
Electrolux, 1.700 esuberi e un tavolo al ministero
L’11 maggio il gruppo svedese Electrolux ha annunciato un drastico piano di ristrutturazione che prevede circa 1.700 esuberi sul personale totale di 4.500 dipendenti in Italia. La comunicazione è arrivata nel corso di una riunione di coordinamento nazionale convocata a Mestre, senza che i sindacati fossero stati preparati all’entità del taglio. Il piano colpisce tutti e cinque gli stabilimenti italiani (Porcia in Friuli, Susegana nel Trevigiano, Forlì, Solaro nel Milanese) e prevede la chiusura completa del sito di Cerreto d’Esi, nelle Marche, dove lavorano circa 170 persone nella produzione di cappe aspiranti. Non si tratta però di un fulmine a ciel sereno: il gruppo ha chiuso il primo trimestre 2026 con risultati sotto pressione e ha annunciato un aumento di capitale da circa 9 miliardi di corone svedesi per rafforzare il bilancio e finanziare il riassetto industriale. Alle difficoltà finanziarie si sommano cause strutturali che affliggono l’intero comparto europeo del bianco: costi energetici in forte aumento, acciaio più costoso, normative europee sulle emissioni che penalizzano i produttori occidentali senza imporre vincoli analoghi ai concorrenti asiatici, e un mercato europeo che ristagna. In questo quadro si inserisce anche la chiusura dello stabilimento ungherese di Jászberény, con circa 600 addetti, che dovrebbe cessare l’attività entro la fine del 2026: il ridimensionamento italiano non è un caso isolato ma parte di una revisione globale del gruppo. Sullo sfondo aleggia anche lo spettro di Midea, il colosso cinese che ha già provato in passato ad avvicinarsi a Electrolux, e che nei mesi scorsi ha siglato una partnership negli Stati Uniti in contemporanea con la chiusura di uno stabilimento in Ungheria. I sindacati temono che dietro il piano di ristrutturazione si nasconda una strategia di cessione progressiva della presenza produttiva europea al gruppo di Pechino.
La mobilitazione e le posizioni in campo
Il coordinamento nazionale di Fim, Fiom e Uilm ha definito il piano “inaccettabile”, dichiarando lo stato di agitazione permanente e otto ore di sciopero nazionale da articolare in ogni stabilimento. Le reazioni istituzionali sono state immediate e trasversali. La Regione Friuli Venezia Giulia ha chiesto con urgenza la convocazione di un tavolo ministeriale, sottolineando il ruolo di Porcia come pilastro industriale del territorio. Le Marche si sono mosse con ancora maggiore determinazione: dopo una serie di incontri che ha coinvolto il presidente Acquaroli, l’assessore al Lavoro Consoli e le rappresentanze sindacali, la Regione si è presentata al tavolo MIMIT del 25 maggio con una posizione già saldata alle sigle metalmeccaniche: ritiro del piano Electrolux, tutela del sito di Cerreto d’Esi e apertura di un confronto industriale vero sui volumi produttivi. Sul piano politico, le opposizioni hanno usato la vicenda come ariete contro il governo Meloni, accusato di aver elargito negli anni incentivi e sgravi fiscali (si parla di 700 milioni tra aiuti diretti e indiretti nell’ultimo decennio) senza mai pretendere in cambio un impegno strutturale sulla tenuta occupazionale. Il ministro Urso ha risposto attribuendo la crisi alle politiche europee del Green Deal e alla concorrenza sleale asiatica, annunciando che il governo farà “la propria parte con assoluta determinazione”.
Il tavolo e le incognite aperte
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha convocato per lunedì 25 maggio, alle ore 15, presso Palazzo Piacentini, un tavolo sulla vertenza Electrolux, con i rappresentanti dell’azienda, le organizzazioni sindacali e i rappresentanti delle cinque Regioni coinvolte: Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche e Veneto. In concomitanza con l’apertura del tavolo, è stato proclamato uno sciopero nazionale in tutti gli stabilimenti del gruppo. Il confronto si annuncia difficile. Sindacati e regioni arrivano con una precondizione esplicita, il ritiro del piano, mentre l’azienda ha finora rivendicato la necessità di una “ottimizzazione mirata delle attività” per concentrare le risorse sulle gamme ad alto valore aggiunto. Gli strumenti a disposizione del governo sono quelli tradizionali (cassa integrazione, accordi di solidarietà, incentivi alla reindustrializzazione) ma il nodo vero è se esista una volontà politica di condizionare il futuro di Electrolux in Italia a garanzie occupazionali concrete, eventualmente attraverso il richiamo alla strategicità del settore. È una partita che va ben oltre i 1.700 lavoratori direttamente coinvolti: l’elettrodomestico italiano, già indebolito dalla crisi di Whirlpool-Beko e dalle tensioni in casa Ariston-Riello, rischia di perdere un altro pezzo della sua presenza manifatturiera. E quando se ne va una fabbrica, raramente torna.




