Passa al contenuto principale
Seguici su:
Tieniti aggiornato:
Facciamo il punto
Taiwan, l’isola che vale tutto
Sede TSMC Taiwan
© Imagoeconomica
16 Maggio 2026

Taiwan, l’isola che vale tutto

Taiwan è al centro del confronto tra Washington e Pechino non solo per ragioni storiche o ideologiche, ma perché produce i chip da cui dipende l’economia mondiale. Capire cosa sia diventata questa piccola isola significa capire molto del XXI secolo.

Durante l’ultimo incontro tra Xi Jinping e Donald Trump a Pechino, il presidente cinese ha chiarito subito le sue priorità: prima ancora di parlare di dazi o di commercio, ha messo sul tavolo Taiwan, definendola “la questione più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti”. Non è stato un gesto retorico. È la fotografia di un’isola di 36.000 chilometri quadrati che, per ragioni storiche, industriali e militari, è diventata il luogo dove si misura l’equilibrio del mondo.

La guerra che non finì mai

Taiwan è situata a circa 150 km dalle coste della Cina continentale. La sua storia moderna comincia nel 1949, quando Mao Zedong proclamò la nascita della Repubblica Popolare Cinese dopo aver vinto la guerra civile contro i nazionalisti del Kuomintang. Il leader nazionalista Chiang Kai-shek si rifugiò a Taiwan insieme a circa due milioni di cinesi collegati al regime nazionalista, continuando a usare il nome Repubblica di Cina e ritenendo di rappresentare il solo governo legittimo di tutto il territorio cinese.

Nel 1971, la risoluzione 2758 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite espulse i rappresentanti di Taipei dall’ONU e riconobbe Pechino come unico governo legale della Cina. Nel 1979, anche gli Stati Uniti spostarono il loro riconoscimento da Taipei a Pechino. Eppure non interruppero i legami con l’isola, e continuarono a venderle armi.

Da quel momento, la politica americana su Taiwan è stata governata da un’ambiguità costruita a tavolino. Washington riconosce che esiste “una sola Cina”, ma non specifica di quale Cina Taiwan faccia parte, e continua a considerare l’isola un partner economico e strategico. È un equilibrio sottile, che ha retto per quasi mezzo secolo e che oggi scricchiola.

Un’identità che si è costruita da sola

Nel frattempo, Taiwan ha smesso di essere soltanto il residuo di una guerra civile. Dopo la morte di Chiang Kai-shek, nel 1975, l’isola ha cominciato a democratizzarsi, diventando oggi una delle democrazie più libere di tutta l’Asia. Nel 1986 fu formato il Partito Democratico Progressista come primo partito di opposizione, e nel 1987 la legge marziale fu tolta da Chiang Ching-kuo, figlio del fondatore. Parallelamente, si è formata un’identità taiwanese distinta da quella cinese. Secondo i sondaggi dell’università nazionale di Chengchi, nel 1992 soltanto il 17% della popolazione si definiva taiwanese; oggi quella cifra è salita al 62%. Chi vive sull’isola non si sente cinese, almeno non nel senso che Pechino attribuisce a quella parola.

La maggior parte dei taiwanesi non vuole né l’indipendenza formale né l’annessione alla Cina, ma preferirebbe mantenere lo status quo, in cui l’isola continua a governarsi autonomamente in maniera democratica, benché il suo status giuridico rimanga incerto. Per Xi Jinping questo non basta.

Il chip che muove il mondo

C’è però una ragione più concreta, e per certi versi più decisiva, che spiega perché nessuno può permettersi di ignorare Taiwan. L’isola produce la materia prima dell’economia digitale: i semiconduttori avanzati, i chip che stanno dentro ogni smartphone, ogni server di intelligenza artificiale, ogni automobile moderna, ogni elettrodomestico di nuova generazione.

Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) è la più grande fonderia di chip dedicata al mondo, con circa il 70% della quota di mercato nel 2025. Fu fondata nel 1987 come joint venture tra Philips, il governo di Taiwan e investitori privati.

I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. TSMC ha chiuso il 2024 con un fatturato di quasi 88 miliardi di dollari, in crescita del 34% rispetto all’anno precedente. Tra i suoi clienti principali ci sono Apple e Nvidia: senza i chip di TSMC non esistono iPhone né i processori che fanno girare i modelli di intelligenza artificiale. Il calcolo ad alte prestazioni genera già oltre la metà del fatturato di TSMC dalla produzione di wafer, e la produzione di massa di dispositivi a 2 nanometri entro la fine del 2025 rafforzerà ulteriormente questo vantaggio.

Nessun altro paese al mondo è in grado di sostituire Taiwan in questo ruolo nel breve periodo. I programmi di nearshoring avviati in Giappone, Germania e Stati Uniti stanno accelerando il trasferimento tecnologico, ma la ricerca e sviluppo all’avanguardia e i progetti pilota rimangono ancorati sull’isola. TSMC ha annunciato investimenti multimiliardari in Arizona, ma gli impianti americani producono chip meno avanzati di quelli taiwanesi, con costi strutturali più elevati.

La posizione che non si può cedere

Immagine generata dall’Intelligenza Artificiale

Oltre all’industria, Taiwan ha un valore geopolitico che si misura sulla carta geografica. L’isola è collocata al centro della cosiddetta “prima catena di isole”, la linea che va dalle isole giapponesi alle Filippine e che separa il Pacifico aperto dai mari interni cinesi. Se Taiwan fosse assorbita dalla Cina, gli Stati Uniti perderebbero un baluardo collocato a metà tra il Mar Cinese Meridionale e Orientale. La marina militare cinese avrebbe accesso diretto al Pacifico, cambiando la geometria strategica dell’intera regione. Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia ne sarebbero direttamente investiti.

Il Giappone ha progressivamente esplicitato il legame tra la propria sicurezza nazionale e la stabilità dello Stretto di Taiwan. Anche l’Unione Europea ha intensificato le relazioni con l’isola in ambiti funzionali come commercio, tecnologia e sicurezza delle catene di approvvigionamento.

Il confronto che non si risolve

Xi Jinping ha definito la “riunificazione” con Taiwan un obiettivo storico della sua leadership. La pressione militare cinese nello Stretto è aumentata negli ultimi anni, con esercitazioni sempre più frequenti e aggressive. La deterrenza militare dal lato taiwanese si è progressivamente erosa in parallelo con la rapida modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione.

Dal lato americano, la posizione oscilla tra impegno e ambiguità. Biden aveva detto più volte che gli Stati Uniti avrebbero difeso Taiwan in caso di attacco. Trump è stato meno esplicito, più interessato a usare la questione taiwanese come carta negoziale nei confronti di Pechino sul dossier commerciale.

È questa l’equazione che rende la questione di Taiwan così difficile da risolvere e così pericolosa da ignorare. Il conflitto rimane sospeso non per convergenza politica tra le parti, bensì perché i costi di una rottura aperta dello status quo sarebbero insostenibili per tutti. Un’isola che non si può conquistare senza distruggere ciò che la rende preziosa, che non si può abbandonare senza spostare gli equilibri globali, e che non si può ignorare perché dentro ogni dispositivo che usiamo c’è qualcosa che viene da lì.

Leggi anche…

Facciamo il punto