
La crisi idrica è un problema per il sistema energetico europeo
La crisi idrica colpisce ancora e questa volta non mette a dura prova solo il settore agricolo o l’acqua potabile, ma sta provocando danni serissimi al sistema energetico continentale. Senza acqua a sufficienza nei bacini e nei grandi fiumi, infatti, si riduce drasticamente la capacità di produrre energia elettrica, sia attraverso le centrali idroelettriche sia tramite i reattori nucleari, che necessitano del flusso dei fiumi per i propri impianti di raffreddamento.
La situazione in Italia
In Italia il punto critico è rappresentato dal Po. La portata del fiume ha toccato livelli persino inferiori a quelli registrati durante la storica siccità del 2022. Secondo i rilevamenti dell’Osservatorio sugli utilizzi idrici dell’area del Po, a Cremona il fiume registra un flusso di appena 193 metri cubi al secondo, contro una media stagionale di 602. La scarsità d’acqua, unita ai ridotti volumi dei laghi prealpini come il Lago Maggiore, ha costretto la centrale idroelettrica di Isola Serafini a sospendere la produzione. La situazione dell’idroelettrico italiano è confermata dai dati di Terna, il gestore della rete elettrica nazionale: se da un lato la domanda di elettricità a giugno è cresciuta dell’1,8% rispetto all’anno precedente (segnando il decimo mese consecutivo di aumento), dall’altro la produzione idroelettrica ha subito crolli verticali. In aree ad alta vocazione come il Trentino, la produzione idroelettrica del primo semestre 2026 ha registrato un calo del 37% a causa di un deficit di accumulo nivale arrivato all’87% già in primavera, spingendo operatori come Dolomiti Energia ad accelerare gli investimenti verso fotovoltaico ed eolico per diversificare le fonti.
I vari casi in giro per l’Europa
Il problema, tuttavia, riguarda gran parte del continente e tocca da vicino la produzione nucleare. L’esempio più eclatante arriva dall’Ungheria, dove la secca del Danubio ha portato allo spegnimento totale della centrale nucleare di Paks. Per la prima volta nei suoi 44 anni di attività, la struttura, che garantisce da sola circa il 40% del fabbisogno elettrico ungherese, è stata fermata per l’impossibilità di raffreddare adeguatamente i reattori, spingendo il governo a preparare piani d’emergenza per il razionamento.
Lungo lo stesso fiume, la Romania ha dovuto spegnere uno dei due reattori della centrale di Cernavodă (che copre un quinto dell’energia nazionale) ed è stata costretta ad autorizzare un intervento estremo: un’esplosione controllata sul letto del fiume per rimuovere rocce che ostacolavano il flusso d’acqua verso l’impianto. In Bulgaria invece sono a rischio i due reattori di Kozloduy, mentre in Slovenia la centrale di Krško, lungo il fiume Sava, ha ridotto le proprie attività. Anche in Francia la rigidità dei limiti termici sulle acque fluviali ha costretto al blocco di tre reattori e al depotenziamento di altri tre.
A questa paralisi idrica si aggiungono le complicazioni per il trasporto di merci e carburanti, in particolare sul Reno, giunto ai livelli più bassi dall’inizio delle misurazioni storiche nel 1880, e incertezze contingenti sulla rete: secondo le stime del gestore francese RTE, la riduzione temporanea dell’irraggiamento dovuta all’eclissi solare del 12 agosto priverà la rete europea di circa 9,7 gigawatt di produzione fotovoltaica. Sebbene la Commissione europea abbia rassicurato sul fatto che non vi sia un rischio imminente per la sicurezza della fornitura grazie agli scambi transfrontalieri, la crisi attuale mostra quanto il sistema energetico europeo rimanga vulnerabile di fronte al cambiamento climatico.


