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Gas, migranti e prigionieri: il doppio binario dell’asse Roma-Tripoli
Giorgia Meloni e Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh
© Imagoeconomica
8 Maggio 2026

Gas, migranti e prigionieri: il doppio binario dell’asse Roma-Tripoli

Il vertice tra Meloni e Dbeibeh rilancia la cooperazione energetica mentre Eni spinge sull’acceleratore offshore. Ma dietro i comunicati ufficiali restano nodi irrisolti: i morti in mare, i calciatori in carcere, l’instabilità di un paese che non riesce a unificarsi

C’è un modulo industriale da 5.200 tonnellate che il 7 maggio ha lasciato il porto di Ravenna diretto al giacimento di Bouri, al largo della Libia. Il maxi-impianto, costruito da Rosetti Marino, fa parte del Bouri Gas Utilization Project, un investimento da 1,3 miliardi di euro pensato per recuperare il gas bruciato in torcia e ridurre le emissioni. Qualche ora dopo, nello stesso giorno, a Palazzo Chigi il presidente del Consiglio Giorgia Meloni riceveva il primo ministro libico Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh. Non è una coincidenza. È una mise en scène che dice molto su come funziona la relazione tra i due paesi: la diplomazia si muove in tandem con l’energia, ed ENI è sempre sullo sfondo.

L’incontro è durato circa un’ora e mezza. I due leader hanno sottolineato l’importanza di accelerare l’attuazione dei progetti sul gas e della cooperazione strategica, soprattutto alla luce dei cambiamenti nei mercati energetici regionali e internazionali. Roma e Tripoli consolidano un’intesa che va oltre la semplice cooperazione bilaterale, con particolare attenzione agli investimenti nel settore dell’energia.

Il dossier energetico: Eni, GreenStream e la scommessa offshore

Il volume degli scambi commerciali tra i due paesi ha raggiunto circa 8 miliardi di euro nel 2025, con l’Italia che rimane il primo partner commerciale della Libia. Il cuore di questo legame è il gas. Il gasdotto GreenStream, che si estende per 520 chilometri dai giacimenti di Wafa e Bahr Essalam a Gela, in Sicilia, è diventato un’infrastruttura critica, con una capacità di trasporto fino a 11 miliardi di metri cubi all’anno.

Il problema è che negli ultimi anni questo gasdotto ha lavorato ben al di sotto delle sue possibilità. I flussi dalla Libia attraverso il GreenStream sono in calo: dai 2,5 miliardi di metri cubi del 2023 si è passati agli 1,4 del 2024, fino a circa un miliardo nel 2025. L’obiettivo ora è invertire la rotta, e i progetti di ENI vanno esattamente in questa direzione. Con il progetto Strutture A&E, la produzione di gas è prevista a partire da fine 2026 e raggiungerà a regime fino a 750 milioni di piedi cubi al giorno. A questo si aggiunge la scoperta di due nuovi giacimenti offshore nell’area Bahr Essalam South, con oltre 28 miliardi di metri cubi di gas in posto, il cui sviluppo sarà favorito dalla prossimità alle strutture esistenti.

La spinta italiana non è solo commerciale. L’Italia, dopo il 2022, ha cercato di affrancarsi dal gas russo e si è trovata esposta a una nuova vulnerabilità: la dipendenza dal gas naturale liquefatto, che viaggia su rotte globali oggi condizionate dall’instabilità nello Stretto di Hormuz. In questo scenario, il GreenStream rappresenta una via sicura perché sottratta alle incognite delle rotte marittime internazionali.

Migranti: meno sbarchi, più morti

L’altro grande dossier è quello migratorio. I due leader hanno riaffermato il comune impegno nella gestione dei fenomeni migratori, passando in rassegna anche le principali attività di collaborazione in corso con partner internazionali quali Turchia e Qatar. I numeri, però, raccontano una storia più complicata di quella dei comunicati ufficiali.

Gli sbarchi in Italia si sono dimezzati nei primi cinque mesi del 2026, con un calo superiore al 50 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Ma il bilancio umano si aggrava: almeno 819 morti e dispersi da inizio anno secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, oltre sei vittime al giorno. Il dato segna un aumento superiore al 160 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025, nonostante la riduzione degli sbarchi. Meno partenze, dunque, ma traversate sempre più pericolose.

La Libia rimane il principale punto di partenza. Dalle coste libiche sono arrivati in Italia 7.271 migranti, pari a circa l’85 per cento del totale. Dall’inizio del 2026, oltre 5.600 migranti sono stati intercettati e riportati a terra in Libia dalla guardia costiera. È qui che si apre la questione più scomoda: le intercettazioni in mare vengono eseguite da un corpo che le Nazioni Unite e diverse organizzazioni per i diritti umani accusano di operare in violazione sistematica dei diritti delle persone che riporta a terra.

I calciatori di Bengasi e il trattato che non funziona

C’è un terzo dossier, più ingombrante degli altri perché tocca direttamente la credibilità giuridica dell’Italia. Al centro del colloquio è stato anche il caso dei cittadini libici detenuti in Italia e le modalità per accelerare le procedure relative all’attuazione dell’accordo sullo scambio di prigionieri. Roma e Tripoli hanno firmato nel settembre 2023 un accordo sul trasferimento dei detenuti, ratificato dall’Italia. Eppure nulla si è mosso. Il caso più noto è quello di Mohannad Nouri Khashiba, detenuto da oltre undici anni: poche settimane fa si era cucito le labbra con ago e filo per protestare contro le condizioni di detenzione e l’accordo mai diventato realtà. Khashiba, insieme ad altri detenuti libici, chiede di avvalersi dell’accordo sullo scambio, guardato però con sospetto da una parte della società civile italiana, che teme possa aprire la strada al rimpatrio forzato di dissidenti o detenuti politicamente esposti. Non c’è riunione ufficiale o colloquio informale tra i funzionari dei due governi in cui non salti fuori lo stesso argomento. La questione è gestita dalla presidenza del Consiglio, con il sottosegretario Alfredo Mantovano che ha accentrato nelle sue mani la politica verso la Libia.

Una Libia ancora divisa

Sullo sfondo di tutto questo resta il problema strutturale: la Libia non è un paese unificato. Il governo guidato da Dbeibeh mantiene il riconoscimento internazionale, mentre la Cirenaica resta nell’orbita del maresciallo Haftar. Ad aprile i due governi paralleli hanno raggiunto un accordo su un bilancio nazionale unificato per la prima volta dal 2013, e hanno partecipato a esercitazioni militari sponsorizzate dall’Africom statunitense. Una doppia circostanza che potrebbe essere foriera di normalizzazione, anche se il processo politico resta in una fase di stallo.

Per la prima volta dalla caduta di Gheddafi, nel 2011, truppe americane e italiane hanno condotto manovre terrestri sul territorio libico, nell’esercitazione Flintlock 2026, con 1.500 militari da trenta paesi. È un segnale che la dimensione militare dell’asse Roma-Tripoli, finora rimasta discreta, si fa più visibile. E che l’Italia non sta lavorando solo con Dbeibeh, ma anche con Washington, in un quadro che vede il Sahel sempre più instabile e la Russia con diverse basi in Libia.

Il vertice di Palazzo Chigi, insomma, è molto più di una stretta di mano tra vicini di Mediterraneo. È il tentativo di tenere insieme interessi energetici, flussi migratori, equilibri geopolitici e casi umani irrisolti. Un equilibrio difficile, che l’Italia pratica da decenni e che non ha ancora trovato una forma stabile.

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