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Nardella: “Condivido l’impostazione di un’Europa indipendente, ma rilevo anche la mancanza di una visione strategica di insieme”
Dario Nardella, membro del Parlamento europeo
© Imagoeconomica
17 Settembre 2026

Nardella: “Condivido l’impostazione di un’Europa indipendente, ma rilevo anche la mancanza di una visione strategica di insieme”

Corridoio di Mezzo, indipendenze energetica e il nuovo protocollo d’emergenza dell’UE. L’Europarlamentare commenta i punti salienti trattati dalla Presidente della CE Ursula von der Leyen durante il suo discorso al Parlamento europeo.

In questa intervista a ADI-Agenzia delle Infrastrutture, l’Onorevole Dario Nardella, membro del Parlamento europeo, fa il punto sul discorso della Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Nonostante il quadro delineato dell’Europa sia coerente e le misure annunciate vadano nella giusta direzione, manca una visione strategica di insieme: una indicazione chiara che suggerisca come agire.

Onorevole Nardella, quale è il suo parere sul discorso della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen? In particolare, cosa ne pensa del progetto della realizzazione di un Corridoio di Mezzo, che ha lo scopo di collegare il Caucaso meridionale e l’Asia centrale direttamente al mercato europeo?

Il discorso della Presidente von der Leyen fotografa abbastanza bene la contraddizione in cui vive l’Europa oggi: mai così forte sul piano economico e commerciale, mai così esposta sul piano geopolitico. Condivido l’impostazione di fondo, quella di un’Europa che deve smettere di dipendere dagli altri per la propria sicurezza ed energia, ma rilevo anche la mancanza di una visione strategica di insieme, di un approccio concreto che si affianchi agli innumerevoli annunci. Alla fine, il discorso della Presidente è un accumulo di annunci e idee senza una indicazione chiara di come agire. Sul Corridoio di Mezzo il giudizio è abbastanza positivo: collegare il Caucaso meridionale e l’Asia centrale al mercato europeo attraverso il Global Gateway, oltre che un progetto infrastrutturale, è anche una scelta geopolitica precisa, quella di offrire un’alternativa credibile alle rotte controllate da Russia e Cina. Dodici miliardi di investimenti pubblici e privati sono una cifra importante, ma bisognerà vedere quanto di questo denaro sarà effettivamente mobilitato entro il 2030, perché il Global Gateway ha spesso sofferto di un divario tra annunci e realizzazioni.

Secondo lei, l’obiettivo di raddoppiare la quota di energia elettrica entro il 2040 è concretamente realizzabile o ci sono degli ostacoli che non sono stati considerati?

L’obiettivo è ambizioso e ha una logica industriale solida: meno dipendenza dai combustibili fossili importati significa più sicurezza e, nel tempo, prezzi più stabili per famiglie e imprese. Ma la stessa von der Leyen ha ammesso il nodo vero: l’anno scorso abbiamo installato più di 80 gigawatt di rinnovabili, e sei volte tanto resta in attesa di connessione alla rete. Il problema, quindi, non è la capacità di produrre energia pulita, che l’Europa ha già, ma la capacità di trasportarla e stoccarla. Se il pacchetto sulle reti che è stato annunciato non arriva rapidamente e con risorse adeguate, l’obiettivo del 2040 rischia di restare sulla carta. In questo senso ha colpito molto l’assenza di qualunque riferimento al piano Draghi e alla necessità di ricorrere al debito comune europeo per ottenere le risorse necessarie agli investimenti nel settore. C’è poi un tema di equità territoriale che nel discorso non è stato affrontato: le regioni che investono di più nelle rinnovabili non sempre sono quelle che riescono a connettersi più velocemente alla rete.

Pensa che la strategia per il clima e la tutela delle risorse idriche sia completa o ci sono degli aspetti che non sono stati considerati?

L’estate che abbiamo alle spalle, con oltre 660mila ettari bruciati e più di 35mila morti aggiuntivi per le ondate di calore, dimostra che non possiamo più permetterci un approccio emergenziale. Anche qui, l’annuncio della nuova iniziativa europea sull’acqua e del quadro per la resilienza climatica, è priva di un quadro chiaro di implementazione. Inoltre, c’è un aspetto che considero sottovalutato nel discorso: il collegamento tra sicurezza idrica e sicurezza alimentare. Un’Europa che perde quasi un litro d’acqua su quattro nelle proprie reti, e che al tempo stesso chiede ai propri agricoltori di produrre di più con meno risorse e meno strumenti di gestione del rischio, ha bisogno di una strategia agricola coerente con quella idrica, non di due binari paralleli. Mi occupo di riforma della PAC in commissione Agricoltura, e su questo la proposta di lavorare sulla copertura assicurativa contro le perdite di raccolto va nella direzione giusta, ma è ancora troppo generica: servono strumenti concreti per gli agricoltori già dalla prossima programmazione.

La presidente della Commissione ha parlato dell’urgenza di inserire un meccanismo simile all’art.4 della NATO, che attiva un dialogo in caso di minaccia alla propria integrità nazionale. È d’accordo con questa proposta?

Sono d’accordo in linea teorica con lo spirito della proposta, e credo sia arrivato il momento di dotare l’Unione di un meccanismo che permetta una risposta rapida e coordinata quando un singolo Stato membro subisce un attacco ibrido che non raggiunge la soglia dell’aggressione armata. Quello che abbiamo visto in Lituania e a Lipsia dimostra che il rischio non è più teorico. Detto questo bisognerà capire con quali maggioranze si attiva questo protocollo, chi decide, e come si evita che diventi l’ennesimo strumento paralizzato dal veto di uno o due Stati membri. Un meccanismo di allerta che richiede l’unanimità per produrre effetti non serve a nulla in una crisi che si misura in ore, non in settimane.

Sul timore riguardo lo sviluppo non controllato dell’Intelligenza artificiale lanciato da alcuni colossi tech ma anche da esponenti istituzionali internazionali, e da ultimo anche Papa Leone e la stessa presidente von der Leyen, pensa che il rischio sia concreto? Crede che l’AI Act, prima legge organica al mondo sull’intelligenza artificiale pensata per regolare la tecnologia in base ai rischi e proteggere i diritti fondamentali, possa bastare per tenere sotto controllo l’IA o ha bisogno di essere migliorata?              

Il fatto che preoccupazioni analoghe arrivino contemporaneamente da grandi aziende tecnologiche, da leader istituzionali e da autorità morali come Papa Leone dovrebbe farci riflettere: quando chi sviluppa la tecnologia stessa chiede di rallentare, non è allarmismo, ma è un segnale serio da prendere sul serio. L’AI Act resta un punto di riferimento importante, la prima legge organica al mondo che prova a regolare l’intelligenza artificiale in base al rischio, e in questo l’Europa ha fatto da apripista globale. Ma una legge pensata quando i modelli erano meno capaci oggi rischia di essere già indietro rispetto a fenomeni come i modelli auto-migliorativi o gli incidenti di sistemi che escono dal proprio ambiente di controllo, di cui si è parlato anche nel discorso della Presidente. Mi occupo anche di regolazione delle biotecnologie in commissione Agricoltura, e il principio che vale lì vale anche per l’IA: la fiducia dei cittadini si costruisce con regole chiare e verificabili, non rincorrendo la tecnologia dopo che il danno è già fatto. Serve quindi un aggiornamento dell’AI Act sui sistemi più avanzati, insieme a un coordinamento internazionale reale, come quello proposto con Canada e Regno Unito, perché nessun continente da solo può governare una tecnologia che non ha confini.

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