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Arabia Saudita, da retrovia della guerra con l’Iran a bersaglio degli Houthi
© Imagoeconomica
13 Ottobre 2026

Arabia Saudita, da retrovia della guerra con l’Iran a bersaglio degli Houthi

Nei primi mesi della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran Riad aveva subito meno danni di altri paesi del Golfo. Da luglio la ripresa del conflitto con gli Houthi ha colpito oleodotti, raffinerie e aeroporti, facendo crollare le esportazioni di petrolio.

Per mesi l’Arabia Saudita è sembrata uno dei paesi del Golfo meno esposti alla guerra cominciata il 28 febbraio con gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran; oggi è invece al centro della crisi regionale. Nella settimana tra il 6 e l’11 ottobre i missili e i droni lanciati dagli Houthi yemeniti, alleati di Teheran, hanno colpito gli aeroporti di Riad, Abha e Dammam, uccidendo una ventina di persone e ferendone oltre trecentocinquanta secondo le autorità saudite. L’attacco più grave, il 10 ottobre, ha centrato i terminal 3 e 4 dello scalo internazionale King Khalid della capitale, con tredici morti e più di trecento feriti, il bilancio più pesante subito dal regno in almeno dieci anni. Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha condannato l’attacco e l’inviato dell’ONU per lo Yemen Hans Grundberg ha parlato di “una grave escalation“, mentre il presidente statunitense Donald Trump ha fatto sapere che Washington valuta se intervenire.

Una prima fase meno pesante che per il Qatar

Nelle settimane successive all’inizio della guerra, l’Iran aveva lanciato missili e droni contro tutti e sei i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. L’Arabia Saudita era stata colpita alla raffineria di Ras Tanura, la più grande del paese con oltre 500mila barili al giorno, rimasta ferma per circa una settimana, all’ambasciata statunitense di Riad e alla base aerea Prince Sultan, che ospita forze americane. Il ministero della Difesa saudita ha riferito di circa 900 intercettazioni tra il 3 marzo e il 5 aprile, ma i danni erano rimasti limitati e le vittime civili poche. Molto più pesante era stato il colpo subito dal Qatar dove gli attacchi iraniani su Ras Laffan hanno danneggiato due linee di liquefazione del gas pari al 17% della capacità di esportazione del paese e QatarEnergy ha stimato tre-cinque anni di lavori e perdite per circa 20 miliardi di dollari l’anno, dichiarando la forza maggiore su alcuni contratti di lungo periodo, compresi quelli con l’Italia. Riad, che nel 2023 aveva ristabilito le relazioni con Teheran grazie alla mediazione cinese, aveva inoltre dichiarato di non aver concesso il proprio spazio aereo per operazioni offensive.

Il ritorno della guerra con gli Houthi

La situazione è cambiata in estate, quando si è riaperto il fronte yemenita rimasto congelato dalla tregua del 2022. Alla fine di luglio gli Houthi hanno rivendicato i primi attacchi dalla tregua contro impianti petroliferi sauditi, a Yanbu e a Jizan, e hanno dichiarato un blocco navale contro il regno. A settembre hanno esteso il controllo sullo stretto di Bab el-Mandeb, il passaggio tra Mar Rosso e golfo di Aden da cui transita circa il 12% del commercio mondiale, mentre le forze del governo yemenita sostenuto da Riad perdevano le loro posizioni sulla costa. Nella notte tra il 7 e l’8 settembre un attacco con droni e missili su quattro città del sud-ovest saudita ha incendiato diversi impianti petroliferi e ferito almeno 73 persone. Riad ha risposto con centinaia di raid aerei e sostenendo la controffensiva delle forze governative yemenite, ma ogni bombardamento è stato seguito da nuove ritorsioni sul suo territorio, fino agli attacchi contro gli aeroporti.

Oleodotti, raffinerie e aeroporti

Il bersaglio più delicato è il sistema che dall’inizio della guerra consente all’Arabia Saudita di esportare petrolio aggirando lo stretto di Hormuz, rimasto in gran parte chiuso. L’oleodotto Est-Ovest, lungo circa 1.200 chilometri e con una capacità di 7 milioni di barili al giorno, porta il greggio dai giacimenti orientali al porto di Yanbu sul Mar Rosso, le cui esportazioni erano passate in poche settimane da circa 750mila a circa 4 milioni di barili al giorno. Il 10 settembre attacchi con droni, attribuiti a milizie filoiraniane irachene, hanno danneggiato tre stazioni di pompaggio, costringendo a fermare l’oleodotto e le esportazioni da Yanbu, mentre la raffineria di Jizan, da 400mila barili al giorno, è ferma dall’attacco Houthi del 25 luglio. Con Hormuz quasi bloccato e il Bab el-Mandeb sotto il controllo degli Houthi, il greggio diretto in Asia deve risalire il Mar Rosso verso Suez, con viaggi più lunghi di settimane. Secondo l’OPEC ad agosto la produzione saudita è scesa a 6,24 milioni di barili al giorno, il livello più basso dal 1990, e il prezzo del Brent ha superato i 100 dollari. Dopo gli attacchi di ottobre lo scalo di Riad ha sospeso più volte l’attività e diverse compagnie straniere hanno cancellato i voli.

Le scelte di Riad

Le conseguenze vanno oltre il petrolio, che garantisce più della metà delle entrate dello Stato. Nel primo trimestre il deficit pubblico ha raggiunto circa 33,5 miliardi di dollari, i progetti simbolo della Vision 2030, come la città lineare The Line nel complesso di Neom e la stazione sciistica di Trojena, sono stati ridimensionati, e gli investimenti esteri sono calati. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha chiesto a Trump di guidare una coalizione contro gli Houthi, ottenendo inizialmente solo un sostegno di intelligence, mentre le scorte saudite di missili intercettori, consumate nei mesi degli attacchi iraniani, si sono assottigliate. Il regno ha quindi attivato per la prima volta il patto di mutua difesa firmato ad agosto con Turchia e Pakistan, e la Francia ha annunciato l’invio di militari e sistemi di difesa aerea per proteggere gli impianti di Yanbu. Riad si trova così davanti al dilemma che aveva cercato di evitare dall’inizio della guerra: una risposta militare più ampia, anche di terra, contro gli Houthi esporrebbe il paese a nuove ritorsioni lungo un confine di 1.200 chilometri, mentre la prudenza rischia di mostrare i limiti della sua capacità di deterrenza.

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