
Il clima cambia i conti dei cantieri italiani tra caldo estremo, alluvioni e opere sotto stress
Dalla fine di maggio le regioni hanno vietato il lavoro all’aperto dalle 12:30 alle 16:00 nei giorni di rischio alto, segnalati dalla piattaforma Worklimate di CNR e INAIL. Per un settore con oltre 500mila imprese e quasi 1,5 milioni di addetti la misura pesa: uno stop di tre ore e mezza vale circa il 40% della paga giornaliera di un operaio. La cassa integrazione ordinaria copre l’80% della retribuzione oltre i 35 gradi percepiti, ma con un tetto di 52 settimane nel biennio, e le imprese anticipano le somme in attesa del conguaglio Inps, mentre i lavoratori autonomi restano senza alcun sostegno. Sul fronte della sicurezza l’ILO segnala che in Europa e Asia centrale gli infortuni da calore sono cresciuti del 16,4% dal 2000, mentre in Italia si contano in media 520 infortuni l’anno attribuibili al caldo estremo.
Il conto macroeconomico
Guardando più in alto, le stime della Fondazione CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) indicano per il 2050 una perdita di PIL tra l’1,6% e il 4,2% nello scenario ad alta crescita e tra il 2,2% e il 6% in quello tendenziale. Nell’Unione europea gli eventi estremi hanno causato 822 miliardi di perdite tra il 1980 e il 2024, di cui 208 solo nel quadriennio 2021-2024. L’adattamento richiederebbe circa 10 miliardi l’anno, lo 0,4% del PIL, ma secondo lo stesso studio ogni euro speso in prevenzione evita da 4 a 7 euro di danni.
Quali cantieri soffrono di più
L’esempio più concreto è l’Emilia-Romagna. A tre anni dall’alluvione del maggio 2023 la Regione conta 6.011 interventi pubblici programmati per 2,5 miliardi di euro, di cui 3.726 conclusi. Il resto è ancora aperto, mentre per la ricostruzione privata sono stati concessi contributi per circa 300 milioni e il decreto legge 65 del 2025 ha aggiunto 919 milioni per la sola regione. Sotto pressione c’è poi il PNRR. Alla scadenza del 30 giugno 2026 erano in gioco 60 misure con 45.506 progetti per 96,4 miliardi, secondo Openpolis, con appena il 49% dei fondi erogato, e la Corte dei Conti ha rilevato che su 122mila progetti locali ne risultavano conclusi 51mila, con nodi ferroviari ed edilizia scolastica tra i settori più critici. In questi casi i ritardi hanno cause diverse, ma caldo e maltempo riducono le ore utili di lavoro e allungano i tempi.
Un altro cantiere molto esposto è quello per il Ponte sullo Stretto. Il Consiglio superiore dei lavori pubblici ha dato parere favorevole il 6 agosto con oltre cento prescrizioni, tra cui nuovi studi su vento e faglie attive, mentre la stima di costo è salita dai 3,8 miliardi del 2005 a 10,5 miliardi. La nuova delibera CIPESS è attesa entro fine settembre, dopo lo stop della Corte dei conti.
Prevenzione o rincorsa
Il quadro è quindi doppio: da una parte ci sono costi immediati per imprese e lavoratori, dall’altra il rischio che l’adattamento continui a rincorrere gli eventi anziché anticiparli. I numeri disponibili dicono che prevenire conviene, ma i cantieri già aperti dovranno fare i conti con estati più lunghe e con margini di tempo e di bilancio sempre più stretti.



