
Con lo Stretto di Hormuz ancora bloccato il gas del Qatar si ferma ma le infrastrutture italiane tengono
A più di quattro mesi dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, decisa da Teheran a inizio marzo in risposta agli attacchi americani e israeliani, il gas naturale liquefatto del Qatar continua a non arrivare in Italia. L’ultima conferma è del 1 luglio, quando Edison ha reso nota una nuova notifica di forza maggiore da parte di QatarEnergy. Eppure, il sistema energetico nazionale non ha finora registrato problemi di fornitura. La partita si gioca sul prezzo e sulla tenuta delle infrastrutture, non sulla disponibilità fisica del metano.
La crisi del Qatar
La società milanese ha spiegato che QatarEnergy non sarà in grado di consegnare altri quattro carichi al terminale Adriatic Lng di Rovigo fino all’inizio di settembre. Con questi salgono a ventuno i carichi complessivamente saltati nel periodo aprile-giugno, per un volume di circa 2,7 miliardi di metri cubi. Al 30 giugno Edison aveva già sostituito quattordici carichi, pari a circa 1,3 miliardi di metri cubi e a metà del deficit, confermando di poter reperire gas alternativo per tutti i clienti. Il contratto di lungo termine con il gruppo qatarino, attivo dal 2009, vale 6,4 miliardi di metri cubi l’anno per venticinque anni ed era una delle colonne dell’import italiano ma gli attacchi iraniani sull’impianto di Ras Laffan hanno colpito proprio uno dei treni di liquefazione che riforniscono Edison.
Il sorpasso americano ai terminali
Il vuoto lasciato da Doha è stato riempito quasi per intero dal gas statunitense. Secondo i dati Snam, nei primi sei mesi del 2026 sono arrivate in Italia 113 navi cariche di GNL, di cui 70 partite dagli Stati Uniti e appena 16 dal Qatar. La quota americana è così salita al 62% del totale, contro il 47% dello stesso periodo del 2025, mentre quella qatarina è crollata. Ad Adriatic Lng, storicamente alimentato da Doha, dei 44 carichi ricevuti 28 sono ora americani e solo 16 qatarini. Il rigassificatore di Livorno ha lavorato 23 navi, quello di Piombino 22 e quello di Ravenna 10, in larga parte statunitensi, mentre Panigaglia ha continuato a ricevere metano algerino. La stessa dinamica si osserva in Europa, dove secondo S&P Global la quota di GNL americano ha ormai raggiunto il 60%.
Perché il sistema regge
La tenuta dipende dall’architettura costruita negli ultimi anni. L’Italia dispone oggi di dieci punti di ingresso del gas, cinque terrestri e cinque marini, e di due rigassificatori in più rispetto al 2022, le navi di Piombino e Ravenna. Nel primo semestre il GNL ha coperto circa un terzo del gas immesso in rete, appena dietro al metano algerino via Transmed e davanti a quello azero che arriva in Puglia con il TAP. A questo si aggiunge lo stoccaggio, che al 30 giugno era già al 67%, oltre diciotto punti sopra la media europea del 49% e molto lontano dal 41% della Germania. L’amministratore delegato di Snam, Agostino Scornajenchi, ha ribadito a margine della Ceo Conference di Mediobanca che i depositi saranno pieni prima dell’inverno. Per il gas del Golfo non esiste una vera alternativa via tubo, e questo rende i terminali di rigassificazione l’unico strumento per cambiare rapidamente rotta di approvvigionamento.
Cosa resta aperto nel medio termine
Il nodo vero non è l’estate ma gli anni a venire. Dopo la tregua tra Stati Uniti e Iran, QatarEnergy ha avviato i lavori per riprendere le esportazioni regolari, ma il 17% della capacità di liquefazione dell’emirato ha subito danni e richiederà dai tre ai cinque anni per essere riparato. Le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia, riprese dall’ISPI, parlano di un ammanco potenziale fino a 120 miliardi di metri cubi di gas qatarino da qui al 2030, sommando i danni agli impianti e il rinvio dell’espansione del giacimento North Field. Su questo fronte l’Italia punta sull’infrastruttura. Il piano industriale di Snam prevede 14 miliardi di euro fino al 2030, di cui circa 9 destinati al potenziamento della rete di trasporto, a partire dalla Linea Adriatica che porta il gas dal Sud al Nord, e 2 agli stoccaggi. Il rischio, confermato dai prezzi ancora sopra i livelli precedenti alla crisi, resta legato non alla quantità di gas disponibile ma al costo per procurarselo.







