
Data Center, nucleare e infrastrutture. Il piano dell’On. Giulia Pastorella per l’Italia digitale
Mentre l’Europa accelera sulla transizione digitale, l’Italia si trova a un bivio cruciale: diventare l’hub tecnologico del Mediterraneo o restare schiacciata da una burocrazia che frena l’innovazione. Al centro di questa sfida ci sono i Data Center, le “fabbriche silenziose” del nuovo millennio che alimentano Cloud e Intelligenza Artificiale. Per approfondire un argomento di così stretta attualità abbiamo intervistato l’Onorevole Giulia Pastorella, vice-presidente di Azione ed esperta di politiche digitali che ha fatto della semplificazione normativa e della competitività tecnologica la sua battaglia parlamentare.
Onorevole, lei spinge per riconoscere i Data Center come infrastrutture strategiche. L’Italia rischia di perdere la sfida della competitività europea?
Certamente. Questa legge non serve solo agli operatori, ma al sistema Paese. Senza una digitalizzazione rapida resteremo indietro sugli indici DESI (competenze e connettività). La domanda di “potere computazionale” da parte delle aziende che scelgono Cloud e IA è in crescita esplosiva. Dobbiamo attrarre investimenti garantendo trasparenza e riutilizzando siti industriali dismessi, per non consumare suolo vergine e rigenerare il territorio.
Le infrastrutture digitali richiedono enormi quantità di energia. Qual è la sua visione sulla stabilità degli approvvigionamenti?
I Data Center sono un ulteriore motivo per definire una politica energetica di lungo periodo che riduca la dipendenza da stati poco affidabili. La soluzione perfetta per alimentarli è il nucleare: un’energia pulita e, a differenza delle rinnovabili, stabile nel tempo. In altri paesi si costruiscono mini-reattori nello stesso perimetro dei server per renderli autosufficienti. Il governo parla di nucleare da anni, ma nei fatti siamo ancora fermi. Abbiamo perso tempo prezioso.
Lei promuove spesso un approccio data-driven. Come si evita di costruire “cattedrali nel deserto” nelle infrastrutture del futuro?
Dobbiamo evitare il campanilismo: non serve un Data Center in ognuno degli 8.000 comuni italiani. L’innovazione vive di ecosistemi: servono aziende che usino quei dati e talenti che sappiano gestirli. La Pubblica Amministrazione, ad esempio, raccoglie tantissimi dati ma spesso non li usa per pianificare le politiche pubbliche. Facciamo leggi “come passa il vento” invece di basarci sull’analisi dell’impatto reale di norme e incentivi.
Parliamo di frontiere: i Data Center spaziali sono fantascienza o una soluzione reale per il green computing?
È un tema attualissimo su cui si sta investendo molto. Lo spazio offre vantaggi per l’energia solare, ma presenta sfide enormi: radiazioni, attrito e latenza dei dati. Al momento lo vedo come un complemento alla connettività terrestre, un po’ come i satelliti per la fibra. Il vero nodo sarà la governance internazionale: di chi sono i dati che orbitano sopra diversi continenti ogni 90 minuti? È una sfida legislativa che dobbiamo iniziare ad affrontare ora.
Esiste il rischio di un monopolio privato nello spazio? Quale deve essere il ruolo pubblico rispetto a giganti come SpaceX?
L’innovazione portata dai privati è positiva: SpaceX ha abbattuto i costi di lancio in modo impensabile per le agenzie tradizionali. Lo Stato non deve fare l’imprenditore, deve normare. Il pubblico deve garantire regole per la concorrenza leale, gestire il tema dei detriti spaziali e l’accaparramento delle frequenze. Non temo la colonizzazione privata se esiste una regolamentazione forte.
In che modo l’Intelligenza Artificiale e l’IoT possono trasformare la gestione delle nostre opere pubbliche?
Possono trasformare la manutenzione da passiva a predittiva. RFI, ad esempio, sta lavorando per monitorare la rete ferroviaria con la sensoristica. Questo significa risparmiare tempo e denaro pubblico, ma soprattutto evitare incidenti. È dovere del pubblico, attraverso appalti intelligenti, capire che pagare un sensore oggi può evitare il crollo di un ponte domani.
PNRR e grandi opere: quali sono i colli di bottiglia che frenano l’Italia?
L’Italia vive di deroghe e commissari speciali: questo accade perché la normativa ordinaria è troppo complessa. O rendiamo le norme più snelle, o continueremo a rincorrere l’emergenza. C’è poi il tema della “paura della firma” dei funzionari. Il PNRR è un’occasione unica, ma dobbiamo avere il coraggio di definire cosa è davvero strategico, puntando non solo a “coprire le buche”, ma a investire nello sviluppo tecnologico.
In sintesi, cosa manca all’Italia per attrarre capitali esteri in modo strutturale?
Manca la certezza del diritto, una giustizia rapida e competenze STEM. Strategicamente saremmo messi meglio della Francia, siamo al centro del Mediterraneo, ma un investitore scappa se non riceve risposte certe dai ministeri o dai comuni. Dobbiamo smettere di vedere l’investimento estero come una “colonizzazione”: se vengono a investire qui, portano lavoro e benefici che restano sul territorio.
Quale riforma sceglierebbe come “simbolo” per cambiare il volto del Paese?
Più che una singola opera, sceglierei l’applicazione della concorrenza. Tutto, dai trasporti locali alla connettività, è vittima della paura di mettere in competizione le eccellenze. Far vincere il migliore, senza regole ad hoc per gli amici degli amici, è l’unico modo per alzare lo standard dei servizi per il cittadino. La connettività oggi è un diritto di base, come la casa e l’acqua: il pubblico deve assicurarne l’accesso, ma è il mercato a dover portare l’innovazione.







