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Data center, da consumatori a produttori di acqua pulita. La scommessa del calore di scarto
Immagine generata dall’intelligenza artificiale
7 Novembre 2026

Data center, da consumatori a produttori di acqua pulita. La scommessa del calore di scarto

Endeavour e Trevi Systems vogliono usare il calore dei processori per desalinizzare acque salmastre, trasformando i data center in produttori di acqua pulita. Il potenziale dichiarato è di 750mila litri al giorno per megawatt.

Si parla sempre di quanto i data center consumino energia, suolo, ma soprattutto acqua. E se il punto debole si trasformasse in un punto di forza? È l’idea alla base di una nuova tecnologia che potrebbe trasformare i data center da grandi consumatori di acqua a grandi produttori. Il potenziale dichiarato è fino a 750mila litri al giorno per ogni megawatt di capacità di calcolo provenienti da acque sotterranee salmastre, oppure fino a circa 190mila litri di acqua prodotta dai giacimenti petroliferi. È l’obiettivo alla base della partnership strategica annunciata il 22 ottobre 2026 da Endeavour, sviluppatore di data center, e Trevi Systems, azienda tecnologica per la desalinizzazione. Per capire il salto: un data center raffreddato per evaporazione consuma oggi circa 1,8 litri d’acqua per ogni kWh di calcolo, mentre il nuovo sistema punta a produrne fino a 31 litri per kWh.

Dalle acque salmastre all’acqua pulita

Lo scopo principale è quello di non disperdere il calore generato dai processori, ma di recuperarlo, tramite il sistema ThermalWorks di Endeavour, attraverso un circuito di raffreddamento chiuso che non prevede continui rifornimenti d’acqua. Questi sistemi di raffreddamento catturano il calore del carico IT alla temperatura necessaria per il processo di Trevi Systems.  Questo calore poi alimenta una tecnologia chiamata osmosi diretta (sviluppata da Trevi Systems): il processo sfrutta una soluzione particolare capace di attirare l’acqua tramite una membrana. Il calore che viene recuperato, a delle temperature comprese in un range di 60-80°C, permette in un momento successivo di separare e riutilizzare questa soluzione. L’osmosi diretta è diversa da quella inversa tradizionale, che utilizza pressioni elevate per separare l’acqua dai sali.

I precedenti di Trevi (ma non in un data center)

Trevi Systems è stata fondata nel 2010 e detiene più di 65 brevetti in 21 paesi. Il suo processo è stato provato alle Hawaii, in un impianto solare termico che ha ricavato acqua potabile dal mare senza energia dalla rete; in California, in un pilota biennale con l’Orange County Water District che ha concentrato la salamoia dell’osmosi inversa con calore di scarto; e su acque di giacimento petrolifero, in California e presto in Oman. Nessuna di queste dimostrazioni è avvenuta in un data center: i primi impianti saranno quelli di Endeavour negli Stati Uniti.

Desalinizzazione convenzionale: il problema della salamoia

Secondo il Rapporto ONU sullo sviluppo delle risorse idriche 2026, una persona su quattro, cioè 2,1 miliardi di persone, non ha ancora accesso ad acqua potabile gestita in modo sicuro. Le centrali di desalinizzazione forniscono acqua dolce a regioni che ne hanno disperatamente bisogno, ma lasciano un residuo ingombrante: la salamoia. Un impianto tradizionale che lavora l’acqua di mare restituisce al mare circa un litro e mezzo di salamoia per ogni litro di acqua dolce prodotto. Nel mondo il totale sfiora i 140 milioni di metri cubi al giorno, un volume che secondo le stime raddoppierà entro metà secolo. Quella dell’osmosi inversa è circa due volte più salata del mare e spesso contiene sostanze chimiche usate negli impianti: può depositarsi sul fondale, danneggiare i coralli e soffocare le praterie di fanerogame marine, come la posidonia. La soluzione nota esiste, lo “scarico liquido zero”, che fa evaporare la salamoia fino a ottenere sale solido, ma richiede molta elettricità e finora è stata troppo costosa per gli impianti municipali. È qui che il calore di scarto dei data center cambia i conti: secondo Trevi, abbinando il suo processo a cristallizzatori alimentati a calore si può ridurre di circa l’85% l’energia acquistata.