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La Lombardia regola i Data Center
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12 Giugno 2026

La Lombardia regola i Data Center

La Lombardia è la prima regione italiana ad aver legiferato sui Data Center. La legge regionale n. 11 del 3 giugno 2026 introduce uno sportello unico, priorità ai brownfield e oneri fino al 200% per chi edifica su suolo verde.

La Lombardia è la prima regione italiana a dotarsi di una legge sui data center. Il provvedimento (legge regionale 3 giugno 2026, n. 11, pubblicata sul Bollettino Ufficiale il 5 giugno e destinata a entrare in vigore il 20 giugno prossimo) disciplina la realizzazione, l’ampliamento e il monitoraggio di queste infrastrutture sul territorio regionale, colmando un vuoto normativo che aveva lasciato il settore privo di regole dedicate. I data center sono grandi impianti di elaborazione dati che alimentano servizi cloud, piattaforme di intelligenza artificiale, sistemi bancari e sanitari: strutture enormi dal punto di vista del consumo energetico e dell’impatto urbanistico, che in Italia non avevano mai avuto una definizione giuridica propria né un iter autorizzativo specifico. In assenza di norme, ogni comune decideva in autonomia, con tempi e criteri difformi. La Lombardia ha scelto di intervenire per prima perché è già oggi il principale polo nazionale del settore, e la pressione sul territorio era diventata insostenibile senza una cornice di regole condivise.

Un territorio che non poteva più aspettare

I numeri spiegano perché sia toccato alla Lombardia muoversi per prima. A fine 2024 sul territorio regionale erano attive 67 delle 168 strutture censite a livello nazionale, e circa il 63% delle richieste di nuovi insediamenti si concentra nella regione. Milano e il suo hinterland ospitano già oggi una quota rilevante della potenza di calcolo installata nel Paese, alimentando servizi cloud, intelligenza artificiale, sistema bancario e sanità digitale. Una presenza che si traduce in un fabbisogno energetico stimato attorno a 1,5 gigawatt solo per i progetti in pipeline, e in investimenti che valgono circa 11 dei 22 miliardi complessivamente attesi in Italia nei prossimi cinque anni.

Il problema non era l’abbondanza di richieste ma la mancanza di un quadro di riferimento. In assenza di norme dedicate, i tempi autorizzativi variavano in modo estremo: un anno in Lombardia, fino a quattro o cinque anni altrove, con esiti imprevedibili che dipendevano dall’interpretazione del singolo funzionario. Quella condizione aveva già orientato la quasi totalità degli investimenti verso il Nord, producendo una concentrazione geografica difficile da gestire senza strumenti normativi appropriati.

Cosa prevede la legge regionale n. 11

Il provvedimento, articolato in dieci articoli, interviene su tre piani distinti: la localizzazione degli impianti, la governance delle autorizzazioni e le condizioni ambientali ed energetiche. Sul primo punto, la legge stabilisce che i nuovi data center debbano essere localizzati preferibilmente in aree dismesse, degradate o sottoutilizzate, elevando la rigenerazione urbana a criterio ordinatore della pianificazione. Chi sceglie questa strada accede a un pacchetto di misure premiali: semplificazione dei procedimenti, riduzione del contributo di costruzione tra il 10 e il 30%, priorità nei bandi regionali. Chi invece intende occupare suolo agricolo paga un contributo di costruzione maggiorato del 100%; nelle aree verdi e nei parchi regionali l’incremento sale al 200%. Nella versione originaria del disegno di legge le maggiorazioni previste erano rispettivamente del 50 e del 75%: il testo finale le ha portate a valori più stringenti dopo un lungo dibattito in Consiglio regionale.

Sul piano della governance, la legge istituisce lo Sportello regionale per i centri dati, competente per il procedimento unico di autorizzazione nei casi di rilevanza regionale, e una cabina di regia permanente presieduta dal presidente della Giunta o dall’assessore delegato, con la partecipazione di Regione, ARPA, ATS, ERSAF, Province, Città Metropolitana di Milano e ANCI Lombardia. Le soglie di competenza sono definite per potenza installata: gli impianti tra 10 e 50 megawatt ricadono sotto la giurisdizione di Province e Città Metropolitana, quelli oltre i 50 megawatt sotto quella regionale. Per gli impianti oltre 10 megawatt è prevista una valutazione di compatibilità mediante conferenza consultiva di concertazione.

Sul fronte ambientale ed energetico, la normativa introduce l’obbligo per i nuovi impianti di approvvigionarsi esclusivamente da fonti rinnovabili o a impatto carbonico neutrale, vieta l’utilizzo di acqua proveniente da acquedotti per il raffreddamento e promuove il recupero del calore di scarto, anche attraverso reti di teleriscaldamento. Una volta entrata in vigore la legge, i comuni avranno centottanta giorni per adeguare i Piani di Governo del Territorio e mappare le aree dismesse disponibili; in mancanza di adeguamento resteranno esclusi dai bandi regionali.

Il rapporto con il quadro normativo nazionale

La legge lombarda non si sovrappone al decreto-legge n. 21 del 2026 né alla legge delega approvata dalla Camera il 24 febbraio 2026 e trasmessa al Senato. I due livelli sono complementari: il decreto nazionale disciplina il percorso autorizzativo con una visione procedurale ampia e individua tre campus di interesse nazionale da realizzare entro il 2031; la legge regionale interviene invece sul piano territoriale e urbanistico, con strumenti che la normativa statale non prevede, tra cui la potenza di consumo come parametro urbanistico. Laddove il decreto nazionale ha nominato un commissario straordinario per accelerare i tre campus prioritari, la Regione ha manifestato riserve sull’impostazione centralizzata, preferendo un modello fondato sulla governance locale.

Sul fronte europeo, la normativa lombarda si coordina espressamente con il Regolamento UE 2024/1364 sulla classificazione dei data center, mentre Bruxelles sta elaborando un proprio pacchetto legislativo di settore, atteso nelle prossime settimane.

Un modello che guarda oltre i confini regionali

L’approvazione della legge, avvenuta il 26 maggio 2026 con i voti della maggioranza di centrodestra e l’astensione di parte dell’opposizione di centrosinistra, ha subito attirato l’attenzione delle altre regioni. Piemonte, ricco di aree industriali dismesse e ben posizionato rispetto al resto d’Europa, Puglia e Lazio (con Roma come polo naturale del centro-sud) si candidano ad adottare normative analoghe. La certezza regolativa che la legge lombarda introduce non è un dettaglio secondario per il mercato: i fondi internazionali che finanziano questi investimenti considerano la stabilità dei cronoprogrammi tanto quanto il capitale impegnato, e l’assenza di un quadro normativo è stata finora uno dei principali ostacoli alla bancabilità delle operazioni.

Restano aperti alcuni nodi. I critici, a partire dalle associazioni agricole, segnalano che disincentivare economicamente il consumo di suolo non equivale a vietarlo, e che gli oneri maggiorati possono essere semplicemente assorbiti come voce di costo dai grandi operatori senza modificare la localizzazione scelta. La piena operatività della disciplina dipenderà inoltre dall’adozione di diversi provvedimenti attuativi da parte della Giunta, che avrà trenta giorni dall’entrata in vigore per istituire lo Sportello e sessanta per definire criteri energetici, misure premiali e modalità della conferenza di concertazione. Il banco di prova reale sarà nei prossimi mesi, quando i primi procedimenti transiteranno attraverso la nuova architettura istituzionale.

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