
Materie prime critiche, il grande assedio. In 15 anni le restrizioni alle esportazioni sono quintuplicate
Prendete un minerale. Qualunque minerale critico: cobalto per le batterie delle auto elettriche, grafite per i semiconduttori, terre rare per i magneti dei motori eolici. Poi immaginate che il Paese che lo estrae decida di limitarne l’esportazione: con una tassa, un divieto, un obbligo di licenza. Questo scenario, fino a quindici anni fa quasi eccezionale, è diventato la norma. Secondo il nuovo Rapporto OCSE sulle restrizioni all’export di materie prime critiche, pubblicato ad aprile 2026, dal 2009 al 2024 le misure di questo tipo sono aumentate di cinque volte. Un’escalation che non ha precedenti nella storia del commercio globale di risorse naturali.
Il dato più significativo non è solo la quantità, ma la direzione di marcia: nel 2024 la crescita si è rallentata rispetto ai picchi del biennio 2022-2023, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva fatto impennare i prezzi delle materie prime e ogni governo produttore aveva alzato i propri steccati. Ma il livello rimane storicamente altissimo, e i segnali per il 2025, con Pechino che a dicembre 2024 ha ristretto l’export di gallio, germanio e antimonio verso gli Stati Uniti, seguito da ulteriori annunci nei primi mesi del 2025 su tungsteno, tellurio e sette elementi delle terre rare pesanti, confermano che la tendenza non si è invertita.
Cobalto, grafite, manganese: i materiali più a rischio
Alcuni minerali sono più esposti di altri. Il rapporto OCSE documenta che tra il 2022 e il 2024 circa il 70% delle esportazioni mondiali di cobalto e manganese era già soggetto ad almeno una misura restrittiva. Per la grafite si arriva al 47%, per le terre rare al 45%, per lo stagno al 41%. Non si tratta di quote marginali: significa che quasi la metà del commercio globale di questi materiali avviene in condizioni di accesso vincolato, opaco o potenzialmente revocabile con un decreto ministeriale.
Questi materiali non sono astrazioni: sono dentro le batterie dei veicoli elettrici, nei chip, nelle turbine eoliche, nei sistemi militari. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la concentrazione geografica della raffinazione è aumentata per quasi tutti i minerali critici tra il 2020 e il 2024, con circa il 90% della crescita dell’offerta proveniente da un unico fornitore per ciascun materiale chiave: l’Indonesia per il nichel, la Cina per cobalto, grafite e terre rare. Una dipendenza strutturale che le restrizioni all’export trasformano in una leva di pressione politica ed economica.
Chi restringe, e perché
Il rapporto OCSE mappa con precisione i paesi che hanno introdotto più misure tra il 2009 e il 2024: India, Cina, Argentina, Vietnam e Burundi guidano la classifica, coprendo insieme oltre la metà di tutte le restrizioni adottate nel periodo. Ma nel 2024 il fenomeno si è allargato geograficamente: Myanmar ha introdotto il maggior numero di nuovi prodotti colpiti (21,7%), seguito da Sierra Leone e Nigeria. Africa e Asia centrale emergono come nuovi protagonisti di una politica commerciale sempre più usata come strumento di sviluppo industriale interno.
La ragione dichiarata, in oltre il 47% dei casi nel 2024, è la generazione di entrate pubbliche ed è la motivazione in più rapida crescita nell’intero arco temporale osservato. Ma dietro ci sono anche obiettivi di politica industriale: trattenere la lavorazione in loco, sviluppare industrie a valle, proteggere mercati domestici. Il messaggio ai paesi importatori è semplice: se volete il minerale lavorato, venite a investire qui.
Lo strumento cambia: più divieti, meno tasse
Cambia anche il tipo di misura adottata. Le tasse all’export e i regimi di licenza restano i più diffusi, ma l’OCSE segnala un aumento significativo delle forme più severe: i divieti di esportazione, teoricamente proibiti dalle regole WTO, sono cresciuti dopo il 2019. Nel 2024 hanno rappresentato circa un quarto di tutte le nuove misure introdotte, con le quote di export che aggiungono un altro 12%. Negli ultimi tre anni la Cina ha adottato una serie di misure di controllo delle esportazioni riguardanti materie prime critiche, tra cui gallio, tungsteno, bismuto e terre rare, ma anche prodotti finiti come batterie o apparecchiature per la lavorazione di elementi delle terre rare.
L’Europa corre ai ripari, ma partendo da lontano
Per l’Unione Europea il quadro è preoccupante ma non immobile. Il Regolamento europeo sulle materie prime critiche (UE 2024/1252) è entrato in vigore il 23 maggio 2024, con l’obiettivo di garantire un approvvigionamento sicuro e sostenibile fissando tra le altre cose che non più del 65% del fabbisogno annuale dell’UE dovrebbe provenire da un singolo paese terzo. Un obiettivo ambizioso, considerando che oggi la dipendenza dalla Cina per molti materiali strategici è ben oltre quella soglia.
Il nodo vero è la raffinazione. Il vantaggio più duraturo della Cina sull’industria occidentale non sta sempre nell’estrazione mineraria, ma nel processamento e nella raffinazione: è lì che il minerale grezzo diventa materiale utilizzabile, dove la qualità viene controllata, e dove le catene di approvvigionamento possono essere strozzate in silenzio. Estrarre in Australia o in Congo non basta: se la lavorazione avviene in Cina, la dipendenza rimane.
Il rapporto OCSE conclude con un monito che suona come un appello alla cooperazione internazionale: le restrizioni imposte dai grandi produttori tendono a innescare reazioni a catena, con altri paesi che adottano misure simili, prezzi che salgono e offerta globale che si contrae. La transizione energetica e la competizione tecnologica dipendono da questi materiali. E il modo in cui il mondo li gestirà nei prossimi anni, con accordi multilaterali o con barriere crescenti, potrebbe definire gli equilibri geopolitici del decennio.




