente” per fare i conti “con il mondo verso il quale andiamo.” In chiusura, ha parlato anche di difesa e sicurezza senza rinunciare alla sua posizione: ha ribadito di non aver “affatto cambiato atteggiamento” sulla necessità di aumentare le spese per la difesa, pur riconoscendo che “se noi oggi non aiutiamo le famiglie e le imprese a superare l’impatto di una crisi che è significativa, rischiamo che domani non ci sia più niente da difendere.” Poi, rivolgendosi direttamente alla platea degli industriali: “Vi chiedo di non avere paura, siate coraggiosi e vi prometto che io farò lo stesso.”

L’Italia che resiste senza cambiare passo. Il ritratto dell’ISTAT

Il Rapporto annuale dell’ISTAT è arrivato alla Camera dei Deputati in una cornice storica non da poco: è la prima presentazione del centenario dell’istituto, fondato il 9 luglio 1926. Cento anni di statistiche, e il messaggio di fondo del 2026 è lo stesso degli anni precedenti: il Paese tiene, ma non riesce a fare il salto. L’economia cresce poco, la produttività langue, le nascite toccano un nuovo minimo storico, i salari non hanno ancora recuperato il terreno perduto. E sullo sfondo, il conflitto in Medio Oriente rimette in gioco l’inflazione e le prospettive di crescita.

Un’economia che arranca

Nel 2025 il PIL è cresciuto dello 0,5%, in rallentamento rispetto allo 0,8% del 2024. La domanda interna ha sostenuto consumi e investimenti, ma quella estera ha sottratto 0,7 punti alla crescita. Nel confronto europeo, l’Italia ha fatto meglio della Germania (+0,2%) ma molto peggio della Spagna (+2,8%). Il divario con Madrid è diventato uno dei temi centrali del rapporto: dal 2022 al 2025 il PIL spagnolo è cresciuto del 9% cumulato, contro il 2,3% italiano. La Spagna ha investito di più in attività immateriali, ha attratto più lavoratori stranieri e ha visto crescere i redditi reali del 14,8% nello stesso periodo, contro il +3,3% italiano.

La manifattura ha continuato a soffrire, con la produzione industriale in calo per il terzo anno consecutivo, mentre tengono farmaceutica e aerospazio. Per il 2026 le previsioni sono state riviste al ribasso: crescita ferma allo 0,5%, condizionata dalla crisi nello Stretto di Hormuz e dal Brent risalito a circa 120 dollari al barile in aprile. L’inflazione ad aprile 2026 è balzata al +2,7% annuo.

I salari non hanno ancora recuperato

Nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 3,1%, superando l’inflazione per il secondo anno di fila. Ma il recupero è ancora parziale: rispetto al 2019 i lavoratori italiani hanno perso l’8,6% del potere d’acquisto. Il rapporto avverte che le pressioni sui prezzi energetici legate al conflitto in Medio Oriente potrebbero “rallentare la fase di recupero o addirittura determinare un nuovo periodo di perdita del potere di acquisto”. Il divario tra lavoratori stabili e precari è abissale: chi ha un contratto standard guadagna oltre 28mila euro lordi annui di mediana, chi lavora in condizioni vulnerabili non arriva a 7mila. I lavoratori vulnerabili sono oltre 4 milioni, il 17% degli occupati.

Il lavoro cresce, ma l’Italia è ancora ultima

Il tasso di occupazione nel 2025 ha raggiunto il 62,5%, record storico che però vale poco nel confronto europeo: l’Italia è ancora ultima tra i 27 Stati membri, con quasi 9 punti di distacco dalla media. Il tasso di disoccupazione si è attestato al 6,1%, allineandosi per la prima volta alla media UE. La crescita occupazionale è stata trainata soprattutto dalle fasce più mature ( il 42% degli occupati ha oltre 50 anni) mentre i giovani restano in difficoltà: il 13,2% dei 15-29enni è NEET (Not in Education, Employment or Training), con le donne più esposte degli uomini.

Nascite al minimo storico, 6,6 milioni rinunciano ai figli

Le nascite nel 2025 sono state 355mila, il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente. Il numero medio di figli per donna è sceso al minimo storico di 1,14, collocando l’Italia stabilmente tra i Paesi a più bassa fecondità d’Europa. L’età media al parto ha raggiunto i 32,7 anni. Dietro i numeri c’è una storia di desideri non realizzati: 6,6 milioni di persone in età fertile hanno rinunciato ad avere i figli che volevano. Per oltre 2,8 milioni di loro il peso principale è rappresentato dalle difficoltà economiche e dall’incertezza lavorativa.

Quasi 11 milioni a rischio povertà

Le disuguaglianze restano strutturali. Nel 2025, quasi 11 milioni di persone (il 18,6% della popolazione) sono a rischio di povertà. In povertà assoluta nel 2024 erano 5,7 milioni, pari a 2,2 milioni di famiglie. Colpisce soprattutto le famiglie numerose, i minori (1,28 milioni di under 18), gli stranieri e chi vive nel Mezzogiorno. La povertà energetica è in aumento: dal 7,7% nel 2022 al 9,1% nel 2024. Il ceto medio, che rappresenta il 61,2% della popolazione, regge ma il 16,1% delle sue famiglie dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà.

Presentando il rapporto, il presidente dell’ISTAT Francesco Maria Chelli ha puntato il dito sulla questione centrale: “Le potenzialità di crescita restano vincolate da criticità di lungo periodo, tra cui il modesto andamento della produttività. Una delle sfide chiave per il Paese si giocherà sulla capacità di valorizzare il capitale umano”.

Trenta miliardi da spendere in due mesi, la corsa contro il tempo del PNRR

Sono 45.506 i cantieri che rientrano nelle 60 misure con scadenza perentoria. Il loro valore complessivo supera i 96 miliardi, ma è la quota direttamente a carico del PNRR, 60,4 miliardi, quella su cui pende la spada di Damocle del 30 giugno: quei fondi, se non spesi e certificati in tempo, rischiano di tornare a Bruxelles. Il dato che preoccupa di più è quello finanziario: per queste 60 misure, lo stato di avanzamento della spesa si ferma al 48,5% Significa che su 60 miliardi di fondi europei destinati a opere che devono essere finite entro poche settimane, oltre 30 miliardi devono ancora essere materialmente spesi e rendicontati. Sulla carta, la data è quella del 30 giugno 2026, termine formale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Nella pratica, è la scadenza di un esperimento senza precedenti: trasformare in opere concrete, uffici funzionanti, treni in corsa e scuole rinnovate 194 miliardi di euro di risorse europee, una cifra che non ha equivalenti nella storia repubblicana. Il governo italiano ha anche chiesto e ottenuto un’ulteriore revisione del proprio piano nazionale, a conferma di quanto intensa sia stata la pressione per aggirare criticità e ritardi in questa fase conclusiva.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, presentando il Documento di Finanza Pubblica approvato il 22 aprile, ha detto che il 2025 è stato “l’anno di massima operatività” dei cantieri. Ma i numeri raccontano qualcosa di più complicato.

Meloni prima in Europa, ma i dati dicono altro

A novembre 2025 la spesa già sostenuta era pari al 52% delle risorse assegnate. Non tutto, però, dovrà essere erogato entro il 2026. Con la sesta revisione del PNRR il governo ha modificato ben 173 misure, riallocando circa 13,4 miliardi di euro pur mantenendo invariata la dotazione complessiva. Restano ancora da conseguire 209 scadenze.

La premier Giorgia Meloni ha dichiarato di essere “la prima nazione in Europa in avanzamento del PNRR”. Il ministro Foti ha rivendicato che l’Italia, dopo l’incasso dell’ultima rata, avrà ricevuto 140 miliardi corrispondenti al 72 per cento della dotazione complessiva. Ma i dati aggiornati sulla spesa effettiva nel sistema ReGis si fermano a 70 miliardi, con un ritmo di circa due miliardi al mese, non troppo incoraggiante alla luce del calendario che rimane.

La differenza tra “risorse incassate” e “soldi effettivamente spesi e rendicontati” è la chiave per capire dove si nasconde il vero rischio. Incassare le rate europee, sbloccarle formalmente, non equivale ad aver aperto un cantiere o aver consegnato un’opera. Il monitoraggio fisico dei cantieri attraverso la piattaforma ReGiS mostra lacune preoccupanti: esistono progetti che risultano allo zero per cento di avanzamento finanziario ma che sul territorio sono quasi conclusi, perché le imprese non hanno ancora emesso fattura. Vale anche il contrario: misure certificate come completate sul portale ufficiale che sul campo mostrano avanzamenti ben più bassi.

Le ferrovie al Sud, il capitolo più critico

Nel PNRR le infrastrutture di mobilità rappresentano il capitolo più oneroso in carico al Ministero delle Infrastrutture. Tra il 2025 e il 2026 si dovranno spendere decine di miliardi di fondi PNRR per la rete ferroviaria da nord a sud, oltre ai normali interventi di manutenzione. Vuol dire che il numero di cantieri aumenterà: ne sono previsti 1.000 al giorno. Nel giro di un anno e mezzo si dovranno ultimare progetti per 16 miliardi, con un ritmo da circa un miliardo di euro al mese. Il problema è che alcune grandi opere viaggiano molto più lente di quanto i cronoprogrammi ufficiali dichiarino. I cantieri ferroviari verso il Sud sono già fuori tempo. La Salerno-Reggio Calabria ha speso il 3,54% dei fondi PNRR assegnati rispetto all’8% preventivato. La Roma-Bari è al 34,75% di avanzamento rispetto al 59% atteso. Il Terzo Valico dei Giovi non concluderà i lavori entro giugno: rischio concreto di perdere 200 milioni di finanziamenti europei.

Questo dato si incrocia con il DFP presentato da Giorgetti: il governo si aspetta che proprio il completamento del PNRR nella prima metà del 2026 contribuisca a sostenere la crescita, stimata allo 0,6 per cento. Se i cantieri ferroviari non chiudono in tempo, o se i fondi vengono restituiti a Bruxelles, quella cifra già risicata rischia di essere ulteriormente rivista al ribasso.

Le misure più indietro

L’elenco delle opere in ritardo grave è lungo. Il superamento degli insediamenti abusivi in agricoltura, un intervento pensato per contrastare il caporalato, è all’1,2% di avanzamento finanziario. La digitalizzazione dei parchi nazionali è al 3,3%. Le cosiddette “isole verdi”, piccole isole da trasformare in laboratori di sostenibilità con 200 milioni di euro, sono al 6%, nonostante il portale governativo le dichiari completate.

Sul versante opposto si trovano alcune misure che avanzano bene: le linee di collegamento ad alta velocità con l’Europa nel Nord sono all’81,3%, la riqualificazione dei beni immobili della giustizia al 73,8%, i progetti di rigenerazione urbana al 72,3%. Ma queste eccellenze convivono con ritardi strutturali che riguardano esattamente le opere più strategiche per il riequilibrio territoriale tra Nord e Sud.

Le scappatoie: lotti funzionali e strumenti finanziari

Il governo non è rimasto fermo. Il Fondo per l’avvio di opere indifferibili, inizialmente concepito per compensare l’aumento dei costi dei materiali, è stato successivamente utilizzato come risorsa sostitutiva per gli interventi che hanno rinunciato ai finanziamenti del PNRR, purché gli appalti fossero stati aggiudicati entro il 2025. Un’altra possibilità è la suddivisione dei progetti in lotti funzionali, che consente di includere nel PNRR solo le componenti realizzabili entro la scadenza, rinviando le parti residue ad altri fondi.

Una seconda ancora di salvezza riguarda strumenti finanziari che valgono complessivamente 23,5 miliardi di euro nei settori energia, acqua, digitale, agroalimentare e housing universitario. Per queste misure, entro il 30 giugno sarà sufficiente aver costituito il fondo di gestione. La selezione e la realizzazione concreta dei progetti potrà slittare anche oltre quella data. È una soluzione tecnica sensata, ma che nella sostanza rinvia a data da destinarsi una parte rilevante degli investimenti che il PNRR avrebbe dovuto completare.

Il DFP e il PNRR, due facce dello stesso problema

La coincidenza temporale tra la scadenza del 30 giugno e l’approvazione del DFP non è casuale. Il documento di Giorgetti è costruito attorno a una scommessa: che il picco di spesa del PNRR nella prima metà dell’anno sostenga la crescita e contribuisca a portare il deficit al 2,9 per cento. Ma questa scommessa regge solo se i cantieri terminano, se le opere vengono certificate, se le rendicontazioni arrivano in tempo a Bruxelles.

Il ministro Giorgetti ha detto che “la necessità di investire non si fermerà certo a giugno 2026”. È vero. Ma il punto è che le risorse europee straordinarie del Recovery sì, si fermano. E quello che non sarà speso e certificato entro quella data potrebbe non tornare più.

L’OCSE promuove l’Italia ma chiede di fare riforme su giovani, energia e produttività

Il giudizio dell’OCSE sull’Italia è, come quasi sempre, di quelli che lasciano un retrogusto amaro. L’occupazione è ai massimi, i bilanci di famiglie e imprese si sono rafforzati, il settore finanziario regge. Tutto vero. Ma la crescita è rimasta strutturalmente inferiore alla media europea, la produttività del lavoro ristagna dalla metà degli anni Novanta, e le sfide di lungo periodo, demografiche, fiscali, energetiche, non accennano a ridursi.

Per il 2026 le proiezioni OCSE indicano una crescita reale dello 0,4%, in rallentamento rispetto allo 0,8% del 2024. L’impennata dei prezzi energetici legata alla crisi in Medio Oriente pesa sulla domanda interna, mentre l’inflazione risale al 2,4% spinta proprio dalle forniture di gas. Solo nel 2027, con un ipotetico allentamento delle tensioni internazionali, la crescita dovrebbe risalire allo 0,6%.

Il debito non scende, la spesa sale

Il capitolo più preoccupante è quello fiscale. Il deficit scende, ma il debito pubblico sale: dal 133,9% del PIL nel 2023 al 137,5% stimato nel 2026. È un po’ come pagare puntualmente le rate del mutuo senza che il capitale scenda mai: i conti sembrano in ordine, ma il peso non si alleggerisce.

La radice del problema è nella struttura della spesa. Le pensioni costano il 15,6% del PIL, contro una media OCSE del 9,5%, e continueranno a crescere fino alla metà degli anni 2030. Dall’altro lato del bilancio, la spesa pubblica per l’istruzione si ferma al 4,2%. Il paese spende quasi quattro volte di più per chi ha già lavorato che per chi si sta preparando a farlo. L’OCSE raccomanda di mantenere l’età pensionabile agganciata all’aspettativa di vita e di evitare nuovi incentivi al pensionamento anticipato. Sul fronte fiscale, rimangono ampi margini per ridurre l’evasione: il regime semplificato per le partite IVA distorce gli incentivi, i valori catastali sono fermi da decenni, l’economia sommersa resiste.

I giovani che se ne vanno

Una delle raccomandazioni più ricorrenti, e più inascoltate, riguarda i giovani. L’Italia ha una delle quote più elevate di NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione o aggiornamento professionale) nell’area OCSE: circa il 17% nella fascia 20-24 anni, contro l’8% della Germania. Molti vivono ancora con i genitori ben oltre i trent’anni, non per scelta ma per mancanza di alternative: i redditi crescono lentamente e il percorso verso un’occupazione stabile è lungo e incerto. Molti, alla fine, scelgono di emigrare. È difficile non leggerci il riflesso diretto di un Paese che continua a destinare risorse a chi è già uscito dal mercato del lavoro, piuttosto che a chi cerca di entrarci.

Il dualismo del mercato del lavoro, con tutele concentrate sui lavoratori già inseriti e incertezza per chi entra, è uno dei fattori principali. Molti giovani restano bloccati in una sequenza di contratti a tempo determinato senza prospettive di stabilizzazione. L’OCSE raccomanda di ridurre il cuneo fiscale sulle fasce di reddito più basse e di riformare la legislazione sul licenziamento per ridurne l’incertezza, oltre a potenziare gli Istituti Tecnologici Superiori come alternativa concreta per chi esce dalla scuola secondaria.

Energia e piccole imprese: le due debolezze competitive

Due capitoli del rapporto affrontano il costo dell’energia e la struttura produttiva, due debolezze strutturali strettamente legate. Sul primo: l’Italia compra cara l’energia che potrebbe produrre da sola. Ha una quota di combustibili fossili importati tra le più alte dell’area OCSE, e i processi di autorizzazione per le rinnovabili sono tra i più lenti d’Europa, nonostante il sole e il vento non manchino. Il rapporto raccomanda di accelerare gli investimenti in generazione e trasmissione dell’energia e di sostituire le sovvenzioni generalizzate con misure mirate per le famiglie più vulnerabili.

Sul fronte della struttura produttiva, l’OCSE ripete un tema ricorrente: le imprese italiane sono competitive nella loro fascia dimensionale, ma ce ne sono troppe di piccole e troppo poche di grandi. Le barriere normative e fiscali scoraggiano la crescita, i mercati dei capitali restano sottosviluppati, la spesa privata in ricerca e sviluppo è ben sotto la media OCSE. La direzione indicata è semplificare il contesto regolatorio e sviluppare incentivi per il capitale di rischio.

Il quadro che emerge è quello di un Paese che ha retto agli shock meglio del previsto, grazie alla diversificazione dell’economia e all’impulso del PNRR, ma la strada verso una crescita più sostenuta passa per una scelta che i numeri rendono difficile ignorare: continuare a destinare risorse sproporzionate al passato, o investire seriamente nel futuro. Le riforme che l’OCSE chiede toccano interessi consolidati e richiedono coraggio politico, in un momento in cui lo spazio di bilancio è stretto. Ma i giovani che ogni anno lasciano il Paese non aspettano.

Il decimale che cambia i piani. l’Italia resta sotto procedura UE e rivede al ribasso le stime di crescita

Il dato definitivo è arrivato da Eurostat poco dopo le 11 del 22 aprile: il rapporto deficit/Pil dell’Italia nel 2025 è al 3,1%, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024 ma inchiodato un decimale sopra la soglia del 3% del PIL che avrebbe cambiato il quadro.

Restare sopra la soglia significa rimanere nella procedura per disavanzi eccessivi avviata da Bruxelles, con tutte le implicazioni in termini di sorveglianza, raccomandazioni vincolanti e limitazioni alla libertà di bilancio. L’uscita anticipata dalla procedura avrebbe consentito all’Italia di attivare la clausola di salvaguardia che permette di escludere gli investimenti nella difesa dalla spesa pubblica netta (circa 12 miliardi nei prossimi tre anni). In assenza di quella clausola, rispettare gli impegni presi con la NATO diventa significativamente più complicato, senza “togliere un euro” alla sanità o al welfare, come Giorgetti ha ripetuto in più occasioni.

La procedura riguarda oggi altri nove Paesi oltre all’Italia, tra cui Francia, Austria e Belgio. Il prossimo appuntamento decisivo è fissato al 3 giugno, quando la Commissione europea presenterà il Pacchetto di primavera del Semestre europeo con le raccomandazioni country-specific: è in quella sede che verrà valutato formalmente il percorso italiano. L’obiettivo ufficiale del governo resta quello di uscire dalla procedura nel 2027, quando il deficit dovrebbe scendere al 2,6%.

Il Superbonus, il debito e la pressione fiscale

Il “colpo di coda” del Superbonus ha avuto un peso significativo sul consuntivo 2025: l’ultima porta lasciata aperta nel 2023 ha permesso una spesa di altri 5,3 miliardi lo scorso anno, che incidono sull’indebitamento netto, accanto ai 44,2 miliardi di crediti d’imposta riconosciuti in passato e utilizzati nel 2025. Il capitolo dei bonus edilizi continua a gravare sui conti pubblici in modo non lineare: il costo complessivo attribuito ai crediti edilizi resta nell’ordine di circa 230 miliardi di euro, con oltre 165 miliardi riferiti al solo Superbonus.

Il debito pubblico è salito al 137,1% del PIL, dal 134,7% del 2024. A febbraio 2026 il debito delle amministrazioni pubbliche aveva già toccato i 3.139,9 miliardi di euro, in aumento di 27,3 miliardi rispetto a gennaio. Sul versante delle entrate, il quadro mostra un dinamismo fiscale che non ha però prodotto i risultati sperati sul deficit. Nel 2025 il prelievo di tasse e contributi è cresciuto di 39,4 miliardi, portando la pressione fiscale al 43,1%, sette decimali sopra il dato dell’anno precedente: il livello più alto dal 2014. La corsa delle entrate ha contribuito a contenere il deficit, ma non è stata sufficiente a scavalcare la soglia del 3%.

Il DFP: crescita rivista, scenario eccezionale

Nella stessa giornata in cui Eurostat pubblicava il dato sul deficit, il Consiglio dei ministri esaminava il Documento di Finanza Pubblica, il fascicolo primaverile che nella riforma della governance economica europea ha sostituito il vecchio DEF. Il DFP non contiene il quadro programmatico completo ma aggiorna le ipotesi macroeconomiche e la traiettoria tendenziale dei conti, fissando la cornice entro cui si muoverà la manovra autunnale.

La novità principale è la revisione al ribasso della crescita. Il governo ha portato la stima del PIL 2026 dallo 0,7% allo 0,6%. Giorgetti ha inquadrato la correzione in termini espliciti: “Non vediamo circostanze normali ma di tipo totalmente eccezionale, e quindi le previsioni, validate dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio sono già oggi discutibili e già nelle prossime settimane sono meritevoli di adeguamenti”. Una formulazione che richiama implicitamente le clausole del nuovo Patto di stabilità europeo, che in caso di “grave congiuntura negativa” prevede la sospensione dei vincoli di bilancio, uno scenario su cui il governo nutre speranze, ma che finora non ha trovato sponda a Bruxelles.

Lo 0,6% del governo è già inferiore alle stime di ottobre scorso (0,7%), ma resta sopra le previsioni di organismi internazionali e indipendenti. Il Fondo Monetario Internazionale stima un PIL italiano allo 0,5% sia nel 2026 sia nel 2027, Banca d’Italia converge sullo stesso valore, l’OCSE si ferma allo 0,4%. L’Ufficio parlamentare di bilancio stima che l’impatto della guerra in Medio Oriente sul PIL italiano varierà tra 0,2 e 0,4 punti percentuali a seconda dell’evoluzione del conflitto e delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz.

La crisi energetica come fattore esogeno

Il nesso tra il peggioramento delle previsioni e la crisi in corso nel Golfo Persico è riconosciuto apertamente dal governo. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz dopo i raid di fine febbraio ha innescato un aumento dei prezzi dell’energia che si trasmette all’economia italiana attraverso tre canali: la bolletta delle imprese manifatturiere, il costo dei trasporti e l’inflazione al consumo, con effetti già visibili sui dati di marzo e aprile. Il quadro tendenziale del DFP incorpora uno scenario di riferimento che ipotizza una progressiva normalizzazione. ma senza garanzie. Se la crisi dovesse prolungarsi, le stime di crescita sarebbero ulteriormente erose, rendendo ancora più difficile contenere il deficit al 2,8% nel 2026, obiettivo su cui il governo mantiene formalmente la propria previsione. L’unico margine di manovra reale, secondo le elaborazioni tecniche, appare confinato al 2028, e vale circa lo 0,1% della spesa netta, poco più di un miliardo. Un cuscinetto sottilissimo in uno scenario eccezionale, come lo definisce lo stesso Giorgetti, che non ammette errori di previsione.

Appalti pubblici, infrastrutture e corruzione. Bilancio di un’Italia che costruisce poco e sorveglia meno

Il mercato degli appalti pubblici italiani nel 2025 ha raggiunto un valore complessivo di 309,7 miliardi di euro, con 287.421 procedure di affidamento, un aumento del 7,6% nel numero e del 13,9% nell’importo totale rispetto al 2024. I numeri, presentati alla Camera dal presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Giuseppe Busia alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, sembrano incoraggianti. A guardarli da vicino, però, il quadro si complica.

La crescita è trainata quasi interamente dal comparto delle forniture, aumentate del 25,2% in valore, e dai servizi, cresciuti del 15,9%. Il settore dei lavori pubblici è invece in netta flessione, con un calo del 10,6% sull’importo totale rispetto all’anno precedente, nonostante il numero delle procedure sia aumentato del 3,3%. La forbice tra il numero di gare e il valore effettivo dei lavori appaltati racconta di una pubblica amministrazione sempre più impegnata ad acquistare beni e a esternalizzare servizi, e sempre meno capace di tradurre risorse in opere fisiche. Sul fronte geografico, il Lazio guida sia per numero di procedure (35.902 gare identificate da codice CIG) sia per volume di spesa, con 78,8 miliardi di euro, seguita dalla Lombardia con 43,9 miliardi.

Le tipologie di forniture più acquistate nel 2025 riflettono la pressione del sistema sanitario post-pandemia: i prodotti farmaceutici segnano un balzo del 65,4% rispetto al 2024, le apparecchiature mediche crescono del 10,1%. Tra i servizi, la voce che ha inciso di più, per la prima volta, è quella connessa alla costruzione, ma solo grazie a una singola gara da 8,35 miliardi per la concessione di una tratta autostradale (A22 Brennero-Modena). Al netto di quella operazione, i servizi mostrano una struttura ordinaria con la spesa per assistenza sociale al primo posto.

Il buco nero degli affidamenti sottosoglia

Il dato più preoccupante che emerge dalla relazione ANAC riguarda un fenomeno che per anni è rimasto ai margini del dibattito pubblico e che ora assume proporzioni difficili da ignorare. Nel 2025 gli affidamenti diretti per servizi e forniture hanno interessato quasi il 95% delle acquisizioni totali, con un significativo addensamento a ridosso della soglia, tra i 135.000 e i 140.000 euro: si passa dai 1.549 del 2021 ai 13.879 del 2025. Un moltiplicatore di quasi nove volte in quattro anni. Busia ha definito questo andamento con parole nette: “Dietro questa prassi si annidano sovente sprechi, opportunismi, frazionamenti artificiosi, talvolta perfino infiltrazioni criminali. E, in qualche contesto, gli amministratori onesti restano più esposti a pressioni indebite, non potendo più opporre, sotto tale soglia, la necessità di un confronto competitivo”.

Il meccanismo è tecnicamente semplice: sopra una certa soglia di importo, la legge impone procedure competitive aperte al mercato, con pubblicazione del bando, valutazione delle offerte e trasparenza. Sotto quella soglia, le stazioni appaltanti possono affidare direttamente, senza gara. Il risultato è che le amministrazioni tendono a tenere i contratti di consulenza e fornitura appena al di sotto del limite, frammentando le commesse o calibrando gli importi in modo da evitare il confronto concorrenziale. La concentrazione di appalti nella fascia 135-140mila euro, praticamente sulla linea del limite, non è statistica: è una scelta. L’ANAC parla esplicitamente di “addensamento” e il trend è esponenziale.

Questo fenomeno interagisce con un’altra criticità segnalata dal presidente dell’Autorità: manca ancora l’obbligo, per le imprese che partecipano agli appalti, di dichiarare il titolare effettivo, condizione minima per conoscere davvero, al di là degli schermi societari, con chi l’amministrazione si sta rapportando, e per prevenire non solo infiltrazioni criminali, ma anche offerte combinate e intese occulte. Senza sapere chi c’è dietro una società, qualsiasi sistema di verifica antimafia o anticorruzione rimane parziale.

La corruzione cambia forma: più sfuggente, più in alto

Il quadro che emerge dalla relazione annuale dell’ANAC sul fronte della corruzione è quello di un fenomeno che ha imparato ad adattarsi. Il fenomeno si è fatto più insidioso e sfuggente, per insinuarsi in ogni interstizio della vita pubblica: non più soltanto le tradizionali tangenti, ma una costellazione di condotte subdole, dalle consulenze fittizie alle sponsorizzazioni opache, dai concorsi inquinati alla distrazione dei fondi dell’Unione europea, in crescita del 35% lo scorso anno secondo la Procura europea. A volte arriva addirittura a lambire i livelli istituzionali più alti: non si limita a violare le regole, ma punta a riscriverle.

Busia ha indicato un ulteriore fattore di vulnerabilità nel sistema: l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio e il parallelo ridimensionamento del traffico di influenze illecite. Secondo l’ANAC, questa scelta avrebbe richiesto un corrispondente rafforzamento delle garanzie amministrative. Al contrario, è avvenuto il contrario: si è arretrati sul piano penale senza costruire presidi alternativi sul piano amministrativo, lasciando zone d’ombra in cui i comportamenti scorretti possono prosperare senza essere facilmente perseguiti.

Sul piano della digitalizzazione degli appalti, invece, Busia ha registrato un progresso: “In appena due anni, l’Italia ha compiuto un salto che sembrava impossibile” nella digitalizzazione delle procedure di contrattazione pubblica, un avanzamento confermato anche dai dati del rapporto sulle infrastrutture: le stazioni appaltanti che hanno usato la modalità analogica per le gare sono crollate dal 45% al 1% in soli due anni. La Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici abilita oggi oltre 5 milioni di procedure l’anno, assorbendo circa il 12% del PIL nazionale. È ssullo strumento della tracciabilità digitale dell’intera filiera degli appalti, inclusi i subappalti, che Busia ha identificato la principale leva per combattere le infiltrazioni criminali nei cantieri, con un richiamo esplicito al Ponte sullo Stretto: un’opera che, per dimensioni e visibilità, attirerà inevitabilmente attenzioni indesiderate e che richiederà controlli rafforzati e vincoli stringenti al subappalto a cascata.

Il bilancio è quello di un paese che ha costruito una macchina amministrativa imponente e che investe risorse senza precedenti in infrastrutture e appalti, ma che fatica ancora a garantire che quei soldi arrivino dove servono, nei tempi giusti, attraverso procedure che resistano alla pressione degli interessi particolari. La digitalizzazione avanza, i cantieri si moltiplicano, il PNRR ha dato una scossa. Quel che manca, secondo Busia, è ancora una programmazione infrastrutturale di lungo periodo, una visione unitaria condivisa con i territori, e la trasparenza piena su chi, alla fine, riceve i contratti pubblici.