
Il nucleare come soluzione all’inquinamento marittimo
La notizia che ha dato concretezza al dibattito è arrivata nei primi giorni di giugno 2026: la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge delega per il ritorno al nucleare sostenibile in Italia. Il provvedimento, che ora passa al Senato, dove il vicepremier Antonio Tajani ha auspicato si faccia “in fretta”, non parla più delle grandi centrali del passato, quelle abbandonate dopo il referendum del 1987. Il governo Meloni guarda agli Small Modular Reactor (SMR) di terza generazione avanzata e ai reattori di quarta generazione, gli Advanced Modular Reactor (AMR), raffreddati a metalli liquidi. Secondo il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, i decreti attuativi saranno pronti entro fine anno, con l’obiettivo di chiudere la legislatura con la nuova legge quadro pienamente operativa. I primi impianti, ha precisato il ministro, potrebbero essere disponibili tra la fine di questo decennio e l’inizio del prossimo.
Fincantieri e la scommessa navale
Tra le novità del DDL delega c’è l’esplicita apertura alle applicazioni navali della tecnologia nucleare modulare: i reattori più piccoli, quelli da 10–15 MW, potrebbero essere installati sulle navi mercantili. È l’ipotesi che Pichetto Fratin sta esplorando con Fincantieri, il gruppo cantieristico guidato da Pierroberto Folgiero che si è detto convinto che “le navi mercantili saranno il primo banco di prova del mini-nucleare”. Folgiero ha spiegato che una nave alimentata a energia nucleare può navigare per 20-25 anni senza bisogno di carburante, abbattendo notevolmente l’impatto ambientale di un settore che oggi produce circa il 3% delle emissioni globali di CO2. Fincantieri sta lavorando a questo scenario attraverso il programma Minerva, dedicato alla propulsione nucleare navale, in collaborazione con la Marina Militare, Ansaldo Nucleare e Newcleo. La miniaturizzazione dei reattori non è una novità nel mondo navale: le applicazioni militari esistono da decenni. La sfida è portare la tecnologia sulle navi commerciali, in un settore che negli ultimi anni si è spostato verso i cantieri di Cina e Corea. “Chi corre di più?”, si è sentito chiedere Folgiero. “Tutti i grandi Paesi della cantieristica. Chi arriva prima costruirà competenze e filiere difficili da recuperare”.
Propulsione nucleare
I reattori che verrebbero utilizzati sulle navi mercantili non produrrebbero energia nucleare come una centrale, ma userebbero un reattore per la sola propulsione. Fincantieri studia in particolare i sistemi di raffreddamento a piombo: il metallo viene mantenuto liquido a temperature comprese tra i 400°C e i 550°C e, grazie alla sua densità e alle proprietà termiche, rimuove il calore dal nocciolo tramite moti convettivi naturali, eliminando la necessità di pompe meccaniche e azzerando i rischi di blackout del sistema di raffreddamento. Questi mini-reattori possono essere alimentati a plutonio, lo scarto prodotto dal reattore tradizionale che a sua volta viene alimentato a uranio. Il vantaggio è duplice: il plutonio ha una grande carica energetica e non va procurato da chi estrae uranio, perché è già contenuto nel combustibile irraggiato prodotto dalle centrali esistenti, rendendolo una risorsa ricavabile direttamente dalle scorie nucleari. Come ha sottolineato lo stesso Folgiero, è un combustibile “geopoliticamente più disponibile” rispetto all’uranio.
L’inquinamento del trasporto marittimo
Per capire perché questa tecnologia stia raccogliendo interesse, è necessario guardare all’entità del problema ambientale che il settore marittimo rappresenta. Secondo il rapporto IMO sulla decarbonizzazione marittima, il trasporto via mare contribuisce al 3% delle emissioni globali di CO2, pari a circa 1.050 milioni di tonnellate l’anno. Una quota difficile da regolare attraverso le politiche nazionali, data la natura intrinsecamente internazionale del settore. Il Rapporto sul Trasporto Marittimo Europeo, pubblicato da EEA ed EMSA nel febbraio 2025, colloca il settore marittimo al 13,5% delle emissioni di gas serra da trasporto nell’UE, dietro al settore aereo (14,4%) e a quello stradale (71%), ma con problematiche aggiuntive: oltre alla CO2, le navi emettono metano, ossidi di azoto e ossidi di zolfo. Un dato positivo riguarda gli ossidi di zolfo, calati del 70% nell’area europea grazie alle normative IMO. Meno rassicurante è l’aumento del 40% dal 2014 nel rilascio di acque grigie, ovvero gli scarichi operativi delle navi, cresciuto soprattutto per l’espansione del settore crocieristico.
Il consenso degli italiani
Il dibattito sul nucleare non è più quello del passato: non si parla di tabù ideologici ma di costi in bolletta e autonomia energetica. Lo dimostra il sondaggio realizzato da Only Numbers per il programma televisivo Porta a Porta: il 54,9% degli italiani si dichiara favorevole all’utilizzo del nucleare di nuova generazione come fonte energetica alternativa, nella prospettiva di ridurre il costo delle bollette. Tra i giovani il dato è ancora più netto: il 75% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni conosce l’argomento, segno di una generazione cresciuta dentro le emergenze energetiche senza preclusioni ideologiche. Il consenso varia sensibilmente per orientamento politico: nell’elettorato di centrodestra sfiora l’ 80%, mentre nel centrosinistra il quadro è più diviso. Tra gli elettori del PD il 40% si dice favorevole. Le voci più critiche rimangono quelle di Verdi e Sinistra, con il 58% contrario. Sul fronte dell’opposizione, la segretaria dem Elly Schlein ha dichiarato di non avere “preclusioni pregiudiziali”, ma ha espresso “perplessità sui tempi”, mentre Giuseppe Conte ha definito il piano un “diversivo” che richiederebbe vent’anni per essere realizzato.
Una direzione, non una soluzione immediata
L’utilizzo della propulsione nucleare per alimentare le navi mercantili si inserisce come una delle risposte tecnologiche alla sfida della decarbonizzazione marittima. Non una soluzione immediata in quanto gli esperti concordano sull’inizio del prossimo decennio come orizzonte realistico per i primi test in mare, ma una direzione verso cui l’Italia, con Fincantieri in prima linea, sembra voler scommettere con decisione. La legge delega, ha chiarito Pichetto Fratin, non è la fine del percorso ma il suo inizio: serve per costruire il quadro giuridico entro cui le valutazioni industriali e tecnologiche possano finalmente essere fatte con serietà. Come ha osservato il ministro, “non possiamo sapere se tra qualche anno ci sarà una tecnologia più conveniente di quelle oggi in fase sperimentale”. Ma non muoversi significa lasciare ad altri la costruzione di competenze e filiere che saranno difficili da recuperare.






