
Israele al voto, un Paese diviso a metà che sceglie tra due destre
I seggi hanno aperto alle sette del mattino e chiuderanno alle dieci di sera, le nove in Italia, quando le televisioni israeliane diffonderanno i primi exit poll. Circa 7,3 milioni di cittadini sono chiamati a rinnovare i 120 seggi della Knesset in quelle che sono le prime elezioni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, e la prima volta dal 1988 in cui una legislatura arriva alla sua scadenza naturale senza scioglimenti anticipati. Formalmente si vota per un Parlamento, di fatto per o contro Benjamin Netanyahu, settantasette anni, quasi due decenni di governo in tre stagioni diverse, un processo per corruzione ancora aperto e un mandato d’arresto della Corte penale internazionale che respinge. Il risultato definitivo potrebbe arrivare solo giovedì, quando saranno contate anche le circa 600mila schede di militari e altri elettori che votano separatamente, ma già stasera si capirà se Israele ha voltato pagina o se si prepara a settimane di trattative senza un vincitore.
Due blocchi appaiati
Gli ultimi sondaggi, pubblicati venerdì prima dello stop imposto dalla legge, descrivono un Paese spaccato quasi esattamente a metà. Yashar, il partito fondato lo scorso anno dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, è in leggero vantaggio sul Likud, con una ventina di seggi ciascuno. Ma a contare sono i blocchi, e qui i numeri raccontano uno stallo. La coalizione uscente, che oltre al Likud comprende l’estrema destra di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich e i partiti ultraortodossi, si ferma intorno ai 51 o 52 seggi. L’opposizione ebraica guidata da Eisenkot, con la lista comune di Naftali Bennett e Yair Lapid, Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman e i Democratici di Yair Golan, è più o meno allo stesso livello. Nessuno dei due raggiunge i 61 seggi necessari per governare, e i 14 seggi che i sondaggi attribuiscono ai partiti arabi diventano così il vero ago della bilancia. Sulla carta, con loro l’opposizione avrebbe una maggioranza comoda. Nella realtà quasi nessuno dei leader ebraici è disposto a governarci insieme.
Un’alternativa che guarda a destra
Chi osserva il voto dall’Europa nota subito un’anomalia, perché lo sfidante di Netanyahu non è un leader progressista. Eisenkot si presenta come centrista e nazionalista, Bennett ha guidato in passato il partito dei coloni e rifiuta uno Stato palestinese in Cisgiordania, Lieberman è un falco sulla sicurezza. Anche Lapid, il volto storico del centro laico, non si discosta dalla destra sulla questione palestinese. L’unica forza di sinistra rimasta, i Democratici nati nel 2024 dalla fusione tra laburisti e Meretz, viaggia sotto i dieci seggi. È il risultato di uno spostamento che dura da quasi vent’anni, da quando il fallimento dei negoziati e la seconda intifada hanno svuotato il campo della pace, e che il 7 ottobre ha reso ancora più netto. Oggi la contesa tra i due blocchi riguarda soprattutto la politica interna, cioè la riforma della giustizia, il rapporto tra Stato e religione, la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre che Netanyahu continua a rifiutare. Sul futuro dei palestinesi le differenze sono minime, e Netanyahu ha riassunto la sua campagna con una formula che non lascia spazio a sfumature, “la destra o la Palestina”.
Il peso degli ultraortodossi e degli arabi
Due minoranze potrebbero decidere le sorti del Paese dopo il voto. La prima è quella ultraortodossa, circa il 12,5% della popolazione, che fa riferimento a Shas e all’Ebraismo unito della Torah. Sono stati per anni gli alleati più fedeli di Netanyahu, ma la legislatura si è chiusa proprio sullo scontro per la leva militare. Nel 2024 la Corte suprema ha imposto all’esercito di arruolare anche gli studenti delle scuole religiose, e secondo le stime circa 80mila giovani haredim tra i 18 e i 24 anni evitano il servizio, mentre per l’Israel Democracy Institute il 72% degli israeliani vuole che vengano chiamati come tutti. I due partiti hanno fatto sapere che non entreranno in un governo che non garantisca l’esenzione, e potrebbero perfino non indicare alcun candidato al presidente Isaac Herzog, né Netanyahu né Eisenkot, che sulla leva per tutti ha costruito buona parte della sua campagna. La seconda minoranza è quella araba, circa due milioni di cittadini, un quinto della popolazione. Alle ultime elezioni aveva votato poco più di un elettore arabo su due, oggi i partiti puntano al 70%. Ra’am di Mansour Abbas vuole essere un “partner influente” di qualunque governo, la Lista comune è più distante. Eisenkot ha escluso un loro ingresso in maggioranza senza condizioni precise, a partire dal riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica, ma non un appoggio esterno a un governo di minoranza.
Giovani, Gaza e il giorno dopo
Tra gli elettori di oggi ci sono circa 640mila ragazzi tra i 18 e i 22 anni che votano per la prima volta, quasi un decimo del corpo elettorale e, secondo l’Israel Democracy Institute, il peso di una decina di seggi. È una generazione cresciuta tra la guerra e i social, e molto più spostata a destra dei genitori. In un sondaggio di Channel 12, il 74% dei giovani ebrei si definisce di destra o di centrodestra, anche se il partito più votato nelle loro intenzioni resta Yashar, davanti al Likud. Grande assente della campagna è invece la situazione dei palestinesi nella Striscia di Gaza. A un anno dal cessate il fuoco voluto da Donald Trump, l’esercito controlla circa due terzi della Striscia, Hamas non è stato disarmato e la forza internazionale di stabilizzazione non è ancora operativa. Secondo il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, dall’inizio della guerra sono stati uccisi oltre 74mila palestinesi, almeno 1.400 dei quali dopo la tregua. Eppure nessuno dei principali candidati chiede di cambiare rotta, e una parte della destra continua a parlare apertamente di “emigrazione volontaria” dei palestinesi. Dopo il voto gli scenari sono sostanzialmente tre: un governo di centrodestra guidato da Eisenkot con l’appoggio esterno di Ra’am, un ritorno di Netanyahu se gli ultraortodossi rientreranno nei ranghi, oppure un governo di unità nazionale che includa il Likud. Se nessuno riuscirà a mettere insieme una maggioranza entro le sei settimane previste dalla legge, Israele potrebbe tornare alle urne già a gennaio, con Netanyahu ancora in carica come primo ministro uscente.



