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Minniti: “Il vecchio ordine si è rotto. L’Europa deve svegliarsi”
© Imagoeconomica
6 Maggio 2026

Minniti: “Il vecchio ordine si è rotto. L’Europa deve svegliarsi”

Dal blocco di Hormuz alla frammentazione del Golfo, dal Sahel al corridoio IMEC: l’ex ministro dell’Interno e Presidente della Med-Or Italian Foundation traccia la nuova mappa del potere globale e il ruolo strategico dell’Italia.

Teheran ha separato la questione di Hormuz da quella del nucleare: è la struttura negoziale giusta, o spacchettare la crisi regala all’Iran un vantaggio tattico irrecuperabile?

Siamo di fronte a uno stallo minaccioso. Le negoziazioni non avanzano e si assiste a un reciproco scambio di pressioni. L’erosione del rapporto di fiducia ha radici precise: gli incontri di Ginevra, qualche giorno prima degli attacchi del 28 febbraio, sembravano aver prodotto risultati inattesi, tanto che il ministro degli Esteri dell’Oman volò a Washington per riferirne direttamente a Vance. Era venerdì. Il sabato arrivarono gli attacchi, bruciando la fiducia costruita. Procedere per step può servire a ricostruirla, ma senza perdere di vista due pilastri fondamentali. Il primo è la piena libertà di navigazione nello Stretto: nessuna condizione, nessun pedaggio. Il secondo è il nucleare: l’Iran non può dotarsi di un’arma atomica, ma questo non esclude un equilibrio tra le aspirazioni civili di Teheran e le esigenze internazionali. La soluzione è un controllo internazionale senza deroghe.

La Cina ha inviato una flotta militare. Che ruolo gioca nei negoziati?

Per capire la Cina bisogna richiamare lo slogan del 1989: Hiding your capabilities and biding your time – Nascondi le tue capacità e aspetta il tuo momento. Quella strategia è ancora in atto. Di fronte agli attacchi americani all’Iran, uno dei principali fornitori di petrolio di Pechino, il Partito ha prodotto condanne formali durissime, ma non ha fatto nulla di più. Quando Trump impose dazi al 125%, la risposta cinese fu chirurgica: bloccò le esportazioni di terre rare verso la costa occidentale americana. Il risultato fu immediato: dalla West Coast chiamarono Washington. La Cina controlla circa il 94% delle riserve globali di terre rare, e senza terre rare l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie collassano. Trump lo sa, e mostra verso Xi un atteggiamento di favore che rasenta il clamoroso. Il paradosso è questo: alla Cina è stato consegnato su un vassoio il ruolo di campione del multilateralismo. Un regalo geopolitico enorme. Ma Pechino non ha alcuna intenzione di farsi trascinare nella crisi iraniana. Il motivo è uno solo: Taiwan. È l’unico obiettivo che conta davvero. E la congiuntura internazionale sta creando le condizioni più favorevoli di sempre per prendersi Taiwan, senza pagarne il prezzo.

L’uscita degli Emirati dall’OPEC segna una rottura tra i protagonisti del mondo sunnita. Come cambia la geometria del potere nel Golfo?

È una separazione strategica che covava da tempo. In Yemen l’Arabia Saudita ha colpito i secessionisti del Sud sostenuti dagli Emirati. In Sudan, Emirati e Arabia Saudita appoggiano fazioni opposte. La frattura era già in atto; la crisi di Hormuz l’ha resa visibile a tutti. Due disegni strategici si fronteggiano: l’Arabia Saudita punta a un ruolo di mediazione regionale, con due alleati sempre più centrali: la Turchia – un cambio epocale – e il Pakistan, con cui ha firmato un accordo di difesa che include una clausola simile all’Articolo 5 NATO. Non è un dettaglio: il Pakistan è l’unica potenza nucleare musulmana, e il generale Munir parla direttamente con Trump. Gli Emirati hanno imboccato una strada diversa. Durante i lanci iraniani su Abu Dhabi, è stato Israele a fornire l’Iron Dome, l’efficiente sistema di protezione dagli attacchi missilistici: il riconoscimento concreto degli Accordi di Abramo (che gli Emirati avevano firmato con Israele e che l’Arabia Saudita non ha mai sottoscritto) a cui Trump tiene moltissimo e che, molto probabilmente, sono la vera causa degli attacchi di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023: Hamas sapeva che se l’Arabia Saudita si fosse aggiunta al blocco Emirati-Israele, non ci sarebbe stata più partita.

C’è però un filo rosso che lega tutto: l’esercito pakistano si rifornisce principalmente dalla Cina; il Pakistan ha firmato con Haftar in Cirenaica un accordo militare da quattro miliardi di dollari, la prima volta nella storia che un paese asiatico arriva sulle coste del Mediterraneo con una presenza militare, portando caccia di fabbricazione cinese. Un’operazione impossibile senza il via libera dell’Arabia Saudita. Fermarsi ad alcuni di questi punti senza unirli significa rischiare un errore di valutazione clamoroso.

Parliamo allora della Libia: il Piano Mattei rischia di essere l’ennesima promessa non mantenuta o un approccio neocolonialista?

Il Piano Mattei è un’intuizione giusta, ma deve compiere un salto di scala. L’Italia da sola non basta: deve diventare quanto prima un piano europeo. L’Africa rappresenta oggi un fattore cruciale negli equilibri globali, attraversata da venti di destabilizzazione profondi. E, di nuovo, c’è un filo rosso che lega la vicenda ucraina all’Africa: quando la Russia ha invaso l’Ucraina, è esplosa una crisi del grano che ha rischiato di far collassare le economie del Nord Africa. Quei corridoi li ha negoziati la Turchia, non l’ONU né l’UE. Il messaggio è chiaro: pace in Ucraina, stabilità in Medio Oriente e futuro dell’Africa non sono dossier separati

In Libia si misura questa complessità in modo esemplare: presenza militare diretta russa in Cirenaica, accordo Pakistan-Haftar, Turchia radicata in Tripolitania, con una svolta significativa: Ankara, che nel 2019 era intervenuta militarmente contro Haftar, oggi ha costruito un rapporto solido proprio con la famiglia Haftar. Il Parlamento di Tobruk discute di estendere all’intera Libia l’accordo sulle acque territoriali che Haftar allora definì un tradimento.

Per le migrazioni serve un Patto per le migrazioni legali tra Unione Europea e Unione Africana. Due pilastri: il contrasto ai trafficanti, che assomigliano ai cartelli messicani per struttura e capacità operativa, e che alcuni stati africani non riescono a contrastare da soli, e la gestione delle migrazioni come risorsa strategica, non come emergenza. Il rischio è concreto: ogni vuoto che l’Europa lascia viene riempito da qualcun altro. Il reclutamento da parte della Russia di migliaia di giovani kenioti per combattere in Ucraina ne è la prova più drammatica.

Restiamo in Africa: il Mali è precipitato nel caos, JNIM e ribelli tuareg avanzano, l’Afrikakorps russo arretra. Il Sahel sta diventando l’incubatore del terrorismo mondiale?

Quello che accade in Mali è il risultato di scelte sbagliate che si rincorrono da anni. Tre colpi di stato militari in rapida successione, Mali, Burkina Faso, Niger, hanno colto l’UE impreparata. La risposta europea è stata emblematica: evacuazione del contingente militare dal Niger. La sola presenza occidentale rimasta è quella italiana, e abbiamo fatto bene a tenerla: il Niger è uno dei principali produttori mondiali di uranio, e l’Iran era andato lì a trattarne l’approvvigionamento prima dell’inizio delle ostilità.

Nel vuoto lasciato dall’Occidente sono entrati i russi, prima con il gruppo Wagner, ribattezzato alquanto improvvidamente Afrikakorps, un nome che già nella storia non era finito bene. Ebbene, quelle forze sono state colpite duramente dall’offensiva di JNIM e dei tuareg. Bamako è di fatto circondata. Il capo di JNIM ha dichiarato apertamente: se cade, diventerà la capitale del califfato africano. E a resistere a JNIM, in questo momento, sono i combattenti dello Stato Islamico. I due principali movimenti terroristici globali si fronteggiano sul campo africano, a poche centinaia di chilometri dalle coste europee.

Il rischio è quello che Christopher Clark, nel suo studio sulla Prima Guerra Mondiale, chiamò The Sleepwalkers: uomini che precipitarono in una catastrofe camminando nel sonno. L’Europa ha bisogno di un’operazione di sveglia, condotta con prudenza, perché svegliare di colpo un sonnambulo può avere effetti collaterali, ma non svegliarsi affatto sarebbe molto peggio.

Come può un’Europa che fatica a definire cosa sia “sicurezza” costruire una politica comune di difesa? E come la mettiamo con la NATO?

Il Sud del mondo teme che Trump porti gli USA a uno scivolamento da America First ad America Alone. E questi paesi hanno bisogno di un interlocutore globale credibile che non sia solo la Cina. Quell’interlocutore deve essere l’Europa. L’Europa è il continente del soft power, ma per esercitarlo nel mondo di oggi devi avere alle spalle un’autonoma capacità di difesa. La credibilità diplomatica si regge anche sulla capacità di non dipendere militarmente da altri. È per questo che la difesa comune deve diventare la priorità assoluta, senza perdersi in discussioni sullo zerovirgola. E una difesa europea non è in contraddizione con la NATO, il quadro concettuale esiste già, sono le tre D che Madeleine Albright enunciò alla fine degli anni Novanta: no discrimination, no duplication, no decoupling – nessuna discriminazione, nessuna duplicazione, nessuna separazione. Un’Europa che si difende da sola, ma dentro l’alleanza, non contro di essa. Questo assetto conviene anche agli Stati Uniti: governare il mondo con l’unilateralismo radicale non funziona, e prima o poi Washington lo capirà fino in fondo.

L’Italia, in questo quadro, ha un ruolo non solo importante ma decisivo. Non per ragioni astratte, ma geografiche: è il punto di congiunzione tra l’Occidente e il Sud del mondo. Nell’ultimo anno la presidente Meloni è stata invitata al Consiglio di Cooperazione del Golfo — l’ultimo europeo era Theresa May — e come ospite d’onore al Consiglio dell’Unione Africana ad Addis Abeba, dove l’ultimo europeo era stato Hollande. Non sono dettagli protocollari: sono indicatori di una collocazione geopolitica che l’Italia sta recuperando

Sul piano istituzionale, questo percorso porta verso forme di governo europeo più capaci di decidere. Superare il diritto di veto, costruire una politica estera e di difesa comune: non sono cessioni di sovranità, sono moltiplicatori di potere. Ci sono momenti nella storia in cui il disegno complessivo non è ancora visibile. La forza di chi riesce a intuirlo è incommensurabilmente superiore a quella di chi aspetta che diventi ovvio. Questo è uno di quei momenti

Qual è la singola priorità infrastrutturale che l’Italia dovrebbe mettere in cima all’agenda nei prossimi dodici mesi?

La priorità è una sola: il corridoio IMEC. Il corridoio economico India–Medio Oriente–Europa è un elemento strutturale decisivo, ed è già stato avviato. Va esattamente nella direzione della visione che abbiamo disegnato: connettere l’Occidente con il Sud del mondo, ridurre la dipendenza dai choke points, costruire reti non ricattabili. È un punto di partenza, non un punto di arrivo. Ma realizzarlo significa cominciare a tradurre in infrastruttura concreta quella visione del mondo.

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