
Il prezzo della sicurezza: l’Europa tra riarmo e visione strategica
C’è un numero che definisce il perimetro del nostro tempo, più di ogni discorso solenne: 381 miliardi di euro. È la spesa militare complessiva dei ventisette Stati membri dell’Unione Europea nel 2025. In soli quattro anni, dall’inizio del conflitto in Ucraina, il budget per la difesa è quasi raddoppiato rispetto ai 218 miliardi del 2021. Non si tratta di una fiammata passeggera, ma di un cambiamento strutturale che nessun vertice NATO degli ultimi vent’anni era riuscito a produrre. Il riarmo europeo non è più un’intenzione politica; è un fatto contabile che sta ridisegnando le priorità del Continente.
La sovranità si difende insieme
Nell’intervista esclusiva rilasciata a PPN ADI Agenzia delle Infrastrutture, Marco Minniti, già Ministro dell’Interno, ha delineato con chiarezza il rischio che l’Europa corre se ogni Stato continua a riarmarsi per conto proprio: quello di una dipendenza strutturale, politicamente costosa quanto quella economica. La sicurezza, nella sua lettura, non è un tema di bilancio ma il presupposto dell’autonomia politica. La sovranità, oggi, si difende mettendo in comune risorse, tecnologie e dottrine. È una visione che sposta il baricentro della discussione dalla semplice contabilità alla geopolitica, dove la massa critica industriale diventa la vera moneta di scambio.
Il quadro normativo
Il quadro normativo europeo sembra aver recepito questa urgenza. Con il piano ReArm Europe/Readiness 2030, la Commissione punta a mobilitare 800 miliardi entro il decennio, mentre il programma EDIP (European Defence Industry Programme) introduce incentivi fiscali e finanziari per chi sceglie di progettare e acquistare prodotti fabbricati nel Continente. È una rivoluzione culturale che ha finito per piegare persino il Patto di Stabilità: diciassette nazioni hanno già attivato clausole di deroga per finanziare la propria sicurezza senza incorrere in sanzioni comunitarie. Ma aggiungere miliardi a una struttura frammentata non risolve la frammentazione. L’Europa possiede più carri armati degli Stati Uniti, eppure sconta un deficit tecnologico cronico: ogni Paese continua a proteggere il proprio perimetro industriale, duplicando costi, linee di produzione e sistemi logistici. La sfida vera non è quanto si spende, ma come. EDIP incentiva gli acquisti di prodotti europei, ma le scelte di procurement restano nazionali: chi compra cosa, e a chi, continua a essere deciso caso per caso, senza un meccanismo vincolante di coordinamento. Il risultato è che i soldi aumentano, ma l’interoperabilità tra le forze armate dei Ventisette avanza più lentamente dei budget.
L’industria si muove
In questo scacchiere, la risposta industriale comincia a prendere forma lentamente, e non senza attriti. Negli ultimi due anni si sono moltiplicati i tentativi di costruire masse critiche continentali nei segmenti in cui l’Europa sconta i ritardi più evidenti. Nel comparto dei veicoli militari da combattimento, Leonardo e Rheinmetall hanno costituito una joint venture comune per sviluppare e produrre sistemi terrestri integrati, unendo l’elettronica italiana alla capacità produttiva tedesca. Nel settore spaziale, Leonardo, Airbus e Thales hanno firmato un memorandum per creare un polo unico che gestisca telecomunicazioni, navigazione e osservazione della Terra con una logica europea. Per i missili, MBDA resta l’unico esempio già maturo di consorzio multinazionale: francese, britannico, italiano, tedesco, capace di competere su scala globale. Sono segnali concreti, ma ancora parziali. Ogni alleanza nasce da negoziati lunghi, riflette equilibri nazionali delicati e lascia aperti i nodi della governance e della catena di comando. Il consolidamento c’è, ma procede per accordi bilaterali e trilaterali, non per una regia comune. E la distanza tra l’annuncio e la capacità reale è parte della storia: il polo spaziale tra Leonardo, Airbus e Thales non sarà operativo prima del 2027; l’acquisizione di Iveco Defence ha richiesto mesi di negoziati oltre le previsioni. Nei tempi dell’industria, l’urgenza geopolitica fatica a trovare il passo.
Il caso Italia
Il perimetro della sicurezza si è allargato ben oltre i sistemi d’arma tradizionali, fino a comprendere infrastrutture critiche, reti digitali, catene di approvvigionamento. È proprio in questo segmento che l’Europa sconta il ritardo più difficile da colmare: la difesa digitale richiede condivisione di dati, standard comuni e fiducia reciproca tra apparati nazionali, esattamente le risorse più scarse quando si tratta di sovranità. Per l’Italia, che in questo segmento ha investito meno di altri, il momento è quanto mai delicato. La dotazione per la difesa nel 2026 è stimata intorno all’1,2% del PIL, lontana dal target del 2% fissato dalla NATO e dalle soglie già raggiunte da molti partner europei. I margini di manovra fiscali restano stretti. In questo contesto, la capacità di partecipare ai principali programmi continentali industrialmente, diplomaticamente, tecnologicamente, è il vero fattore di posizionamento, più del dato di bilancio. La questione aperta è se l’Italia riesca a costruire una visione di sistema coerente nel tempo, o se continui a muoversi in modo episodico, inseguendo le opportunità senza una strategia che le tenga insieme. I numeri del riarmo europeo sono imponenti. Ma i numeri, da soli, non producono autonomia strategica.






