
Draghi lancia l’ultimatum: “Rifondare l’Europa”
Mario Draghi ha ricevuto ad Aquisgrana, in Germania, il Premio Carlo Magno 2026. Un riconoscimento importante da cui è scaturito un discorso analitico sul futuro dell’Unione europea. Quasi un manifesto quello dell’ex presidente del Consiglio italiano, che ha parlato di “Europa sola” e ha invocato una rifondazione quasi totale del progetto comune. Per l’ex presidente della BCE, il paradigma che ha sostenuto l’integrazione europea negli ultimi decenni (energia russa, protezione americana ed esportazioni cinesi) è arrivato al capolinea e lancia una proposta: superare l’attuale paralisi decisionale attraverso un “federalismo pragmatico”. Non solo una riforma burocratica, ma il potenziamento di settori strategici come difesa, energia e politica industriale.
“Siamo davvero soli insieme”
Il cuore del messaggio di Draghi è racchiuso in un’espressione che suona da monito esistenziale: “Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme”. Secondo l’ex banchiere centrale, il mondo che per decenni ha alimentato la prosperità e garantito la sicurezza del Vecchio Continente è svanito definitivamente. Non esiste più quel contesto internazionale fatto di multilateralismo, mercati aperti e, soprattutto, protezione atlantica garantita a costo zero. Poi si concentra sugli ultimi anni, con i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente: “Dal 2020, gli shock esterni si sono susseguiti uno dopo l’altro, ciascuno aggravando il precedente e restringendo ulteriormente lo spazio per l’esitazione. Stiamo ancora assorbendo i dazi da parte del nostro principale partner commerciale, a livelli senza precedenti da un secolo a questa parte. Da ultimo, la guerra in Medio Oriente ha riportato l’inflazione nelle nostre economie e l’ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo stretto di Hormuz riaprirà – ha concluso Draghi – le fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero estendersi per mesi o anni”.
USA e Cina, due prospettive diverse
Si concentra poi sui due giganti: USA e Cina. Da un lato, gli Stati Uniti, storici garanti dell’ordine dal 1949, sono diventati “più imprevedibili e conflittuali”, con una postura che spinge l’Europa a non poter più dare per scontata la propria difesa. Dall’altro, la Cina non rappresenta un’alternativa, bensì una sfida competitiva senza precedenti. In questo scenario, l’Europa non può più permettersi il lusso di essere un “osservatore passivo”.
La critica sulla strategia difensiva
Draghi ha criticato apertamente la strategia europea degli ultimi anni, definendola troppo “difensiva” e reattiva. L’UE ha cercato di proteggersi dai cambiamenti, ha rimandato alcuni investimenti cruciali e ha cercato una de-escalation che ha avuto l’effetto contrario, ovvero un aumento delle offensive. Il risultato di questa cautela non è stato un controllo maggiore, ma una crescita della dipendenza dall’esterno: per l’energia (GNL americano) e per le materie prime critiche (Cina). “Oggi, metà del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, dove sia i rischi che i rendimenti sono maggiori. Dipendiamo dall’America per il 60% delle nostre importazioni di GNL”, ha dichiarato l’ex premier.
Il federalismo pragmatico
Per uscire da questa situazione, Draghi invoca un “federalismo pragmatico”. La sua proposta di rifondazione parte da un presupposto rivoluzionario per i trattati attuali: non serve che tutti e 27 i Paesi si muovano all’unisono se questo significa restare paralizzati dal diritto di veto o dalla lentezza dei processi decisionali. Bisogna tornare agli anni ’90 e riproporre il “modello Euro” o il “modello Schengen”: un nucleo di Paesi disposti a una politica d’avanguardia, che mettono a disposizione risorse in settori cruciali come difesa, innovazione tecnologica ed energia. Per sopravvivere tra colossi come USA e Cina, l’Europa deve superare le divisioni interne e agire come un unico blocco.
“I leader europei sanno dove si trova il lavoro da fare. Devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo, e a scegliere gli strumenti che possono realizzarla. Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Il compito – ha concluso Draghi – ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione”.




