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Argomento: Rapporti / Dati

Trenta miliardi da spendere in due mesi, la corsa contro il tempo del PNRR

Sono 45.506 i cantieri che rientrano nelle 60 misure con scadenza perentoria. Il loro valore complessivo supera i 96 miliardi, ma è la quota direttamente a carico del PNRR, 60,4 miliardi, quella su cui pende la spada di Damocle del 30 giugno: quei fondi, se non spesi e certificati in tempo, rischiano di tornare a Bruxelles. Il dato che preoccupa di più è quello finanziario: per queste 60 misure, lo stato di avanzamento della spesa si ferma al 48,5% Significa che su 60 miliardi di fondi europei destinati a opere che devono essere finite entro poche settimane, oltre 30 miliardi devono ancora essere materialmente spesi e rendicontati. Sulla carta, la data è quella del 30 giugno 2026, termine formale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Nella pratica, è la scadenza di un esperimento senza precedenti: trasformare in opere concrete, uffici funzionanti, treni in corsa e scuole rinnovate 194 miliardi di euro di risorse europee, una cifra che non ha equivalenti nella storia repubblicana. Il governo italiano ha anche chiesto e ottenuto un’ulteriore revisione del proprio piano nazionale, a conferma di quanto intensa sia stata la pressione per aggirare criticità e ritardi in questa fase conclusiva.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, presentando il Documento di Finanza Pubblica approvato il 22 aprile, ha detto che il 2025 è stato “l’anno di massima operatività” dei cantieri. Ma i numeri raccontano qualcosa di più complicato.

Meloni prima in Europa, ma i dati dicono altro

A novembre 2025 la spesa già sostenuta era pari al 52% delle risorse assegnate. Non tutto, però, dovrà essere erogato entro il 2026. Con la sesta revisione del PNRR il governo ha modificato ben 173 misure, riallocando circa 13,4 miliardi di euro pur mantenendo invariata la dotazione complessiva. Restano ancora da conseguire 209 scadenze.

La premier Giorgia Meloni ha dichiarato di essere “la prima nazione in Europa in avanzamento del PNRR”. Il ministro Foti ha rivendicato che l’Italia, dopo l’incasso dell’ultima rata, avrà ricevuto 140 miliardi corrispondenti al 72 per cento della dotazione complessiva. Ma i dati aggiornati sulla spesa effettiva nel sistema ReGis si fermano a 70 miliardi, con un ritmo di circa due miliardi al mese, non troppo incoraggiante alla luce del calendario che rimane.

La differenza tra “risorse incassate” e “soldi effettivamente spesi e rendicontati” è la chiave per capire dove si nasconde il vero rischio. Incassare le rate europee, sbloccarle formalmente, non equivale ad aver aperto un cantiere o aver consegnato un’opera. Il monitoraggio fisico dei cantieri attraverso la piattaforma ReGiS mostra lacune preoccupanti: esistono progetti che risultano allo zero per cento di avanzamento finanziario ma che sul territorio sono quasi conclusi, perché le imprese non hanno ancora emesso fattura. Vale anche il contrario: misure certificate come completate sul portale ufficiale che sul campo mostrano avanzamenti ben più bassi.

Le ferrovie al Sud, il capitolo più critico

Nel PNRR le infrastrutture di mobilità rappresentano il capitolo più oneroso in carico al Ministero delle Infrastrutture. Tra il 2025 e il 2026 si dovranno spendere decine di miliardi di fondi PNRR per la rete ferroviaria da nord a sud, oltre ai normali interventi di manutenzione. Vuol dire che il numero di cantieri aumenterà: ne sono previsti 1.000 al giorno. Nel giro di un anno e mezzo si dovranno ultimare progetti per 16 miliardi, con un ritmo da circa un miliardo di euro al mese. Il problema è che alcune grandi opere viaggiano molto più lente di quanto i cronoprogrammi ufficiali dichiarino. I cantieri ferroviari verso il Sud sono già fuori tempo. La Salerno-Reggio Calabria ha speso il 3,54% dei fondi PNRR assegnati rispetto all’8% preventivato. La Roma-Bari è al 34,75% di avanzamento rispetto al 59% atteso. Il Terzo Valico dei Giovi non concluderà i lavori entro giugno: rischio concreto di perdere 200 milioni di finanziamenti europei.

Questo dato si incrocia con il DFP presentato da Giorgetti: il governo si aspetta che proprio il completamento del PNRR nella prima metà del 2026 contribuisca a sostenere la crescita, stimata allo 0,6 per cento. Se i cantieri ferroviari non chiudono in tempo, o se i fondi vengono restituiti a Bruxelles, quella cifra già risicata rischia di essere ulteriormente rivista al ribasso.

Le misure più indietro

L’elenco delle opere in ritardo grave è lungo. Il superamento degli insediamenti abusivi in agricoltura, un intervento pensato per contrastare il caporalato, è all’1,2% di avanzamento finanziario. La digitalizzazione dei parchi nazionali è al 3,3%. Le cosiddette “isole verdi”, piccole isole da trasformare in laboratori di sostenibilità con 200 milioni di euro, sono al 6%, nonostante il portale governativo le dichiari completate.

Sul versante opposto si trovano alcune misure che avanzano bene: le linee di collegamento ad alta velocità con l’Europa nel Nord sono all’81,3%, la riqualificazione dei beni immobili della giustizia al 73,8%, i progetti di rigenerazione urbana al 72,3%. Ma queste eccellenze convivono con ritardi strutturali che riguardano esattamente le opere più strategiche per il riequilibrio territoriale tra Nord e Sud.

Le scappatoie: lotti funzionali e strumenti finanziari

Il governo non è rimasto fermo. Il Fondo per l’avvio di opere indifferibili, inizialmente concepito per compensare l’aumento dei costi dei materiali, è stato successivamente utilizzato come risorsa sostitutiva per gli interventi che hanno rinunciato ai finanziamenti del PNRR, purché gli appalti fossero stati aggiudicati entro il 2025. Un’altra possibilità è la suddivisione dei progetti in lotti funzionali, che consente di includere nel PNRR solo le componenti realizzabili entro la scadenza, rinviando le parti residue ad altri fondi.

Una seconda ancora di salvezza riguarda strumenti finanziari che valgono complessivamente 23,5 miliardi di euro nei settori energia, acqua, digitale, agroalimentare e housing universitario. Per queste misure, entro il 30 giugno sarà sufficiente aver costituito il fondo di gestione. La selezione e la realizzazione concreta dei progetti potrà slittare anche oltre quella data. È una soluzione tecnica sensata, ma che nella sostanza rinvia a data da destinarsi una parte rilevante degli investimenti che il PNRR avrebbe dovuto completare.

Il DFP e il PNRR, due facce dello stesso problema

La coincidenza temporale tra la scadenza del 30 giugno e l’approvazione del DFP non è casuale. Il documento di Giorgetti è costruito attorno a una scommessa: che il picco di spesa del PNRR nella prima metà dell’anno sostenga la crescita e contribuisca a portare il deficit al 2,9 per cento. Ma questa scommessa regge solo se i cantieri terminano, se le opere vengono certificate, se le rendicontazioni arrivano in tempo a Bruxelles.

Il ministro Giorgetti ha detto che “la necessità di investire non si fermerà certo a giugno 2026”. È vero. Ma il punto è che le risorse europee straordinarie del Recovery sì, si fermano. E quello che non sarà speso e certificato entro quella data potrebbe non tornare più.

L’OCSE promuove l’Italia ma chiede di fare riforme su giovani, energia e produttività

Il giudizio dell’OCSE sull’Italia è, come quasi sempre, di quelli che lasciano un retrogusto amaro. L’occupazione è ai massimi, i bilanci di famiglie e imprese si sono rafforzati, il settore finanziario regge. Tutto vero. Ma la crescita è rimasta strutturalmente inferiore alla media europea, la produttività del lavoro ristagna dalla metà degli anni Novanta, e le sfide di lungo periodo, demografiche, fiscali, energetiche, non accennano a ridursi.

Per il 2026 le proiezioni OCSE indicano una crescita reale dello 0,4%, in rallentamento rispetto allo 0,8% del 2024. L’impennata dei prezzi energetici legata alla crisi in Medio Oriente pesa sulla domanda interna, mentre l’inflazione risale al 2,4% spinta proprio dalle forniture di gas. Solo nel 2027, con un ipotetico allentamento delle tensioni internazionali, la crescita dovrebbe risalire allo 0,6%.

Il debito non scende, la spesa sale

Il capitolo più preoccupante è quello fiscale. Il deficit scende, ma il debito pubblico sale: dal 133,9% del PIL nel 2023 al 137,5% stimato nel 2026. È un po’ come pagare puntualmente le rate del mutuo senza che il capitale scenda mai: i conti sembrano in ordine, ma il peso non si alleggerisce.

La radice del problema è nella struttura della spesa. Le pensioni costano il 15,6% del PIL, contro una media OCSE del 9,5%, e continueranno a crescere fino alla metà degli anni 2030. Dall’altro lato del bilancio, la spesa pubblica per l’istruzione si ferma al 4,2%. Il paese spende quasi quattro volte di più per chi ha già lavorato che per chi si sta preparando a farlo. L’OCSE raccomanda di mantenere l’età pensionabile agganciata all’aspettativa di vita e di evitare nuovi incentivi al pensionamento anticipato. Sul fronte fiscale, rimangono ampi margini per ridurre l’evasione: il regime semplificato per le partite IVA distorce gli incentivi, i valori catastali sono fermi da decenni, l’economia sommersa resiste.

I giovani che se ne vanno

Una delle raccomandazioni più ricorrenti, e più inascoltate, riguarda i giovani. L’Italia ha una delle quote più elevate di NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione o aggiornamento professionale) nell’area OCSE: circa il 17% nella fascia 20-24 anni, contro l’8% della Germania. Molti vivono ancora con i genitori ben oltre i trent’anni, non per scelta ma per mancanza di alternative: i redditi crescono lentamente e il percorso verso un’occupazione stabile è lungo e incerto. Molti, alla fine, scelgono di emigrare. È difficile non leggerci il riflesso diretto di un Paese che continua a destinare risorse a chi è già uscito dal mercato del lavoro, piuttosto che a chi cerca di entrarci.

Il dualismo del mercato del lavoro, con tutele concentrate sui lavoratori già inseriti e incertezza per chi entra, è uno dei fattori principali. Molti giovani restano bloccati in una sequenza di contratti a tempo determinato senza prospettive di stabilizzazione. L’OCSE raccomanda di ridurre il cuneo fiscale sulle fasce di reddito più basse e di riformare la legislazione sul licenziamento per ridurne l’incertezza, oltre a potenziare gli Istituti Tecnologici Superiori come alternativa concreta per chi esce dalla scuola secondaria.

Energia e piccole imprese: le due debolezze competitive

Due capitoli del rapporto affrontano il costo dell’energia e la struttura produttiva, due debolezze strutturali strettamente legate. Sul primo: l’Italia compra cara l’energia che potrebbe produrre da sola. Ha una quota di combustibili fossili importati tra le più alte dell’area OCSE, e i processi di autorizzazione per le rinnovabili sono tra i più lenti d’Europa, nonostante il sole e il vento non manchino. Il rapporto raccomanda di accelerare gli investimenti in generazione e trasmissione dell’energia e di sostituire le sovvenzioni generalizzate con misure mirate per le famiglie più vulnerabili.

Sul fronte della struttura produttiva, l’OCSE ripete un tema ricorrente: le imprese italiane sono competitive nella loro fascia dimensionale, ma ce ne sono troppe di piccole e troppo poche di grandi. Le barriere normative e fiscali scoraggiano la crescita, i mercati dei capitali restano sottosviluppati, la spesa privata in ricerca e sviluppo è ben sotto la media OCSE. La direzione indicata è semplificare il contesto regolatorio e sviluppare incentivi per il capitale di rischio.

Il quadro che emerge è quello di un Paese che ha retto agli shock meglio del previsto, grazie alla diversificazione dell’economia e all’impulso del PNRR, ma la strada verso una crescita più sostenuta passa per una scelta che i numeri rendono difficile ignorare: continuare a destinare risorse sproporzionate al passato, o investire seriamente nel futuro. Le riforme che l’OCSE chiede toccano interessi consolidati e richiedono coraggio politico, in un momento in cui lo spazio di bilancio è stretto. Ma i giovani che ogni anno lasciano il Paese non aspettano.

Il decimale che cambia i piani. l’Italia resta sotto procedura UE e rivede al ribasso le stime di crescita

Il dato definitivo è arrivato da Eurostat poco dopo le 11 del 22 aprile: il rapporto deficit/Pil dell’Italia nel 2025 è al 3,1%, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024 ma inchiodato un decimale sopra la soglia del 3% del PIL che avrebbe cambiato il quadro.

Restare sopra la soglia significa rimanere nella procedura per disavanzi eccessivi avviata da Bruxelles, con tutte le implicazioni in termini di sorveglianza, raccomandazioni vincolanti e limitazioni alla libertà di bilancio. L’uscita anticipata dalla procedura avrebbe consentito all’Italia di attivare la clausola di salvaguardia che permette di escludere gli investimenti nella difesa dalla spesa pubblica netta (circa 12 miliardi nei prossimi tre anni). In assenza di quella clausola, rispettare gli impegni presi con la NATO diventa significativamente più complicato, senza “togliere un euro” alla sanità o al welfare, come Giorgetti ha ripetuto in più occasioni.

La procedura riguarda oggi altri nove Paesi oltre all’Italia, tra cui Francia, Austria e Belgio. Il prossimo appuntamento decisivo è fissato al 3 giugno, quando la Commissione europea presenterà il Pacchetto di primavera del Semestre europeo con le raccomandazioni country-specific: è in quella sede che verrà valutato formalmente il percorso italiano. L’obiettivo ufficiale del governo resta quello di uscire dalla procedura nel 2027, quando il deficit dovrebbe scendere al 2,6%.

Il Superbonus, il debito e la pressione fiscale

Il “colpo di coda” del Superbonus ha avuto un peso significativo sul consuntivo 2025: l’ultima porta lasciata aperta nel 2023 ha permesso una spesa di altri 5,3 miliardi lo scorso anno, che incidono sull’indebitamento netto, accanto ai 44,2 miliardi di crediti d’imposta riconosciuti in passato e utilizzati nel 2025. Il capitolo dei bonus edilizi continua a gravare sui conti pubblici in modo non lineare: il costo complessivo attribuito ai crediti edilizi resta nell’ordine di circa 230 miliardi di euro, con oltre 165 miliardi riferiti al solo Superbonus.

Il debito pubblico è salito al 137,1% del PIL, dal 134,7% del 2024. A febbraio 2026 il debito delle amministrazioni pubbliche aveva già toccato i 3.139,9 miliardi di euro, in aumento di 27,3 miliardi rispetto a gennaio. Sul versante delle entrate, il quadro mostra un dinamismo fiscale che non ha però prodotto i risultati sperati sul deficit. Nel 2025 il prelievo di tasse e contributi è cresciuto di 39,4 miliardi, portando la pressione fiscale al 43,1%, sette decimali sopra il dato dell’anno precedente: il livello più alto dal 2014. La corsa delle entrate ha contribuito a contenere il deficit, ma non è stata sufficiente a scavalcare la soglia del 3%.

Il DFP: crescita rivista, scenario eccezionale

Nella stessa giornata in cui Eurostat pubblicava il dato sul deficit, il Consiglio dei ministri esaminava il Documento di Finanza Pubblica, il fascicolo primaverile che nella riforma della governance economica europea ha sostituito il vecchio DEF. Il DFP non contiene il quadro programmatico completo ma aggiorna le ipotesi macroeconomiche e la traiettoria tendenziale dei conti, fissando la cornice entro cui si muoverà la manovra autunnale.

La novità principale è la revisione al ribasso della crescita. Il governo ha portato la stima del PIL 2026 dallo 0,7% allo 0,6%. Giorgetti ha inquadrato la correzione in termini espliciti: “Non vediamo circostanze normali ma di tipo totalmente eccezionale, e quindi le previsioni, validate dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio sono già oggi discutibili e già nelle prossime settimane sono meritevoli di adeguamenti”. Una formulazione che richiama implicitamente le clausole del nuovo Patto di stabilità europeo, che in caso di “grave congiuntura negativa” prevede la sospensione dei vincoli di bilancio, uno scenario su cui il governo nutre speranze, ma che finora non ha trovato sponda a Bruxelles.

Lo 0,6% del governo è già inferiore alle stime di ottobre scorso (0,7%), ma resta sopra le previsioni di organismi internazionali e indipendenti. Il Fondo Monetario Internazionale stima un PIL italiano allo 0,5% sia nel 2026 sia nel 2027, Banca d’Italia converge sullo stesso valore, l’OCSE si ferma allo 0,4%. L’Ufficio parlamentare di bilancio stima che l’impatto della guerra in Medio Oriente sul PIL italiano varierà tra 0,2 e 0,4 punti percentuali a seconda dell’evoluzione del conflitto e delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz.

La crisi energetica come fattore esogeno

Il nesso tra il peggioramento delle previsioni e la crisi in corso nel Golfo Persico è riconosciuto apertamente dal governo. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz dopo i raid di fine febbraio ha innescato un aumento dei prezzi dell’energia che si trasmette all’economia italiana attraverso tre canali: la bolletta delle imprese manifatturiere, il costo dei trasporti e l’inflazione al consumo, con effetti già visibili sui dati di marzo e aprile. Il quadro tendenziale del DFP incorpora uno scenario di riferimento che ipotizza una progressiva normalizzazione. ma senza garanzie. Se la crisi dovesse prolungarsi, le stime di crescita sarebbero ulteriormente erose, rendendo ancora più difficile contenere il deficit al 2,8% nel 2026, obiettivo su cui il governo mantiene formalmente la propria previsione. L’unico margine di manovra reale, secondo le elaborazioni tecniche, appare confinato al 2028, e vale circa lo 0,1% della spesa netta, poco più di un miliardo. Un cuscinetto sottilissimo in uno scenario eccezionale, come lo definisce lo stesso Giorgetti, che non ammette errori di previsione.

Appalti pubblici, infrastrutture e corruzione. Bilancio di un’Italia che costruisce poco e sorveglia meno

Il mercato degli appalti pubblici italiani nel 2025 ha raggiunto un valore complessivo di 309,7 miliardi di euro, con 287.421 procedure di affidamento, un aumento del 7,6% nel numero e del 13,9% nell’importo totale rispetto al 2024. I numeri, presentati alla Camera dal presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Giuseppe Busia alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, sembrano incoraggianti. A guardarli da vicino, però, il quadro si complica.

La crescita è trainata quasi interamente dal comparto delle forniture, aumentate del 25,2% in valore, e dai servizi, cresciuti del 15,9%. Il settore dei lavori pubblici è invece in netta flessione, con un calo del 10,6% sull’importo totale rispetto all’anno precedente, nonostante il numero delle procedure sia aumentato del 3,3%. La forbice tra il numero di gare e il valore effettivo dei lavori appaltati racconta di una pubblica amministrazione sempre più impegnata ad acquistare beni e a esternalizzare servizi, e sempre meno capace di tradurre risorse in opere fisiche. Sul fronte geografico, il Lazio guida sia per numero di procedure (35.902 gare identificate da codice CIG) sia per volume di spesa, con 78,8 miliardi di euro, seguita dalla Lombardia con 43,9 miliardi.

Le tipologie di forniture più acquistate nel 2025 riflettono la pressione del sistema sanitario post-pandemia: i prodotti farmaceutici segnano un balzo del 65,4% rispetto al 2024, le apparecchiature mediche crescono del 10,1%. Tra i servizi, la voce che ha inciso di più, per la prima volta, è quella connessa alla costruzione, ma solo grazie a una singola gara da 8,35 miliardi per la concessione di una tratta autostradale (A22 Brennero-Modena). Al netto di quella operazione, i servizi mostrano una struttura ordinaria con la spesa per assistenza sociale al primo posto.

Il buco nero degli affidamenti sottosoglia

Il dato più preoccupante che emerge dalla relazione ANAC riguarda un fenomeno che per anni è rimasto ai margini del dibattito pubblico e che ora assume proporzioni difficili da ignorare. Nel 2025 gli affidamenti diretti per servizi e forniture hanno interessato quasi il 95% delle acquisizioni totali, con un significativo addensamento a ridosso della soglia, tra i 135.000 e i 140.000 euro: si passa dai 1.549 del 2021 ai 13.879 del 2025. Un moltiplicatore di quasi nove volte in quattro anni. Busia ha definito questo andamento con parole nette: “Dietro questa prassi si annidano sovente sprechi, opportunismi, frazionamenti artificiosi, talvolta perfino infiltrazioni criminali. E, in qualche contesto, gli amministratori onesti restano più esposti a pressioni indebite, non potendo più opporre, sotto tale soglia, la necessità di un confronto competitivo”.

Il meccanismo è tecnicamente semplice: sopra una certa soglia di importo, la legge impone procedure competitive aperte al mercato, con pubblicazione del bando, valutazione delle offerte e trasparenza. Sotto quella soglia, le stazioni appaltanti possono affidare direttamente, senza gara. Il risultato è che le amministrazioni tendono a tenere i contratti di consulenza e fornitura appena al di sotto del limite, frammentando le commesse o calibrando gli importi in modo da evitare il confronto concorrenziale. La concentrazione di appalti nella fascia 135-140mila euro, praticamente sulla linea del limite, non è statistica: è una scelta. L’ANAC parla esplicitamente di “addensamento” e il trend è esponenziale.

Questo fenomeno interagisce con un’altra criticità segnalata dal presidente dell’Autorità: manca ancora l’obbligo, per le imprese che partecipano agli appalti, di dichiarare il titolare effettivo, condizione minima per conoscere davvero, al di là degli schermi societari, con chi l’amministrazione si sta rapportando, e per prevenire non solo infiltrazioni criminali, ma anche offerte combinate e intese occulte. Senza sapere chi c’è dietro una società, qualsiasi sistema di verifica antimafia o anticorruzione rimane parziale.

La corruzione cambia forma: più sfuggente, più in alto

Il quadro che emerge dalla relazione annuale dell’ANAC sul fronte della corruzione è quello di un fenomeno che ha imparato ad adattarsi. Il fenomeno si è fatto più insidioso e sfuggente, per insinuarsi in ogni interstizio della vita pubblica: non più soltanto le tradizionali tangenti, ma una costellazione di condotte subdole, dalle consulenze fittizie alle sponsorizzazioni opache, dai concorsi inquinati alla distrazione dei fondi dell’Unione europea, in crescita del 35% lo scorso anno secondo la Procura europea. A volte arriva addirittura a lambire i livelli istituzionali più alti: non si limita a violare le regole, ma punta a riscriverle.

Busia ha indicato un ulteriore fattore di vulnerabilità nel sistema: l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio e il parallelo ridimensionamento del traffico di influenze illecite. Secondo l’ANAC, questa scelta avrebbe richiesto un corrispondente rafforzamento delle garanzie amministrative. Al contrario, è avvenuto il contrario: si è arretrati sul piano penale senza costruire presidi alternativi sul piano amministrativo, lasciando zone d’ombra in cui i comportamenti scorretti possono prosperare senza essere facilmente perseguiti.

Sul piano della digitalizzazione degli appalti, invece, Busia ha registrato un progresso: “In appena due anni, l’Italia ha compiuto un salto che sembrava impossibile” nella digitalizzazione delle procedure di contrattazione pubblica, un avanzamento confermato anche dai dati del rapporto sulle infrastrutture: le stazioni appaltanti che hanno usato la modalità analogica per le gare sono crollate dal 45% al 1% in soli due anni. La Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici abilita oggi oltre 5 milioni di procedure l’anno, assorbendo circa il 12% del PIL nazionale. È ssullo strumento della tracciabilità digitale dell’intera filiera degli appalti, inclusi i subappalti, che Busia ha identificato la principale leva per combattere le infiltrazioni criminali nei cantieri, con un richiamo esplicito al Ponte sullo Stretto: un’opera che, per dimensioni e visibilità, attirerà inevitabilmente attenzioni indesiderate e che richiederà controlli rafforzati e vincoli stringenti al subappalto a cascata.

Il bilancio è quello di un paese che ha costruito una macchina amministrativa imponente e che investe risorse senza precedenti in infrastrutture e appalti, ma che fatica ancora a garantire che quei soldi arrivino dove servono, nei tempi giusti, attraverso procedure che resistano alla pressione degli interessi particolari. La digitalizzazione avanza, i cantieri si moltiplicano, il PNRR ha dato una scossa. Quel che manca, secondo Busia, è ancora una programmazione infrastrutturale di lungo periodo, una visione unitaria condivisa con i territori, e la trasparenza piena su chi, alla fine, riceve i contratti pubblici.

Energia cara, spesa più salata: tutte le ricadute della crisi sul portafoglio degli italiani

Per quaranta giorni consecutivi i prezzi alla pompa non hanno fatto che salire. Il gasolio ha toccato il suo picco il 9 aprile, sfiorando i 2,19 euro al litro sulla rete ordinaria e avvicinandosi ai 2,60 euro sulle autostrade. Il governo ha deciso di prorogare per tutto il mese di aprile il taglio delle accise da 25 centesimi ma, nonostante la misura, il diesel è tornato sopra i 2 euro a litro spinto dai rialzi internazionali. Solo a partire dal 10 aprile si è registrato un primo segnale di inversione, con il gasolio che si assesta attorno ai 2,10 euro al litro e la benzina intorno a 1,76 euro, valori comunque sensibilmente superiori a quelli pre-crisi.

La causa diretta è la chiusura dello Stretto di Hormuz, provocata dall’intensificarsi delle tensioni militari nell’area. Le prime stime indicano che l’interruzione dei flussi energetici dal Golfo potrebbe far aumentare il prezzo medio del gas in Europa dai 30 €/MWh di febbraio 2026 ai 45-60 €/MWh per l’intero anno, a seconda della durata del conflitto. Per l’Italia la vulnerabilità è strutturale: il Paese importa circa il 75% del proprio fabbisogno energetico e dipende in larga misura dal metano per la produzione di elettricità, il che significa che ogni turbolenza internazionale si trasmette rapidamente alle bollette di famiglie e imprese.

Il conto per le famiglie: dalla spesa alimentare alle bollette

L’impatto più immediato e diffuso riguarda i prezzi al consumo. A marzo 2026 l’inflazione si è portata all’1,7%, spinta soprattutto dalla risalita dei prezzi degli energetici regolamentati e dall’accelerazione degli alimentari non lavorati, saliti al 4,7%. Si tratta del dato più alto da luglio dell’anno scorso. Il cosiddetto “carrello della spesa” (alimentari, cura della casa e della persona) ha registrato su base annua una crescita dei prezzi pari al 2,2%, con ripercussioni tangibili per le famiglie numerose: una coppia con due figli si trova a far fronte, secondo le stime del Codacons, a un aumento complessivo del costo della vita di circa 622 euro su base annua.

A pesare in modo particolare è la filiera dell’ortofrutta. I dati raccolti da Borsa Merci Telematica Italiana sui mercati all’ingrosso mostrano rincari che in alcuni casi superano la metà del prezzo di un mese fa: finocchi, pomodori in serra, asparago verde e cavolfiori hanno registrato rialzi superiori al 30% rispetto al mese precedente, con il finocchio a +56% e il cavolfiore bianco a +46%. Le cause sono due, entrambe legate alla crisi: il caro gasolio che alimenta le serre riscaldate e i rincari dei fertilizzanti, il cui principale fornitore mondiale si trova proprio nell’area del Golfo. L’urea è passata dai 46 euro al quintale del 2025 ai 70 euro attuali, con ricadute dirette sui costi degli agricoltori. Per le bollette, le famiglie che hanno optato per contratti a mercato libero con indicizzazione dei prezzi si trovano di fronte a una spesa media annua stimata di 877 euro per la sola elettricità , con un incremento di 67 euro rispetto agli scenari di stabilità.

Confcommercio stima per aprile 2026 un’inflazione al 2,3% su base annua, il valore più alto dalla fine del 2023, con la ripresa dei prezzi legata ancora quasi esclusivamente ai costi dell’energia e dei trasporti. Al momento la trasmissione agli altri comparti (abbigliamento, elettrodomestici, servizi) è ancora limitata, ma gli analisti avvertono che il trasferimento potrebbe avvenire nei prossimi mesi se il conflitto dovesse protrarsi.

Le imprese sull’orlo del conto salato

Il quadro industriale è quello che desta maggiore preoccupazione nel medio termine. Secondo il Centro Studi Confindustria, nel 2026 la bolletta energetica della manifattura italiana può aumentare di 7 miliardi di euro nello scenario di rientro del conflitto entro giugno, e arrivare a 21 miliardi in più se la guerra in Iran resta aperta per l’intero anno. Con un petrolio medio a 140 dollari al barile, la quota dei costi energetici sui costi totali salirebbe dall’attuale 4,9% al 7,6%, appena sotto l’8,3% sperimentato nel 2022, quella crisi che aveva già obbligato molte imprese a rivedere turni, listini e piani d’investimento.

Nelle costruzioni gli aumenti arrivano al 10,5%, con il bitume salito del 70%: il ministro Salvini ha parlato apertamente di cantieri a rischio stop. Energia, trasporti e materie prime tornano a pesare in modo decisivo sui bilanci aziendali, con le imprese costrette a scegliere se assorbire le perdite o trasferirle sui prezzi finali, rischiando però di frenare ulteriormente una domanda già sotto pressione. Solo nelle tre province romagnole, Confindustria stima un maggior costo sulle bollette industriali di 92 milioni di euro nell’intero anno 2026, a parità di prezzi rilevati, un dato che dà la misura di quanto capillare sia l’impatto sul tessuto produttivo locale.

Sul fronte del credito, la crisi ha anche invertito la rotta dei tassi sovrani: il tasso per le imprese italiane era al 3,33% a febbraio, ma la traiettoria dei mercati indica un aumento del costo del credito proprio mentre i margini industriali vengono compressi dall’energia. Un incrocio che rende più fragile la tenuta degli investimenti privati proprio mentre il PNRR continua a sostenere la domanda pubblica.

Lo scenario macroeconomico e le misure in campo

Banca d’Italia stima che il PIL italiano aumenti dello 0,5% nel 2026, con la crescita rivista al ribasso di circa mezzo punto percentuale rispetto alle previsioni di dicembre, e che l’inflazione al consumo raggiunga il 2,6% nell’anno, per poi tornare poco al di sotto del 2% nel 2027. Lo scenario di base ipotizza un prezzo del petrolio a 103 dollari al barile nella media del secondo trimestre, con una discesa graduale nel resto dell’anno; ma Via Nazionale avverte che l’incertezza sulle proiezioni è “eccezionalmente elevata”, e che un protrarsi del conflitto potrebbe portare l’inflazione a superare di oltre 1,5 punti percentuali la previsione centrale.

Sul piano delle politiche, il governo sta agendo prevalentemente sul versante dei carburanti con il taglio delle accise, una misura efficace nel breve ma costosa per le casse pubbliche. Sul fronte europeo, i ministri dei Trasporti dell’Ue si sono riuniti in videoconferenza per valutare la situazione delle scorte di cherosene e la possibilità di acquisti centralizzati di jet fuel, così da rafforzare il potere contrattuale nei confronti dei mercati internazionali. Più strutturale appare invece la richiesta di Confindustria: una politica industriale energetica di lungo periodo che aumenti la quota di rinnovabili nel mix produttivo nazionale, riducendo quella dipendenza dall’esterno che ogni crisi geopolitica trasforma in una vulnerabilità economica immediata. Per ora, l’Italia gestisce una situazione difficile ma non ancora fuori controllo. La vera partita si giocherà nelle prossime settimane, con l’evoluzione del conflitto a fare da unica, decisiva variabile.

Il conflitto in Iran mette alla prova il petrodollaro: Deutsche Bank avverte di una svolta storica

Il conflitto USA-Israele-Iran potrebbe segnare la fine del petrodollaro, pilastro fondamentale del peso finanziario americano nel mondo. È questa la tesi centrale di un report pubblicato il 25 marzo 2026 da Mallika Sachdeva, strategist FX di Deutsche Bank. Nelle parole della stessa Sachdeva: “L’importanza strategica del Medio Oriente per il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale non deve essere sottovalutata. Il conflitto attuale potrebbe mettere alla prova le fondamenta del regime del petrodollaro”. Nello specifico, Deutsche Bank non prevede un collasso del dominio del dollaro, ma indica un’erosione incrementale e strutturalmente significativa qualora i flussi energetici denominati in yuan guadagnino terreno.

Le origini: un patto del 1974

Il sistema del petrodollaro risale al 1974, quando l’Arabia Saudita accettò di denominare le proprie esportazioni petrolifere in dollari americani in cambio di garanzie di sicurezza da Washington. Quell’accordo creò una domanda globale costante di dollari e li affermò come principale valuta di riserva mondiale. Il meccanismo è rimasto in piedi per oltre cinquant’anni grazie a un circolo virtuoso: i paesi del Golfo vendono il loro petrolio in dollari e reinvestono i proventi negli Stati Uniti, principalmente acquistando titoli del Tesoro americani, il che in generale contribuisce a tenere bassi i tassi di interesse, permettendo ad americani e governo federale di indebitarsi a costi inferiori rispetto ai loro concorrenti. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti figurano tra i venti maggiori detentori di Treasury USA, con circa 250 miliardi di dollari di posizioni aggregate.

Tre pilastri, tre fratture

Il sistema del petrodollaro poggia su tre pilastri: il fabbisogno americano di petrolio, la denominazione del greggio in dollari e il rapporto di sicurezza tra i paesi del Golfo e Washington. Tutti e tre sono oggi sotto pressione. Il primo si è già incrinato da anni: la posizione degli USA come esportatori netti di energia fa sì che il paese non abbia più strettamente bisogno del petrolio mediorientale. Il secondo cedeva già prima del conflitto. Il terzo — quello della sicurezza — è oggi il più acutamente a rischio. Sachdeva ha scritto che i fallimenti americani nel garantire la sicurezza nel Golfo potrebbero smontare le premesse su cui si fonda il petrodollaro: “Il conflitto attuale potrebbe esporre ulteriori crepe, mettendo alla prova l’ombrello di sicurezza americano per le infrastrutture del Golfo e la sicurezza marittima del commercio petrolifero globale”

L’ascesa del petroyuan: i numeri

Il dato più citato dal report riguarda la quota di scambi petroliferi regolati fuori dal dollaro. I dati del primo trimestre 2026 mostrano che gli scambi non in dollari, principalmente in yuan, rappresentano ormai oltre il 20% del volume globale, in forte aumento rispetto al 12% di inizio 2025. Una dinamica concreta contribuisce a spiegare questa accelerazione. Sachdeva cita segnalazioni secondo cui l’Iran starebbe permettendo il passaggio di navi attraverso lo Stretto di Hormuz a condizione che i pagamenti del petrolio siano effettuati in yuan. Il petrolio iraniano e russo sanzionato ammonta già a circa 13 milioni di barili al giorno — circa il 14% dell’offerta globale — e gran parte di questo volume viene scambiato da anni al di fuori dei circuiti in dollari.

La transizione energetica come acceleratore

Al fattore geopolitico si aggiunge una dinamica strutturale di lungo periodo. Sachdeva ha segnalato anche il possibile calo della domanda di energia non rinnovabile in futuro, man mano che i paesi accelerano gli investimenti nelle rinnovabili: “Un mondo che diventa più autosufficiente nella difesa e nell’energia sarebbe anche un mondo che detiene meno riserve in dollari”.

Non un crollo, ma un’erosione

Se il conflitto si de-escalerà prima che si produca un danno strutturale permanente resta una domanda aperta. I mercati a fine marzo riflettono un cauto ottimismo, ma l’analisi di Deutsche Bank suggerisce che la pressione monetaria è già in corso. Le ipotesi sul tramonto del petrodollaro si accumulano da anni e hanno subito un’accelerazione dopo le sanzioni americane alla Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina, con la Cina emersa come grande acquirente di petrolio e gas russo, pagato in un mix di yuan e rubli. Il conflitto in Iran non ha creato questa tendenza: l’ha resa più urgente.