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Italia e Albania, una storia a due sponde
Edi Rama e Giorgia Meloni
© Imagoeconomica
17 Maggio 2026

Italia e Albania, una storia a due sponde

Commercio, migrazioni e politica: come si è costruito, e come continua a evolversi, il rapporto tra due Paesi separati da ottanta chilometri di Adriatico

Nelle giornate più limpide, dalla costa del Salento si vede l’Albania. Non è una metafora: sono meno di cento chilometri, e quella vicinanza fisica ha condizionato secoli di storia, di scambi, di conflitti e di migrazioni. Il rapporto tra Italia e Albania è, in fondo, la storia di due Paesi che non hanno mai smesso di guardarsi.

Le radici lunghe

Le relazioni tra i due Paesi risalgono almeno ai moti per l’indipendenza albanese, cui seguirono l’impegno militare italiano nella Grande Guerra, il tentativo di protettorato e le ambigue relazioni politiche ed economiche intrattenute dal fascismo fino all’invasione del 1939 e alla successiva occupazione. Un passato intricato, fatto di ambizioni coloniali e di una posizione geografica che Roma non ha mai smesso di considerare strategica.

Esistono peraltro in Italia comunità albanesi (gli Arbëreshë) risalenti al XIV secolo, esito della fuga dall’occupazione turca ottomana. Sono tracce antiche che, nel bene o nel male, hanno costruito un substrato culturale comune. Anche durante gli anni del regime comunista albanese, le difficoltà economiche causate dalla interruzione degli aiuti cinesi spinsero il Paese a ricercare uno sviluppo ulteriore delle relazioni commerciali con l’Italia, e nel 1979 i due Paesi si scambiarono visite reciproche dei ministri del Commercio con l’Estero.

La nave Vlora e l’inizio di una nuova storia

Poi arrivò il 1991. Il 7 agosto, durante le operazioni di sbarco nel porto di Durazzo, la nave mercantile Vlora venne assalita da una folla di circa 20.000 persone che costrinsero il comandante a salpare per l’Italia. La nave attraccò al porto di Bari la mattina del giorno dopo, carica di circa 20.000 albanesi. L’evento è ricordato come l’episodio più significativo dell’ondata di immigrazione che si ebbe in Italia negli anni Novanta, ma anche come l’inizio di un processo che alcuni storici descrivono come “virtuoso”: un esodo evolutosi in un cammino fatto di aiuti esterni e di stimoli interni che ha portato a un livello di buono sviluppo della società e dell’economia.

Il processo migratorio albanese in Italia si è delineato sostanzialmente in tre fasi: la prima nel 1991, distinta in due ondate, quella di marzo e quella di agosto; la seconda nel 1997, quando il fallimento della maggior parte delle società finanziarie nazionali condusse il Paese alla miseria; la terza legata alla guerra del Kosovo nel 1999. Proprio a seguito degli sbarchi albanesi del 1991 si sviluppò il primo tentativo di approvazione di una legge organica su immigrazione e asilo in Italia, che sfociò nell’approvazione della legge Turco-Napolitano nel 1998. La storia migratoria albanese ha dunque lasciato tracce profonde anche nell’ordinamento giuridico italiano.

Oggi la popolazione albanese in Italia è di circa 421.000 unità, la seconda comunità straniera nel Paese dopo quella rumena. Gli immigrati albanesi sono più presenti nel settore industriale, seguiti dai servizi e dall’agricoltura, e nel 2020 si contavano quasi 50.000 imprenditori albanesi in Italia.

Il partenariato strategico

Sul piano politico, i due Paesi hanno formalizzato la propria vicinanza con un accordo quadro. Il 12 febbraio 2010 è stata firmata a Roma la “Dichiarazione sullo stabilimento di un Partenariato Strategico” tra i due Paesi, incentrata su sette aspetti cruciali della cooperazione tra Italia e Albania. L’Italia è stata il primo donatore bilaterale negli ultimi vent’anni, il principale partner commerciale, un importante investitore e ospita la più fiorente comunità albanese all’estero.

Dopo l’ingresso nella NATO nel 2009, la priorità della politica estera albanese riguarda l’integrazione nell’Unione Europea. Dal giugno 2014 l’Albania è Paese candidato all’adesione all’UE, e il percorso ha conosciuto un passo avanti significativo nel marzo 2020, con la decisione del Consiglio europeo di aprire i negoziati di adesione. L’Italia è sempre stata tra i sostenitori più convinti di questo percorso. Nel novembre 2025 si è tenuto il primo vertice intergovernativo Italia-Albania, nel corso del quale i governi Meloni e Rama hanno siglato sedici accordi per intensificare la cooperazione economica bilaterale.

I numeri di uno scambio solido

Sul piano commerciale, il legame tra i due Paesi è misurabile con precisione. In base ai dati dell’Istituto nazionale di statistica albanese, nel 2024 l’Italia si è confermata come il primo partner commerciale dell’Albania, con il 27,8% del totale dell’interscambio albanese con il resto del mondo, circa 3,6 miliardi di euro. Le esportazioni albanesi verso l’Italia hanno raggiunto 1,65 miliardi di euro, pari al 43,7% del totale delle esportazioni albanesi, con prodotti tessili e calzature a fare la parte del leone.

Sul fronte degli investimenti diretti esteri, il totale degli investimenti italiani in Albania ha raggiunto 1,68 miliardi di euro, mentre per le nuove società fondate nel 2023 con capitale straniero, l’Italia detiene il primato con 386 società, pari al 9,36% del totale, e possiede il 39% del totale del capitale delle nuove imprese.

Il salario medio in Albania si attesta a 790 euro al mese e l’aliquota sulle società è del 15% per fatturati superiori alla soglia minima, fattori che contribuiscono ad attrarre imprese straniere. L’Albania ha anche un record di 11,7 milioni di turisti nel 2024, con il turismo che rappresenta il 26% del PIL.

Il protocollo sui migranti

La questione che negli ultimi anni ha più di ogni altra alimentato il dibattito pubblico nei due Paesi è quella migratoria, ma in un senso inedito: non più gli albanesi che sbarcano in Italia, ma i migranti di altri Paesi trattenuti in Albania su mandato italiano.

L’accordo Rama-Meloni, annunciato il 6 novembre 2023, prevede che l’Albania ospiti piattaforme di sbarco per persone intercettate durante attraversamenti non autorizzati e soccorse in mare dalla Guardia Costiera italiana. L’Albania ha concesso due aree del proprio territorio, Shëngjin e Gjadër, al governo italiano, che vi ha costruito strutture sotto giurisdizione italiana. Secondo le stime iniziali del governo italiano, le strutture avrebbero potuto gestire un flusso annuale fino a 36-39.000 persone. I risultati effettivi sono stati più contenuti: il centro di Gjadër ospita oggi circa 80 persone, mentre quello di Shëngjin è praticamente vuoto.

Il futuro del protocollo è oggi al centro di un confronto diplomatico. L’accordo quinquennale è stato ratificato all’inizio del 2024. Con l’ingresso dell’Albania nell’UE, obiettivo che Tirana punta a raggiungere entro il 2030, il meccanismo perderebbe la sua natura extraterritoriale e dunque la sua funzione politica e giuridica originaria. Il ministro degli Esteri albanese Hoxha ha dichiarato di non essere sicuro che ci sarà un rinnovo, ma il premier Rama ha poi precisato che il protocollo è destinato a durare “per tutto il tempo che l’Italia lo vorrà”.

Il dibattito sul protocollo riflette, in scala, una delle costanti della relazione tra i due Paesi: la capacità di costruire accordi ambiziosi, e la difficoltà di portarli a compimento senza che le vicende interne, politiche, giuridiche, istituzionali. ne modifichino i contorni. Due sponde vicine, un canale che continua a essere attraversato in entrambe le direzioni.

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