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Il carburante mette al tappeto Mosca, che rilancia con la flotta ombra
© Imageconomica
4 Luglio 2026

Il carburante mette al tappeto Mosca, che rilancia con la flotta ombra

L’Ucraina ha colpito nel punto dove fa più male: le raffinerie. Attacchi di droni e missili a lungo raggio che hanno bloccato la produzione, con Putin che è dovuto correre ai ripari bloccando temporaneamente l’export. Il Cremlino però non molla e punta sulle imbarcazioni fantasma per commerciare il greggio, soprattutto in Turchia, India e Cina.

A Kiev le chiamano “sanzioni con i droni”, a Mosca si leccano le ferite. La guerra tra Russia e Ucraina, a quattro anni e mezzo dall’inizio, continua imperterrita e il Paese del presidente Volodymyr Zelensky dopo aver subito il contraccolpo per i primi anni, ha deciso di rispondere con controffensive mirate. Complice l’incremento delle spese militari, l’Ucraina si è specializzata nella creazione di droni e di apparecchi relativamente piccoli, ma che causano danni enormi. Da qualche mese ha deciso di colpire il territorio russo in punti nevralgici: le raffinerie. Tutto questo ha comportato gravi ritardi nell’estrazione del Cremlino, che ricordiamo essere il secondo esportatore mondiale di petrolio greggio e il terzo di prodotti petroliferi raffinati. Il risultato è chiaro: carenza di carburante raffinato e sicurezza energetica interna violata. Una doccia fredda per Vladimir Putin.

Code lunghissime alle stazioni di servizio

Le offensive condotte di recente, culminate con il massiccio raid contro la strategica raffineria di Mosca, hanno permesso di penetrare anche le zone che teoricamente erano più protette dai sistemi di difesa aerea. L’ex dirigente di Gazprom Neft, Sergey Valulenko, intervistato dal Wall Street Journal, ha detto che le incursioni di Kiev hanno compromesso più di un quarto della capacità complessiva di raffinazione della Federazione russa, il 28%. Numeri importantissimi, che fotografano i danni alla produzione di benzina soprattutto e, in maniera minore, anche di gasolio. I risultati ricadono direttamente sulla popolazione, con lunghe code registrate alle stazioni di servizio, compresa la Crimea occupata e Mosca stessa.

L’ammissione dello Zar

Putin è intervenuto pubblicamente e ha ammesso una contrazione delle riserve nazionali di carburante, pari a circa il 4% rispetto al 2025. Un’ammissione che nessuno si aspettava dal numero uno del Cremlino, che ha sempre mantenuto uno stile prettamente sovietico con la paura più grande che qualcuno potesse sbeffeggiare la Russia. La gravità della situazione è stata confermata dalle dichiarazioni del portavoce Dmitry Peskov, che ha riconosciuto l’esistenza di trattative riservate con vari Paesi esteri per avviare l’importazione di prodotti petroliferi. Un paradosso geopolitico per uno dei più grandi colossi energetici globali, che ora è costretto a drenare il suo bilancio statale e ad acquistare carburante dall’estero.

Export bloccato

Il governo russo ha deciso di varare delle misure d’emergenza drastiche, nel tentativo di garantire l’approvvigionamento interno in vista delle elezioni di settembre. L’export di carburante che tanto ha reso economicamente in questi anni al momento è stato sospeso. In parallelo, si è deciso di puntare sulla quantità rispetto alla qualità. È al vaglio l’autorizzazione alla produzione di carburanti di fattura inferiore, come la benzina Euro-2, bandita dal 2013 poiché rischiosa per i motori moderni e idonea soltanto per i mezzi più obsoleti. Nelle aree periferiche e più esposte, come la Crimea, il razionamento informale ha già dato vita a un mercato parallelo con prezzi speculativi e gonfiati.

La flotta ombra

Se però da un lato la Russia sta facendo un’enorme fatica a raffinare i propri prodotti per il mercato domestico, dall’altro ha dovuto ricalibrare le modalità di esportazione del proprio greggio per aggirare l’embargo e il tetto al prezzo di sessanta dollari al barile imposto dal G7 alla fine del 2022. Da qui nasce la cosiddetta flotta ombra, un’armata navale che conta tra le 600 e le 1000 unità complessive.

La flotta ombra è costata al Cremlino 10 miliardi e si basa sul riciclo di navi prossime alla rottamazione che battono bandiere di comodo come quelle di Panama, Liberia, Camerun, Malta o Isole Cook. Secondo l’inchiesta giornalistica dell’OCCRP, Organized Crime and Corruption Reporting Project, la maggior parte di queste imbarcazioni erano di proprietà di armatori occidentali, soprattutto greci, che avrebbero incassato più di 6 miliardi di dollari con la vendita di navi decadenti a società collegate a Mosca da qualche prestanome.

Come operano

Una volta che sono entrate nel circuito fantasma russo, cambiano nome, vengono registrate in paradisi normativi e operano infrangendo le leggi internazionali di navigazione. La prima cosa che fanno spegnere il trasponder AIS, poi falsificano i dati di navigazione e trasferiscono il carico da una nave all’altra in acque internazionali, mescolando il greggio russo, specialmente quello proveniente dalla Siberia, con altre tipologie per nasconderne l’origine. Un network che ha permesso a Mosca di mantenere i legami commerciali soprattutto in Asia e Medio Oriente, in primis con India, Turchia e Cina, e che ha generato profitti per oltre 8 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno.

Il cambio di strategia

Adesso per stanarle si è deciso di cambiare strategia: dall’attendismo al blitz diretto, come accaduto di recente con la petroliera Deliver. L’imbarcazione, che batteva la bandiera camerunense e intercettata a largo delle coste siciliane, è stata bloccata e abbordata dalla Marina militare francese. L’operazione è stata annunciata dal presidente transalpino Emmanuel Macron, che ha spiegato che i militari sono intervenuti in acque internazionali e hanno applicato l’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che permette l’ispezione a bordo di navi sospettate di non avere una nazionalità reale e valida.

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