
A Roma 533 imprese si contendono un appalto da un milione
Poco meno di un milione di euro di lavori di messa in sicurezza, bandito dal Municipio V di Roma Capitale, e 533 imprese che hanno presentato un’offerta per aggiudicarselo. È un numero che in tempi normali farebbe notizia solo tra gli addetti ai lavori, ma che oggi racconta bene il momento del mercato delle opere pubbliche. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza si è chiuso formalmente il 29 settembre, quando il governo ha trasmesso a Bruxelles la richiesta di pagamento della decima e ultima rata, da 28,4 miliardi, legata a 156 obiettivi. L’Italia ha già incassato 166 miliardi sui 194,4 del Piano, ma secondo la Banca d’Italia restano da spendere circa 45 miliardi, che si trascineranno oltre il 2026. I cantieri finanziati dal PNRR sono ancora aperti, ma il flusso di nuove gare che li ha alimentati negli ultimi quattro anni si sta esaurendo, e le imprese, soprattutto le più piccole, inseguono ogni occasione disponibile.
Tante imprese per poche gare aperte
Secondo i dati presentati dall’ANCE, l’associazione nazionale dei costruttori, nel 2024 in Italia sono stati registrati circa 62mila appalti di lavori pubblici per quasi 61 miliardi di euro, ma solo il 7,8% è passato da una procedura aperta. Il 52,4% è stato assegnato con affidamento diretto e il 35,2% con procedura negoziata senza bando, cioè su invito della stazione appaltante. Le gare aperte a tutti sono quindi una minoranza, e quando ne esce una di taglio medio, alla portata di molte aziende, le offerte si moltiplicano. A questo si aggiunge il rallentamento dei bandi. I dati territoriali elaborati dal Cresme per le associazioni dei costruttori mostrano già nel primo semestre del 2026 una forte riduzione del numero delle gare, come in provincia di Bergamo, dove sono passate da 318 a 167, quasi dimezzate rispetto allo stesso periodo del 2025, anche se il valore complessivo è rimasto stabile grazie a pochi appalti di grandi dimensioni.
Il picco del 2026 e la discesa
I numeri della Corte dei conti, contenuti nell’audizione sul Documento programmatico di finanza pubblica, descrivono una curva chiara. Gli investimenti fissi lordi delle pubbliche amministrazioni sono passati da 53,4 miliardi nel 2022 a 88,6 nel 2025 e toccheranno il picco quest’anno, con circa 93,7 miliardi, pari al 4 per cento del PIL, per poi scendere a 92,2 miliardi nel 2027 e a 88,5 nel 2028. Il calo più netto riguarda gli enti territoriali, cioè Comuni, Province e Regioni, che sono le stazioni appaltanti della gran parte dei piccoli e medi lavori. Dopo aver raggiunto 53,4 miliardi nel 2026, i loro investimenti dovrebbero ridursi del 13,4% nel 2027, del 9,7 nel 2028 e di un ulteriore 4,2 nel 2029, per effetto della fine delle opere del PNRR e dei tagli ai fondi nazionali per oltre 8 miliardi tra il 2027 e il 2034 decisi con la legge di bilancio del 2025. L’ANCI parla del rischio di “una significativa contrazione degli investimenti locali a partire dal 2027” e il presidente dell’Unione delle Province Pasquale Lattuca, che gestisce con i suoi enti oltre centomila chilometri di strade e più di trentamila tra ponti e gallerie, ha avvertito che “per il sistema degli enti territoriali è una criticità”.
Roma dopo il Giubileo
Nella Capitale l’effetto è amplificato dalla fine del Giubileo, che insieme al PNRR ha portato in città negli ultimi anni centinaia di cantieri. Con l’assestamento del bilancio 2026-2028 approvato a luglio dall’Assemblea capitolina, Roma Capitale ha messo in conto un buco potenziale di circa 230 milioni legato proprio alla perdita dei fondi del PNRR e del Giubileo, a cui si aggiungono circa 50 milioni l’anno di tagli statali agli enti locali. Il piano triennale degli investimenti vale 10,4 miliardi, di cui 5 da spendere nel 2026, ma per la manutenzione di strade, marciapiedi e arredo urbano sono previsti circa 40 milioni. Il sindaco Roberto Gualtieri ha spiegato la manovra di luglio con la frase “Consolidiamo la trasformazione avviata con il Giubileo e il PNRR rendendo strutturali i servizi”, mentre i costruttori romani di ANCE ROM A – ACER chiedono un piano casa che dia continuità agli investimenti, ricordando che in città serviranno oltre 90mila nuove abitazioni nei prossimi dieci anni.
Risorse e programmazione
La legge di bilancio per il 2027 approvata dal Consiglio dei ministri il 28 ottobre e ora attesa in Parlamento dà risposte solo parziali. Nel Documento programmatico di bilancio alle infrastrutture sono destinati circa 3,1 miliardi, e grazie alla flessibilità europea sull’energia arrivano oltre cinque miliardi per la sicurezza e la tecnologia della rete ferroviaria e 1,5 miliardi per l’efficientamento di scuole, ospedali, università e impianti sportivi, un capitolo che potrebbe tradursi in bandi diffusi sul territorio. Nelle sintesi diffuse finora non compare invece il caro materiali, che secondo l’ANCE riguarda il 70% per cento dei cantieri in corso. I costruttori chiedono da tempo di rendere stabile il meccanismo di compensazione, di allineare i prezzari ai valori reali e soprattutto di costruire una programmazione pluriennale che non lasci le stazioni appaltanti senza risorse una volta esaurito il PNRR. Lo aveva riconosciuto già un anno fa il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi, indicando ponti, strade e ferrovie come priorità, con una frase che oggi suona come un promemoria, “Ma non si può pensare che dal 2027 finisca tutto”. Le 533 offerte arrivate al Municipio V dicono che quel momento, per molte imprese, è già cominciato.





