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Trenta miliardi da spendere in due mesi, la corsa contro il tempo del PNRR
Giancarlo Giorgetti, Ministro dell’Economia e delle Finanze
© Imagoeconomica
27 Aprile 2026

Trenta miliardi da spendere in due mesi, la corsa contro il tempo del PNRR

Il 30 giugno scade il PNRR. Oltre 30 miliardi sono ancora da spendere e rendicontare. Il DFP di Giorgetti scommette su quei fondi per sostenere la crescita. Ma i cantieri sono in ritardo.

Sono 45.506 i cantieri che rientrano nelle 60 misure con scadenza perentoria. Il loro valore complessivo supera i 96 miliardi, ma è la quota direttamente a carico del PNRR, 60,4 miliardi, quella su cui pende la spada di Damocle del 30 giugno: quei fondi, se non spesi e certificati in tempo, rischiano di tornare a Bruxelles. Il dato che preoccupa di più è quello finanziario: per queste 60 misure, lo stato di avanzamento della spesa si ferma al 48,5% Significa che su 60 miliardi di fondi europei destinati a opere che devono essere finite entro poche settimane, oltre 30 miliardi devono ancora essere materialmente spesi e rendicontati. Sulla carta, la data è quella del 30 giugno 2026, termine formale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Nella pratica, è la scadenza di un esperimento senza precedenti: trasformare in opere concrete, uffici funzionanti, treni in corsa e scuole rinnovate 194 miliardi di euro di risorse europee, una cifra che non ha equivalenti nella storia repubblicana. Il governo italiano ha anche chiesto e ottenuto un’ulteriore revisione del proprio piano nazionale, a conferma di quanto intensa sia stata la pressione per aggirare criticità e ritardi in questa fase conclusiva.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, presentando il Documento di Finanza Pubblica approvato il 22 aprile, ha detto che il 2025 è stato “l’anno di massima operatività” dei cantieri. Ma i numeri raccontano qualcosa di più complicato.

Meloni prima in Europa, ma i dati dicono altro

A novembre 2025 la spesa già sostenuta era pari al 52% delle risorse assegnate. Non tutto, però, dovrà essere erogato entro il 2026. Con la sesta revisione del PNRR il governo ha modificato ben 173 misure, riallocando circa 13,4 miliardi di euro pur mantenendo invariata la dotazione complessiva. Restano ancora da conseguire 209 scadenze.

La premier Giorgia Meloni ha dichiarato di essere “la prima nazione in Europa in avanzamento del PNRR”. Il ministro Foti ha rivendicato che l’Italia, dopo l’incasso dell’ultima rata, avrà ricevuto 140 miliardi corrispondenti al 72 per cento della dotazione complessiva. Ma i dati aggiornati sulla spesa effettiva nel sistema ReGis si fermano a 70 miliardi, con un ritmo di circa due miliardi al mese, non troppo incoraggiante alla luce del calendario che rimane.

La differenza tra “risorse incassate” e “soldi effettivamente spesi e rendicontati” è la chiave per capire dove si nasconde il vero rischio. Incassare le rate europee, sbloccarle formalmente, non equivale ad aver aperto un cantiere o aver consegnato un’opera. Il monitoraggio fisico dei cantieri attraverso la piattaforma ReGiS mostra lacune preoccupanti: esistono progetti che risultano allo zero per cento di avanzamento finanziario ma che sul territorio sono quasi conclusi, perché le imprese non hanno ancora emesso fattura. Vale anche il contrario: misure certificate come completate sul portale ufficiale che sul campo mostrano avanzamenti ben più bassi.

Le ferrovie al Sud, il capitolo più critico

Nel PNRR le infrastrutture di mobilità rappresentano il capitolo più oneroso in carico al Ministero delle Infrastrutture. Tra il 2025 e il 2026 si dovranno spendere decine di miliardi di fondi PNRR per la rete ferroviaria da nord a sud, oltre ai normali interventi di manutenzione. Vuol dire che il numero di cantieri aumenterà: ne sono previsti 1.000 al giorno. Nel giro di un anno e mezzo si dovranno ultimare progetti per 16 miliardi, con un ritmo da circa un miliardo di euro al mese. Il problema è che alcune grandi opere viaggiano molto più lente di quanto i cronoprogrammi ufficiali dichiarino. I cantieri ferroviari verso il Sud sono già fuori tempo. La Salerno-Reggio Calabria ha speso il 3,54% dei fondi PNRR assegnati rispetto all’8% preventivato. La Roma-Bari è al 34,75% di avanzamento rispetto al 59% atteso. Il Terzo Valico dei Giovi non concluderà i lavori entro giugno: rischio concreto di perdere 200 milioni di finanziamenti europei.

Questo dato si incrocia con il DFP presentato da Giorgetti: il governo si aspetta che proprio il completamento del PNRR nella prima metà del 2026 contribuisca a sostenere la crescita, stimata allo 0,6 per cento. Se i cantieri ferroviari non chiudono in tempo, o se i fondi vengono restituiti a Bruxelles, quella cifra già risicata rischia di essere ulteriormente rivista al ribasso.

Le misure più indietro

L’elenco delle opere in ritardo grave è lungo. Il superamento degli insediamenti abusivi in agricoltura, un intervento pensato per contrastare il caporalato, è all’1,2% di avanzamento finanziario. La digitalizzazione dei parchi nazionali è al 3,3%. Le cosiddette “isole verdi”, piccole isole da trasformare in laboratori di sostenibilità con 200 milioni di euro, sono al 6%, nonostante il portale governativo le dichiari completate.

Sul versante opposto si trovano alcune misure che avanzano bene: le linee di collegamento ad alta velocità con l’Europa nel Nord sono all’81,3%, la riqualificazione dei beni immobili della giustizia al 73,8%, i progetti di rigenerazione urbana al 72,3%. Ma queste eccellenze convivono con ritardi strutturali che riguardano esattamente le opere più strategiche per il riequilibrio territoriale tra Nord e Sud.

Le scappatoie: lotti funzionali e strumenti finanziari

Il governo non è rimasto fermo. Il Fondo per l’avvio di opere indifferibili, inizialmente concepito per compensare l’aumento dei costi dei materiali, è stato successivamente utilizzato come risorsa sostitutiva per gli interventi che hanno rinunciato ai finanziamenti del PNRR, purché gli appalti fossero stati aggiudicati entro il 2025. Un’altra possibilità è la suddivisione dei progetti in lotti funzionali, che consente di includere nel PNRR solo le componenti realizzabili entro la scadenza, rinviando le parti residue ad altri fondi.

Una seconda ancora di salvezza riguarda strumenti finanziari che valgono complessivamente 23,5 miliardi di euro nei settori energia, acqua, digitale, agroalimentare e housing universitario. Per queste misure, entro il 30 giugno sarà sufficiente aver costituito il fondo di gestione. La selezione e la realizzazione concreta dei progetti potrà slittare anche oltre quella data. È una soluzione tecnica sensata, ma che nella sostanza rinvia a data da destinarsi una parte rilevante degli investimenti che il PNRR avrebbe dovuto completare.

Il DFP e il PNRR, due facce dello stesso problema

La coincidenza temporale tra la scadenza del 30 giugno e l’approvazione del DFP non è casuale. Il documento di Giorgetti è costruito attorno a una scommessa: che il picco di spesa del PNRR nella prima metà dell’anno sostenga la crescita e contribuisca a portare il deficit al 2,9 per cento. Ma questa scommessa regge solo se i cantieri terminano, se le opere vengono certificate, se le rendicontazioni arrivano in tempo a Bruxelles.

Il ministro Giorgetti ha detto che “la necessità di investire non si fermerà certo a giugno 2026”. È vero. Ma il punto è che le risorse europee straordinarie del Recovery sì, si fermano. E quello che non sarà speso e certificato entro quella data potrebbe non tornare più.

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