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Argomento: Energetiche

Accise prorogate fino al 30 aprile: i pro e i contro del nuovo decreto carburanti

Il primo decreto carburanti, approvato il 18 marzo, aveva previsto un intervento di natura temporanea ed emergenziale per far fronte al caro carburanti conseguente alle tensioni internazionali connesse al conflitto in atto, riducendo la tassazione su gasolio, benzina e GPL per un periodo di venti giorni a decorrere dal 19 marzo. Questa mattina il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo provvedimento. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo il Cdm, ha annunciato la proroga del taglio delle accise fino al 1° maggio, un intervento mirato sulle aziende agricole, cui viene esteso il taglio delle imposte già adottato per la pesca, e il recepimento dell’accordo con le associazioni di categoria su Transizione 5.0.

Quanto costa e dove si trovano i soldi

Per la copertura della proroga sono stanziati 500 milioni, risorse recuperate sull’ETS, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione CO2. Sommati ai quasi 417 milioni del decreto precedente, il conto complessivo supera abbondantemente il miliardo di euro.

Le ragioni della proroga

La giustificazione politica ed economica del provvedimento poggia sulla eccezionalità della situazione. A pesare sulla decisione anche l’annuncio da parte dei camionisti italiani di uno sciopero dal 20 al 25 aprile, indetto per protestare contro il caro carburanti. Sul piano internazionale, Giorgetti aveva sottolineato al G7 finanziario la necessità di interventi mirati, temporanei e condivisi, valutando misure straordinarie per bloccare i prezzi energetici, simili a quelle adottate nel 2022 durante la guerra in Ucraina.

I limiti

Le critiche all’impostazione del decreto arrivano dal fronte degli economisti. Queste misure generalizzate sono molto costose e la loro efficacia sul prezzo al dettaglio non è garantita. Il provvedimento che scadeva il 7 aprile non ha avuto un effetto pieno sui prezzi alla pompa: le imposte sono diminuite di 24,4 centesimi, ma dopo 14 giorni il prezzo della benzina è sceso di soli 10 centesimi e quello del diesel di appena 1 centesimo. Un risultato che, in rapporto alla spesa sostenuta, solleva domande legittime sull’efficienza della misura.

Il problema dei tempi corti

C’è poi un secondo ordine di critiche che riguarda la modalità con cui il governo ha gestito l’intervento. La strategia di prevedere prima un taglio di venti giorni e poi un prolungamento crea molta incertezza e non dà probabilmente il tempo sufficiente per programmare una ragionata variazione dei prezzi. Sembra più adeguata la scelta dell’Australia, che ha previsto un provvedimento di taglio delle accise della durata di tre mesi. Interventi troppo brevi e frammentati, secondo questa lettura, finiscono per amplificare l’incertezza invece di ridurla, con i distributori impossibilitati a pianificare gli acquisti di lungo periodo.

L’alternativa: bonus mirati invece di sconti universali

Il punto più controverso è di natura strutturale. Anche ammesso che il taglio delle accise si trasferisca interamente sul prezzo al consumo, provvedimenti di questo tipo hanno l’effetto di diminuirlo per tutti i consumatori, anche per coloro i quali potrebbero sopportarne un aumento, stornando risorse da altri settori di spesa importanti. L’alternativa proposta dagli economisti è quella di bonus mirati: uno sconto diretto o una social card per le famiglie a basso reddito, calibrato sull’Isee e accreditato come già avviene per l’assegno unico. Con le stesse risorse destinate alla proroga, si potrebbe teoricamente garantire a ogni possessore di patente un bonus di circa 16,5 euro, con la certezza che i 25 centesimi di risparmio andrebbero direttamente nelle tasche del consumatore senza passare per il sistema dei prezzi.

Lo scenario di fondo: i conti pubblici sotto pressione

Dietro la questione tecnica si nasconde una sfida più grande. L’Italia era vicina a riportare il deficit sotto il 3% del Pil, uscendo dalla procedura Ue e ottenendo maggiore flessibilità sui vincoli di spesa. Gli effetti della guerra in Medio Oriente, tuttavia, modificano gli scenari, sia per i partner europei sia per l’Italia, particolarmente esposta per la sua dipendenza energetica. Ogni nuova proroga è dunque una scelta che si misura non solo in centesimi al litro, ma in decimali di deficit e in margini di manovra futura: risorse che, una volta spese in sconti generalizzati, non potranno essere usate per investimenti strutturali in efficienza energetica e transizione verde, gli unici strumenti capaci di rendere il Paese meno vulnerabile alle prossime crisi.

Pichetto Fratin: “Nucleare di nuova generazione e rinnovabili, così l’Italia ridurrà la dipendenza energetica”

A proposito delle scorte e degli stoccaggi, lei ha più volte dichiarato che l’Italia è al sicuro. Al di là della contingenza della guerra in corso, qual è il piano del Governo per ridurre la dipendenza energetica dall’estero entro i prossimi 5-10 anni?

Le scorte di gas e petrolio sono a livelli abbastanza buoni . Abbastanza buoni nel senso che siamo in grado di ricostituirle completamente per il prossimo inverno. La nostra attenzione, in questo momento, è soprattutto sui prezzi, perché il problema non è quantitativo: è essenzialmente una questione di costo. Questa situazione deve essere una lezione per il futuro: dobbiamo renderci il più indipendenti possibile. Sul fronte delle infrastrutture abbiamo già fatto una prima svolta importante: i due rigassificatori di Piombino e di Ravenna, che valgono 10 miliardi di metri cubi, ci consentono di coprire quasi il 50% della nostra domanda di gas per uso energetico con GNL, e il GNL ha il vantaggio rispetto alle pipeline di poter essere acquistato ovunque nel mondo. Poi abbiamo quattro pipeline: quella dall‘Algeria, la più importante, con 20 miliardi di metri cubi; quella dall’Azerbaigian con 10 miliardi; quella dalla Libia, che potenzialmente potrebbe portarne 12 miliardi e mezzo ma che per la situazione interna libica lavora solo al 20-30%; e il collegamento con il nord Europa attraverso Passo Gries, fino a 6 miliardi, dove arriva sostanzialmente gas norvegese.

Ma c’è già stata un’altra svolta significativa in questi tre anni di governo, ed è quella delle rinnovabili. Le ultime aste di fotovoltaico ed eolico hanno raggiunto livelli importanti, con prezzi ormai competitivi grazie alle tecnologie: il fotovoltaico si è aggiudicato le aste sotto i 60 euro al megawattora, mentre il prezzo dell’energia in questi giorni è sui 140-150 euro. L’eolico è tra i 70 e gli 80 euro. Siamo quasi alla metà del prezzo ufficiale di mercato. E questo è un risultato molto importante: le rinnovabili non hanno più bisogno di incentivi. Il ruolo dello Stato oggi è regolatorio, non più di sussidio. Però dobbiamo essere onesti: con le sole rinnovabili non possiamo raggiungere l’obiettivo di decarbonizzazione e ridurre il consumo di gas, perché la rete deve essere sempre stabilizzata. Serve un’energia che garantisca continuità. E per il prossimo decennio questa risposta sarà il nucleare di nuova generazione, che dovrà integrare geotermico, idroelettrico — che può essere ulteriormente sviluppato, anche se abbiamo qualche nodo contrattuale con l’Europa da risolvere — fotovoltaico, eolico e sistemi di accumulo, sia batterie che pompaggio idrico con le dighe, che è un’operazione importante anche sul piano ambientale. Perché dobbiamo pensarci adesso? Perché la domanda crescerà moltissimo nei prossimi anni. Oggi consumiamo circa 310 terawattora l’anno. Tutti gli indicatori ci dicono che tra 10 e 15 anni supereremo i 450 miliardi — solo i data center incidono in modo significativo, ma l’aumento verrà anche dall’elettrificazione degli edifici e dell’industria. Per raggiungere l’obiettivo tra 10 o 20 anni, dobbiamo mettere le basi oggi. E non possiamo dimenticare la nostra vulnerabilità strutturale: dipendiamo dall’estero per circa l’80% del fabbisogno energetico. Il 20% lo importiamo dalla Francia, essenzialmente da fonte nucleare; il resto arriva tramite gas nelle pipeline, elettricità sempre dalla Francia, e pannelli solari dalla Cina. Questa dipendenza è una vulnerabilità reale del nostro sistema, ed è esattamente quello che dobbiamo ridurre.

A proposito di nucleare, qual è la strategia del Governo rispetto a questa forma di produzione energetica? E a quale tecnologia si sta pensando, eventualmente?

Il primo obiettivo di questa legislatura è definire un quadro giuridico che crei le condizioni per il ritorno al nucleare in Italia. Il piano si articola in due fasi: si partirà dalla fissione di nuova generazione, in particolare i cosiddetti Small Modular Reactors (SMR), tecnologie che nel giro di 4-6 anni sostituiranno le grandi centrali tradizionali. Il referendum del 1987 riguardava sistemi ormai obsoleti e non rappresenta quindi un ostacolo all’adozione di queste nuove tecnologie. L’obiettivo di lungo periodo è invece la fusione nucleare, considerata l’El Dorado energetico. Nonostante quasi 40 anni di assenza dal settore, l’Italia ha mantenuto un livello di competenza molto elevato. La direzione di ITER, il più grande centro mondiale di ricerca sulla fusione situato in Francia e promosso da Euratom insieme a USA, Cina, Russia e Giappone, è affidata a un italiano. Le imprese italiane sono il secondo fornitore europeo di tecnologie nucleari, e sarebbero probabilmente il primo se si escludesse la componente edilizia legata alla localizzazione fisica del centro in Francia. Va ricordato inoltre che l’ultima grande centrale nucleare europea è stata costruita da Enel. Il disegno di legge affronterà anche il tema della formazione professionale e universitaria, indispensabile per sviluppare le competenze specialistiche richieste dal settore. Le iscrizioni ai corsi di fisica e ingegneria nucleare sono già in forte crescita, segnale di un interesse concreto da parte dei giovani, che affrontano la questione con pragmatismo e senza condizionamenti ideologici.

Cosa risponde a chi dice che con il decreto bollette si è privilegiato il sistema produttivo rispetto alle fasce più vulnerabili della popolazione?

Il decreto bollette nasce per regolare il sistema energetico italiano, affrontando per la prima volta la questione dei grandi consumatori industriali. In particolare, i data center pongono sfide specifiche: richiedono fornitura continua di energia, producono grandi quantità di calore e consumano acqua in modo significativo. Per questo devono essere inseriti in una programmazione di rete e collocati con attenzione rispetto alle zone abitate. Il decreto include anche la gas release, uno strumento che facilita il collegamento tra estrattori di gas e grandi energivori, a beneficio di settori come ceramica, vetro e carta, fortemente penalizzati dagli alti prezzi del gas europeo.

Sul fronte manifatturiero, l’intervento da 17,50 euro al megawattora nasce dall’esigenza di avvicinare i costi energetici italiani a quelli tedeschi, visto che la Germania è il nostro principale competitor. Un confronto con Francia e Spagna non è praticabile: i loro prezzi sono rispettivamente la metà e un terzo dei nostri, grazie al nucleare e al fotovoltaico. Il decreto prevede, inoltre, misure per i soggetti più vulnerabili, nei limiti delle disponibilità di bilancio e delle possibilità di intervento sul mercato libero, che conta 20 milioni di contatori su 30. Va infine considerato che il contesto è cambiato rispetto al 20 febbraio, data di approvazione del decreto: i dazi americani e la volatilità del gas — passato da 28-30 euro a un picco di 62 — hanno alterato i calcoli iniziali. Resta però un dato politico importante: lo spread, che era a 200 all’insediamento del governo, è oggi a 60, segno della tenuta dei conti pubblici che il decreto intende preservare

Bollette, carbone e Qatar: l’Italia di fronte alla sua seconda crisi energetica in quattro anni

L’Italia entra in questa crisi con un’esposizione strutturale che non ha eguali tra le grandi economie europee. Mentre paesi come Francia, Spagna e Portogallo hanno alleggerito la propria esposizione grazie a nucleare e rinnovabili, l’Italia resta molto più sensibile a ogni scossa del mercato del gas. Secondo un’analisi del centro di ricerca sull’energia Ember, il gas ha influenzato il prezzo dell’elettricità per l’89% delle ore dall’inizio del 2026 in Italia, rispetto al solo 15% in Spagna. Il 25% del gas naturale liquido (GNL) consumato nel 2025 dall’Italia proveniva dal Qatar, circa 5-6 miliardi di metri cubi.

Il colpo di Ras Laffan

Il 2 marzo 2026 la crisi ha assunto contorni concreti e drammatici. Due droni iraniani hanno colpito gli impianti energetici di Ras Laffan in Qatar, il più grande centro di esportazione di GNL al mondo, e la compagnia statale QatarEnergy ha sospeso temporaneamente la produzione. Per l’Italia questo si è tradotto subito in un problema contrattuale concreto: il Qatar ha informato Edison che non potrà adempiere ai propri obblighi relativi ad alcune consegne di GNL previste presso il terminale al largo del Polesine a partire dall’inizio di aprile 2026. Nel corso del 2025, questo rigassificatore aveva immesso nella rete nazionale 8,2 miliardi di metri cubi di gas, pari a oltre il 13% dei consumi complessivi del Paese.

La risposta del governo: il decreto bollette

Di fronte all’emergenza, il governo Meloni ha messo in campo una serie di provvedimenti. Il primo, cronologicamente, è arrivato il 18 marzo: il Consiglio dei Ministri ha approvato un intervento emergenziale per far fronte al caro carburanti, articolato in un decreto legge e un decreto interministeriale, recanti disposizioni volte a ridurre per un periodo di venti giorni la tassazione su gasolio, benzina e GPL. È stato inoltre rafforzato il monitoraggio dei prezzi dei carburanti da parte del Garante, con previsione di sanzioni in caso di inadempimento, e riconosciuto un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta per autotrasporto e pesca. Parallelamente è partito l’iter del decreto bollette, approvato dalla Camera e atteso al Senato entro il 21 aprile 2026. La misura più attesa è il contributo straordinario una tantum da 115 euro, destinato ai titolari del bonus sociale elettrico — le famiglie in condizioni di disagio economico — entro un limite di spesa complessivo di 315 milioni di euro stanziati per il 2026. Tuttavia, il giudizio delle associazioni dei consumatori è impietoso. Il Codacons afferma che il decreto bollette è già superato e le misure contenute al suo interno non appaiono in grado di affrontare il nuovo scenario. L’Unione Nazionale Consumatori sottolinea che è grave il fatto che il decreto non abbia agito per tamponare nel breve periodo il rialzo delle bollette, salite dell’8,1% per la luce nel mercato tutelato.

Il ritorno al carbone: scelta obbligata o passo indietro?

La misura più discussa è la proroga delle centrali a carbone. Per far fronte alla crisi energetica, in caso di emergenza si potrà continuare ad attingere al fossile più inquinante fino al 2038, tredici anni oltre la scadenza fissata dal Piano nazionale energia e clima, che prevedeva lo stop entro dicembre 2025. Il rinvio è entrato nel decreto bollette con emendamenti presentati da Lega e Azione. Le posizioni politiche si sono subito divise. Il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti difende la scelta: “Tutte le fonti di energia, almeno nell’immediato, devono essere utilizzate al meglio”. Ma per il Pd si tratta di “chiacchiere pericolose e propaganda”, poiché gli impianti sono fermi da anni e riattivarli richiede tempo. Il leader di Europa Verde Angelo Bonelli accusa il governo di aver violato gli impegni climatici.

Tre scenari per l’economia italiana

Le conseguenze macroeconomiche dipendono in larga misura dalla durata del conflitto. Il Centro Studi Confindustria delinea tre traiettorie distinte. Nello scenario base — guerra conclusa entro fine marzo — il PIL italiano crescerebbe dello 0,5% nel 2026, con inflazione al 2,5%. Nello scenario intermedio, con il conflitto prolungato fino a giugno, l’economia italiana entrerebbe in stagnazione con crescita zero e inflazione al 4,3%, un rincaro dei prezzi energetici del 60% e le imprese manifatturiere costrette a pagare 7 miliardi in più di bollette. La BCE sarebbe costretta a rialzare i tassi di un punto percentuale. Nello scenario peggiore, con guerra estesa per tutto l’anno, si entrerebbe in recessione con un calo del PIL dello 0,7%. Il conto per le famiglie è già reale. L’aumento stimato delle bollette di gas ed elettricità per il 2026 si aggira tra 350 e 585 euro annui rispetto all’anno precedente, con un incremento complessivo stimato al 21,5%.

La fragilità strutturale e il nodo delle rinnovabili

Al di là dell’emergenza immediata, la crisi ha riaperto una domanda scomoda: perché l’Italia si trova, per la seconda volta in quattro anni, più esposta degli altri? Le ragioni del grande ritardo nella transizione verso le fonti rinnovabili sono molte: le lungaggini burocratiche e i vincoli di tutela del paesaggio, ma il problema è soprattutto culturale e politico. Il confronto con la Spagna è emblematico: grazie a una quota elevata di rinnovabili, Madrid subisce in misura molto minore le oscillazioni del prezzo del gas. In Francia il 60% dell’energia è prodotto con il nucleare e solo il 6% viene dal gas, mentre in Spagna quasi il 60% dell’energia è prodotto con fonti rinnovabili. Sul fronte delle soluzioni strutturali, il think tank Ecco ha indicato una via: rinnovabili e riduzione dei consumi potrebbero permettere all’Italia di ridurre la dipendenza dal GNL qatariota nel giro di un anno, attraverso l’efficienza energetica negli edifici e nell’industria, l’elettrificazione dei consumi termici con pompe di calore, e misure immediate di risparmio sistematico.

La strategia della coercizione: tensioni USA-Iran e l’instabilità del mercato energetico globale

Le parole usate da Donald Trump per descrivere i contatti con Teheran — “great progress” con un “regime più ragionevole” — si collocano dentro una dinamica ormai riconoscibile: negoziare mentre si alza il livello della minaccia. Anche perché, il primo obiettivo — quel cambio di regime con una leadership più pragmatica — per ora non è riuscito. Mancava un’opposizione realmente organizzata, e non c’è stato per ora neanche un cambio all’interno dello stesso potere con una figura più moderata.

Il Paese ora è di fatto in mano al controllo, soprattutto militare ma anche politico, dei Pasdaran.

Mentre si apre il secondo mese di guerra regionale in Medio Oriente, la Casa Bianca lascia filtrare l’idea di un possibile accordo, ma allo stesso tempo prepara il terreno per un’escalation che avrebbe al centro non solo obiettivi mirati, ma l’intera infrastruttura economica dell’Iran. La minaccia è esplicita: impianti elettrici, pozzi petroliferi di esportazione come Kharg Island, fino agli impianti di desalinizzazione e potenzialmente al programma nucleare. Un piano di obiettivi redatto al Pentagono è probabilmente oggetto di verifiche dettagliate per missioni delle forze speciali e operazioni mirate.

Si tratta di una strategia che mira a colpire la capacità stessa dello Stato iraniano di funzionare, trasformando luce e acqua in armi negoziali. Al centro di tutto rimane lo Stretto di Hormuz, non solo come “choke point” energetico globale, ma come leva politica. Washington non sembra intenzionata a tornare al vecchio status quo nemmeno nel dopo-conflitto, ma punta a un nuovo equilibrio che controlli i flussi delle navi.

In questo scontro, il prezzo del Brent ha superato i 110 dollari al barile, spingendo al rialzo le aspettative di inflazione in Europa. Le banche osservano i margini di manovra e i dati sui transiti mondiali, mentre i volumi si spostano verso hub come Yanbu nel Mar Rosso e Fujairah.

La resilienza delle rotte rimane appesa al corridoio Suez-Bab El Mandeb, dove i ribelli yemeniti Houthi, con il sostegno dell’Iran, continuano a rappresentare un rischio. Il rafforzamento statunitense punta a una diplomazia coercitiva, ma la linea d’intervento è sottile: un’azione su larga scala avrebbe conseguenze invasive, ed è qui che emerge il dubbio di fondo degli alleati UE.

Eni avvia estrazione gas Quiluma Angola: 330 milioni di piedi cubi al giorno entro 2026 per GNL e industria locale

Eni segna una tappa storica nel settore energetico africano avviando le forniture di gas dal giacimento Quiluma, situato offshore Angola. Questo progetto pionieristico introduce l’estrazione di gas non associato nel Paese, con un flusso iniziale di 150 milioni di piedi cubi standard al giorno che salirà rapidamente a 330 Mmscf entro fine 2026. Il gas viene trattato nell’impianto Ngc a Soyo, operativo dallo scorso novembre, per alimentare l’infrastruttura Angola LNG e massimizzare esportazioni verso mercati globali affamati di GNL.

Un incremento della crescita industriale e civile locale

Il consorzio New Gas Consortium, guidato da Azule Energy (joint venture Eni-bp con il 37,4%), include Cabgoc, Sonangol E&P e TotalEnergies, confermando l’Italia come leader nella transizione energetica africana. Questa risorsa strategica non solo potenzia l’export angolano ma sostiene la crescita industriale e civile locale, riducendo dipendenze e creando valore condiviso. Con una produzione complessiva Azule oltre 230.000 barili equivalenti al giorno, l’operazione rafforza la sicurezza energetica mediterranea e atlantica.

L’impatto si estende a tutta la filiera: più GNL significa hub logistici efficienti, industrie competitive e transizione verso basse emissioni. Quiluma posiziona Angola come nuova frontiera del gas naturale, con Eni al centro di investimenti miliardari che trainano PIL locale e catene di fornitura globali. Un modello replicabile per giacimenti offshore, che accelera l’infrastrutturazione energetica del continente e l’autonomia italiana dalle volatilità geopolitiche.

L’Aquila: al via il forum sulle nuove frontiere della transizione

Il 24 marzo la città dell’Aquila diventerà un laboratorio di riflessione strategica sul futuro dell’energia. Presso lo spazio LiberaMia (via Scardassieri 42), si inaugura un ciclo di seminari a cadenza mensile concepiti per coniugare l’alto rigore scientifico con una modalità di divulgazione aperta e partecipativa. Il debutto dell’iniziativa, intitolato “Technologies That Changed the Energy World”, si focalizzerà sull’evoluzione dei paradigmi energetici globali.

Dibattito sulle nuove fragilità della transizione ecologica

L’incontro analizzerà come le innovazioni nel campo della generazione, dello stoccaggio e della distribuzione abbiano radicalmente trasformato il modo in cui la società consuma risorse, creando al contempo nuovi scenari di vulnerabilità. Oltre alle storiche criticità legate all’approvvigionamento di petrolio e gas naturale, il dibattito esplorerà le “nuove fragilità” della transizione ecologica: il controllo delle materie prime rare, la sicurezza delle infrastrutture critiche e la gestione dei sistemi di accumulo. Un focus particolare sarà riservato all’instabilità in Medio Oriente, esaminando come i conflitti in corso stiano ridisegnando le rotte dell’energia e la solidità delle catene di fornitura internazionali.

Il tavolo dei relatori vedrà la partecipazione di figure di spicco della Spe Italian Section: Maria Giulia De Donno, responsabile delle relazioni internazionali, e William Palozzo, direttore generale di Dg Impianti e coordinatore del programma dell’associazione.

Ancona: Fincantieri vara “Viking Libra”, la rivoluzione dell’idrogeno solca il mare

Il futuro della nautica sostenibile prende forma ad Ancona. È stata varata oggi “Viking Libra”, l’unità pionieristica che Fincantieri sta realizzando per l’armatore Viking. La nave, la cui entrata in servizio è fissata per la fine del 2026, segna un primato assoluto nel comparto crocieristico globale: sarà infatti la prima imbarcazione del suo genere alimentata tramite un sistema ibrido basato su idrogeno liquefatto e celle a combustibile. Grazie a questa tecnologia d’avanguardia, il gigante del mare potrà operare a impatto zero, garantendo l’accesso anche agli ecosistemi marini più fragili e tutelati.

I numeri della nave

Con una stazza di 54.300 tonnellate e una lunghezza di 239 metri, la “Viking Libra” disporrà di 499 cabine per accogliere fino a 998 passeggeri. Alla cerimonia di varo hanno preso parte Gilberto Tobaldi, alla guida dello stabilimento dorico, e i rappresentanti del team Viking, suggellando una partnership storica nata nel 2012 che vanta oggi un portafoglio complessivo di ben 26 unità tra navi consegnate, ordini e opzioni.

Industria 4.0: il programma Operations Excellence

Il sito produttivo di Ancona si conferma un pilastro strategico per il Gruppo Fincantieri. Lo stabilimento, che impiega quotidianamente circa 3.700 lavoratori su una superficie di 360.000 metri quadrati, è attualmente al centro del programma Operations Excellence. Questo piano punta a integrare soluzioni di industria 4.0, come la robotica collaborativa, la realtà aumentata e l’intelligenza artificiale, per elevare gli standard di efficienza. Sono inoltre previsti nuovi investimenti per potenziare ulteriormente la capacità costruttiva del cantiere, che dal 2009 a oggi ha già firmato la consegna di oltre 20 grandi navi.

Asse Algeria-Niger: Sonatrach accelera sul maxi gasdotto trans-sahariano

L’Algeria accelera in modo deciso sulla realizzazione del gasdotto trans-sahariano (TSGP), inviando una delegazione di alto livello del gruppo Sonatrach e del Ministero dell’Energia a Niamey.

La missione in Niger segna il passaggio cruciale dalla pianificazione teorica alla fase operativa, con l’obiettivo di raccogliere i dati tecnici definitivi sul terreno e coordinarsi con le autorità locali per la posa delle condotte.

Gli esperti algerini sono impegnati nello studio del quadro normativo nigerino, con un focus specifico sulle valutazioni di impatto ambientale, l’analisi dei rischi e l’ottenimento dei permessi edilizi necessari per l’opera.

Il programma di lavoro prevede workshop tecnici con la società petrolifera nazionale del Niger e il Ministero del Petrolio per armonizzare gli studi di tracciato basati sulle analisi di fattibilità già condotte dal gruppo internazionale Penspen.

Questa sinergia punta a trasformare l’infrastruttura in un pilastro della cooperazione Sud-Sud, rafforzando la sovranità energetica dell’area e consolidando il ruolo di Sonatrach come player leader nel panorama africano.

Secondo le direttive della presidenza algerina, la mobilitazione delle risorse sarà totale per garantire l’apertura dei cantieri nel periodo immediatamente successivo al Ramadan 2026.

Il progetto, di portata strategica globale, mira a creare un corridoio energetico sicuro e resiliente che colleghi i giacimenti della Nigeria ai mercati internazionali attraverso il territorio algerino, garantendo al contempo sviluppo infrastrutturale ai paesi di transito.

Fusione e nucleare: l’Ue stanzia 330 milioni di euro

L’Unione Europea lancia un’offensiva strategica sul fronte dell’atomo per blindare la propria indipendenza energetica e traguardare la neutralità carbonica entro il 2050.

La Commissione Europea ha ufficializzato un investimento da 330 milioni di euro nell’ambito del nuovo biennio del Programma Euratom 2026-2027, con l’obiettivo dichiarato di consolidare la leadership tecnologica del Continente e potenziare le competenze nel settore nucleare d’avanguardia.

Il pilastro centrale del piano riguarda lo sviluppo dell’energia da fusione, definita dai vertici di Bruxelles come un “obiettivo primario”.

A questo comparto saranno destinati 222 milioni di euro, risorse finalizzate a colmare il divario tra la sperimentazione in laboratorio e l’effettiva immissione di energia pulita nella rete elettrica.

Per accelerare questo processo, la Commissione ha annunciato la nascita di un inedito partenariato pubblico-privato europeo, progettato per sostenere le start-up emergenti e finanziare sia la ricerca di base che la formazione di una nuova generazione di talenti specializzati.

Il resto dello stanziamento, pari a 108 milioni di euro, sarà invece concentrato sull’innovazione e sulla sicurezza della fissione nucleare tradizionale.

Una parte rilevante di questi fondi risponderà al crescente interesse verso i reattori modulari di piccole dimensioni (SMR), considerati una delle chiavi per la transizione industriale.

Il programma Euratom non trascura inoltre la dimensione geopolitica e sociale: il piano di investimenti prevede infatti misure specifiche per garantire l’integrazione dei ricercatori nucleari ucraini all’interno dello Spazio europeo della ricerca, rafforzando la cooperazione scientifica in un settore cruciale per la sicurezza continentale.

Eni accelera in Africa: al via forniture di gas dal giacimento di Quiluma in Angola

Eni ha ufficializzato l’inizio operativo delle forniture di gas provenienti dal giacimento Quiluma, situato nelle acque offshore dell’Angola. Si tratta di un passo fondamentale per la strategia energetica del Gruppo nel continente africano, con un flusso iniziale di 150 milioni di piedi cubi standard (Mmscf) al giorno. Il piano di sviluppo prevede un rapido incremento della capacità estrattiva, che punta a raggiungere i 330 Mmscf quotidiani nel corso del 2026. La risorsa estratta viene convogliata verso l’impianto di trattamento di Ngc a Soyo, entrato in funzione nel novembre 2025, per poi essere indirizzata all’infrastruttura di Angola Lng.

Favorire anche l’economia locale, il compito di Ngc

Questo circuito consentirà non solo di massimizzare le esportazioni di gas naturale liquefatto del Paese verso i mercati internazionali, ma anche di sostenere il consumo interno per favorire la crescita industriale e civile locale.

Il consorzio New Gas Consortium (Ngc) — composto da Azule Energy (operatore con il 37,4%), Cabgoc (31%), Sonangol E&P (19,8%) e TotalEnergies (11,8%) — rappresenta l’avamposto per lo sfruttamento dei primi giacimenti di gas non associato della Repubblica dell’Angola. Azule Energy, la joint venture paritetica tra Eni e bp che gestisce le operazioni, si conferma un player dominante nella regione con una produzione complessiva superiore ai 230.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, guidando la transizione e lo sviluppo energetico del Paese.

Poste, sprint green nei piccoli centri: oltre 2.600 colonnine per l’auto elettrica con il Progetto Polis

La rivoluzione elettrica parte dai piccoli comuni: Poste Italiane ha superato quota 2.600 colonnine di ricarica per veicoli elettrici installate nell’ambito del Progetto Polis, pensato per portare servizi della Pubblica amministrazione e nuove infrastrutture green in circa 7.000 uffici postali dei centri con meno di 15mila abitanti. L’obiettivo entro l’anno è arrivare a 5.000 stazioni di ricarica in circa 3.500 Comuni, posizionate sia nei parcheggi degli uffici postali sia in aree pubbliche, costruendo una rete diffusa a supporto della mobilità sostenibile.

La mappa delle colonnine racconta un’Italia più equilibrata: 35% al Nord, 20% al Centro, 30% al Sud e 15% nelle isole, con un’attenzione particolare alle aree interne spesso escluse dai grandi investimenti infrastrutturali. Polis, finanziato con 800 milioni del piano complementare al PNRR e oltre 400 milioni messi direttamente da Poste, mira a trasformare 6.933 uffici postali in sportelli unici di prossimità, dove servizi digitali, PA e ricarica elettrica convivono in un’unica piattaforma territoriale.

L’impatto economico stimato è rilevante: il progetto dovrebbe generare 1.061 milioni di euro di Pil tra 2022 e 2031, 484 milioni di redditi da lavoro e circa 18.600 posti di lavoro tra fase di realizzazione e gestione. Ma il valore va oltre i numeri: rafforzare la presenza di servizi e infrastrutture nei piccoli centri aiuta a frenare lo spopolamento, accorcia le distanze tra cittadini e PA e inserisce anche i borghi nella mappa nazionale della mobilità elettrica.

Porti: Taranto punta sull’eolico offshore per la rinascita dello scalo

Anche per i porti italiani “la diversificazione è una scelta obbligata perché, vista la situazione, dobbiamo provare a potenziare delle ulteriori direttrici di sviluppo”. Lo ha affermato Giovanni Gugliotti, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio, durante il suo intervento a LetExpo 2026, la fiera della logistica che si tiene annualmente a Verona. Secondo il numero uno dello scalo ionico, il futuro della portualità nazionale passa inevitabilmente per l’integrazione di nuove filiere industriali capaci di rispondere alle sfide della transizione energetica.

Brindisi e Civitavecchia come hub secondari

Tra le opportunità identificate come prioritarie, Gugliotti ha indicato con decisione il settore dell’energia dal vento. “Una su tutte, ad esempio, è quello dell’eolico offshore. Il governo ha individuato come hub nazionali Taranto e Augusta e noi stiamo ragionando come un unico soggetto, perché stiamo condividendo tutti i vari passaggi”, ha spiegato il presidente, sottolineando la stretta sinergia istituzionale e operativa tra i due poli del Sud Italia per massimizzare l’impatto degli investimenti statali.

L’ambizione del progetto non si ferma però alla sola collaborazione con la Sicilia, ma punta a creare una rete infrastrutturale vasta e coordinata. “Puntiamo molto, anche con Brindisi e Civitavecchia come hub secondari, a questo grande progetto dell’eolico offshore a livello nazionale”, ha precisato Gugliotti, delineando una strategia che vede i porti non più come semplici punti di sbarco merci, ma come basi logistiche e produttive fondamentali per la sovranità energetica del Paese.

I porti 4.0

I porti abbandonano quindi il ruolo di semplici punti di sbarco per diventare motori strategici di sovranità energetica nazionale, con banchine rinforzate fino a 20 metri di portata per accogliere pale eoliche da 18 MW, magazzini clima-controllati a 15°C per stoccare rotor e nacelle, e officine per assemblaggio locale affidato a Saipem e Navantia, che testeranno primi prototipi galleggianti nel 2027. L’impatto economico è imponente: 8.000 posti diretti qualificati tra tecnici, ingegneri e operatori portuali, un indotto da 2 miliardi annui stimolato da forniture locali e subappalti, oltre a servizi di esportazione verso Grecia, Croazia e Albania con rotte feeder da Taranto già attive per 500.000 tonnellate/anno.

La strategia si allinea perfettamente al Green Deal Ue, intercettando 1,2 miliardi di fondi Cef per dragaggi e digitalizzazione, e punta a una competitività mediterranea contro giganti come Rotterdam e Algeciras, con tariffe calate del 25% grazie a efficienze logistiche. Brindisi svilupperà hub H2 per rifornire 100 navi/anno, mentre Civitavecchia testerà cavi sottomarini da 220 kV. “Nuove direttrici di sviluppo obbligato per non restare al palo”, ha concluso Gugliotti, aprendo l’era dei porti 4.0 intelligenti e sostenibili, veri catalizzatori della transizione energetica italiana.