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Argomento: Energetiche

Nucleare, Sogin riapre le centrali: torna l’iniziativa “Open Gate”

Il Gruppo Sogin riapre le porte della storia industriale italiana. Sabato 16 e domenica 17 maggio torna “Open Gate”, la quinta edizione dell’iniziativa che permette ai cittadini di visitare le quattro centrali nucleari nazionali in fase di dismissione.

Le iscrizioni apriranno ufficialmente lunedì 16 marzo sul portale istituzionale della società e resteranno attive fino a domenica 26 aprile, salvo esaurimento dei posti disponibili.

La società pubblica incaricata dello smantellamento degli impianti e della gestione dei rifiuti radioattivi ha confermato il coinvolgimento dei siti simbolo del settore: Trino (Vercelli), celebre per i suoi record mondiali di potenza; Caorso (Piacenza), il più grande impianto del Paese; Latina, che all’avvio era la centrale più potente d’Europa; e Garigliano (Caserta), nota per l’iconica “sfera bianca” che protegge il reattore.

“I visitatori saranno accompagnati dai tecnici di Sogin e Nucleco in tour di circa due ore alla scoperta di luoghi che hanno segnato l’eccellenza tecnologica del Paese”, precisa la società nel comunicato ufficiale.

Per i siti di Trino, Caorso e Garigliano sono previsti due distinti itinerari: la “zona controllata” e l'”area industriale” (quest’ultima accessibile anche ai minori dai sei anni in su, se accompagnati). Per l’impianto di Latina sarà invece disponibile il solo percorso nell’area industriale.

L’evento non è solo una visita guidata, ma un’operazione di trasparenza sul tema del nucleare e del decommissioning. Durante le giornate di apertura, i partecipanti potranno osservare direttamente lo stato di avanzamento dei lavori e approfondire il progetto del Deposito Nazionale, l’infrastruttura strategica destinata a ospitare definitivamente tutti i rifiuti radioattivi italiani, inclusi quelli provenienti dai settori medico, industriale e della ricerca scientifica.

Follow the Oil: il nuovo ordine mondiale di Trump tra blitz e barili

Il riequilibrio che Donald Trump vuole imporre al mondo, esclusivamente a favore degli Stati Uniti, potrebbe essere riassunto in una battuta: follow the oil, segui il petrolio. Un po’ come quando il giudice Falcone capì che per ricostruire i business delle mafie bisognava seguire il denaro e coniò il famoso “follow the money”, ora, per provare a dare una spiegazione logica a cosa sta accadendo, bisogna interpretare le intenzioni di Trump verso quei paesi che non sono allineati al volere occidentale ma che sono ricchi di petrolio ma anche di terre rare.

Il Blitz di Caracas: L’Operazione “Absolute Resolve”

Tutto inizia i primi di gennaio con l’operazione “Absolute Resolve”, rapido blitz per esfiltrare Nicolas Maduro e sua moglie, Cilia Flores, da Caracas verso una meno comoda prigione a New York City. Qualche vittima, soprattutto tra le guardie del corpo cubane del dittatore sudamericano, e la sostituzione con una persona non vicina agli Stati Uniti ma sicuramente molto più incline e affabile, ma forse sarebbe meglio dire ricattabile, ad assecondare le richieste americane, Delcy Rodriguez. Con il Venezuela e i suoi 303 miliardi di barili di riserve provate nuovamente nell’orbita d’influenza americana, Trump ha messo in sicurezza il più grande deposito di greggio del pianeta.

Teheran e l’operazione “Ruggito del Leone”

A fine febbraio, l’operazione congiunta israelo-americana “Ruggito del leone” ha portato, a differenza dell’operazione venezuelana, all’eliminazione fisica della guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, Ali Khamenei, di buona parte dei comandanti militari e di alcuni esponenti di governo. Colpire l’Iran significa colpire il terzo serbatoio mondiale di petrolio (209 miliardi di barili), rendendo insicura e costosa ogni goccia di greggio che Teheran tenta di esportare verso est. Per ora però, a differenza del Venezuela, in Iran non si prevede un governo amico ma anzi una continuità in linea familiare con l’elezione, da parte dell’Assemblea degli esperti, di Mojtaba Khamenei secondogenito di Alì Khamenei. Gli USA e soprattutto Israele, quindi, continueranno sicuramente nella loro azione bellica per provare a posizionare politici che rendano l’Iran un paese più amico.

Il “Follow the Oil” come dottrina anti-Cinese

Ma perché, per mettere ordine in questo caos avviato dalla presidenza Trump, bisogna seguire la sottile linea nera del petrolio? I primi dieci paesi con le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, nella classifica stilata dall’OPEC, l’Organizzazione dei paesi produttori di petrolio, troviamo al primo posto il Venezuela con 303 miliardi di barili di riserve provate, a seguire l’Arabia Saudita, 267 miliardi, ma già salda alleata degli Stati Uniti, e poi l’Iran con 209 miliardi. Insieme rappresentano circa il 50% dei trilioni di barili di riserve provate stimati globalmente. Solo questa classifica basta per spiegare ciò che sta accadendo nel mondo in cui la transizione ecologica, a cui Trump non ha mai creduto, fatica ad imporsi e non solo per gli alti costi di produzione, mentre il petrolio e la sua industria, che continuano ad essere il motore del mondo, sono ancora viste in maniera ostile dall’Unione Europea che si è attaccata da tempo alla transizione green con il risultato di trascinare le economie nazionali dei paesi aderenti quasi al collasso. Ma è così che gli Stati Uniti provano a controllare gli equilibri mondiali a partire dalla sicurezza fino all’economia, spezzando l’asse degli stati canaglia, ossia quei paesi che mostrano comportamenti aggressivi e pericolosi, e che non sono “allineati” al resto dell’Occidente. Non esiste una lista ufficiale di questi Stati ma è facile pensare che con le operazioni in Venezuela e Iran, giustificate anche dal fatto che in questo modo sono stati deposti e sostituiti dei pericolosi regimi dittatoriali che minacciavano i diritti umani, sono state colpite (poco) indirettamente le economie di due superpotenze come la Russia, con la quale sotto sotto Trump spera sempre di creare il nuovo ordine mondiale, ma soprattutto della Cina, che si approvvigionava a prezzi scontati di petrolio da Caracas e Teheran, ma che è il principale concorrente commerciale e minaccia militare degli Stati Uniti.

Verso un nuovo ordine mondiale

Trump sta ridisegnando la nuova carta del potere geopolitico e poco gli importa di mettere in difficoltà economiche gli alleati, soprattutto quelli europei. Il petrolio è ancora e sempre un mezzo di controllo, uno strumento di pressione. In questa nuova mappa energetica ridisegnata da quelle che in una prima lettura si presentano come azioni sconclusionate del miliardario presidente degli Stati Uniti, si delinea invece una sottile strategia energetica per controllare i governi. Ora bisogna solo sperare che non ci sia qualcuno che, invece di perdersi in nuovi lunghi e costosi conflitti stile Vietnam, prema subito un tasto per far partire un missile nucleare, potente strumento di deterrenza contro le intenzioni militari espansionistiche di alcuni paesi. Il petrolio invece, paradossalmente, continua a rimanere ancora la principale esigenza intorno a cui continua a girare l’economia mondiale. Trump questo lo ha capito molto bene e lo utilizza per riconquistare spazi e potere.  

L’Italia punta sul nucleare: Pichetto annuncia l’impegno per triplicare la capacità globale

L’Italia rompe gli indugi e accelera sulla via dell’atomo sostenibile. Al vertice sull’energia nucleare in corso a Parigi, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha ufficializzato l’adesione del Paese all’impegno internazionale per triplicare la capacità nucleare globale.

Una scelta definita di “realismo e responsabilità” per garantire la decarbonizzazione e la sicurezza degli approvvigionamenti in un sistema sempre più affamato di energia a causa di industria, mobilità elettrica e intelligenza artificiale.

Secondo i piani del Governo, entro il 2050 l’Italia punta a una capacità installata compresa tra 8 e 16 GW, che permetterebbe di soddisfare dall’11% al 22% del fabbisogno elettrico nazionale.

La strategia italiana, ha spiegato il Ministro, si muove su binari normativi e industriali precisi: dopo l’istituzione della Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile, a ottobre è stata presentata la legge delega che definirà governance e sicurezza dell’intero ciclo di vita dell’energia nucleare, compresa la gestione delle scorie.

“Abbiamo scelto di costruire prima un quadro regolatorio chiaro e credibile per poi assumere decisioni industriali”, ha sottolineato Pichetto. Sul piano tecnologico, l’attenzione è rivolta agli Small Modular Reactors (SMR) di terza generazione avanzata e ai reattori veloci di quarta generazione.

A dare concretezza a questa visione è la nascita di Nuclitalia, la nuova realtà partecipata da colossi nazionali come ENEL, Ansaldo Energia e Leonardo, con il compito di selezionare le tecnologie più idonee al territorio italiano.

L’Italia, già membro dell’Alleanza Nucleare da giugno 2025, intende rafforzare l’autonomia strategica dell’UE partecipando anche ai programmi sulla fusione e ai progetti di comune interesse europeo.

“L’Italia sta costruendo una strategia nucleare responsabile, moderna e trasparente”, ha concluso il Ministro, ribadendo la volontà di puntare su un mix energetico decarbonizzato e competitivo fondato sulla neutralità tecnologica.

Eolico offshore: Augusta hub del Mediterraneo, pronti 50 milioni di euro

Il porto di Augusta si prepara a una trasformazione radicale che porterà lavoro, ricchezza e significativi vantaggi per la salvaguardia dell’ambiente. Il ministero dell’Ambiente ha infatti selezionato lo scalo siciliano per ricoprire, insieme a Taranto, il ruolo di hub strategico nazionale per la produzione di energia eolica offshore. Per rendere concreta questa visione, sono pronti 50 milioni di euro destinati all’adeguamento delle infrastrutture esistenti, con l’obiettivo di avviare le attività operative entro un arco temporale di due o tre anni.

Le linee guida e le potenzialità di questo piano innovativo sono state discusse a Rimini durante il “Key The Energy Transition Expo”. Al tavolo tecnico, coordinato da Aero (Associazione delle energie rinnovabili offshore), hanno partecipato i vertici delle Autorità di sistema portuale di Augusta, Taranto e Ravenna, insieme ai dirigenti del ministero dell’Ambiente. Durante il confronto è emersa la volontà comune di accelerare l’assegnazione delle risorse per garantire il rispetto della tabella di marcia.

Il presidente dell’Autorità di Sistema portuale del Mare della Sicilia orientale, Francesco Di Sarcina, ha espresso gratitudine al governatore Renato Schifani per aver sostenuto la candidatura unitaria di Augusta, ritenuta la scelta più competitiva per il territorio. Di Sarcina ha inoltre confermato che sono già stati avviati i primi dialoghi con gli operatori privati che gestiscono gli spazi necessari e con i vari soggetti della filiera nazionale. L’obiettivo è definire con precisione i ruoli di ogni attore coinvolto, procedendo di pari passo con la sistemazione delle strutture indispensabili per il decollo del progetto.

Rivoluzione gas in Egitto: nuovi pozzi nel Mediterraneo e nel deserto occidentale

Il comparto energetico egiziano segna un punto decisivo nella strategia di espansione produttiva nazionale con l’integrazione di due nuovi pozzi di gas naturale, localizzati rispettivamente nel Mar Mediterraneo e nel Deserto Occidentale.

Il Ministero del Petrolio egiziano ha ufficializzato il successo delle operazioni che hanno interessato il giacimento offshore di West Burullus, gestito da PetroWeb per conto della sussidiaria Egas, e i giacimenti di Badr el Din, sotto il controllo dell’Egyptian General Petroleum Corporation (Egpc).

Nello specifico delle attività marittime, l’entrata in funzione del secondo pozzo di West Burullus ha già generato un incremento significativo, portando la produzione quotidiana del giacimento dai precedenti 708 mila metri cubi a circa 1 milione.

Le proiezioni a brevissimo termine sono ancora più ambiziose, con la previsione di superare la soglia di 1,9 milioni di metri cubi al giorno grazie all’allacciamento di un terzo pozzo previsto nei prossimi giorni, mentre si attendono i test di valutazione sul quarto pozzo, la cui perforazione è stata ultimata con esiti definiti promettenti dalle autorità.

Parallelamente, nel quadrante del Deserto Occidentale, la Badr El Din Petroleum Company sta portando avanti con determinazione il piano di sviluppo delle proprie aree di concessione.

In quest’area è stata completata con successo la perforazione del pozzo Bed 15-35, prosecuzione naturale del progetto di sviluppo legato alla precedente scoperta Bed 15-31.

Le prove di estrazione effettuate sul sito hanno evidenziato flussi costanti compresi tra i 283 mila e i 424 mila metri cubi di gas al giorno.

Il piano industriale per la concessione di Badr el Din non si ferma qui: il Ministero ha già programmato la perforazione di ulteriori quattro pozzi di produzione per massimizzare il rendimento del giacimento.

Questa massiccia immissione di risorse nella rete nazionale conferma la volontà dell’Egitto di consolidare il proprio ruolo di hub energetico nel Mediterraneo orientale, puntando sulla diversificazione dei siti estrattivi e sull’efficienza delle proprie sussidiarie.

Eni, intesa con la Nigeria su OPL 245: via libera allo sviluppo deep offshore Zabazaba-Etan

L’incontro ad Abuja tra il presidente della Repubblica Federale della Nigeria, Bola Ahmed Tinubu, e l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi segna una svolta decisiva per lo sviluppo delle infrastrutture energetiche deep offshore nel Paese africano. Al centro del colloquio le attività in corso di Eni in Nigeria e, soprattutto, il nuovo corso della storica licenza OPL 245, destinata a diventare un tassello strategico nella crescita produttiva offshore.

Tinubu e Descalzi hanno discusso della recente intesa che chiude in modo reciprocamente soddisfacente tutte le controversie legate a OPL 245, ponendo termine anche al procedimento arbitrale internazionale presso l’International Centre for Settlement of Investment Disputes. L’accordo consente la conversione dell’attuale Oil Prospecting Licence in un pacchetto di nuove licenze: due di sviluppo, le Petroleum Mining Leases 102 e 103, e due di esplorazione, le Petroleum Prospecting Leases 2011 e 2012.

Le nuove licenze sono assegnate a Nigerian Agip Exploration come operatore, insieme ai partner Nigerian National Petroleum Company e Shell Nigeria Exploration and Production Company. Questa ridefinizione del perimetro contrattuale rafforza la cooperazione tra Eni e la Nigeria e apre concretamente la strada allo sviluppo delle risorse di idrocarburi nel deep offshore, con una prospettiva di lungo termine sulla produzione.

La conversione di OPL 245 permette il decollo operativo dei giacimenti Zabazaba ed Etan, inseriti nelle licenze PML 102 e PML 103. La recente firma dei Project Agreement dà il via alla fase di sviluppo, in cui Eni metterà in campo il proprio modello di sviluppo fast-track per accelerare la messa in produzione dei campi in acque profonde.

Il progetto Zabazaba-Etan si basa su riserve stimate in circa 500 milioni di barili e prevede l’utilizzo di un’unità Fpso con capacità di trattamento pari a 150 mila barili al giorno. Il gas associato, a regime pari a 200 milioni di piedi cubi al giorno (circa 5,7 milioni di metri cubi), sarà esportato tramite Nigeria LNG, contribuendo a rafforzare il ruolo del Paese come hub di liquefazione e fornitore di gas sui mercati internazionali.

Le licenze esplorative PPL 2011 e PPL 2012 presentano un potenziale significativo e sono pensate per uno sviluppo accelerato in piena sinergia con le future infrastrutture di Zabazaba-Etan. Questo approccio integrato consente di ottimizzare investimenti e tempi, sfruttando la stessa piattaforma infrastrutturale per nuove scoperte nel deep offshore. 

Nel corso del confronto ad Abuja, Tinubu e Descalzi hanno passato in rassegna anche il resto del portafoglio nigeriano di Eni, che comprende asset chiave come i giacimenti Abo e Bonga e la partecipazione a Nigeria LNG. Si tratta di progetti che sostengono la capacità produttiva offshore del Paese e ne consolidano la centralità nel mercato energetico africano e globale. 

In linea con la propria strategia di lungo termine in Nigeria, Eni ha recentemente ampliato la partecipazione nelle attività in acque profonde con l’acquisizione di una quota aggiuntiva nel blocco OML 118. La compagnia detiene ora una partecipazione del 15%, rafforzando ulteriormente il proprio ruolo in uno dei più importanti asset deepwater nigeriani e consolidando la catena di valore integrata tra oil, gas e GNL.

La nuova fase di cooperazione tra Eni e la Nigeria combina la realizzazione di infrastrutture energetiche avanzate con una visione di sviluppo condiviso. La valorizzazione del potenziale di Zabazaba-Etan e delle nuove licenze esplorative, unita alla crescita della capacità produttiva offshore, sostiene la strategia nigeriana di aumentare output e valore aggiunto, mantenendo al centro efficienza operativa e sfruttamento responsabile delle risorse. 

L’incontro tra Tinubu e Descalzi conferma la volontà di proseguire su un percorso di partnership di lungo periodo, in cui l’espansione nel deep offshore e l’uso di tecnologie evolute diventino leva di crescita economica, occupazione qualificata e sicurezza degli approvvigionamenti energetici.

Pichetto: “Siamo in condizione di sicurezza energetica, ma con blocco totale da aprile avremmo problemi”

L’Italia affronta l’attuale instabilità causata dal conflitto in Iran e nella regione del Golfo partendo da una posizione di relativa stabilità, ma l’incertezza sul lungo periodo resta elevata.

Il ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, ospite della trasmissione “24 Mattino” su Radio 24 in merito alle ricadute energetiche sull’Italia a causa della guerra in Iran e nella regione del Golfo, ha delineato il quadro delle forniture nazionali spiegando che in questo momento “l’Italia è nella condizione di sicurezza energetica perché abbiamo una diversificazione di fornitori: rispetto a quell’area, dal Qatar in particolare noi riceviamo meno del 10% del GNL e fino a marzo sono partite quasi tutte dal Qatar.

Al momento posso dire che siamo abbastanza sul sicuro. Ma è chiaro che non non ci sono mai certezze perché un blocco totale creerebbe sicuramente qualche problema a partire dal mese di aprile.

Oggi possiamo fare a meno di pensare agli stoccaggi per il prossimo inverno perché abbiamo ancora un stoccaggio di questo inverno abbastanza alto, il più alto d’Europa. Ma dal mese di aprile dobbiamo cominciare a reimmettere sugli stoccaggi per il prossimo inverno e non possiamo fermarci un mese”. 

Le preoccupazioni del governo non riguardano solo la disponibilità della materia prima, ma anche l’impatto economico diretto su famiglie e imprese attraverso le tariffe. Il Ministro ha infatti chiarito che “il decreto bollette ha due grandi temi: uno regolamentare che riguarda il sistema nazionale, la rete, l’organizzazione… Una parte che è l’intervento invece a sollievo per le famiglie e il sistema delle imprese. Certamente se ci fosse un aumento non sporadico, ma continuativo del gas (che è quello che alla fine fa il prezzo in Italia anche per l’energia elettrica) dovrebbe essere rivisto. Però questa è una valutazione che si può solo fare dopo aver misurato quanto gli effetti di questa guerra potranno essere o meno duraturi”.

La strategia italiana punta dunque sulla resilienza degli stoccaggi correnti, i più alti a livello europeo, pur mantenendo alta la guardia sulla necessità imperativa di riprendere le operazioni di riempimento in primavera per non compromettere la stagione successiva.

E-mobility, l’Italia accelera: superato il traguardo dei 73.000 punti di ricarica nel 2025

L’Italia consolida la propria posizione nella transizione energetica superando nelle performance di crescita della rete di ricarica per auto elettriche Paesi come Francia, Germania e Regno Unito, pur dovendo gestire ancora alcune significative complessità burocratiche.

Secondo i dati contenuti nella settima edizione dello studio “Le infrastrutture di ricarica a uso pubblico in Italia”, presentato da Motus-E a Rimini in collaborazione con Gse e Rse durante l’evento Key – The Energy Transition Expo, il censimento nazionale del 2025 ha rilevato la presenza di 73.047 punti di ricarica totali.

La progressione annuale è stata costante, con 8.656 nuovi punti installati durante l’anno e un’accelerazione finale di 2.775 installazioni nel solo ultimo trimestre del 2025.

Un segnale di forte ammodernamento della rete giunge dalla quota delle installazioni ad alta e altissima potenza: il 62% dei nuovi punti messi a terra quest’anno è di tipo veloce e ultraveloce, un incremento notevole rispetto al 47% di share registrato nel 2024.

Nonostante l’incremento complessivo dei punti in autostrada, che passano dai 1.087 di fine 2024 ai 1.374 attuali (4.170 se si include il raggio di 3 km dalle uscite), Motus-E evidenzia “gravi ritardi nella predisposizione e pubblicazione dei bandi di gara da parte di diversi concessionari autostradali, che si sono riflessi nel mancato raggiungimento dei target previsti dal Regolamento europeo Afir (centrati al 90%).

Da qui, il rischio dell’apertura di una procedura d’infrazione ai danni dell’Italia”. La geografia della ricarica mostra una forte concentrazione al Nord, dove si trova il 59% dei punti totali, mentre il Centro ospita il 19% e il Sud il 22%.

La Lombardia resta la capofila regionale con 15.836 punti, seguita da Piemonte (6.981), Lazio (6.975), Veneto (6.700), Emilia-Romagna (5.927) e Campania (4.969).

Sul piano cittadino, Napoli emerge come la realtà più infrastrutturata in rapporto alla superficie, superando metropoli come Milano e Torino.

Sicurezza nazionale: Pichetto celebra il ruolo strategico del Tap per l’indipendenza energetica dell’Italia

Il Corridoio meridionale del gas, e in particolare la sua estensione finale, il gasdotto transadriatico (Tap), costituisce “un’infrastruttura strategica di primaria importanza, che garantisce un collegamento diretto tra il bacino del Caspio e il mercato europeo, consentendo flussi energetici sicuri, flessibili e trasparenti”.

Lo ha dichiarato l’ambasciatore d’Italia a Baku, Luca Di Gianfrancesco, leggendo un messaggio del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, durante la 12ma riunione ministeriale del Consiglio consultivo del Corridoio meridionale del gas svoltasi oggi in Azerbaigian.

Nel messaggio inviato alla conferenza, il Ministro ha voluto sottolineare il peso specifico dell’opera nel contesto delle tensioni internazionali, ricordando che la sua capacità verrà ulteriormente accresciuta nel prossimo futuro.

“Con la nostra partecipazione alla ministeriale vogliamo ribadire l’importanza che l’Italia dà a questo Corridoio. Il Tap è stato di fondamentale importanza per la sicurezza energetica dell’Italia, a causa dei problemi di approvvigionamento e rischi geopolitici causati dalla guerra in Ucraina”, ha rimarcato Pichetto Fratin tramite l’ambasciatore.

I numeri confermano l’efficacia del progetto nel diversificare le fonti di approvvigionamento nazionali. Nel testo si specifica infatti che “al 31 dicembre 2025, 45,1 miliardi metri cubi sono i volumi trasportati in Italia dall’arrivo delle prime forniture di gas”, ovvero dal 31 dicembre 2020.

Grazie a questo flusso costante, l’Italia ha potuto mitigare gli effetti della crisi energetica e consolidare il proprio ruolo di hub strategico nel Mediterraneo, puntando ora all’espansione dei volumi e allo sviluppo parallelo di corridoi dedicati all’energia verde.

Deandreis (Srm): “Circa il 21% delle importazioni italiane di oil and gas passa dallo stretto di Hormuz”

In occasione della decima edizione di “Shipping, Forwarding & Logistics meet Industry” presso Assolombarda a Milano, Massimo Deandreis, direttore generale di Srm, ha analizzato l’esposizione energetica dell’Italia rispetto alle crescenti tensioni nello scacchiere mediorientale.

Secondo le stime fornite dal centro studi, circa il 21% delle importazioni nazionali di petrolio e gas transita obbligatoriamente attraverso lo stretto di Hormuz, una quota definita importante ma gestibile grazie alla capacità di diversificazione delle fonti di cui dispone il Paese.

Deandreis ha sottolineato che l’elemento discriminante per la tenuta del sistema sarà la durata del conflitto: se la crisi si risolverà in tempi rapidi, l’impatto economico potrà essere contenuto, mentre uno scenario di guerra prolungata esporrebbe a rischi concreti i Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni, come l’Italia e l’Europa in generale.

Tuttavia, il direttore ha precisato che la dipendenza italiana è parzialmente mitigata dal ruolo strategico dell’Algeria, fornitore che non richiede il passaggio da Hormuz, e dal fattore stagionale, poiché la diminuzione dei consumi per il riscaldamento e le scorte già ripristinate permettono di reggere l’urto meglio che in altri periodi dell’anno.

“Abbiamo stimato – ha detto Deandreis – che circa il 21 per cento delle importazioni di oil and gas arrivano da Paesi per il cui passaggio occorre transitare dallo stretto di Hormuz. È una percentuale abbastanza importante, anche se chiaramente l’Italia ha una capacità di diversificazione delle fonti. Il punto essenziale sarà comprendere la durata della guerra e se sarà rapida l’impatto può essere contenuto.

Altrimenti è evidente che ci possono essere dei rischi sotto il profilo soprattutto dei Paesi come in generale l’Europa, in particolare l’Italia, che sono fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche. Ricordiamoci il grosso potenziale che c’è in Algeria, quindi di un Paese dove non dobbiamo passare da Hormuz. E ricordiamoci anche che comunque siamo in un periodo dell’anno in cui, per esempio, andiamo verso la stagione buona: i consumi di gas per l’uso civile e riscaldamento sono in diminuzione. Le scorte erano già state ripristinate.

È un periodo dell’anno in cui l’impatto può essere retto meglio che in altri periodi dell’anno. Quindi la durata è fondamentale”.

Ad una domanda se ci sia una similitudine con il conflitto tra Mosca e Kiev, ha risposto: “Non vedrei una simmetria con l’impatto della guerra in Ucraina. All’epoca la Russia era il fornitore dominante di gas per l’Europa, in particolare per la Germania.

Ricordiamoci il Gasdotto Nord Stream tra l’altro a prezzi molto bassi, quindi c’è stata una difficoltà di riconvertire immediatamente. Poi un’invasione terrestre è comunque un elemento che subito è apparso come molto più duraturo rispetto a una crisi come quelle che in passato abbiamo avuto nel Golfo e che si sono chiuse relativamente in fretta, quindi diciamo non farei proprio una simmetria. Penso che questo sia un caso differente”.

Crisi Gnl nel Golfo: l’Algeria accelera l’export per frenare il rally dei prezzi

L’Algeria si candida a diventare il nuovo perno della sicurezza energetica per l’Europa e l’Asia, pronta a colmare il vuoto lasciato dal Qatar nel mercato globale del Gas Naturale Liquefatto (GNL).

La mossa strategica di Algeri arriva in risposta alla sospensione temporanea delle forniture annunciata da QatarEnergy, costretta a fermare i poli di liquefazione di Ras Laffan e Mesaieed a seguito di pesanti attacchi con droni attribuiti all’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran.

Secondo quanto riportato dalla piattaforma “Energy”, la compagnia di Stato algerina Sonatrach ha ricevuto l’input di portare la produzione di GNL al massimo della capacità operativa.

L’obiettivo è duplice: beneficiare dell’impennata dei prezzi e invertire il trend negativo del 2025, anno in cui l’export algerino era calato del 18% attestandosi a 9,54 milioni di tonnellate.

Con una capacità nominale di 25,3 milioni di tonnellate annue distribuita tra i quattro complessi di Arzew e Skikda, l’Algeria punta a riaffermare la sua leadership nel continente africano.

La crisi nel Golfo ha innescato una vera e propria scossa sismica sui mercati: il 2 marzo i prezzi del gas in Europa hanno registrato un balzo record del 40%, il maggiore incremento giornaliero dall’estate 2023.

A terrorizzare gli investitori è soprattutto l’incognita sullo Stretto di Hormuz, snodo vitale attraverso cui transita il 20% del commercio mondiale di GNL.

La minaccia di chiusura del passaggio da parte dell’Iran, in concomitanza con lo stop forzato del Qatar (secondo esportatore mondiale con 82,2 milioni di tonnellate nel 2025), rende le infrastrutture algerine l’unica alternativa immediata per allentare la pressione logistica sugli acquirenti internazionali.

Medio Oriente: dal Qatar stop a produzione Gnl dopo attacchi militari

Il mercato energetico globale entra in una fase di estrema turbolenza dopo l’annuncio ufficiale di QatarEnergy circa l’interruzione totale della produzione di gas naturale liquefatto (GNL) e dei prodotti correlati. La decisione, riportata da Bloomberg sulla base di un comunicato della società di Stato, è stata presa a seguito di una serie di attacchi militari che hanno preso di mira i nodi vitali dell’infrastruttura energetica del Paese. Sotto scacco sono finiti i poli di Mesaieed e, soprattutto, il gigantesco complesso di Ras Laffan, considerato il cuore pulsante del GNL mondiale per capacità di liquefazione e stoccaggio.

Il Ministero della Difesa del Qatar ha confermato la gravità dell’offensiva, precisando che almeno uno dei droni impiegati nell’azione ostile ha centrato con precisione un impianto chiave della QatarEnergy situato proprio a Ras Laffan. L’incursione ha innescato protocolli di emergenza immediati, portando allo spegnimento degli impianti per garantire la sicurezza del personale e valutare l’entità dei danni strutturali.

Al momento, QatarEnergy non ha fornito indicazioni sulla durata della sospensione operativa, lasciando i mercati internazionali in una situazione di profonda incertezza. Il fermo del più grande impianto al mondo minaccia di creare un vuoto nell’offerta globale di gas proprio in un momento di fragilità geopolitica, con possibili ripercussioni immediate sui prezzi del combustibile e sulla sicurezza energetica dei principali importatori asiatici ed europei.