
La coda dei data center
Novantacinque gigawatt sono più del picco massimo storico di domanda elettrica dell’intero sistema italiano, che si è fermato a 60,5 gigawatt il 22 luglio 2015 e che quest’anno, nel pieno delle ondate di calore, non è stato superato. Eppure è questo il numero che emerge dalle richieste presentate a Terna: al 21 agosto 2026 erano 531 le pratiche di connessione riconducibili a nuovi data center, per una potenza complessiva di 95,38 gigawatt. Non significa che l’Italia stia per costruire data center per 95 gigawatt. Solo 15 di quelle richieste, per complessivi 1,88 gigawatt, hanno raggiunto la fase più avanzata dell’iter. La distanza fra i due numeri racconta già gran parte della storia.
Una crescita reale
La crescita, però, è reale. Le istanze cumulate valevano circa un gigawatt nel 2021, erano salite a 5,40 nel 2023 e a 31,28 nel 2024. Nei soli primi otto mesi del 2026 sono arrivate 300 nuove domande per 58,7 gigawatt, il 48,2% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La Lombardia concentra circa 290 domande per 46 gigawatt, in gran parte nell’area milanese. La tentazione è leggere questi numeri come la prova di una gigantesca invasione di data center. È probabilmente il modo sbagliato di leggerli. Il problema, oggi, non è capire se quei 95 gigawatt verranno costruiti, ma quali di quei progetti siano abbastanza concreti da arrivare davvero alla connessione.
La dinamica ricorda quella già osservata con le rinnovabili, quando le richieste di connessione superarono di molte volte la capacità poi realizzata. Un progetto può essere ridimensionato, rinviato o abbandonato, ma la possibilità di ottenere una connessione ha un valore anche prima di diventare un impianto. Per la rete, però, la questione è diversa: ogni richiesta va valutata nel processo di pianificazione, e significa linee, stazioni elettriche, capacità di trasporto e investimenti che richiedono anni. È qui che nasce il paradosso. Una potenza che probabilmente non verrà mai costruita influenza oggi le decisioni sulla rete che dovrebbe alimentarla.
Un procedimento unico per l’autorizzazione
La questione è diventata abbastanza rilevante da entrare nella normativa. L’articolo 8 del decreto legge 21 del 2026 ha introdotto un procedimento unico per l’autorizzazione dei data center e delle relative opere di connessione, con una durata massima di dieci mesi e termini dimezzati per alcune procedure ambientali. Nei casi previsti dalla norma, l’istanza di valutazione di impatto ambientale deve essere presentata entro 90 giorni, altrimenti il procedimento viene archiviato. È un cambio di logica importante. Presentare una richiesta non basta più, da solo, a tenere indefinitamente un progetto dentro la coda: per restare in corsa bisogna dimostrare di poter procedere con autorizzazioni, progettazione e investimenti. La selezione dovrebbe così avvenire anche attraverso i tempi e gli adempimenti necessari per arrivare alla realizzazione.
L’asimmetria dei data center
Resta però l’asimmetria principale della partita. Un operatore può programmare un campus in pochi anni, mentre una nuova infrastruttura elettrica richiede tempi molto più lunghi tra autorizzazioni, progettazione e realizzazione. Quando i due calendari non coincidono, la domanda diventa industriale: dove trovare l’energia necessaria e come portarla fino agli impianti.
Una delle soluzioni possibili è portare parte della generazione direttamente presso il data center, e la domanda internazionale sta già creando un nuovo mercato per le turbine a gas. Baker Hughes ha registrato nel 2025 circa un miliardo di dollari di ordini legati ai data center, cifra eguagliata nel solo primo trimestre del 2026, tanto che l’obiettivo triennale per il segmento è stato alzato da 1,5 a 3 miliardi. Per l’Italia il fenomeno ha una dimensione industriale, perché Nuovo Pignone, oggi parte di Baker Hughes, resta uno dei principali poli nazionali nella produzione di turbine. La stessa corsa che mette sotto pressione la rete apre una prospettiva per una parte dell’industria del Paese.
Il valore restituito dei data center
C’è infine una domanda più difficile: che cosa resta a un territorio che ospita un data center? La risposta non può essere soltanto nei posti di lavoro. Il progetto Cavour Hyperscale Campus di Trino prevede circa 1.200 lavoratori mediamente impiegati durante la costruzione, con picchi superiori a 2.000, e fra 300 e 350 posti qualificati a regime. Il programma annunciato da Equinix nell’area milanese indica circa 1.500 addetti in cantiere e oltre 500 occupati diretti e indiretti a impianto funzionante. Il lavoro è molto più intenso mentre si costruisce che quando l’impianto funziona: una struttura altamente automatizzata non è paragonabile, in termini occupazionali, a una fabbrica tradizionale.
Ilvalore va cercato altrove. A luglioA2A ed Equinix hanno annunciato un progetto per recuperare il calore prodotto dai server del campus di Settimo Milanese e immetterlo nella rete di teleriscaldamento di Milano. A regime dovrebbe recuperare circa 225 gigawattora di energia termica all’anno, sufficienti per il riscaldamento di oltre 21mila abitazioni, aumentando di circa il 20% il calore decarbonizzato distribuito in città. È un esempio che modifica il rapporto fra l’impianto e il territorio. Il data center non è più soltanto un grande consumatore di energia, ma diventa in parte una fonte di calore per la città. Non basta a risolvere il problema, ma indica una direzione: non limitarsi a chiedere quanto consuma un’infrastruttura, e capire piuttosto quanto valore può restituire al sistema in cui viene inserita. I 95 gigawatt della coda, molto probabilmente, si ridurranno. La selezione arriverà attraverso i capitali disponibili, le autorizzazioni, la disponibilità di energia e la capacità concreta di realizzare gli impianti. Ma la domanda che resterà non riguarda quanti data center saranno costruiti. Riguarda quale rete vogliamo avere quando quelli che oggi sono soltanto progetti diventeranno infrastrutture reali. Perché la rete elettrica che dovrà alimentarli non si costruisce quando il primo server viene acceso. Si decide molto prima.

