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Gli americani bocciano i data center e per le big tech il conto si alza
5 Novembre 2026

Gli americani bocciano i data center e per le big tech il conto si alza

Nelle consultazioni locali del 3 novembre gli elettori hanno detto no ai nuovi centri dati quasi ovunque, dall’Ohio al Maine. Con i democratici al Congresso e nuovi governatori favorevoli a moratorie, Amazon, Microsoft, Google e Meta dovranno pagare di più per costruire.

Tra gli sconfitti delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, oltre a Donald Trump e al Partito repubblicano, c’è anche un’industria: il 3 novembre in decine di comuni americani gli elettori non hanno scelto soltanto deputati, senatori e governatori, ma si sono espressi anche su divieti, moratorie e regole urbanistiche per i data center, i grandi capannoni pieni di server su cui le aziende tecnologiche stanno costruendo l’intelligenza artificiale. Il risultato è stato netto e, secondo un conteggio preliminare della società di consulenza Redbud Consulting, nelle 38 consultazioni locali già concluse gli elettori si sono schierati contro i nuovi impianti in tutti i casi tranne uno. Il voto arriva in un momento in cui Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta prevedono di spendere insieme tra 720 e 740 miliardi di dollari in investimenti nel solo 2026, in gran parte proprio per i data center e segnala che il consenso intorno a questa corsa è ormai il problema principale del settore.

Dall’Ohio al Maine, una valanga di no

L’epicentro è stato l‘Ohio, quinto Stato americano per numero di data center, dove si votava su 21 quesiti in 18 comuni, più della metà dei 41 in tutto il Paese. In 13 comuni sono passati divieti o forti restrizioni, spesso rivolti agli impianti sopra i 25 megawatt. A Trenton il divieto pensato per tenere lontano un campus di Amazon Web Services da 18 edifici è stato approvato con l’80% dei voti, a Wilmington circa otto elettori su dieci hanno respinto le varianti urbanistiche necessarie a un progetto, e nei cinque comuni dell’Ohio centrale chiamati alle urne il risultato è stato ovunque contrario. A Piqua, cittadina di circa 20mila abitanti, gli elettori hanno revocato il sindaco e due assessori che avevano sostenuto un data center di Meta da circa un miliardo di dollari. Fuori dall’Ohio sono passate moratorie e divieti in comuni dell’Illinois, del Kansas, del Maine, della Florida e della California, dove ad Alhambra il divieto ha superato l’80% nei primi risultati. Non è bastata la campagna dei comitati vicini all’industria: in Ohio una formazione collegata a Leading the Future, il super PAC finanziato tra gli altri da Marc Andreessen, Ben Horowitz e dal cofondatore di OpenAI Greg Brockman, ha speso almeno 2,5 milioni di dollari in spot televisivi sui benefici dei data center, senza risultati.

Bollette, acqua e consenso

I data center consumano enormi quantità di elettricità e acqua, e in molti territori i cittadini temono che i costi delle nuove centrali e delle linee elettriche finiscano nelle loro bollette, mentre le aziende ottengono sgravi fiscali e portano relativamente pochi posti di lavoro. I sondaggi lo confermano da mesi: secondo Gallup circa il 70% degli americani è contrario a un data center vicino a casa e negli exit poll di martedì quasi otto elettori su dieci si sono detti contrari alla costruzione di impianti nel proprio quartiere, mentre quasi sei su dieci hanno indicato i data center come un fattore importante nella scelta di voto. La protesta non è solo dei democratici, visto che in un sondaggio di ottobre si diceva contrario anche il 36%o degli elettori repubblicani. Le grandi aziende hanno cercato di correre ai ripari. Microsoft a gennaio si è impegnata a coprire i costi delle infrastrutture elettriche e a rinunciare agli sgravi sulle tasse locali, Amazon ha annunciato a ottobre un programma da oltre un miliardo di dollari in cinque anni promettendo di pagare l’energia senza far salire le bollette degli altri clienti e, insieme a Google, ha smesso di chiedere ai funzionari locali accordi di riservatezza sui progetti. Secondo l’osservatorio Data Center Watch, solo nel secondo trimestre del 2026 almeno 45 progetti per circa 68 miliardi di dollari sono stati bloccati o rallentati dall’opposizione locale.

Rallentare, non fermarsi

Nessuno si aspetta che la costruzione di data center negli Stati Uniti si interrompa dato che la domanda di capacità di calcolo resta altissima. Il 29 ottobre l’amministratore delegato di Amazon, Andy Jassy, spiegava che la sua azienda installa un acceleratore per l’intelligenza artificiale “about every 14 seconds”, cioè circa ogni quattordici secondi, e che i clienti consumano la nuova capacità praticamente appena si rende disponibile. Per gli analisti l’effetto del voto sarà soprattutto economico: la conseguenza principale potrebbe essere non tanto un aumento dei divieti quanto la necessità per le aziende di pagare di più, in tasse, tariffe elettriche, tutele ambientali e benefici per le comunità, per ottenere il consenso a costruire. Baron Fung, analista di Dell’Oro Group, prevede un percorso fatto di “two or three steps forward, one step back”, due o tre passi avanti e uno indietro, con progetti spostati verso Stati più accoglienti e oneri finanziari ed energetici crescenti a carico delle aziende. È un cambiamento che pesa sui conti di società che hanno legato buona parte della loro crescita all’intelligenza artificiale e che, con un Congresso ostile e territori sempre più diffidenti, dovranno ora dimostrare che i loro impianti portano benefici anche a chi vive accanto.

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