
Il conflitto tra Russia e Ucraina si inasprisce sempre di più
Un’altra notte di missili e droni, per la precisione rispettivamente 70 e quasi 300, ha investito l’Ucraina. Un raid tra i più potenti degli ultimi mesi, da Kiev a Leopoli, passando per Dnipro e Kharkiv, che ha causato almeno otto morti. Il presidente Volodymyr Zelensky ha denunciato la ferocia dell’offensiva e ha condannato la strategia russa perché ha dichiarato che hanno colpito quartieri residenziali e infrastrutture vitali con vettori balistici e droni d’attacco. “I russi avevano preparato questo attacco massiccio da giorni per ridurre in frantumi le nostre città e uccidere innocenti”, ha dichiarato il leader ucraino. Ha poi lanciato un appello agli alleati occidentali per ottenere con urgenza nuove forniture di missili e sistemi di difesa aerea Patriot.
L’escalation notturna ha però travalicato i confini ucraini e ha provocato un gravissimo incidente geopolitico a ridosso del territorio della NATO. Durante il raid contro l’Ucraina occidentale, un missile da crociera russo Kh-101 ha violato lo spazio aereo polacco prima di precipitare e provocare una violenta esplosione in un villaggio a sud di Lublino. L’episodio ha fatto scattare l’allarme immediato a Varsavia, che ha fatto decollare i caccia F-16 per pattugliare i cieli e intercettare eventuali altre minacce. Il premier polacco Donald Tusk ha condannato con fermezza la pericolosa sconfinata della traiettoria dei vettori di Mosca, mentre da Kiev il ministro degli Esteri Andrii Sybiha ha definito la caduta del missile vicino a Lublino la prova provata che l’aggressività russa rappresenta una minaccia diretta e permanente per la sicurezza di tutta l’Europa.
Mentre Mosca continua a scaricare il suo arsenale sulle città ucraine, la guerra di attrito combatte parallelamente un secondo fronte fondamentale: quello dell’asfissia logistica ed energetica. La strategia di risposta di Kiev si è infatti concentrata con chirurgica precisione sul cuore nevralgico della presenza russa al sud, ovvero la penisola della Crimea, occupata nel 2014. Gli attacchi condotti con droni ucraini a lungo raggio stanno provocando un vero e proprio collasso sistemico della regione, che l’amministrazione d’occupazione russa tenta inutilmente di minimizzare spacciandolo per una crisi passeggera. La Crimea si trova oggi quasi completamente al buio e senz’acqua, colpita da blackout prolungati che superano le quindici ore e che, secondo le rilevazioni satellitari, hanno ridotto l’illuminazione notturna a meno di un quinto del normale. Senza elettricità, le pompe idriche si sono fermate, la rete di telefonia mobile è saltata spingendo i cittadini a riesumare i vecchi telefoni fissi pubblici e persino i beni di prima necessità iniziano a scarseggiare.
Questa paralisi energetica è aggravata da un isolamento logistico senza precedenti. Le forze di Kiev hanno progressivamente distrutto le riserve di carburante e preso di mira i convogli di rifornimento lungo l’autostrada Novorossiya, recidendo la continuità dei trasporti tra Rostov e la penisola attraverso i territori occupati di Mariupol e Melitopol. Senza benzina né diesel, i distributori sono rimasti a secco e le autorità russe sono state costrette a sospendere le vendite ai cittadini privati per destinare le poche scorte rimaste unicamente ai veicoli militari e ai servizi di emergenza. L’incubo di un isolamento totale della Crimea rimane drammaticamente concreto, mentre gli analisti militari vedono nella distruzione della rete di approvvigionamento il preludio a nuove azioni dirette contro il Ponte di Kerč, il simbolo e l’arteria vitale che lega la penisola alla Russia continentale.
Ciò che si sta verificando in Crimea non è un episodio isolato, ma l’avanguardia di una campagna d’attacco che sta producendo un pesante effetto boomerang all’interno dell’intera economia di guerra russa. I droni ucraini di nuova generazione, capaci di spingersi a oltre duemila chilometri di distanza, stanno regolarmente colpendo raffinerie e depositi fino nel cuore della Siberia, come dimostrano gli incendi ai complessi petroliferi di Omsk. Il risultato è una crisi nazionale del carburante che ha spinto il regime di Vladimir Putin a bloccare le esportazioni e a introdurre il razionamento della benzina anche nella regione di Mosca, costringendo addirittura una superpotenza energetica a trattare l’acquisto di derivati del petrolio dall’India.





