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Noci: “L’intelligenza artificiale deciderà chi resterà una potenza industriale”
© Imagoeconomica
6 Luglio 2026

Noci: “L’intelligenza artificiale deciderà chi resterà una potenza industriale”

Il prorettore del Politecnico di Milano ed esperto di strategie IA: “Senza capacità di produzione energetica ed execution sull’intelligenza artificiale, tra tre anni saremo schiavi industriali di terzi”

Professore ordinario di Strategia e Marketing e prorettore del Politecnico di Milano, membro del Comitato della Presidenza del Consiglio per la strategia nazionale sull’intelligenza artificiale, Giuliano Noci è tra le voci più ascoltate quando si tratta di leggere la trasformazione tecnologica del Paese attraverso la lente dell’industria e della geopolitica.

Professore, parliamo di “elettro-Stati” e di capacità di execution sull’AI come le due variabili che decideranno la potenza degli Stati nei prossimi anni. Se oggi i player dell’intelligenza artificiale sono solo americani e cinesi, che spazio realistico ha l’Europa, e l’Italia in particolare, per non restare tagliata fuori da questa partita?

L’Europa oggi non sta “toccando palla” su questa partita, e continuare a inseguire non porta da nessuna parte. Lo spazio non è competere sui modelli fondazionali, ma costruire un’infrastruttura di dati proprietari, una sorta di autostrada del sole del dato italiano, su cui allenare applicazioni verticali per il nostro tessuto manifatturiero. È lì che si gioca la partita vera, non nella rincorsa ai grandi player americani e cinesi.

Secondo lei l’IA sarà il veicolo attraverso cui l’Italia tramanderà, o perderà, il proprio patrimonio industriale. Cosa significa concretamente, per un imprenditore manifatturiero italiano, “digerire” l’intelligenza artificiale prima che lo facciano altri al suo posto?

Significa smettere di pensare all’IA come a un layer software aggiunto sopra un processo produttivo invariato. La manifattura italiana dovrà ripensare l’intera organizzazione produttiva, non solo l’oggetto che produce. Chi continuerà a fare solo prodotto, senza trasformarlo in servizio intelligente, sarà fuori mercato in pochi anni.

Il rischio di nuove oligarchie cognitive è un tema che ha evocato più volte. Con Stati Uniti e Cina che sembrano muoversi verso un tavolo bilaterale sulla governance dell’intelligenza artificiale, l’Europa rischia di restare fuori anche da quel tavolo?

Il rischio è concreto, ed è lo stesso decadimento cognitivo che vediamo già nel dibattito pubblico, ridotto a slogan. Se l’Europa non costruisce una propria capacità critica e regolatoria autonoma, si ritroverà a subire regole scritte da altri, proprio come è successo con altre tecnologie strategiche nel passato.

Sul fronte geopolitico ha detto che Trump sbaglia strategia, ma che l’Italia non può permettersi di rompere con gli Stati Uniti. Come si tiene insieme questa lettura con l’urgenza di un’autonomia tecnologica europea sull’intelligenza artificiale?

Sono due piani diversi. Sul piano diplomatico l’Italia ha tutto l’interesse a mantenere il rapporto storico con Washington. Ma sul piano industriale e tecnologico l’autonomia non è una scelta anti americana, è una condizione di sopravvivenza: si può restare alleati e allo stesso tempo smettere di essere dipendenti.

Capitale umano e sistema educativo: da dove dovrebbe partire l’Italia oggi per formare persone capaci di “fare le domande giuste all’algoritmo”, scuola, università o imprese?

Da tutti e tre insieme, ma il problema è la velocità. La Cina investe in formazione con una intensità che noi non abbiamo ancora capito. Il vero discrimine del ventunesimo secolo sarà tra chi conosce e chi resta ignorante di fronte alla macchina, e la scuola, oggi, è ancora troppo lenta rispetto al cambiamento.

Lei sostiene che la potenza degli Stati si misurerà anche in gigawatt, prima ancora che in algoritmi. L’Italia ha uno dei costi dell’elettricità più alti d’Europa e i data center per l’intelligenza artificiale sono divoratori di energia. Cosa dovrebbe fare concretamente il nostro Paese per diventare un “elettro-Stato” credibile, tra rinnovabili, ritorno al nucleare e nuove infrastrutture di rete?

Senza energia a basso costo e disponibile in quantità, tutto il resto del ragionamento sull’IA resta teorico. L’Italia deve muoversi su tre binari insieme: accelerare le rinnovabili dove abbiamo vantaggio naturale, riaprire seriamente il dossier nucleare di nuova generazione con tempi credibili, e mettere mano a una rete elettrica che oggi non è pensata per assorbire i consumi dei data center. Chi non risolve il nodo energetico resterà un Paese che affitta intelligenza artificiale da altri, non che la produce.

Professore, lei siede nel Comitato della Presidenza del Consiglio per la strategia nazionale sull’intelligenza artificiale. Stanford calcola che gli Stati Uniti investono in IA oltre cento miliardi di dollari l’anno, l’Italia meno di un miliardo. Al netto delle strategie scritte sulla carta, cosa sta facendo davvero il governo e dove invece il Paese sta perdendo tempo?

La differenza di scala con gli Stati Uniti è tale che inseguirla a colpi di miliardi non ha senso, non li abbiamo. Quello che il governo può fare, e in parte sta facendo, è concentrare le risorse su pochi progetti infrastrutturali abilitanti invece di disperderle in mille rivoli. Dove il Paese perde tempo è nella burocrazia di attuazione: le strategie si scrivono in mesi, i bandi e le autorizzazioni viaggiano ad anni, e nel frattempo il resto del mondo corre.

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