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Nucleare, l’Italia ha le regole ma la strada verso i reattori è lunga
La centrale nucleare di Borgo Sabotino
© Imagoeconomica
25 Settembre 2026

Nucleare, l’Italia ha le regole ma la strada verso i reattori è lunga

Con la legge delega l’Italia ha le regole per tornare al nucleare, ma la strada è lunga. Una filiera di oltre cento imprese pronta, il piano Edison-EDF sui piccoli reattori, la ricerca ENEA. Restano aperti decreti, scorie, costi e consenso.

Dopo quasi quarant’anni l’Italia ha di nuovo un quadro normativo per produrre energia nucleare, ma il via libera definitivo del Senato alla legge delega segna l’inizio di un percorso più che il suo compimento. Il testo punta sui reattori di piccola taglia e sulle tecnologie avanzate, lasciando ai decreti attuativi la definizione di quali soluzioni saranno ammesse. L’orizzonte indicato dal governo colloca i primi impianti tra il 2033 e il 2035, mentre gli scenari indicati dal ministro Pichetto Fratin prevedono al 2050 una capacità compresa tra 8 e 16 gigawatt, sufficiente a coprire tra l’11 e il 22% della domanda elettrica. La fotografia del Paese mostra punti di forza e fragilità in egual misura.

Una filiera che non si è mai fermata

Il punto di partenza più solido è industriale. Infatti, nonostante lo stop del 1987, in Italia operano oltre cento imprese attive nel settore, che hanno continuato a lavorare per anni sui mercati esteri. Secondo uno studio di Edison e Teha il rilancio potrebbe generare un mercato potenziale di 50 miliardi di euro e 117mila posti di lavoro. Nel 2022, quando la Francia dovette fermare una dozzina di reattori per problemi di corrosione, i componenti sostitutivi arrivarono da due aziende italiane, Tectubi Raccordi e Ibf. Su questa base si innesta l’intesa con EDF: Edison e il gruppo francese hanno presentato un programma da oltre 10 miliardi per una prima serie di dieci reattori modulari Nuward da 400 megawatt tra Francia, Italia, Polonia, Belgio e Finlandia, con cantieri dal 2030 e un impianto italiano atteso per il 2035, in partenariato paritetico con aziende come Walter Tosto, Saipem, Simic, Tectubi Raccordi e Webuild. Parallelamente Nuclitalia, la società guidata da Enel con Ansaldo Energia e Leonardo, sta mappando tecnologie e fornitori della supply chain nazionale.

Ricerca e quarta generazione

Accanto all’industria c’è la ricerca, che non ha mai smesso di lavorare sulla fusione e, più di recente, sui reattori di nuova generazione. Al centro ENEA del Brasimone, sull’Appennino bolognese, entro fine anno sarà operativo Precursor, il simulatore elettrico di un reattore raffreddato a piombo sviluppato con Newcleo, la società fondata da Stefano Buono che punta a costruire il primo impianto a Chinon, in Francia, con entrata in funzione nel 2031. “La forza di questa tecnologia sta anche nella sostenibilità perché permette di chiudere il ciclo del combustibile”, spiega la cofondatrice Elisabeth Rizzotti. Sul fronte della fusione l’Italia partecipa a ITER e costruisce a Frascati il Divertor Tokamak Test. “In questo luogo si produce conoscenza e il sistema Paese ne ha fortemente bisogno”, sottolinea la presidente dell’ENEA Francesca Mariotti.

Il nodo irrisolto delle scorie

Attualmente, circa il 99% del combustibile esaurito delle quattro vecchie centrali si trova all’estero, soprattutto nell’impianto francese di La Hague, e ad aprile il governo ha prorogato fino al 2040 l’accordo con Parigi per custodirlo, perché il deposito nazionale non sarà pronto prima del 2039. La Carta delle aree idonee individua 51 siti in sei regioni, ma l’opposizione dei territori ha bloccato la scelta per anni, e il percorso parallelo aperto alle autocandidature dei Comuni, come Trino Vercellese, è stato criticato dalle associazioni ambientaliste. Secondo un rapporto della CGIL tra il 2001 e il 2019 sono stati spesi circa 3 miliardi per la gestione dei depositi temporanei e il trattamento del combustibile all’estero. Le regole europee richiedono piani credibili per la gestione dei rifiuti prima di autorizzare nuovi impianti, e il nodo pesa quindi direttamente sui tempi del rilancio.

Decreti, costi e consenso

Nei prossimi dodici mesi il governo dovrà scrivere i decreti attuativi, definire il modello della nuova Autorità per la sicurezza nucleare, le procedure autorizzative e i criteri per i siti. Il mondo delle imprese elettriche chiede cautela sui costi, che secondo Elettricità Futura devono essere “competitivi” per sostituire nel tempo “la parte meno sostenibile della generazione da gas”. Resta poi l’incognita del consenso. Gli italiani hanno già detto no al nucleare nei referendum del 1987 e del 2011 e Pd, M5S e AVS, che hanno votato contro la legge, potrebbero promuovere una consultazione abrogativa, che secondo le regole sui tempi dei referendum difficilmente si terrebbe prima del 2028. Su questi tre fronti, regole, costi e fiducia dei cittadini, si deciderà se il ritorno all’atomo resterà una scelta di principio o diventerà una politica industriale.

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