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Il Lazio vuole essere terra d’impresa. La sfida tra filiere di eccellenza e infrastrutture da completare
© Imagoeconomica
28 Giugno 2026

Il Lazio vuole essere terra d’impresa. La sfida tra filiere di eccellenza e infrastrutture da completare

Farmaceutica, aerospazio, digitale: il Lazio è la seconda regione italiana per PIL ma ancora troppo poco conosciuta come territorio industriale. Un piano coordina istituzioni e imprese per attrarre investimenti e colmare i ritardi infrastrutturali.
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C’è un paradosso al centro del dibattito economico laziale: la regione è seconda in Italia per prodotto interno lordo, con un’incidenza dell’11,2% sul PIL nazionale, ospita filiere industriali di primo piano a livello europeo e registra performance occupazionali e di export superiori alla media del paese, eppure continua a essere percepita quasi esclusivamente come territorio di burocrazia e turismo. Dati della Banca d’Italia certificano che nel 2025 il Lazio ha trainato l’economia nazionale con una crescita dello 0,6%, mentre le proiezioni SVIMEZ stimano un balzo del PIL regionale del 2%, spinto da costruzioni e manifattura avanzata. Eppure lo stereotipo resiste.

A farlo emergere con forza è stato il dibattito delle ultime settimane, che ha visto convergere sui temi dello sviluppo industriale regionale Unindustria, Federmanager, la Regione e il Comune di Roma. Il punto di partenza è sempre lo stesso: il Lazio produce, innova ed esporta molto più di quanto la sua narrazione pubblica suggerisca. La farmaceutica vale oltre il 50% dell’export regionale, l’aerospazio genera 5 miliardi di fatturato a Roma, e l’ICT conta 14.000 imprese sul territorio. Filiere solide, in alcuni casi leader nazionali, che però operano in un contesto infrastrutturale e amministrativo che ne limita ancora la capacità di attrarre nuovi investimenti dall’estero.

Il Piano Industriale e i suoi strumenti

La risposta istituzionale a questo squilibrio è il Piano Industriale del Lazio, elaborato congiuntamente da Unindustria e dalla Regione e oggi in fase operativa. È la prima volta che nel Lazio la Regione e un’associazione datoriale costruiscono una strategia di sviluppo di ampio respiro, frutto di un percorso condiviso di approfondimento. Il piano si struttura attorno a quattro categorie di intervento (territorio, attrattività, risorse per lo sviluppo e competenze) con obiettivi misurabili su un orizzonte di quattro anni: più imprese, export crescente, dimensione media aziendale più alta e occupazione di qualità.

Tra gli strumenti operativi, due assumono particolare rilevanza. Il primo è la Zona Logistica Speciale, che mette a disposizione degli investitori 5.700 ettari di aree distribuiti in 64 comuni, con semplificazioni normative e credito d’imposta dedicato. Il secondo è la riforma del Consorzio Industriale del Lazio: a metà giugno è stata presentata la proposta di legge per il riordino dell’ente, che punta a superare il commissariamento e a ridefinirne il ruolo come struttura snella capace di fornire servizi e opportunità concrete alle imprese, dall’energia alle dotazioni necessarie per chi decide di aprire uno stabilimento nella regione. Una novità sostanziale è l’estensione del perimetro del Consorzio anche alle aree del Comune di Roma, finora escluse.

Sul fronte dell’innovazione, Rome Technopole rappresenta un altro tassello importante: la fondazione riunisce le principali università laziali, quattro centri di ricerca, Roma Capitale e le Camere di commercio, con oltre trenta aziende beneficiarie di un finanziamento PNRR da 110 milioni di euro per progetti nelle transizioni digitale ed energetica e nel settore bio-farmaceutico.

La dimensione come condizione di sopravvivenza

Uno degli snodi più discussi riguarda la struttura dimensionale delle imprese laziali. Gli addetti nelle grandi imprese rappresentano circa il 16% del totale, una percentuale già superiore alla media italiana del 10%, ma la propensione all’export si ferma al 16% contro una media nazionale del 30%. Il gap è evidente e riflette una fragilità strutturale: molte piccole imprese, anche quando operano in filiere avanzate, non raggiungono la massa critica per competere sui mercati internazionali.

È su questo punto che si è concentrata l’assemblea di Federmanager Roma del 25 giugno, dove è stata avanzata la proposta di un piano di consolidamento industriale delle filiere locali da costruire con la Regione e il ministero delle Imprese. L’aggregazione delle PMI nei distretti chiave (farmaceutico, aerospazio, costruzioni) viene indicata come condizione di sopravvivenza nella competizione globale. Federmanager ha chiesto anche la candidatura di Roma a sede stabile degli Stati Generali dell’Industria nazionale, proposta accolta favorevolmente dalla vicepresidente della Regione Roberta Angelilli.

Le infrastrutture restano il nodo irrisolto

Nessuna strategia di attrazione degli investimenti regge senza una rete di connessioni adeguata. È il tema che torna con maggiore insistenza in ogni confronto sul futuro economico del Lazio. Le province (Rieti, Viterbo, Frosinone, Latina, Civitavecchia) devono essere collegate tra loro con infrastrutture moderne e sicure, e raggiungibili da Roma in sessanta minuti. Un obiettivo oggi ancora lontano per molti dei capoluoghi provinciali, nonostante i progressi degli ultimi anni.

Il cantiere delle grandi opere rimane aperto su più fronti: la Cisterna-Valmontone, l’Orte-Civitavecchia, il raddoppio della Salaria, la pedemontana di Formia, il progetto di Alta Velocità per il basso Lazio. Su Fiumicino, l’ampliamento dell’aeroporto è considerato priorità strategica: con nove miliardi di investimento privato pronti e il comune favorevole, il passo decisivo spetta ora al governo nazionale.

Il 2026 come anno spartiacque

Il contesto è quello di una regione che ha beneficiato del PNRR e del Giubileo, con 14 miliardi investiti nella Capitale tra risorse europee, partnership pubblico-private e fondi comunali, e che ora deve dimostrare di saper capitalizzare quell’eredità senza appoggiarsi a cicli di finanziamento straordinari. La gestione dei fondi europei FESR resta centrale: qualsiasi ipotesi di accentramento nazionale rischia di indebolire le politiche industriali territoriali. La partita per il Lazio industriale, dunque, si gioca su più tavoli contemporaneamente. I numeri ci sono. Gli strumenti si stanno costruendo. Ciò che manca ancora è la velocità amministrativa e la capacità di trasformare in cantieri concreti quanto finora è rimasto sulla carta.

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