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Centomila case in dieci anni: il Piano Casa del governo Meloni tra ambizioni e nodi irrisolti
© Imagoeconomica
1 Maggio 2026

Centomila case in dieci anni: il Piano Casa del governo Meloni tra ambizioni e nodi irrisolti

Il Consiglio dei ministri ha approvatoun pacchetto articolato per affrontare l’emergenza abitativa. Risorse pubbliche fino a 10 miliardi, 60mila alloggi popolari da recuperare, sfratti più veloci. Ma le coperture restano parziali e le opposizioni parlano di “annunci”.

Bastano pochi numeri per capire perché il tema della casa è diventato una delle questioni più urgenti del paese. In molte città italiane l’indice di sforzo abitativo ha già superato ogni soglia di sostenibilità: Milano sfiora il 47%, Firenze il 45%, Bologna il 38%, Roma il 36%. Tradotto in pratica, chi vuole comprare casa nella capitale, destinando un terzo del proprio stipendio a un mutuo trentennale a tasso fisso, può permettersi al massimo sedici metri quadri. A Milano appena tredici. Non è solo un problema delle grandi metropoli settentrionali, come ha tenuto a precisare Meloni: “Il problema esiste ovunque, anche nelle grandi città del sud come Bari, anche nei capoluoghi in generale”. Nel 2025 la spesa media mensile delle famiglie italiane era di circa 2.780 euro, di cui oltre un terzo assorbito da casa e utenze. È su questo sfondo che il governo ha varato il suo Piano Casa.

Cosa ha approvato il Consiglio dei ministri

Il Consiglio dei ministri si è riunito giovedì 30 aprile 2026 a Palazzo Chigi e ha approvato un pacchetto di misure per contrastare l’emergenza abitativa, volto a incrementare l’offerta di alloggi attraverso un programma di riqualificazione del patrimonio pubblico di edilizia residenziale e un pacchetto di interventi per promuovere l’edilizia integrata. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: “Il nostro scopo è quello di rendere disponibile oltre 100mila nuovi alloggi, tra popolari e a prezzi calmierati, nei prossimi dieci anni. A questo obiettivo dedichiamo fino a 10 miliardi di euro di risorse pubbliche ai quali si devono sommare gli investimenti privati che insieme generano un moltiplicatore”, ha detto Meloni in conferenza stampa.

Il provvedimento si articola su tre pilastri. Il primo riguarda il patrimonio pubblico esistente: il recupero degli alloggi popolari inagibili, che in tutta Italia ammontano a circa 60mila unità. La stima del costo medio di manutenzione per ciascuno oscilla tra i 15 e i 20mila euro, con i lavori affidati prevalentemente alle piccole imprese. Il secondo punta sull’housing sociale, con un fondo da 3,6 miliardi gestito da Invimit (l’agenzia pubblica per la valorizzazione del patrimonio immobiliare) che includerà comparti specifici per gli enti locali, così da garantire il coordinamento con i territori. Il terzo coinvolge i privati: lo Stato garantisce semplificazioni burocratiche e, per investimenti superiori al miliardo, la nomina di un commissario straordinario che rilascia un provvedimento unico di autorizzazione. In cambio, il costruttore si impegna a destinare almeno 70 dei 100 alloggi costruiti all’edilizia convenzionata. Gli immobili privati che usufruiscono delle semplificazioni dovranno rispettare criteri precisi di sostenibilità ed efficienza energetica, in linea con gli obiettivi europei. È prevista anche una formula innovativa di rent-to-buy: l’affitto non sarà a fondo perduto, ma varrà come anticipo sull’acquisto dilazionato nel tempo.

La “fascia grigia” e le misure per le famiglie

Il bersaglio principale del provvedimento è quella che Meloni chiama la “fascia grigia”: italiani che lavorano e pagano le tasse ma sono troppo benestanti per una casa popolare e non abbastanza per sostenere i prezzi del mercato libero. Sono previsti interventi per l’edilizia sociale rivolti in maniera prioritaria a studenti e anziani, oltre a iniziative di affordable housing pensate proprio per questa fascia reddituale di mezzo.

Il piano contempla però anche misure più mirate. È stato rifinanziato con 670 milioni di euro il fondo pluriennale di garanzia per l’acquisto della prima casa destinato alle giovani coppie e alle famiglie: la garanzia statale sul mutuo salirà fino al 90% per quelle numerose. Per il triennio 2026-2028 è previsto un contributo tra 400 e 500 euro al mese per i genitori separati, per il primo anno dalla separazione — una misura che punta ad aiutare almeno 15mila nuclei familiari. Tra i dettagli più concreti, anche il dimezzamento degli oneri notarili sia per le compravendite sia per i contratti di locazione, una misura pensata per ridurre i costi accessori che spesso scoraggiano i contratti regolari.

I soldi: quanti sono davvero

Le risorse complessivamente mobilitate ammontano a circa 4 miliardi certi, con la possibilità di arrivare a 5, di cui 970 milioni di dotazione sicura e 1,1 miliardi provenienti dai fondi di coesione. I restanti miliardi che porterebbero il totale alla cifra annunciata di 10 dipendono in parte dalla rimodulazione del PNRR revista per giugno e soprattutto dall’apporto dei capitali privati. Il governo punta su un fondo chiuso costituito da Cassa Depositi e Prestiti e da Mubadala, il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti, con un impegno iniziale di 1,5 miliardi destinato ad arrivare a 10 miliardi di equity che, con la leva finanziaria, salirebbe a 20 miliardi. Una struttura ambiziosa, ma che per definizione incorpora variabili ancora aperte.

Sfratti veloci e la lite sulle sovrintendenze

Accanto al decreto legge principale, il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge con dichiarazione d’urgenza per rendere più efficace e rapida la liberazione degli immobili occupati abusivamente, con una procedura d’urgenza che prevede l’emissione di un decreto di rilascio entro 15 giorni dal ricorso e una penale pari all’1% del canone mensile per ogni giorno di occupazione oltre il termine fissato dal giudice. “Da un lato creiamo le condizioni per costruire più case e dall’altro ci occupiamo di liberare le case abusivamente occupate per restituirle ai proprietari” ha spiegato Meloni.

La seduta del Consiglio dei ministri, però, non è filata liscia. Il Cdm è durato più del previsto perché si è discusso a lungo e aspramente del ruolo delle sovrintendenze, con Salvini che ha dichiarato che vanno “ridimensionate o, per quanto mi riguarda, anche rase al suolo”, mentre il ministro della Cultura Alessandro Giuli è arrivato a minacciare di non votare il provvedimento se non fosse dato il giusto ruolo agli organi di tutela del patrimonio. Una frizione interna alla maggioranza che rivela quanto le semplificazioni urbanistiche restino un terreno scivoloso, sospeso tra l’urgenza di costruire e il vincolo della tutela del paesaggio.

L’ANCI: “Prima risposta utile, ma attenzione ai Comuni”

Dal mondo delle autonomie locali la reazione è stata cauta ma non ostile. Il presidente dell’ANCI e sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha definito il piano “una prima risposta utile”, pur chiedendo garanzie precise: “Parte delle risorse derivano da fondi statali già destinati ai Comuni. Ho chiesto assolute garanzie che tale destinazione non sia modificata e spero che ci siano altre risorse aggiuntive”. Manfredi ha poi richiamato l’attenzione sulla necessità di rifinanziare il fondo per la morosità incolpevole, strumento che i Comuni usano per sostenere chi non riesce a pagare l’affitto per ragioni non imputabili alla propria volontà. Sul fronte delle semplificazioni urbanistiche, la richiesta dei sindaci è chiara: le competenze pianificatorie dei Comuni devono essere salvaguardate, e nella fase attuativa le amministrazioni locali dovranno avere “un ruolo rilevante”, perché gli interventi funzionano solo se integrati nei contesti urbani, “soprattutto nelle periferie che hanno bisogno di rigenerazione”.

Le opposizioni: “Annunci, non fatti”

Le reazioni dell’opposizione sono state invece nette. Dal Pd Pierfrancesco Maiorino e Massimiliano Valeriani hanno definito il Piano Casa “sostanzialmente un’illusione”. Davide Faraone di Italia Viva ha parlato di “imbarazzante fuffa”. Le critiche convergono su un punto difficile da ignorare: gli annunci sul piano abitativo si sono accumulati per anni, le risorse certe sono ancora distanti dagli obiettivi dichiarati, e un orizzonte di dieci anni rende complicato valutare l’impatto reale su un’emergenza che morde già oggi. Il governo ha risposto rivendicando la portata strutturale e inedita dell’intervento. La partita vera si giocherà nei prossimi mesi: tra la conversione del decreto in Parlamento, la rimodulazione del PNRR e la capacità effettiva di attrarre i miliardi privati su cui è costruita larga parte dell’edificio finanziario del piano.

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