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28 Luglio 2026

Dagli stadi alle regole: l’infrastruttura del calcio italiano tra la corsa a Euro 2032 e le crepe del sistema

Dai tre Mondiali consecutivi visti in TV alle incertezze sui cantieri per Euro 2032: la crisi del calcio italiano tra ritardi burocratici e fragilità di una governance senza visione

Con tre Mondiali consecutivi guardati da casa e un’assenza dai massimi palcoscenici planetari che dura ormai da oltre un decennio, il calcio italiano ha terminato qualsiasi bonus. Non ci sono più né alibi né margini d’errore. Eppure, se c’è un elemento che continua a unire le incertezze dei nostri cantieri alla gestione della macchina federale, è la cronica difficoltà nel trasformare le intenzioni in una programmazione di lungo periodo.

All’indomani dell’elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC, il sistema calcio si trovava di fronte all’aspettativa di una svolta manageriale solida. La gestione della scelta del nuovo Commissario Tecnico della Nazionale si è invece trasformata nell’ennesimo cortocircuito: l’idea di affidare la panchina ad Andrea Pirlo, caldeggiata da Paolo Maldini e Leonardo e arrivata dopo il no di Guardiola, è stata infatti bocciata dallo stesso Malagò, innescando lo scontro e portando alle clamorose dimissioni dei due dirigenti. Alla fine, la scelta del presidente è caduta sul ritorno di Roberto Mancini. Una decisione che però divide e fa discutere: in molti non dimenticano lo strappo del passato, con le dimissioni improvvise arrivate per cedere alle sirene dei 25 milioni di euro offerti dall’Arabia Saudita. Un “papocchio” gestionale che racconta di un’infrastruttura “immateriale” — quella delle regole, della visione tecnica e della governance — che fa ancora enorme fatica a trovare stabilità, coerenza e linearità.

Questa fragilità organizzativa si riflette in maniera speculare sullo stato delle infrastrutture fisiche, proprio mentre scatta il conto alla rovescia decisivo impostato dal comitato organizzatore guidato da Michele Uva per l’UEFA e dal commissario straordinario Massimo Sessa. A differenza della Turchia (co-host del torneo e già pronta con impianti di ultima generazione), l’Italia gioca su una cronotabella con scadenze stringenti e paletti ferrei:

  • Entro il 31 luglio: consegna alla FIGC e all’UEFA dei dossier preliminari da parte di 9-10 città candidate.
  • Entro il 15 settembre: finestra per integrare la documentazione e correggere i progetti. Dopodiché la FIGC individuerà la cinquina ufficiale dei 5 stadi titolari.
  • Inizio ottobre: verdetto finale da parte dell’UEFA di Aleksander Čeferin a Nyon.
  • 30 marzo 2027: termine perentorio entro cui tutti i cantieri designati dovranno essere avviati e finanziati con garanzie solide.

Al momento la mappa dell’infrastruttura vede quattro sedi quasi blindate e un infuocato scontro per il quinto slot: Torino (con l’Allianz Stadium di proprietà, unica vera certezza attuale); Roma (spinta dal progetto privato da un miliardo a Pietralata, con la rete di sicurezza dell’Olimpico); Milano (che figura in lista solo a patto di realizzare il nuovo stadio di Inter e Milan entro il 2030 a ridosso di San Siro); Firenze (con il completamento dei lavori al Franchi grazie anche al supporto della proprietà Commisso).

A disputarsi l’ultimo posto è un aperto “derby del Sud” tra Napoli e Palermo. Sul “Maradona” pesa il ritardo nel trovare un’intesa tra la linea del presidente De Laurentiis e la programmazione pubblica di Comune e Regione; di contro, crescono le quotazioni del “Barbera” di Palermo, forti dell’allineamento istituzionale e dei 30 milioni di euro garantiti dal City Football Group per completare il quadro economico-finanziario. Alle loro spalle, piazze come Cagliari, Salerno, Bologna, Verona o Bari sperano nell’inserimento in una “Lista B” di riserva, beneficiando dei poteri straordinari del commissario e del supporto del Credito Sportivo.

Il messaggio che arriva dall’UEFA è chiaro: l’esame non riguarda solo gli spalti o le aree hospitality, ma la maturità complessiva del sistema-paese — dalla rete dei trasporti all’accessibilità, dalla sostenibilità energetica alla certezza dei tempi amministrativi. Non si possono costruire cattedrali moderne se le fondamenta della governance restano esposte all’estemporaneità.

La nuova presidenza FIGC si trova così di fronte a una doppia responsabilità inscindibile: da un lato la riforma profonda dell’assetto manageriale e federale, dall’altro l’impulso decisivo per sbloccare i cantieri del Paese. Per farsi trovare pronti all’appuntamento con l’Europa non basterà posare qualche prima pietra all’ultimo minuto: servirà una visione di sistema che sappia far correre insieme la burocrazia e lo sport.

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