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Argomento: Energetiche

Dolomiti Energia cresce sui mercati anche se la siccità alpina pesa sui conti del primo trimestre

Il settore energetico italiano attraversa una fase di trasformazione rapida e non priva di contraddizioni. La crescita delle rinnovabili non è più solo un tema ambientale ma un elemento essenziale per la resilienza del sistema elettrico nazionale e per la competitività industriale, eppure le condizioni climatiche continuano a introdurre variabili imprevedibili. Ne sa qualcosa Dolomiti Energia, il gruppo multiutility trentino che ha chiuso il primo trimestre 2026 con risultati che fotografano esattamente questa doppia velocità: ricavi in crescita, ma margini compressi da una delle stagioni idriche più avare degli ultimi anni. Tra gennaio e aprile 2026 la produzione idroelettrica nazionale è diminuita del 10,8% rispetto al 2025, con un valore inferiore a quello dei due anni precedenti, e sulle Alpi orientali il calo è stato ancora più marcato: secondo i dati del gruppo, l’idraulicità ha segnato un -33%, trascinando verso il basso l’EBITDA consolidato a 96,7 milioni di euro, contro i 117,5 milioni dello stesso periodo del 2025. Il risultato d’esercizio si è fermato a 43,2 milioni, con una flessione del 34%.

Nuovi business, nuovi margini

Il quadro non è però solo difensivo. I ricavi complessivi hanno raggiunto 670,1 milioni di euro, in crescita del 4%, sostenuti dalla tenuta dei business regolati e da un dato che merita attenzione: le attività legate alla flessibilità del sistema elettrico hanno registrato un incremento della marginalità del 12% nel trimestre. È una voce destinata a diventare sempre più rilevante in un mercato dove, in alcune fasce orarie con elevata produzione fotovoltaica, i prezzi dell’energia scendono fino a livelli prossimi allo zero, rendendo cruciale la capacità di gestire accumuli e bilanciamento della rete. Su questo fronte, Dolomiti Energia ha sottoscritto un contratto di tolling per un sistema di accumulo a batterie da 25 MW con il gruppo Metlen e ha firmato con il GSE il contratto Energy Release 2.0, che coinvolge oltre 250 aziende energivore per un consumo complessivo di circa 4 TWh all’anno. La produzione da eolico e fotovoltaico ha registrato un +18% rispetto al primo trimestre 2025, con un portafoglio di impianti in esercizio e costruzione che supera i 230 MW. Parallelamente prosegue la crescita commerciale, con la base clienti che per il sesto trimestre consecutivo ha segnato un incremento, raggiungendo gli 830 mila utenti, nuovo massimo storico.

Dal G7 di Parigi a Cipro, Roma cerca alleati ma Bruxelles non cede

Il G7 delle Finanze di Parigi è stato il primo banco di prova. La lettera formale inviata da Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen, quella con la quale l’Italia ha chiesto di estendere all’energia la clausola di salvaguardia già attiva per la difesa, era ancora fresca quando Giancarlo Giorgetti si è seduto al tavolo di Bercy con i colleghi europei. La posizione che il ministro dell’Economia ha portato con sé era precisa: lo shock energetico provocato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz è asimmetrico, colpisce l’Italia più di altri, e merita uno strumento straordinario alla stessa stregua delle spese militari. La risposta che ha ricevuto, almeno nei toni, è stata meno ostile del previsto. Ma nei fatti non è cambiato nulla.

Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis ha confermato che la Commissione “sta seguendo attentamente la situazione” e che valuterà il tipo di risposta adeguata. Parole di apertura formale, ma nessuna concessione sostanziale. La posizione ufficiale di Bruxelles resta la stessa: la clausola di salvaguardia nazionale non è tra le opzioni sul tavolo, e i margini di flessibilità vanno cercati all’interno delle regole esistenti, non aggirando il Patto di Stabilità.

L’offerta alternativa

La Commissione avrebbe però avanzato una proposta concreta: modificare le regole sui fondi di coesione, come già fatto per le spese della difesa, per consentire all’Italia di attingere ai residui del PNRR e agli stanziamenti di coesione per finanziare misure di contrasto al caro energia. Il pacchetto potrebbe valere tra i 3 e i 5 miliardi di euro, senza toccare il Patto di Stabilità. Per Palazzo Chigi si tratta di una soluzione parziale e politicamente complicata. I cantieri finanziati con quei fondi stanno per concludersi e dirottarne una parte ora significherebbe rimettere in discussione impegni già contratti, con il rischio di perdere ulteriori tranche. Inoltre, e qui sta il punto politico più delicato, accettare i fondi di coesione come risposta equivarrebbe a rinunciare alla battaglia sulla deroga, che per il governo è diventata una questione di principio oltre che di bilancio.

La partita del SAFE

Il vero nodo che si stringerà nelle prossime ore riguarda però il programma SAFE. L’Italia ha richiesto 14,9 miliardi di euro in prestiti agevolati per il riarmo, ma non ha ancora firmato, e la scadenza è il 30 maggio. La lettera di Meloni collegava esplicitamente le due questioni: senza flessibilità sull’energia, sarebbe “molto difficile” giustificare la partecipazione al fondo per la difesa. Una minaccia che ha avuto l’effetto politico di alzare la posta, ma che nasconde una contraddizione finanziaria di fondo: rinunciare a prestiti a tassi agevolati per ottenere spazio a deficit costerebbe alle casse pubbliche significativamente di più. A oggi 19 paesi hanno richiesto prestiti SAFE ma solo tre hanno firmato. La scadenza di fine maggio mette tutti sotto pressione, e l’Italia non è l’unica che ancora temporeggia. Questo però non cambia la sostanza: ogni giorno che passa senza firma è un elemento di pressione che Roma può usare a Bruxelles, ma anche un rischio che il governo si assume di fronte ai mercati.

Cipro, Strasburgo e le capitali alleate

Il confronto si sposta ora su più tavoli. Venerdì a Nicosia si terrà l’Eurogruppo informale, dove la presidenza cipriota ospiterà i ministri delle finanze dell’eurozona. Sarà il primo banco di verifica dopo il G7: se altri governi (Spagna, Grecia, alcuni paesi dell’est) si assoceranno alla richiesta italiana, il peso politico della posizione di Roma aumenterà considerevolmente. Se invece resterà isolata, la Commissione avrà mano libera per chiudere il dossier con l’offerta dei fondi di coesione.

A Strasburgo, intanto, Nicola Procaccini, eurodeputato di Fratelli d’Italia e copresidente del gruppo ECR al Parlamento Europeo, ha riferito di un colloquio “franco” con von der Leyen, che avrebbe mostrato una certa disponibilità alla proposta italiana. Ma ha anche precisato che bisognerà attendere l’evoluzione del dibattito in seno al Consiglio europeo. Apertura nei toni, nessuna garanzia nei contenuti.

Cosa succede adesso

Il quadro rimane in movimento ma senza sbocchi certi. La Commissione non ha detto sì, ma non ha chiuso la porta. Il governo ha alzato la posta in modo formale e pubblico, rendendo più difficile un passo indietro silenzioso. I mercati osservano, sapendo che la situazione energetica dipende da una variabile esterna, la durata della crisi di Hormuz, su cui né Roma né Bruxelles hanno controllo.

Se nelle prossime settimane i prezzi dell’energia dovessero tornare a salire, la posizione italiana potrebbe trovare alleati inattesi anche tra i governi finora freddi. Se invece la crisi si stabilizzasse, l’Italia si ritroverebbe con una lettera agli atti, una scadenza SAFE mancata e poco da mostrare. Per ora, il braccio di ferro continua.

Energia e Patto di Stabilità: lo scontro tra Roma e Bruxelles

Il 17 maggio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha inviato una lettera formale a Ursula von der Leyen. Non un’indiscrezione, non una dichiarazione a margine di un vertice: una lettera ufficiale, con firma e protocollo, che mette nero su bianco una richiesta che il governo italiano avanzava oralmente da settimane nei consessi europei. L’oggetto è la National Escape Clause, la clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità già attivata per le spese di difesa, che consente agli Stati membri di derogare temporaneamente ai parametri di Maastricht fino all’1,5% del PIL. Meloni chiede che lo stesso margine venga esteso, temporaneamente, alle misure straordinarie per fronteggiare la crisi energetica.

Il ragionamento della premier è diretto: se la difesa è considerata una priorità strategica tale da giustificare la deroga al Patto, allora anche la sicurezza energetica, di fronte a uno shock che colpisce famiglie e imprese con effetti “pesantissimi e spesso asimmetrici”, merita lo stesso trattamento.

Ma c’è una seconda leva nella lettera, ancora più politicamente rilevante. Per la prima volta per iscritto, Roma ha messo in chiaro che in assenza dell’estensione della clausola sarebbe “molto difficile” per il governo spiegare agli italiani il ricorso al programma SAFE, cioè il fondo europeo da 150 miliardi di prestiti agevolati per il riarmo continentale, che assegna all’Italia un plafond di 14,9 miliardi di euro da sottoscrivere entro il 30 maggio. In altri termini: se non otteniamo flessibilità sull’energia, non firmiamo la difesa. Una minaccia che tocca uno dei pilastri dell’autonomia strategica europea.

Il nodo strutturale italiano

Per capire perché l’Italia si trova in questa posizione, occorre un passo indietro. L’Italia è ancora sottoposta alla procedura per disavanzo eccessivo, avendo chiuso il 2025 con un deficit al 3,1% del PIL, appena oltre la soglia del 3% che avrebbe consentito l’uscita dalla procedura. Questa condizione preclude formalmente all’Italia l’accesso alla clausola di salvaguardia nazionale per la difesa, di cui hanno già usufruito 17 altri Stati membri, e comprime ulteriormente i margini di manovra di bilancio.

Il governo ha già impiegato dall’inizio della crisi più di 2 miliardi di euro in misure di sostegno energetico (i tre decreti sulle accise dei carburanti) e la richiesta a Bruxelles equivale di fatto a chiedere un alleggerimento delle regole fiscali che consenta di intervenire quasi fino a fine anno. La forchetta indicata da Roma oscilla tra lo 0,2% e lo 0,4% del PIL, vale a dire tra 4,5 e 9 miliardi di euro aggiuntivi di spazio fiscale.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha portato il dossier anche al G7 dei ministri delle finanze di Parigi, il 18 e 19 maggio, cercando di costruire consenso internazionale attorno alla tesi che lo shock energetico sia una minaccia economica comparabile a quella della sicurezza militare, capace di colpire inflazione, redditi, manifattura e competitività delle imprese energivore.

La risposta di Bruxelles

La Commissione europea non ha ceduto. Il portavoce Olof Gill ha dichiarato che “al momento non stiamo includendo la clausola di salvaguardia nazionale tra queste opzioni, perché riteniamo che la gamma di strumenti presentata debba restare entro un quadro di vincoli fiscalmente responsabili”. Tradotto: usate prima i 95 miliardi di fondi UE già disponibili (NextGenerationEU, fondi di coesione, fondo per la modernizzazione) prima di chiedere nuove deroghe.

La linea della Commissione si regge su due argomenti. Il primo è di principio: se le eccezioni alle regole diventano più frequenti delle regole stesse (come avvenne durante la pandemia) è la credibilità dell’intero sistema del Patto a risentirne. Il secondo è congiunturale: al momento le previsioni di crescita del PIL europeo per il 2026 stimano circa l’1%, lontane dal crollo del 6-7% registrato nel 2020 quando fu attivata la clausola generale. Per quanto lo scenario possa peggiorare con il prolungarsi del blocco di Hormuz, il punto di caduta finale della crisi non è ancora determinato.

Resta però un elemento di apertura tattica. Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, nell’Eurogruppo della settimana scorsa, ha usato parole più sfumate: “osserviamo l’evoluzione della situazione” e “siamo pronti a usare la flessibilità esistente nel quadro delle regole UE di bilancio”. Segnali che lasciano uno spiraglio, senza però cambiare la posizione ufficiale.

Il caso SAFE e la partita politica

Il punto più delicato dell’intera vicenda è proprio il programma SAFE. A oggi 19 Paesi UE hanno richiesto prestiti nell’ambito del fondo, ma solo tre hanno firmato: Polonia (43,7 miliardi), Lituania (6,3 miliardi) e Croazia (1,7 miliardi). L’Italia, con 14,9 miliardi richiesti, non ha ancora deciso se procedere, e la scadenza per firmare è il 30 maggio. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, che aveva scritto due volte a Giorgetti senza risposta, ha ottenuto risposta direttamente da Meloni con la lettera a von der Leyen.

Ma la logica finanziaria della minaccia è più debole di quella politica: il SAFE è un programma di prestiti che non ha nulla a che vedere con le deroghe al Patto di stabilità, e rinunciare a 14,9 miliardi di prestiti agevolati, a tassi più bassi di quelli che l’Italia paga sul mercato, per ottenere margini di spesa a deficit avrebbe costi reali per le casse pubbliche.

La partita si gioca quindi su più tavoli simultaneamente. A Cipro, dove venerdì si terrà l’Eurogruppo informale dei ministri delle finanze dell’area euro. A Strasburgo, dove il copresidente di ECR Nicola Procaccini annuncia che il tema sarà in agenda alla plenaria del Parlamento europeo. E nelle capitali alleate (Spagna, Grecia, qualche paese dell’Europa dell’est) dove il governo cerca sponde per costruire una minoranza di blocco sul SAFE e aumentare la pressione negoziale su Bruxelles.

Il risultato del confronto dipenderà in larga parte da come evolverà la crisi energetica nelle prossime settimane. Se il blocco di Hormuz si prolungherà e i prezzi dell’energia torneranno a salire in modo brusco, altri governi potrebbero associarsi alla richiesta italiana, modificando gli equilibri politici all’interno della Commissione. Se invece la situazione dovesse stabilizzarsi, Roma rischia di trovarsi sola, con una lettera formale agli atti e una scadenza SAFE che incombe.

CER, un sistema di condivisione energetica più sostenibile e resiliente


Le Comunità Energetiche Rinnovabili affondano le radici nei primi anni duemila, quando cominciò a prendere piede il concetto di sostenibilità. Sono un soggetto giuridico che si basa sulla libera associazione tra privati ed enti, con l’obiettivo di fornire benefici ambientali, economici e sociali ai propri membri e alle aree locali in cui operano. Il movimento ha guadagnato territorio con l’introduzione della direttiva europea 2009/28/CE, che promuoveva l’utilizzo delle energie rinnovabili, e con la successiva direttiva RED II (2018/2001/UE), che ha definito e incentivato formalmente le comunità energetiche rinnovabili.

Normativa

In Italia sono riconosciute, e promosse, dal decreto milleproroghe 162 del 2019, che ha implementato la direttiva RED II, introducendo le CER in una fase sperimentale. Il quadro normativo è completato dal D.lgs. 199/2021, che ha recepito definitivamente la direttiva RED II, ampliando il limite di potenza degli impianti fino a 1 MW e consentendo la condivisione dell’energia tra utenze connesse alla medesima cabina primaria. Il MASE nel 2024 è intervenuto a loro favore con il decreto CACER, che rappresenta il principale strumento normativo per promuovere la diffusione di impianti alimentati da fonti rinnovabili inseriti in configurazioni di autoconsumo condiviso. Il quadro regolatorio è completato dal Testo Integrato per l’Autoconsumo Diffuso (TIAD), allegato alla delibera 727/2022/R/eel dell’ARERA, che disciplina il meccanismo di funzionamento e i contributi spettanti sull’energia autoconsumata.

Il loro funzionamento

Il funzionamento delle CER è disciplinato da normative specifiche, che stabiliscono criteri per la partecipazione e la loro gestione: le decisioni all’interno di queste comunità avvengono democraticamente, con l’obiettivo di massimizzare i benefici ambientali, economici e sociali per tutti i membri.

Riuniscono cittadini, imprese, enti locali e altri attori per produrre, condividere e consumare energia da fonti rinnovabili. Un requisito tecnico fondamentale è che tutti i membri devono essere connessi alla medesima cabina primaria della rete elettrica, che corrisponde territorialmente a circa tre o quattro comuni, oppure due o tre quartieri di una grande città. L’energia prodotta viene immessa poi nella rete elettrica nazionale e poi redistribuita tra i membri della comunità. La gestione e la condivisione dell’energia prodotta avvengono tramite sistemi di misurazione intelligenti che monitorano la produzione e il consumo energetico in tempo reale. Ma come si divide l’energia? L’esempio fatto durante l’intervento alla fiera è chiaro ed esplicativo: l’energia prodotta da un impianto di fonti rinnovabili in una certa ora è di 100 KWh, il prosumer (un soggetto che è contemporaneamente produttore e consumatore di un bene o servizio) consuma 20 KWh, questa è l’energia autoconsumata, gli 80 KWh rimanenti vengono prelevati e immessi in rete, così da essere utilizzati da altri utenti. A sua volta, un altro utente preleva 50 KWh dalla rete e un terzo ne preleva 20 KWh, quindi di questi 80, 70 vengono prelevati. Questo è il contributo dell’energia elettrica condivisa che viene utilizzato.

Vantaggi

I vantaggi sono molteplici, dagli aspetti ambientali a quelli economici, passando per quelli sociali. Tutti questi aspetti sono interconnessi tra loro e contribuiscono alla promozione di un sistema energetico sostenibile e resiliente. Le CER promuovo l’utilizzo delle rinnovabili, contribuendo a ridurre le emissioni di gas serra e inquinamento atmosferico. L’autoproduzione riduce, anche, la necessitò di trasportare energia su lunghe distanze, diminuendo la sua dispersione e riducendo l’impatto ambientale associato. Il vantaggio economico è quello della riduzione dei costi energetici per i membri, inoltre chi partecipa alle CER può beneficiare di incentivi economici e tariffe agevolate per l’energia immessa in rete. Per le CER i cui impianti si trovano in comuni con meno di 50.000 abitanti, è inoltre previsto un contributo a fondo perduto fino al 40% del costo di investimento, a valere sulle risorse del PNRR. Queste comunità favoriscono anche l’inclusione sociale e la partecipazione democratica alle risorse. Riducono, inoltre, la dipendenza dai grandi fornitori di energia migliorando la sicurezza energetica. La produzione distribuita rende le comunità meno soggette a interruzioni di fornitura e fluttuazione dei prezzi dell’energia, contribuendo a costruire un sistema energetico stabile e affidabile.

Ostacoli e criticità

Nonostante i vantaggi e le potenzialità, le CER si trovano ad affrontare diverse criticità che ne rallentano la diffusione. La Relazione Speciale n. 10/2026 della Corte dei Conti Europea individua tre ostacoli principali: la complessità burocratica e normativa, le difficoltà tecniche di connessione alla rete elettrica e la mancanza di strumenti specifici per coinvolgere le fasce di popolazione più vulnerabili, che rischiano di restare escluse dal fenomeno. Dal lato economico, i fondi PNRR destinati alle CER, originariamente fissati a 2,2 miliardi di euro dal decreto CACER (D.M. 414/2023 del MASE), sono stati successivamente ridotti, rendendo difficile il raggiungimento del contingente di 5 GW di potenza installata previsto dallo stesso decreto entro il 2027. Secondo i dati del GSE, a dicembre 2025 risultavano attive 1.805 configurazioni di autoconsumo diffuso, per un totale di 174,5 MW installati: numeri in crescita, ma ancora lontani dagli obiettivi dichiarati.

Nucleare, il futuro dell’energia green

Le tensioni geopolitiche, la scarsità degli approvvigionamenti (gas e petrolio) e una limitata diversificazione delle fonti hanno causato un aumento della domanda dell’energia. A marzo 2026 l’UE ha messo in atto una strategia per mettere in funzione i primi reattori nucleari modulati di piccola taglia nei primi anni 2030, stanziando 200 milioni di euro in garanzie finanziarie per attrarre capitali privati. Attualmente l’energia nucleare fornisce il 23% dell’elettricità prodotta nell’UE.

Di nucleare come energia rinnovabile se ne è parlato approfonditamente nel panel dedicato al “Nucleare green ed energia alternativa” durante lo ZeroEmission Mediterranean Trends & Expoforum, evento dedicato all’energia, alla sostenibilità e alla innovazione tecnologica, che si svolge presso la Nuova Fiera di Roma.

Pensare all’energia nucleare come energia green potrebbe sembrare un ossimoro, eppure se si guarda bene alla materia è proprio così. Considerata una fonte intensa, poiché costante, è anche una fonte decarbonizzata. Le classiche energie rinnovabili come l’eolico e il solare non sono sempre disponibili, mentre quella nucleare funzionerebbe da baseload.

I reattori di nuova generazione

Quando si pensa a una centrale nucleare, la prima cosa che viene in mente è Chernobyl. La tecnologia in merito alla sicurezza e alla costruzione delle infrastrutture nucleari ha fatto dei passi avanti. Gli ingegneri stanno studiando un nuovo modello di reattore nucleare, lo Small Modular Reactor. Con una potenza elettrica fino a 300 MWe (i reattori utilizzati al momento hanno una potenza elettrica fino a 1600 MWe), insieme alle fonti rinnovabili, l’SMR può dare un contributo importante al processo di decarbonizzazione e garantire una maggiore indipendenza rispetto alle tradizionali fonti fossili utilizzate per produrre energia.

Questi reattori utilizzano la fissione nucleare (scissione di atomi pesanti) per produrre calore, che viene utilizzato a sua volta per la generazione di elettricità, basandosi su tecnologie consolidate di terza generazione in formato modulare e ridotto.

Differenze con i reattori precedenti

Le novità di questi reattori rispetto a quelli precedenti sono molteplici: vengono costruiti e assemblati in azienda, riducendo i costi e i tempi di costruzione (attualmente per una centrale ci vogliono circa 15 anni per costruirla); possono essere installati vicino a impianti già in funzione, per bilanciare la potenza richiesta dalle fonti rinnovabili intermittenti, come l’eolica e la solare; il “combustibile” nucleare ha un’aspettativa di vita fino a 25 anni, di conseguenza non essendoci interruzioni per produrne altro vengono ridotti i costi di manutenzione; non producono direttamente CO2; utilizzano sistemi di sicurezza passivi che non richiedono l’intervento umano in caso di manutenzione, ma utilizzano un processo chimico autonomo per risolvere i malfunzionamenti; infine, non hanno bisogno di un apporto di acqua esterna per poter avviare il processo di raffreddamento.

Un’altra novità è quella del riciclo del combustibile nucleare. I reattori utilizzano meno dell’un percento dell’uranio fissile presente nell’uranio da miniera, ossia la parte che genera calore. Con i ricicli si andrebbe a utilizzare tutto il contenuto energetico di quell’uranio, spostando così di migliaia di anni il termine dell’uranio (essendo una risorsa finita).

Il loro scopo è quello di produrre energia a basse emissioni di carbonio, produrre calore decarbonizzato per le reti urbane e per le industrie ad alto fabbisogno termico e produrre idrogeno decarbonizzato.

Nucleare e Data Center

Si è parlato anche di data center collegati al nucleare. Le infrastrutture digitali sono energivore e utilizzano ingenti quantità d’acqua per poter funzionare efficientemente. I data center a livello globale consumano oggi circa 500 TWh di elettricità all’anno, una cifra destinata a crescere con l’espansione dell’intelligenza artificiale. Una soluzione potrebbe essere quella di costruire gli SMR vicino ai data center: l’elettricità e il raffreddamento verrebbero forniti dai reattori di nuova generazione, riducendo così l’impatto ambientale che hanno questi colossi digitali.

Scorie radioattive, un dibattito ancora aperto

Rimane da considerare il tema delle scorie radioattive, ancora oggetto di dibattito scientifico. Una centrale nucleare convenzionale da 1 GW produce ogni anno circa 25-30 tonnellate di rifiuti radioattivi ad alta intensità. Gli SMR, pur essendo più piccoli, non riducono proporzionalmente le scorie: una ricerca pubblicata su ScienceDirect a gennaio 2026 ha confermato che per produrre la stessa quantità di energia prodotta da una centrale tradizionale, un SMR potrebbe generare da 2 a 30 volte più scorie. Uno studio, invece, pubblicato su Nuclear Engineering and Technology nel marzo 2026, sottolinea come IAEA (International Atomic Energy Agency) e OCSE/NEA raccomandino di affrontare il problema della gestione delle scorie già nelle fasi iniziali di progettazione, per non ripetere le difficoltà già incontrate con le centrali tradizionali.

Priolo, la grande raffineria cambia padrone: Ludoil firma l’accordo con GOI Energy

La partita per il controllo della più grande raffineria d’Italia si è chiusa con la firma. Tre settimane dopo che un fondo americano aveva tentato di ribaltare i piani, Ludoil Capital S.r.l. ha sottoscritto a Milano un Sale and Purchase Agreement con GOI Energy S.r.l. per l’acquisizione di ISAB S.r.l., la società proprietaria dell’impianto di Priolo Gargallo. L’accordo conferma quanto il comunicato congiunto delle due società aveva anticipato ad aprile: il processo era blindato, e ogni altra manifestazione d’interesse era destinata a restare sulla carta.

La struttura dell’operazione

L’acquisizione si articola in due fasi. La prima, relativa al 51% delle quote, è subordinata all’esito del procedimento di notifica al Governo italiano ai sensi della normativa Golden Power e all’ottenimento delle autorizzazioni Antitrust. È un passaggio non formale: l’impianto, situato tra Priolo Gargallo, Augusta e Melilli in provincia di Siracusa, ha una capacità autorizzata di 20 milioni di tonnellate annue e una capacità bilanciata di 15 milioni, e rappresenta un’infrastruttura la cui rilevanza strategica è fuori discussione: copre circa un quinto del fabbisogno nazionale di prodotti raffinati. Palazzo Chigi aveva già tenuto il dossier sotto osservazione nell’ultimo anno, e il profilo industriale di Ludoil, coerente con le direttrici europee di decarbonizzazione, ha giocato a favore del gruppo campano rispetto al fondo americano, arrivato tardi e senza un piano pubblico.

Da raffineria a Energy Company

Il vero salto è quello industriale. Con l’acquisizione di ISAB, Ludoil smette di essere un operatore verticalmente concentrato e diventa il principale operatore energetico privato italiano, con ricavi consolidati attesi superiori a 10 miliardi di euro annui.

Il piano prevede la trasformazione progressiva di ISAB da raffineria tradizionale a Energy Company integrata. Nel medio periodo l’indirizzo sarà il bio-processing avanzato: nuove filiere dedicate a HVO (Hydrotreated Vegetable Oil), SAF (Sustainable Aviation Fuel), BioOlio, bioetanolo di seconda generazione e BioETBE. Gli investimenti saranno strutturati in coerenza con la Direttiva europea RED III. Il sito dispone già di una centrale elettrica e di cogenerazione da 540 MW, cui si aggiungeranno nuovi impianti da fonti rinnovabili per ulteriori 20 MW.

La complementarità con le infrastrutture già in mano a Ludoil (depositi costieri, rete di stazioni di rifornimento, impianti di biometano, fotovoltaico ed eolico) consentirà un’integrazione verticale della filiera dall’approvvigionamento alla distribuzione. L’hub di Priolo è destinato a diventare un punto di riferimento per i flussi energetici tra Europa, Africa, America e Medio Oriente.

Occupazione e territorio

Sul piano occupazionale, l’attuale organico sarà integralmente preservato. ISAB porta con sé decenni di competenze ingegneristiche maturate in Sicilia, cuore storico della raffinazione italiana. Il piano di crescita e i nuovi impianti potranno generare ulteriori opportunità per il territorio, anche attraverso sinergie con il mondo dell’istruzione e della ricerca.

Cosa resta aperto

Il contenzioso con Lukoil non è risolto: la società russa aveva ottenuto dal Tribunale di Siracusa l’annullamento della rescissione del proprio contratto con ISAB, e la vicenda rimane aperta davanti ai giudici. È una variabile che accompagnerà le prossime fasi dell’operazione.

L’accordo è firmato. Il passaggio sotto guida italiana dell’asset di raffinazione più importante del Paese è ora subordinato al via libera di Palazzo Chigi e delle autorità antitrust. Ludoil gioca ancora in casa, ma la partita vera inizia adesso.

ZeroEmission 2026, dove la transizione energetica diventa sistema

Dal 14 al 17 maggio 2026, Fiera Roma accoglie una nuova edizione di ZeroEmission Mediterranean Trends & Expoforum, appuntamento che negli ultimi anni ha progressivamente ampliato il proprio orizzonte, trasformandosi da evento di settore a spazio di osservazione e confronto sulle grandi trasformazioni energetiche e industriali che interessano il Mediterraneo.

L’edizione 2026 si propone con un’identità rinnovata: non solo fiera, ma Expoforum tematico dedicato a energia, sostenibilità e innovazione tecnologica, inserito in un contesto strategico che vede svolgersi in contemporanea EdilExpoRoma, Codeway Expo e Casaidea. Una scelta che crea un ecosistema in cui edilizia, digitale, cooperazione internazionale e transizione ecologica dialogano in modo naturale.

Un sistema di relazioni, non solo di esposizione

Rispetto alle edizioni precedenti, concentrate soprattutto sulle tecnologie e sul mercato, ZeroEmission 2026 compie un passo ulteriore: mette al centro le relazioni tra competenze, filiere e visioni. Le quattro giornate alternano interventi istituzionali, sessioni tecniche, workshop e momenti di networking, offrendo strumenti concreti per interpretare la decarbonizzazione, la trasformazione dei modelli produttivi e l’impatto delle nuove tecnologie. Al centro del programma temi chiave come energie rinnovabili, sistemi di accumulo, smart mobility, comunità energetiche, data center, intelligenza artificiale e nuove filiere industriali, affrontati non come comparti isolati ma come elementi di un unico processo di cambiamento.

Il ruolo del Comitato Scientifico

Elemento distintivo di questa edizione è il Comitato Scientifico dell’Expoforum, fondamentale nella definizione dell’indirizzo culturale e dei contenuti. Composto da esperti provenienti dal mondo dell’impresa, dell’ingegneria, delle telecomunicazioni e della ricerca, il Comitato contribuisce a costruire un dialogo credibile tra conoscenza scientifica, applicazione industriale e politiche pubbliche. In primo piano l’intervento di Renato Brunetti, Presidente e Ceo di Unidata, presente sia nella sessione inaugurale di giovedì 14 maggio sia nei panel dedicati al futuro sostenibile, alla sostenibilità dei data center e ai requisiti energetici per l’intelligenza artificiale. Con lui anche Stefano Bennati, Stefano Brinchi, Daniele Fabrizi, Giovanni Nicolai, e Francesco Ciro Scotto, impegnati in approfondimenti su mobilità sostenibile, smart city, energia e innovazione applicata.

Formazione, innovazione, divulgazione

Accanto agli approfondimenti tecnici (con i workshop curati dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma nella giornata di venerdì 15) trovano spazio startup, università e progetti di ricerca applicata, insieme a momenti dedicati ai giovani e alla divulgazione ambientale. Un segnale chiaro della volontà di rendere ZeroEmission non solo un luogo di aggiornamento, ma una piattaforma aperta alla crescita delle competenze e alla costruzione del futuro.

Dopo i passi compiuti negli ultimi due anni, ZeroEmission 2026 si conferma così come un laboratorio vivo, dove la transizione energetica smette di essere un tema astratto e diventa processo condiviso, fatto di idee, responsabilità e scelte concrete.

Caro energia, l’Italia paga il conto più salato d’Europa

La guerra in Iran ha rimescolato le carte sui mercati energetici mondiali con una velocità che ha colto di sorpresa anche chi pensava di essere attrezzato. In pochi mesi il prezzo del gas è risalito, le bollette hanno ripreso a salire e l’Italia, che per struttura dipende dal gas più di qualsiasi altro grande Paese europeo, si è ritrovata di nuovo in prima fila tra i Paesi più esposti. Non è una novità, ma ogni volta che si ripete fa male lo stesso.

Il Fondo Monetario Internazionale ha messo i numeri sul tavolo dei ministri dell’Economia dell’Unione all’Eurogruppo del 4 maggio. Nello scenario base, le famiglie italiane dovranno rinunciare fino a circa 450 euro nel corso dell’anno. Ma se la crisi energetica dovesse aggravarsi ulteriormente, la perdita media per nucleo familiare potrebbe arrivare a 2.270 euro. Per fare un confronto, la media europea si ferma a 375 euro nello scenario ordinario e a 1.750 nello scenario più grave. L’Italia paga di più perché importa di più, perché la rete di distribuzione del gas è più cara da gestire, e perché decenni di rinvii sulla transizione energetica la rendono strutturalmente vulnerabile a qualsiasi scossone sui mercati internazionali.

Il paradosso del fisco che incassa mentre i cittadini pagano

C’è un meccanismo perverso che accompagna ogni crisi energetica: più i prezzi salgono, più lo Stato incassa. Non è una politica deliberata, è semplicemente il funzionamento dell’IVA e delle accise, che sono calcolate in percentuale sul prezzo finale. Nel primo trimestre del 2026, le entrate tributarie totali si sono attestate a 131,4 miliardi di euro, con un aumento dello 0,7% rispetto all’anno precedente. La crescita è stata trainata dalle imposte indirette, aumentate del 2,4%. Nel dettaglio, il dato più indicativo riguarda il gas naturale: le accise sul gas per combustione sono balzate a 1,195 miliardi di euro, con un incremento del 96,2%, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2025.

L’IVA racconta una storia simile. Nei primi tre mesi dell’anno il gettito IVA ha superato i 38 miliardi di euro, con un incremento del 2,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il dato di marzo, da solo, vale 14,6 miliardi, quasi il 40% dell’intero trimestre. Il punto è che questo aumento non riflette una crescita dei consumi o dell’economia reale. È l’effetto diretto dell’inflazione importata dai mercati energetici: se il prezzo sale, sale anche la base imponibile, e lo Stato incassa di più senza che nessuno abbia prodotto o consumato di più.

Il decreto bollette e i limiti delle misure tampone

Il governo non è rimasto a guardare. A febbraio aveva già approvato il decreto bollette che stanziava 5 miliardi di euro per contenere l’impatto sui nuclei più vulnerabili. Le circa 2,64 milioni di famiglie economicamente fragili già beneficiarie del bonus sociale elettrico hanno ottenuto un contributo straordinario di 115 euro aggiuntivi, per un totale di 315 euro nel 2026. Per le imprese, il provvedimento riduce gli oneri di sistema in bolletta con effetti su oltre quattro milioni di aziende, prevede la vendita sul mercato delle scorte di gas accumulate nel 2022 e introduce un’aliquota IRAP più elevata per le società energetiche, dal 3,9% al 5,9% nel biennio 2026-2027, per finanziare parte degli interventi.

Sul fronte dei carburanti, la vicenda si è fatta più complicata. Il taglio delle accise, in vigore da settimane con uno sconto di circa 24 centesimi al litro su benzina e diesel, è andato avanti a suon di proroghe ravvicinate, l’ultima delle quali ha generato anche qualche imbarazzo. Il 30 aprile la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato in conferenza stampa una proroga fino al 22 maggio, ma il decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale prevedeva la scadenza al 10 maggio, stanziando 146,5 milioni di euro. La discrepanza ha spinto il Codacons a chiedere chiarimenti, e Palazzo Chigi ha poi confermato che la seconda tranche arriverà attraverso un decreto ministeriale separato, non appena sarà quantificato l’extragettito IVA incassato nelle ultime settimane sulle vendite di carburante.

Il nuovo taglio differenzia anche per tipologia di carburante: il gasolio mantiene lo sconto pieno di 20 centesimi al litro, mentre per la benzina la riduzione scende a 5 centesimi, in ragione del fatto che nelle ultime settimane il diesel è aumentato del 24% contro il 6% della benzina. Una scelta motivata anche dalla tutela degli autotrasportatori e dell’agricoltura, settori per cui il caro gasolio si traduce rapidamente in inflazione sui prezzi al consumo. La misura rimane però temporanea: se non ci saranno ulteriori interventi dopo il 22 maggio, e se la crisi internazionale dovesse perdurare, i prezzi alla pompa torneranno a salire

La battaglia di Giorgetti a Bruxelles

È in questo contesto che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è presentato all’Eurogruppo con una proposta precisa: trattare le spese per fronteggiare il caro energia con la stessa flessibilità già concessa alle spese per la difesa. Secondo Giorgetti, qualora la situazione dovesse continuare a peggiorare, sarebbe opportuno attivare una clausola di salvaguardia generale a livello UE per ottenere maggiore spazio di bilancio. Se non si raggiungesse il consenso necessario, un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la migliore alternativa.

Sul tavolo c’era anche un’altra proposta, sostenuta da un fronte abbastanza ampio: una tassa europea sugli extraprofitti delle società energetiche. L’Italia aveva già firmato insieme a Germania, Portogallo, Austria e Spagna una lettera alla Commissione il 3 aprile per chiederne l’introduzione a livello UE. Il vicecancelliere tedesco Lars Klingbeil ha confermato il suo appoggio, ma ha anche ammesso che al momento non esistono le maggioranze necessarie a Bruxelles per approvarla.

La risposta della Commissione è stata quella attesa: prudenza. Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis ha indicato come preferibile l’utilizzo delle flessibilità già esistenti nel Patto di Stabilità, invitando a misure temporanee, mirate e con un impatto fiscale contenuto. Olanda e Belgio hanno alzato il muro più netto, ricordando che non si può rispondere a ogni shock con più debito e più flessibilità, e che misure che incidono sui prezzi dell’energia rischiano di alimentare ulteriormente la domanda.

Un’Italia strutturalmente esposta

Al di là delle trattative politiche, il problema di fondo rimane quello della dipendenza energetica. L’Italia dipende dal gas per quasi il 40% dei propri consumi totali di energia, una delle quote più alte in Europa: questo la rende particolarmente vulnerabile alle turbolenze che interessano le forniture internazionali. La Francia ha il nucleare, che produce energia a costi relativamente stabili. La Germania ha un debito pubblico basso che le consente di intervenire con maggiori margini di manovra. L’Italia ha né l’uno né l’altro.

Secondo i dati aggiornati di ARERA, la spesa energetica di una famiglia tipo ha già superato i 2.000 euro annui. Il punto di confronto rilevante è che prima della crisi del 2022 quella cifra era attorno ai 1.500 euro. In quattro anni la bolletta annuale è cresciuta di oltre 500 euro, senza che sia cambiato significativamente il modo in cui l’Italia produce e consuma energia.

Il prossimo appuntamento è l’Eurogruppo del 22 maggio, a Cipro, dove la partita sulla flessibilità di bilancio si riaprirà. Nel frattempo, il governo dovrà decidere se e come reperire risorse aggiuntive per far fronte all’emergenza entro la fine del mese, quando scadono alcune misure di sostegno sui carburanti già in vigore. La strada dell’accordo europeo rimane la più auspicabile, ma anche la più incerta. E mentre la diplomazia lavora, le bollette continuano ad arrivare.

Crisi energetica, il governo proroga il taglio delle accise ma cambia le regole

Il governo italiano ha prorogato il taglio delle accise per altri 21 giorni, per contenere l’aumento dei prezzi dei carburanti legato alla crisi energetica aggravata dalla guerra in Iran. Si tratta del terzo intervento in poco più di sei settimane. Il primo decreto fu varato il 18 marzo, il secondo approvato prima di Pasqua. Ogni volta, la misura ha tamponato un’emergenza senza risolverla, perché alle spalle i prezzi continuano a salire, trascinati dalla crisi geopolitica nel Golfo Persico e dalle tensioni attorno allo Stretto di Hormuz.

Cosa cambia dal 1° maggio

Il provvedimento conferma il taglio sul diesel, fissato a 20 centesimi al litro, mentre per la benzina la riduzione scende a soli 5 centesimi al litro. Fino al 30 aprile entrambi i carburanti godevano di uno sconto di 24,4 centesimi. La copertura è garantita attraverso le sanzioni dell’Antitrust e l’extragettito IVA.

La logica della scelta differenziata è stata illustrata dalla stessa Meloni: “In queste settimane la benzina è aumentata mediamente del 6%, il gasolio del 24%. Abbiamo quindi concentrato la proroga soprattutto sul gasolio”. Un principio di proporzionalità che, sulla carta, ha una sua coerenza. Nella pratica, però, la riduzione del taglio sulla benzina a 5 centesimi comporterà un aumento medio di 18,3 centesimi al litro, pari a circa 9,15 euro in più per un pieno.

La reazione dei consumatori

Il Codacons ha calcolato che la riduzione dello sconto sulle accise per la benzina costerà complessivamente agli italiani 92 milioni di euro solo a titolo di maggiori accise nei 21 giorni di durata del provvedimento, con circa 4,37 milioni di euro al giorno in più a carico di chi si rifornisce di verde. L’associazione parla di “stangata” per i circa 17 milioni di italiani che guidano auto a benzina.

Il governo non ha del tutto ignorato le critiche sull’insufficienza delle misure, ma Meloni ha aggiunto una riflessione che suona quasi come un avvertimento in vista delle prossime scadenze: “In assoluto sono una grande sostenitrice del taglio delle accise. Dopo di che, si lavora per le priorità. Il taglio delle accise costa molto per il beneficio che produce: per paradosso, la gran parte delle risorse spese vanno ai redditi più alti”. Un’apertura implicita all’idea che il meccanismo, così com’è, non sia sostenibile all’infinito.

Il nodo autotrasporto

Il settore che paga il prezzo più alto della crisi energetica è l’autotrasporto. Nelle prime otto settimane di conflitto, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise, l’autotrasporto merci ha sostenuto un extracosto stimato attorno a 1,5 miliardi di euro. UNATRAS, la principale federazione del settore, ha confermato il fermo nazionale dei servizi dal 25 al 29 maggio, in attesa di essere convocata dal governo per conoscere le misure ad hoc previste per il comparto. Il governo ha precisato che le misure per l’autotrasporto saranno inserite in un provvedimento successivo, dopo un confronto con le associazioni di categoria. Tempi e contenuti di questo intervento restano ancora da definire.

Fino a quando?

Il Consiglio dei ministri ha rinnovato la riduzione delle accise che altrimenti sarebbe terminata il primo maggio, ma la misura produce come conseguenza quella di favorire il consumo di un bene che in questo momento scarseggia, il contrario di quanto stanno facendo altri paesi, che stanno razionando le scorte e adottando misure per ridurre la domanda di carburante. Già un mese fa il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen aveva esortato i paesi membri ad adottare un atteggiamento più prudente, privilegiando la transizione verso l’energia pulita. Il nuovo piano europeo AccelerateEU va nella stessa direzione. Il governo italiano, al momento, ha scelto la strada del rinvio: la proroga scade il 21 maggio, e a quel punto si tornerà al bivio.

Il caro carburante spacca i trasporti in due: Lufthansa taglia 20mila voli, il TPL italiano chiede aiuto

Il 22 aprile Lufthansa ha annunciato la cancellazione di oltre 20mila voli a corto raggio programmati tra maggio e ottobre 2026, pari all’uno per cento dei posti-chilometro disponibili, con l’obiettivo di risparmiare 40mila tonnellate di jet fuel. Dal 20 aprile il vettore sopprime circa 120 voli al giorno, intervenendo sulle rotte meno redditizie dagli hub di Monaco e Francoforte, affidate alla divisione regionale CityLine, la cui chiusura, già programmata per il 2027, è stata anticipata. Il gruppo Lufthansa controlla anche Swiss, Austrian Airlines, Eurowings, Air Dolomiti e Ita Airways, di cui ha acquisito il 41 per cento. I tagli riguardano per ora solo CityLine, ma il piano operativo per l’estate, atteso per maggio, potrebbe estendersi alle altre controllate.

Lufthansa non è sola: la scandinava SAS ha già cancellato mille partenze ad aprile, KLM ne annullerà 160 a maggio, Delta Air Lines sta tagliando il 3,5 per cento della sua rete globale. Decine di vettori hanno introdotto supplementi carburante o alzato le tariffe. L’IEA (International Energy Agency) ha avvertito che le scorte europee di jet fuel sono inferiori a sei settimane, una soglia che ha spinto i ministri europei dei Trasporti a riunirsi in videoconferenza per valutare acquisti congiunti di carburante e, in extremis, il ricorso alle riserve strategiche.

Il nodo dei rimborsi ai passeggeri

Sul fronte regolatorio si è aperta una distinzione tecnica rilevante. Il commissario europeo ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas ha chiarito che le cancellazioni per carenza di jet fuel rientrano nelle “circostanze straordinarie”: il passeggero ha diritto al rimborso del biglietto o alla riprotezione, ma non alla compensazione pecuniaria aggiuntiva prevista dal Regolamento 261/2004. Diverso il caso in cui la cancellazione sia motivata dall’eccessivo costo del carburante, che non costituisce circostanza eccezionale: in quel caso scattano le compensazioni da 250 a 600 euro a seconda della distanza del volo. Una distinzione sottile che le compagnie potrebbero sfruttare strumentalmente, e che Tzitzikostas ha già anticipato di voler presidiare con linee guida specifiche previste per maggio.

Sul fronte delle forniture, l’Italia nei primi sedici giorni di aprile ha importato in media 105mila barili al giorno di jet fuel, con India, Arabia Saudita e Spagna come principali fornitori alternativi alla catena mediorientale. Il nostro Paese è tra i sei maggiori consumatori europei di carburante per l’aviazione.

Il trasporto pubblico locale: stessa crisi, strumenti diversi

A terra, il quadro è altrettanto critico ma molto meno visibile. Il settore del trasporto pubblico locale, 110mila addetti, 48mila mezzi, oltre cinque miliardi di passeggeri l’anno, sconta gli stessi aumenti del carburante con una rigidità strutturale che l’aviazione commerciale non ha: i ricavi sono fissati dai contratti di servizio con le stazioni appaltanti, le tariffe non si aggiornano in tempo reale, e il margine di manovra operativa è praticamente nullo.

ASSTRA (Associazione Trasporti) e AGENS (Agenzia Confederale Trasporti e Servizi) stimano in oltre 30 milioni di euro al mese i maggiori costi per il trasporto commerciale con autobus, di cui circa 20 milioni per il solo TPL, 340 milioni su base annua. Nel primo trimestre 2026 il gasolio stradale ha superato stabilmente i 2 euro al litro sulla rete ordinaria, con picchi vicini a 2,60 sulle autostrade. Rispetto a marzo 2025, quando il prezzo medio si attestava a 1,652 euro al litro, l’incremento supera il 25 per cento. Il decreto-legge 33 del 2026 ha introdotto un tax credit per l’autotrasporto merci, escludendo però il trasporto pubblico locale. ASSTRA lo ha definito “una disparità di trattamento non giustificata”, chiedendo un intervento analogo al DL Aiuti-bis del 2022. Il direttore generale di AGENS, Fabrizio Molina, ha alzato il livello dell’allarme: “Le aziende che garantiscono il trasporto pubblico rischiano di dover ridurre drasticamente i propri servizi o fermarli”. Dall’ANAV (Associazione Nazionale Trasporto Viaggiatori) è arrivata la stessa valutazione: “Rischiamo il collasso, servono aiuti subito”.

Il paradosso delle politiche europee

Il piano Accelerate EU della Commissione europea raccomanda esplicitamente di incentivare il trasporto pubblico locale per ridurre il consumo nazionale di petrolio, stimando una riduzione della domanda dall’uno al tre per cento spostando gli spostamenti privati su autobus e treni. Il paradosso è geometrico: lo stesso shock energetico che dovrebbe spingere i cittadini verso il mezzo pubblico sta mettendo in ginocchio le aziende che quel mezzo devono far girare ogni giorno, con risorse insufficienti a coprire i nuovi costi.

Il piano Accelerate EU prevede anche trasporto pubblico meno caro fino alla gratuità per alcune categorie fragili, con un fondo europeo di cofinanziamento delle iniziative nazionali. Ma senza interventi strutturali sul lato dei costi operativi delle aziende, gli incentivi alla domanda rischiano di trovare dall’altra parte un’offerta ridotta, cioè meno corse, meno rotte, meno servizio nelle aree periferiche, esattamente dove la dipendenza dall’auto privata è già più alta.

Cosa manca nella risposta italiana

Il confronto tra i due comparti rivela una lacuna di policy precisa. L’aviazione opera su un mercato con tariffe flessibili e può trasferire i costi sui biglietti, ridurre le rotte meno redditizie, anticipare la rottamazione delle flotte più energivore. Il trasporto pubblico locale non ha nessuno di questi strumenti: è vincolato da contratti pluriennali, soggetto a obblighi di servizio universale, dipendente da finanziamenti pubblici che vengono definiti con anni di anticipo.

Il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen ha avvertito che la crisi “sarà di lunga durata” e che “i prezzi dell’energia saranno più alti per molto tempo”. Se questa previsione è corretta, e i mercati sembrano crederci, con il Brent stabilmente sopra i 100 dollari al barile, il sistema del TPL italiano arriverà all’autunno in condizioni significativamente peggiori di quelle attuali, a meno di un intervento correttivo che il DL 33 non ha previsto. La richiesta delle associazioni di categoria è tecnica e circoscritta: un meccanismo di adeguamento dei contratti di servizio alle variazioni del prezzo del carburante, strutturale e non emergenziale.

Nucleare, dai 40 anni di Chernobyl alle tecnologie di quarta generazione

Sono passati 40 anni dal più grande disastro nucleare avvenuto nel suolo europeo. Il 26 aprile del 1986, nell’allora Unione Sovietica, il nocciolo del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplose, dando il via a una serie di ripercussioni economiche, mediche e strutturali senza precedenti. Circa 115 mila sfollati iniziali, diventati poi più di 350 mila e oltre 4.000 morti secondo l’ONU, anche se i dati ufficiali dell’URSS dicono 31. Lo scoppio del reattore ha segnato il punto di non ritorno per l’industria energetica del XX secolo: ci furono delle conseguenze importanti, a cominciare dal referendum dell’anno successivo in Italia, che fece chiudere i due reattori presenti a Caorso (Piacenza) e Trino (Vercelli) e convertì quella di Montalto di Castro (Viterbo) in una centrale termoelettrica a multicombustibile.  

Una catastrofe annunciata

Il disastro di Chernobyl però non fu un evento casuale, ma un effetto dello stato dei reattori sovietici, progettati guardando più al portafoglio che all’effettiva efficienza energetica e alla sicurezza. È il primo incidente a essere stato classificato come livello 7 nella scala INES, il parametro istituzionale istituito dall’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Il reattore dell’epoca, l’RBMK-1000, era stato costruito con un difetto che poi risultò fatale: una volta raggiunte le temperature alte (tra i 2500 e i 3000 gradi), anziché spegnersi, accelerò la reazione e non disponeva di un guscio protettivo in cemento armato, chiamato “edificio di contenimento”, che oggi è obbligatorio dappertutto. Questo calore estremo causò la fusione delle barre di combustibile e delle strutture in zirconio, creando il cosiddetto corium (una lava di materiale nucleare fuso) e, di fatto, esplodendo.

Dalla sicurezza attiva a quella passiva: ecco i reattori di nuova generazione

Il nucleare moderno ha invertito il concetto di protezione, capovolgendolo. Le vecchie centrali facevano affidamento sulla sicurezza attiva (pompe elettriche, motori e interventi dell’uomo che dovevano attivarsi in caso di emergenza), i reattori di nuova generazione si basano invece sulla sicurezza passiva. Contrariamente a quanto successo 40 anni fa, oggi il reattore viene progettato per spegnersi e raffreddarsi da solo in caso di surriscaldamento o di guasto elettrico. Dal punto di vista tecnico vengono sfruttate la forza di gravità, per far cadere le barre di controllo che bloccano la reazione e la circolazione naturale dell’acqua e dell’aria per dissipare il calore. La sintesi è molto chiara: è molto improbabile che ci sia una nuova Chernobyl.

Il presente con la fissione, il futuro con la fusione

Spesso però si parla di nucleare come se fosse un unico pacchetto, in realtà c’è una distinzione fondamentale da fare. La differenza sta nell’atomo, nel modo in cui gli viene estratta l’energia e nella velocità in cui queste soluzioni possono aiutare le istituzioni a raggiungere il livello di autonomia energetica. Ecco le due strade:

  • Fissione nucleare. L’attuale tecnologia che divide gli atomi per sprigionare calore. La vera novità del 2026 però non sono le grandi strutture del passato, ma gli SMR (Small Modular Reactors), spesso integrati con tecnologie del nucleare di quarta generazione. Un cambio di passo notevole: piccoli, modulari e costruiti in serie in fabbrica, possono essere fabbricati in soli 3/4 anni. La loro peculiarità che li rende estremamente efficienti è la flessibilità, possono essere distribuiti vicino ai grandi poli industriali (acciaierie, aziende chimiche) per fornire energia e calore in modo diretto.
  • Fusione nucleare. È l’orizzonte della sovranità energetica. La fusione fa l’esatto opposto della fissione: unisce nuclei di idrogeno per formare elio, replicando il processo che alimenta il sole. A differenza anche dei più moderni reattori a fissione, nella fusione non esiste la possibilità di una reazione a catena incontrollata. Se qualcosa si dovesse guastare, la reazione si spegnerebbe immediatamente. In più non produce scorie radioattive, ma piccoli rifiuti. L’Italia sta puntando come protagonista sulla fusione con il progetto DTT (Divertor Tokamak Test) di Frascati, dove si stanno sviluppando le componenti chiave per gestire le temperature estreme della fusione. L’obiettivo è avere la tecnologia della fusione pronta tra 20 anni, abbandonando così i combustibili fossili.  
Immagine generata dall’Intelligenza Artificiale

Più gas per produrre energia? Bollette salate e squilibrio con le vicine Francia e Svizzera

Il tema del nucleare è tornato in auge spinto soprattutto da un sentimento di necessità economica visto il contesto storico attuale. I dati del primo trimestre del 2026 sul Prezzo Unico Nazionale (PUN) indicano uno squilibrio massiccio tra l’Italia e le confinanti Francia e Svizzera. In Italia la dipendenza del gas mantiene i prezzi all’ingrosso tra i 128 e i 138 euro/MWh, in Francia e Svizzera le tariffe sono più basse (Francia -50% e Svizzera -20%) rispetto alle nostre visto che hanno le centrali nucleari. Questo divario esiste perché utilizziamo molto più gas per produrre energia. Francia, Svizzera e in generale tutti i Paesi che hanno il nucleare, invece, usano il gas solo in minima parte: per questo la loro energia costa molto meno e i loro prezzi sono più stabili.

La grande contraddizione

E qui c’è il paradosso. L’Italia, pur avendo rinunciato alla produzione nazionale con i referendum del 1987 e del 2011, è circondata dalle centrali straniere. Oltre 10 centrali attive oltralpe, in Francia, Svizzera e Slovenia. Alcune centrali, come quella di Bugey in Francia o quella di Krško in Slovenia, sono a poco più di 100 km dal suolo italiano. Secondo le previsioni del Politecnico di Milano e di RSE, l’integrazione di una parte di energia nucleare nel mix energetico italiano permetterebbe un risparmio di circa 400 miliardi di euro entro il 2050. I punti fondamentali dello studio sono due: minore necessità di investire in costosi sistemi di accumulo e minore consumo di suolo comparato a un modello basato solo sulle rinnovabili. Una stabilizzazione che porterebbe a ridurre di oltre il 20% il costo medio di produzione dell’energia e che garantirebbe una maggiore competitività strutturale alle industrie italiane.

Perché l’Italia vuole sospendere il Patto di stabilità (e perché la UE dice no)

La guerra in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno fatto impennare i prezzi del petrolio e del gas, rimettendo al centro del dibattito europeo una domanda che pareva archiviata: i vincoli di bilancio del Patto di stabilità sono compatibili con un’emergenza energetica di questa portata? Per l’Italia, la risposta è diventata sempre più urgente. Il prezzo del gas, che nei giorni scorsi oscillava intorno ai 40 euro per megawattora, è ben lontano dagli 80 del periodo pre-Ucraina. L’inflazione rischia di ripartire, la crescita è già stata rivista al ribasso, la Banca d’Italia prevede un PIL fermo allo 0,5% nel 2026, con il rischio concreto di zero in caso di crisi prolungata, e il governo si trova con pochissimi margini di manovra.

Quando si può derogare al Patto?

Il Patto di stabilità e crescita, riformato nel 2024, prevede che i Paesi membri mantengano il deficit al di sotto del 3% del PIL e seguano una traiettoria di riduzione del debito. Chi sfora finisce in procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, con vincoli supplementari sulla spesa primaria. Esistono però due valvole di sicurezza. La prima è la clausola di salvaguardia generale: può essere attivata in caso di grave recessione economica che coinvolga l’intera area euro o l’UE nel suo complesso. È quella usata nel marzo 2020 per il Covid. La seconda è la clausola di salvaguardia nazionale, che permette ai singoli Paesi di deviare temporaneamente dalla traiettoria prevista. C’è però un problema: questa clausola non può essere attivata da chi è ancora in procedura di infrazione per deficit eccessivo. Il che esclude l’Italia dalla seconda opzione, almeno finché non uscirà dalla procedura.

Il verdetto di Eurostat del 22 aprile 2026 ha reso questo nodo ancora più stretto: il rapporto deficit/PIL dell’Italia per il 2025 si è attestato al 3,1%, confermando la permanenza nella procedura per disavanzo eccessivo almeno fino al 2027. Un decimale sopra la soglia, ma sufficiente a precludere l’accesso alla flessibilità sulla difesa e a complicare ogni negoziato con Bruxelles.

Meloni: “Serve coraggio”

Al vertice informale di Cipro del 23-24 aprile, la premier Giorgia Meloni ha scelto il confronto diretto con Bruxelles. Il messaggio è stato chiaro: il piano della Commissione per rispondere alla crisi energetica “è un passo avanti ma non è sufficiente”, e l‘Europa “deve essere molto più coraggiosa”. Meloni non ha escluso uno scostamento di bilancio, cioè un aumento unilaterale del deficit, e ha rilanciato la proposta di scorporare le spese energetiche dal computo del Patto, sul modello di quanto già discusso per la spesa militare. L’Italia non è sola in questa pressione su Bruxelles. Il governo punta a costruire un fronte con Francia e Spagna, anche se le posizioni restano distanti: la Germania, con i suoi conti in ordine, non ha interesse a regole più morbide che livellerebbero il suo vantaggio competitivo.

Il fronte insolito tra Industria e sindacati

Il dato politicamente più significativo è che, su questo punto, governo e parti sociali parlano la stessa lingua. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha messo al centro del suo intervento pubblico la crisi di competitività delle imprese italiane ed europee: “L’Europa deve fare l’Europa, la strada è il debito comune che vada in investimenti, infrastrutture e transizione. È miope pensare che ogni paese possa fare per sé”. Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, è arrivato allo stesso punto partendo da premesse diverse: “Se va avanti la guerra la situazione sarà peggiore rispetto al Covid; al tempo della pandemia l’Unione Europea mise in campo il PNRR. Adesso occorre sospendere il Patto di stabilità per favorire gli investimenti pubblici e privati”. L’incontro faccia a faccia tra Orsini e Landini, alla presenza dell’assemblea dei delegati CGIL, è stato significativo: non capita spesso che industriali e sindacalisti si trovino esplicitamente d’accordo su una richiesta di politica europea.

Bruxelles per ora dice no

La Commissione europea ha risposto con una posizione chiara, ripetuta in più occasioni. La clausola di salvaguardia generale “può essere attivata solo in caso di grave recessione economica nell’area dell’euro o nell’Unione europea nel suo complesso”, ha spiegato una portavoce, aggiungendo: “Stiamo monitorando attentamente la situazione volatile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in questo scenario”. Von der Leyen ha confermato la linea al vertice di Cipro, escludendo per ora le condizioni per attivare sia la clausola generale sia quella nazionale. C’è però un argomento ulteriore che circola negli uffici di Bruxelles: una sospensione del Patto, nelle condizioni attuali, potrebbe risultare controproducente: qualsiasi sostegno fiscale che aumenti la domanda di energia aggraverebbe la situazione, sia in termini di prezzi più elevati sia di carenze di offerta. Un ragionamento che taglia corto rispetto all’argomento del “coraggio” invocato da Roma.

Il dibattito tra gli economisti

Gli analisti indipendenti si mostrano più scettici del governo. Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, riconosce che sarebbe stato meglio restare sotto il 3%, ma esclude che lo scostamento di bilancio sia la soluzione- Tuttavia ammette che, se Hormuz restasse chiuso a lungo, il ragionamento cambierebbe. Ma per ora, i mercati tengono, e agire sull’onda dell’emergenza rischia di indebolire la credibilità dell’Italia.

Lo studio del centro studi di Unimpresa offre però numeri concreti sulle opportunità: in uno scenario intermedio, con deficit al 3,4% del PIL, le risorse disponibili con una sospensione salirebbero a circa 13,9 miliardi di euro; nello scenario più espansivo, con deficit al 4%, si arriverebbe fino a 28 miliardi, una cifra paragonabile a una manovra anticrisi di piena potenza.

L’OCSE, attraverso il suo capo economista Stefano Scarpetta, ha aperto uno spiraglio: “Credo che la sospensione del Patto debba essere discussa a livello europeo. Le condizioni sono eccezionali e richiedono una riflessione collettiva”. Non è un sì alla sospensione, ma è un invito a non chiudere la porta in anticipo.

Cosa può succedere adesso

La situazione è in rapido movimento. Il Documento di Finanza Pubblica, approvato il 23 aprile, prevede una crescita del PIL rivista al ribasso, dallo 0,7 allo 0,6% per il 2026, e un deficit al 2,9%, già vicino alla soglia critica. Nelle prossime settimane il governo dovrà decidere se procedere con uno scostamento di bilancio unilaterale, con tutto il rischio che questo comporta sullo spread, o se continuare a fare pressione a Bruxelles in attesa che il quadro internazionale si deteriori abbastanza da rendere la posizione della Commissione insostenibile.

Il precedente del Covid pesa su tutto il dibattito: nel 2020 la clausola fu attivata in pochi giorni di fronte a una recessione conclamata. Il punto di attrito è capire se si debba aspettare che la crisi sia già piena prima di agire, o se sia più saggio anticiparla. Su questo, governo e Commissione restano, almeno per ora, su pianeti diversi.