
Innovano, resistono, crescono. E da vent’anni c’è un premio che le cerca
Le imprese femminili in Italia hanno superato quota 1,3 milioni e rappresentano una delle componenti più dinamiche del sistema produttivo nazionale. Le società di capitali a guida femminile segnano un +2,6%, in un processo di consolidamento che riduce il gender gap sul piano imprenditoriale, pur con ritmi ancora lenti. Eppure le condizioni in cui operano queste imprenditrici restano spesso sfavorevoli, come dimostra una ricerca condotta nell’aprile 2026 su 223 titolari d’impresa italiane da Associazione GammaDonna e Wamo (conto business online per le PMI). I dati sono eloquenti: il 76% delle intervistate percepisce stereotipi o commenti legati al proprio genere da parte di investitori, clienti o partner, e quasi una su due non viene riconosciuta come titolare al primo incontro. Le founder di startup digitali pagano il prezzo più alto: il 52% riferisce di subire pregiudizi “spesso” da parte di venture capitalist o stakeholder, rispetto a una media già alta del 36%, e il 37% si sente sistematicamente sottovalutata rispetto ai colleghi uomini nel rapporto con i finanziatori. A rendere ancora più gravoso il quadro, c’è la questione della maternità: il 41% delle madri-imprenditrici ha subito un rallentamento dell’attività dopo la nascita di un figlio. Non è un dato marginale, ma strutturale: molte scelgono direttamente di non avere figli per non compromettere la crescita aziendale, con tassi di rinuncia quasi doppi rispetto alla media.
Il paradosso della resilienza
Quello che emerge dalla ricerca non è però solo un catalogo di ostacoli. Nonostante tutto, metà delle imprenditrici intervistate non ha mai pensato di abbandonare la propria azienda e consiglierebbe ad altre donne di intraprendere la stessa strada. Il 79% si dichiara sicura nella gestione finanziaria, con una crescente apertura verso strumenti fintech. È un paradosso tutto italiano, come lo ha definito la presidente di GammaDonna Valentina Parenti: imprenditrici competenti e innovative che continuano a operare in un ecosistema che mette alla prova la loro credibilità più del loro talento. Le criticità operative, peraltro, superano quelle finanziarie: l’ostacolo principale non è il credito, ma trovare e trattenere i collaboratori giusti, indicato dal 59% come freno principale alla crescita. E il dato più rivelatore di tutti arriva forse dai desideri delle intervistate: il bisogno più urgente non è un finanziamento né un mentor, ma semplicemente avere più tempo per sé stesse.
Cosa offre il Premio alla sua 22ª edizione
È in questo contesto che si aprono le candidature alla 22ª edizione del Premio GammaDonna, con scadenza il 9 giugno 2026. Nato nel 2004 come riconoscimento dedicato all’imprenditoria femminile innovativa, il Premio si è trasformato negli anni in una piattaforma permanente che ha accompagnato più di 2.000 imprenditrici, prodotto 80 percorsi formativi e costruito un ecosistema che connette imprese, investitori, corporate e istituzioni. L’edizione 2026 si articola in un road-show nazionale di sette tappe tra Milano, Bologna, Porto Venere, Napoli e Torino, con due appuntamenti digitali. Tra gli eventi principali, una masterclass sul pitching a Milano il 18 giugno, un workshop sull’educazione finanziaria a Bologna il 14 luglio e il FAB50 Gathering a Porto Venere l’11 settembre, riservato alle cinquanta imprenditrici più innovative selezionate. La finale è in programma il 5 novembre a Torino. Quest’anno una novità amplia ulteriormente l’accesso: attraverso il percorso BEE-Skilled, anche chi non vuole candidarsi al premio potrà partecipare agli eventi formativi e di networking. Le candidature e il regolamento sono disponibili su gammadonna.it/premio.




