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Spesa militare, Taiwan stanzia 25 miliardi
© Imagoeconomica
10 Maggio 2026

Spesa militare, Taiwan stanzia 25 miliardi

Il governo di Taipei avrebbe voluto destinarne 40 per avere un assetto completo, ma l’opposizione non ha dato il via libera e dovrà accontentarsi dei lanciarazzi HIMARS e dell’artiglieria semovente. Tra le brame cinesi e l’atteggiamento prudente degli Stati Uniti, l’isola del Pacifico è una roccaforte logistica che fa gola a Pechino, scottato dal 1949 post-guerra civile.

La spesa militare cresce e Taiwan si fa trovare pronta. Il Parlamento ha approvato un pacchetto di spesa militare straordinaria da 25 miliardi di dollari. Una decisione arrivata l’8 maggio dopo mesi di discussioni e di stallo tra l’esecutivo guidato dal presidente Lai Ching-te e l’opposizione, che detiene la maggioranza legislativa. La cifra finale è minore rispetto alla richiesta di 40 miliardi del governo, che è stato costretto a destinare i fondi quasi esclusivamente all’acquisto immediato di armi dagli USA. Lai Ching-te bramava anche un’industria nazionale di droni e un sistema di difesa aerea chiamato “T-Dome”, ma ha dovuto ridimensionare la sua idea a causa dei due partiti di opposizione Kuomintang (KMT) e Partito Popolare (TPP) che hanno imposto un taglio significativo.

Il grande vicino, la Cina

Una necessità di riarmo che è ovviamente condizionata dal grande vicino di Taiwan, la Cina. Secondo il KMT c’è bisogno di armare l’isola, ma accusa il Partito Progressista Democratico (DPP) al governo di provocare eccessivamente i cinesi, con i quali preferisce mantenere aperto il dialogo economico e politico. Pechino reputa l’arcipelago parte integrante del suo territorio e una provincia secessionista da riunificare.

Dalla fine della guerra civile del 1949, anno in cui Taiwan è diventato uno Stato a riconoscimento limitato, riannetterlo è sempre stato il pallino dei governi cinesi, sia per una questione di orgoglio nazionale, sia perché Taiwan offre uno spazio estremamente strategico sull’Oceano Pacifico e ha i mezzi per diventare un hub militare perfetto per la Cina. Pechino andrebbe così a ritagliarsi uno spazio fondamentale tra Giappone e Filippine, spezzando la linea di basi alleate statunitensi presenti nei due Stati e interrompendo l’egemonia a stelle e strisce nel Pacifico. In più sarebbe un territorio chiave per l’innovazione tecnologica, perché nell’isola ci sono alcune fabbriche di semiconduttori avanzati che sono importantissime per l’economia del futuro. Basti pensare che TSMC, leader mondiale del settore, è l’unica azienda al mondo che produce su larga scala i chip di ultima generazione, componenti insostituibili che vengono utilizzati da giganti del tech come NVIDIA, Apple, Tesla e anche dal governo americano per i caccia F-35.

La sede centrale di TSMC a Taipei ©Imagoeconomica

Il ruolo ambivalente degli Stati Uniti

E qui entrano in gioco gli USA, storicamente attratti da ciò che succede a est di Shanghai e guardinghi nei confronti della Cina. La storia tra gli Stati Uniti e Taiwan però non è iniziata benissimo. Nel 1979 Washington riconobbe quello di Pechino come unico governo legittimo, interrompendo di fatto i rapporti con Taipei. Però, nel bel mezzo della Guerra Fredda e scottati dal Vietnam, il Congresso americano approvò il TRA, il Taiwan Relations Act. Per impedire una futura annessione con le armi da parte del governo cinese, questa legge impone legalmente agli Stati Uniti di fornire a Taiwan armi e qualsiasi mezzo per l’autodifesa, anche se in assenza di un trattato di alleanza ufficiale. Si tratta di una legge unica nel suo genere nella storia del diritto internazionale, che per gli USA è un win-win. Washington non dichiara esplicitamente il sostegno a Taiwan in caso di invasione, ma gli garantisce i mezzi necessari per rendere molto complicata una futura occupazione.

Il presidente americano Donald Trump, insieme al Pentagono, negli ultimi mesi ha applicato un forte pressing al Parlamento taiwanese per sbloccare quei 40 miliardi, poi diventati 25. Washington ha avvertito l’esecutivo di Taipei che ulteriori ritardi avrebbero posticipato le consegne. Un’azione insistente causata anche dall’affollamento dell’industria della difesa americana, con la priorità alle zone di conflitto in Ucraina e Medio Oriente. Grazie a questo nuovo stanziamento l’isola si rinforza con i lanciarazzi HIMARS e con l’artiglieria semovente, armamenti importantissimi per colpire le eventuali forze di sbarco cinesi.

I dati sulla spesa militare non mentono: 37% in più rispetto all’anno scorso

I 25 miliardi, nonostante ci sia stato il veto dell’opposizione, sono comunque un incremento del 37% rispetto alla spesa militare del 2025 da parte di Taiwan. L’anno scorso, secondo il rapporto del SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, lo Stato asiatico ha speso 18,2 miliardi di dollari nella spesa militare. Per il 2026 il numero è stato abbondantemente superato e fotografa il momento storico attuale di Taipei, che si arma e prova a resistere alle minacce (nemmeno troppo velate) cinesi.

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