
A che punto siamo con i fondi del PNRR?
Siamo ufficialmente entrati nell’ultimo miglio. Il 2026 non è più una data astratta nei corridoi di Bruxelles, ma una scadenza che bussa con insistenza alla porta dei comuni italiani. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sta attraversando la sua fase più critica: quella in cui i decreti e le riforme scritte sulla carta devono trasformarsi in cantieri chiusi, collaudi terminati e fatture pagate.
I dati ufficiali ci dicono che l’Italia ha incassato circa il 79% delle risorse totali (circa 153 miliardi di euro), confermandosi tra i paesi più diligenti nel rispettare i “milestone” (i traguardi amministrativi). Tuttavia, se spostiamo lo sguardo dalla cassa alla realtà dei territori, il panorama cambia drasticamente.
I numeri del divario: cosa dicono Openpolis e Confcommercio
Secondo le ultime analisi indipendenti di Openpolis, basate sui dati della piattaforma RePiS, esiste un divario profondo tra i fondi ricevuti e quelli effettivamente spesi. A fronte di oltre 194 miliardi stanziati, la spesa reale si attesta poco sopra i 100 miliardi. Significa che, in meno di un anno e mezzo, l’Italia deve spendere quasi quanto fatto nei quattro anni precedenti messi insieme.
Il report congiunto con Confcommercio scatta una fotografia impietosa su alcuni settori strategici:
- Cultura e Turismo: È il comparto più in sofferenza. Nonostante le promesse di rilancio post-pandemia, è stato speso solo un quarto dei fondi assegnati. In regioni simbolo come la Campania, la spesa per la rigenerazione culturale è ferma all’11%.
- Commercio e Servizi: La preoccupazione delle imprese riguarda la “messa a terra” delle infrastrutture digitali e fisiche. Se i cantieri non chiudono entro il 2026, il rischio è di perdere i finanziamenti e lasciare le opere incompiute, con un danno doppio per l’economia locale.
I colli di bottiglia e la sesta revisione
Perché non riusciamo a spendere? Le cause sono strutturali. Le grandi opere (quelle sopra i 5 milioni di euro) richiedono in Italia mediamente 40 mesi per essere completate, mentre il PNRR ne concede molti meno. La carenza di personale tecnico nei piccoli comuni e l’aumento dei costi delle materie prime hanno fatto il resto.
Per correre ai ripari, il Governo ha approvato una sesta revisione del Piano, spostando circa 13,4 miliardi verso misure che permettono una rendicontazione più rapida o incentivi automatici (come il piano Transizione 5.0 per le imprese). È una mossa tattica per evitare di dover restituire i soldi non spesi a Bruxelles.
Il rischio dell’opera incompiuta
Il PNRR non è solo un bancomat, ma l’ultima chiamata per la modernizzazione del Paese. Il successo non si misurerà più sui decreti approvati a Roma, ma sulla capacità dei sindaci e delle stazioni appaltanti di chiudere i lavori. Come sottolineato da Confcommercio, “senza una reale semplificazione che arrivi fino all’ultimo miglio, il rischio è di avere un’Italia a due velocità: una che corre nei ministeri e una che resta ferma nei cantieri”.
I prossimi mesi saranno decisivi. L’obiettivo minimo è completare i progetti che hanno un impatto diretto sul PIL, stimato in una crescita del 3,9% entro il 2031, a patto che ogni euro stanziato diventi realtà.




